Home »
santi e beatiTag correlati:
testimoni,
attualità ,
teologia,
storia e controstoria,
leggende nere,
preghiera e devozioni,
liturgia,
anticomunismo,
catechesi,
magistero,
pensiero del mese,
meditazioni,
medjugorje,
dottrina
mercoledì, 11 novembre 2009, ore 21:53
San Martino di Tours
di Don Marcello Stanzione,
da Pontifex Roma (11/11/2009)
Solamente in Francia a san Martino sono intitolate oltre 4000 chiese ed in tutti i luoghi in cui è venerato viene raffigurato mentre dona il suo mantello al mendicante infreddolito. Ancora oggi quando si parla dell’estate di san Martino, viene sempre in mente l’immagine del soldato Martino che dall’alto del suo cavallo si chinò caritatevolmente su un mendicante svestito e con un colpo di spada divise il suo mantello militare e ne diede metà al povero. Il giovane Martino, allora soldato, di fronte all’indigenza del suo prossimo, si commosse e con il suo gesto spontaneo gli diede la possibilità di ripararsi dal freddo. Per premio della sua buona azione, il tempo, alquanto rigido, divenne più mite e almeno per tre giorni la temperatura aumentò, permettendo al mendicante e al generoso cavaliere cristiano di non soffrire troppo per il freddo. Per questo il famoso proverbio popolare ricorda che l’estate di san Martino dura tre giorni e un pochino.
Martino figlio di un ufficiale Romano era nato nel 316 in Pannonia, oggi Ungheria, a dieci anni era fuggito da casa per opporsi al volere del padre che voleva indirizzarlo alla carriera militare. Nel Corso della sua fuga, aveva incontrato una famiglia di cristiani che, dopo averlo rifocillato, lo convinsero a ritornare a casa. Martino dopo quell’incontro decise di abbracciare la fede cristiana. A quindici anni venne chiamato alle armi e di nuovo tentò la fuga, ma inutilmente. Divenuto legionario nella cavalleria imperiale, partì per le Gallie e mentre si trovava ad Amiens s’imbattè nel povero infreddolito. Si racconta che in quella stessa notte Gesù gli apparve rivestito del mantello donato e così Martino comprese che quel povero era Cristo. A 22 anni Martino, pur rimanendo ancora nell’esercito, ricevette il battesimo. Poi si trasferì a Poitiers, dove sotto la guida del vescovo sant’Ilario completò la sua formazione In seguito Martino si fece prima eremita nell’isola di Gallinara ed in seguito fondò una comunità a Ligugè ed è per questo che egli è considerato il padre del monachesimo e l’apostolo delle Gallie. Fu eletto vescovo di Tours a furor di popolo e si adoperò per la promozione delle arti e della cultura e per aiutare in tutti i modi i poveri. È considerato modello esemplare per tutti i vescovi.
La scena accade in un villaggio della diocesi di Tours di cui Martino è vescovo ma specialmente apostolo ardente, stimato per la sua santità ed il suo zelo. La sua reputazione s’estende su tutto il popolo delle Gallie. Egli ha 81 anni e, colpito improvvisamente da una febbre violenta, sente prossima la morte. Prega Dio di liberarlo dalla prigione carnale del corpo che lo trattiene ancora, affinchè la sua anima possa raggiungere il suo Signore e Maestro. I suoi discepoli si rattristano davanti ad una simile preghiera, al pensiero della separazione e si rivolgono a lui, con affetto tutto filiale: “Perché, padre, abbandonarci ? Perché vuoi lasciarci nella miseria in cui siamo?”. Queste parole commuovono il santo vegliardo ed egli fa sentire a Dio questo nuovo appello: “Signore, se io sono ancora necessario al tuo popolo, non rifiuto di continuare il mio compito”. Necessario al popolo! San Martino conosceva troppo il Vangelo, per aver la minima illusione a questo riguardo. Dio non ha bisogno di nessuno ed il miglior servo rimane sempre un servo inutile perché sempre rimpiazzabile.
La verità cristiana è sorgente d’umiltà soprannaturale: Cristo può fare a meno senza detrimento, nel momento in cui vuole, dal più grande e più santo degli apostoli che lavorano per l’avvento del regno di Dio. Ogni uomo ha il suo destino ed il suo compito tracciato. Nessun servo di Cristo può pretendere, in modo assoluto, all’indispensabile necessità del suo lavoro. Tuttavia, fin quando l’ora di Dio non è suonata, fin quando la vocazione d’un apostolo non è colma fin in fondo, egli è, in questo caso, necessario, perché scelto dal Signore, per compiere la missione che gli è affidata nel campo del Padre .
L’offerta del santo apostolo dei Galli, Martino di Tours, spezzato dai duri lavori d’un apostolato incessante, appariva sotto questa luce, tutta irradiata di carità paterna per i suoi cristiani e tutta generosa al servizio del Signore, nell’abbandono ai suoi disegni. La preghiera è condizionale: “Se sono ancora necessario al popolo del Signore”. La sua volontà è integra e senza condizione alcuna. “Io non rifiuto il lavoro apostolico”, malgrado gli anni, la fatica, la malattia. Proprio mentre si recava in visita pastorale a Candes che Martino morì mentre svolgeva il suo ministero episcopale.
Il vero e totale apostolo non può essere che un santo. San Martino è il primo non martire ad essere elevato agli onori degli altari, è invocato per risolvere i problemi di alcolismo e per guarire malattie come il morbillo, il vaiolo e la varicella. È particolare protettore dei sarti, dei mendicanti e dei sinistrati ed è patrono dei cavalieri, dei combattenti e dei militari.
mdeledda
venerdì, 06 novembre 2009, ore 18:58
San Michele, l'angelo della Croce
di don Marcello Stanzione,
da Zenit (06/11/2009)
È di questi giorni la sentenza della Corte europea che ha intimato all’Italia di togliere i crocifissi dai luoghi pubblici. È un ennesimo attacco cristofobico di una sparuta minoranza atea ed oscurantista al sentire comune di una nazione che vede nella croce la radice della propria civiltà.
La liturgia della Chiesa ha definito san Michele come il porta-stendardo di Cristo. “Egli è, ella proclamava nella liturgia tridentina della liturgia delle ore nel giorno della sua festa, Quel vincitore che dispiega lo stendardo della salvezza, la Croce”.
Una leggenda dice che Costantino imperatore, fedele seguace del credo monoteistico del “Sol Invictus”, passò alla nuova confessione cristiana dopo la lotta con Massenzio, nel corso della quale gli apparve nell’aria una croce luminosa recante la scritta: “In hoc signo vinces, cioè In questo segno vincerai”, che gli assicurava la vittoria contro il numero preponderante di nemici.
Successivamente secondo la leggenda in un sogno fatto da Costantino, l’arcangelo Michele si manifestò come il “Signore delle milizie celesti” ed il “Campione della dottrina della Chiesa attribuendo a se stesso il merito del trionfo”.
Da quel momento Costantino fu molto legato all’immagine dell’archistratega, tanto che il tempio in onore di Vesta da lui fatto costruire nella città di Costantinopoli venne da lui stesso chiamato con il nome di “Michaelium” perché si credeva che lì si fosse mostrato San Michele.
Nell’opera d’arte “Trittico di San Michele” di Gerard David del 1510 circa, custodita al Kunsthistoriches Museum, lo scudo di san Michele porta l’immagine della Croce, lo stesso vessillo della resurrezione di Cristo, segno della vittoria sulla morte e sul male.
La lancia di San Michele, l’arma con cui combatte e sconfigge il demonio è una croce astile: un raro ma significativo motivo iconografico. Sotto i piedi dell’Arcangelo una serie di figure mostruose rappresentano il demonio e il male che esso porta nel mondo.
Sullo sfondo le schiere dell’esercito celeste comandato da san Michele combattono contro gli angeli ribelli, gli angeli del diavolo e li precipitano a terra. Afferma un teologo domenicano: “Il principio fondamentale della vittoria su satana è la croce di Cristo per la potenza dello Spirito e l’intercessione della Madonna; ma la forza che immediatamente viene applicata, il potere, per così dire esecutivo di Cristo e della sua Santissima Madre è, come satana, una creatura angelica, e – secondo la Tradizione cristiana – il capo di tutti gli angeli sani e fedeli a Dio: San Michele Arcangelo”.
“Il culto verso questa creatura angelica, santa e sublime, è antichissimo, comune alla Chiesa Occidentale e a quella Orientale. Tale culto ha recentemente subito un notevole declino proprio in concomitanza – non è un caso – con la diminuita importanza che si da alla lotta contro il demonio. Ma ciò non giova affatto ad un vero progresso né in campo ecclesiale né in quello della vita interiore delle singole anime” (G. CAVALCOLI, La buona battaglia, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1986, p. 55).
Tutto nella religione cattolica si fa attraverso la Croce. L’umiliazione di Gesù sulla Croce fu il motivo della sua esaltazione nella resurrezione. A lui viene affidato il regno sugli uomini, mentre satana viene detronizzato dall’impero che aveva ottenuto sull’umanità con la disobbedienza di Adamo. Dal momento della resurrezione di Gesù scoppia una guerra in terra, a somiglianza della guerra avvenuta in cielo tra Michele e i suoi angeli e il drago e i suoi angeli. Il diavolo si scaraventa furioso contro i seguaci di Gesù, suscitando contro di loro e la Chiesa tutte quelle straordinarie potenze religiose, economiche, ideologiche e politiche su cui domina.
Attraverso il segno della croce il cristiano è battezzato, è fortificato nella legge, è benedetto e purificato durante la sua vita ed al momento della sua morte. Infine, è all’ombra di questo segno protettore ch’egli riposa nella tomba. Tutto in lui è marcato da questo segno divino, tutto nel suo essere deve portarlo, la sua fronte, come un’impronta gloriosa; il suo cuore, come uno scudo invincibile.
La Croce ha dunque un grande posto nella vita dell’uomo. È così da quando Gesù l’ha lasciata al mondo come memoriale delle sue sofferenze e la prova del suo amore ineffabile.
Ma, lasciandola, egli ha dovuto affidarla ad uno dei suoi angeli. Quest’incarico toccava a san Michele, poiché san Michele, secondo numerosi teologi del passato, era stato il suo consolatore nell’orto dell’agonia, e l’aveva assistito durante le tre ore mortali dove era rimasto sospeso a questo sacro legno.
San Michele è quindi l’angelo della Croce. Come già abbiamo notato, egli la mostrò in visione a Costantino che divenne il primo imperatore cristiano. La Tradizione crede, in effetti, che sia stato san Michele che venne a presentare il Labarum a Costantino ed alle sue truppe.
Sempre secondo la leggenda sarebbe su sua ispirazione che la madre dell’imperatore, santa Elena trovò il posto del legno sacro, e fu col suo aiuto che più tardi l’imperatore Eraclio trionfò sui Persiani e potè recuperare la vera Croce caduta nelle loro mani.
San Michele è l’angelo della Croce. E’ attraverso i raggi d’una croce splendente che si mostrava a San Francesco d’Assisi, quando gli impresse nella sua carne le stimmate del Salvatore. E’ questo lo stendardo che è stato dispiegato al fronte dagli eserciti cristiani, come fecero i Portoghesi contro i Mori nel XII secolo. Egli lo dispiega sempre a protezione delle anime per mettere in fuga i loro nemici infernali.
San Michele è l’angelo della Croce. Molti uomini politici del nostro tempo non possono sopportare la vista di questo segno divino. Essi vogliono distruggerlo. I loro sforzi per strappare questo legno benedetto saranno vani: quando tutto marcisce e secca, esso è sempre verde; quando tutto invecchia, rimane sempre giovane; quando tutto muore, è sempre vivente. Quando le tempeste hanno soffiato dalla terra e dall’inferno, essa, sfidando i loro sforzi impotenti, è rimasta in piedi sotto la custodia di san Michele.
Amiamo il simbolo della Croce. A ranghi serrati, raggruppiamoci intorno ad essa, vicino a san Michele. Un giorno essa apparirà in cielo. È san Michele che la presenterà ai popoli della terra. Noi ci ritroveremo allora nel raggio della sua gloria, vicino all’arcangelo, per l’eterno trionfo nel Paradiso.
mdeledda
giovedì, 05 novembre 2009, ore 21:29
mdeledda
mercoledì, 04 novembre 2009, ore 21:16
San Carlo Borromeo (Vescovo)
Arona, Novara, 1538 - Milano, 3 novembre 1584
Festa liturgica: 4 novembre
Patronato: Catechisti, Vescovi
Etimologia: Carlo = forte, virile, oppure uomo libero, dal tedesco arcaico
Emblema: Bastone pastorale
Quella che oggi ci giunge dalla pagina del Calendario, è la voce di uno dei più grandi Vescovi nella storia della Chiesa: grande nella carità, grande nella dottrina, grande nell'apostolato, ma grande soprattutto nella pietà e nella devozione.
"Le anime - dice questa voce, la voce di San Carlo Borromeo - si conquistano con le ginocchia". Si conquistano cioè con la preghiera, e preghiera umile. San Carlo Borromeo fu uno dei maggiori conquistatori di anime di tutti i tempi.
Era nato nel 1538 nella Rocca dei Borromeo, padroni e signori del Lago Maggiore e delle terre rivierasche. Era il secondo figlio del Conte Giberto e quindi, secondo l'uso delle famiglie nobiliari, fu tonsurato a 12 anni. Il giovane prese la cosa sul serio: studente a Pavia, dette subito prova delle sue doti intellettuali. Chiamato a Roma, venne creato Cardinale a soli 22 anni. Gli onori e le prebende piovvero abbondanti sul suo cappello cardinalizio, poiché il Papa Pio IV era suo zio. Amante dello studio, fondò a Roma un'Accademia secondo l'uso del tempo, detta delle "Notti Vaticane". Inviato al Concilio di Trento vi fu, secondo la relazione di un ambasciatore," più esecutore di ordini che consigliere". Ma si rivelò anche un lavoratore formidabile, un vero forzato della penna e della carta.
Nel 1562, morto il fratello maggiore, avrebbe potuto chiedere la secolarizzazione, per mettersi a capo della famiglia. Restò invece nello stato ecclesiastico, e fu consacrato Vescovo nel 1563, a 25 anni.
Entrò trionfalmente a Milano, destinata ad essere il campo della sua attività apostolica. La sua arcidiocesi era vasta come un regno, stendendosi su terre lombarde, venete, genovesi e svizzere. Il giovane Vescovo la visitò in ogni angolo, preoccupato della formazione del clero e delle condizioni dei fedeli. Fondò seminari, edificò ospedali e ospizi. Profuse, inoltre, a piene mani, le ricchezze di famiglia in favore dei poveri.
Nello stesso tempo, difese i diritti della Chiesa contro i signorotti e i potenti. Riportò l'ordine e la disciplina nei conventi, con un tal rigore da buscarsi un colpo d'archibugio, sparato da un frate indegno, mentre pregava nella sua cappella. La palla non lo colpì, e il foro sulla cappamagna cardinalizia fu la più bella decorazione dell'Arcivescovo di Milano.
Durante la terribile peste del 1576 quella stessa cappa divenne coperta dei miti, assistiti personalmente dal Cardinale Arcivescovo. La sua attività apparve prodigiosa, come organizzatore e ispiratore di confraternite religiose, di opere pie, di istituti benefici.
Milano, durante il suo episcopato, rifulse su tutte le altre città italiane. Da Roma, i Santi della riforma cattolica guardavano ammirati e consolati al Borromeo, modello di tutti i Vescovi.
Ma per quanto robusta, la sua fibra era sottoposta a una fatica troppo grave. Bruciato dalla febbre, continuò le sue visite pastorali, senza mangiare, senza dormire, pregando e insegnando.
Fino all'ultimo, continuò a seguire personalmente tutte le sue fondazioni, contrassegnate dal suo motto, formato da una sola parola: Humilitas.
Il 3 novembre dei 1584, il titanico Vescovo di Milano crollò sotto il peso della sua insostenibile fatica. Aveva soltanto 46 anni, e lasciava ai Milanesi il ricordo di una santità seconda soltanto a quella di un altro grande Vescovo milanese, Sant'Ambrogio.
mdeledda
martedì, 03 novembre 2009, ore 18:26
Una donna, l'umanesimo e Cristo
Pubblichiamo di seguito il contributo di Antonella Dejure contenuto in “Dal timore all’amore - L’itinerario spirituale della beata Camilla Battista da Varano. Atti del Centenario della nascita (1458-2008)”, a cura del Monastero Santa Chiara di Camerino (Edizioni Porziuncola, Assisi 2009).
da Zenit (03/11/2009)
Il 550° anniversario della nascita della beata Camilla Battista Varano (1458- 2008) rappresenta una preziosa occasione per richiamare l'attenzione su una delle più interessanti figure del francescanesimo femminile, segnata dagli ideali evangelici di Chiara d'Assisi ma anche dalla nuova sensibilità culturale e spirituale che andava sorgendo tra umanesimo e rinascimento.
Il panorama storiografico intorno alla religiosità in generale, e alla religiosità femminile in particolare, si è da tempo occupato della storia spirituale di questa clarissa, delineando l'iter che porta la nobile Camilla, figlia di Giulio Cesare Varano, principe di Camerino, ad abbandonare la "viveza" e le "allegrezze" della vita di corte in nome di un'esperienza mistico-contemplativa, vissuta all'insegna di quell'umanesimo cristiano che fu parte esso stesso della tensione riformatrice emersa tra la fine del Trecento e i primi decenni del Cinquecento e che si manifestò con forza nell'àmbito delle varie osservanze e, più tardi, della Riforma cattolica.
In particolare Camilla è una creatura dell'osservanza francescana, movimento nato negli ultimi decenni del XIV secolo a Foligno, non lontano dalla signoria camerte, dove il messaggio della precedente generazione di frati spirituali trovò un'efficace concretizzazione nell'opera di fra Paoluccio Trinci. Questi si impegnò nella riforma dell'ordine nell'Italia centrale, almeno fino a quando, nella prima metà del secolo successivo, il fenomeno non trovò una più larga diffusione in tutta la penisola grazie a figure quali san Bernardino da Siena, san Giovanni da Capestrano, san Giacomo della Marca e il beato Alberto da Sarteano.
Nel 1420 Paola Malatesta, formata dagli insegnamenti di san Bernardino, decise di adottare in tutto il suo rigore la primitiva Regula sanctae Clarae, vale a dire il testo normativo di orientamento pauperistico concesso a Chiara d'Assisi sul suo letto di morte da Innocenzo IV nel 1253, fondando a Mantova la prima comunità di Clarisse osservanti. Nel 1425 fu poi la volta di Santa Lucia di Foligno, centro irradiante di riforma in tutta l'Italia centro-meridionale. Nel 1448 un gruppo di ventidue monache parte proprio da Santa Lucia per riformare alla regulare observantia de sancta Chiara, et a regimento et cura de li Frati Minori de la Observantia il monastero di Santa Maria di Monteluce di Perugia, che diventerà uno dei più grandi e famosi monasteri d'Italia, punto di riferimento per tutte le Clarisse osservanti (Memoriale di Monteluce, ed. 1983).
Da Santa Lucia e da Santa Maria di Monteluce il modello di vita monastica de Observantia giungerà, lungo il secolo decimoquinto, in almeno quattro grandi città fuori dell'Umbria, cioè Roma (1451), Firenze (1453), Urbino (1455) e Arezzo (1492), per poi diffondersi ulteriormente nella prima metà del secolo successivo.
Proprio a Urbino nel 1481 Camilla entra nel monastero di Santa Chiara, dove, pochi anni prima, era morta la cugina Elisabetta Malatesti Varano che, diventata clarissa a Santa Lucia di Foligno, era passata a Urbino per dar vita alla nuova fondazione monastica, fortemente voluta dallo stesso signore di Urbino, Federico da Montefeltro. Qui nel 1483, alla presenza del vicario provinciale dell'osservanza Domenico da Leonessa, Camilla fa professione religiosa e muta il nome in quello di Battista, in memoria molto probabilmente di un'altra grande clarissa, Battista da Montefeltro Malatesti che, madre della ricordata Elisabetta e vedova di Galeazzo, signore di Pesaro, aveva concluso anche lei la sua vita nel monastero di Santa Lucia di Foligno, poco prima che vi entrasse la figlia.
Desiderosa di portare avanti l'azione di rinnovamento spirituale promossa dall'osservanza, Camilla, ormai suor Battista, sempre supportata dalla guida di alcuni dei più importanti osservanti del tempo, come Domenico da Leonessa, Pacifico da Urbino e Pietro da Mogliano, darà vita a nuove fondazioni femminili: nel 1484 introduce la prima regula sanctae Clarae nel monastero di Santa Maria Nova di Camerino. Nel 1506 riesce a fondare per volontà di Giulio II una comunità a Fermo e nel 1521, appena tre anni prima dalla morte, a San Severino.
Da Foligno a Monteluce, da Monteluce a Urbino, da Urbino a Camerino: sembra questo il filo rosso che collega la Varano a quel vasto movimento di riforma della spiritualità femminile francescana, in cui il recupero della memoria di Chiara d'Assisi in tutto il suo carisma e vigore ebbe non solo delle forti implicazioni religiose e sociali, ma si tradusse anche in un programma di rinnovamento culturale, in virtù di un desiderio pienamente umanistico di riscoperta della cultura antica e biblica e di studio filologico della tradizione testuale francescana e specificatamente clariana; un desiderio che non era indipendente dall'idea di un ritorno alla purezza delle origini ricercata dalle Clarisse sul versante spirituale.
Ancora una volta i centri di nascita e di sviluppo di questo interesse filologico-culturale sono da individuarsi in Santa Lucia di Foligno e in Santa Maria di Monteluce di Perugia, dove la presenza di numerose puellae licteratae, provenienti dai ceti dirigenti cittadini, garantiva il mantenimento nei monasteri della stessa vita culturale propria degli ambienti cortigiani e signorili di provenienza, con i quali i rapporti non si interruppero mai né sul piano delle relazioni individuali né sul piano più latamente culturale.
Il notevole interesse delle Clarisse per l'antichità classica, per la Bibbia e la cultura patristica, per una certa letteratura volgare, oltre che, ovviamente, per scritti specificatamente francescani si tradusse così nella realizzazione di biblioteche e soprattutto di scriptoria, veri e proprii centri di produzione libraria, dove dalla seconda metà del Quattrocento si lavorava alacremente copiando e volgarizzando testi, che poi, attraverso il circuito dei monasteri di Clarisse osservanti, si diffondevano per l'intera penisola italiana.
Una rete intellettuale, dunque, che permetteva la diffusione dell'ideale della riforma osservante tra le Clarisse, tramite una realtà libraria quasi esclusivamente in volgare che, in quanto tale, non può non essere posta in stretta relazione con problemi culturali legati all'accesso delle donne alla scrittura e all'impiego del volgare nel Quattrocento.
Tra queste monache-umaniste, capaci di comporre versi in greco e latino, conoscitrici di letteratura sacra e profana, di teologia e di filosofia, spesso competenti di musica e di astrologia, abili nell'intendere e scrivere libri, c'è anche Camilla Battista Varano. Prima dell'esperienza contemplativa la nostra suora fu - non si dimentichi - una principessa del Rinascimento, educata agli studia humanitatis in quel cenacolo di vita intellettuale italiana che fu la corte dei Varano, dove soggiornarono tra gli altri il filosofo Tommaso Seneca, il maestro di retorica e logica Giovanni da Luca, poi passato allo Studium bolognese, Lorenzo il Cretico, insegnante di lingua greca, e numerosi umanisti, tra cui il Filelfo e il Cantalicio, che mantennero sempre un vivo contatto con Firenze, come dimostra la corrispondenza epistolare tra alcuni di essi e Coluccio Salutati.
Questa formazione culturale sopravvive in suor Battista oltre le grate del monastero. Così come in lei si mantiene vivo il ricordo di alcune donne che avevano profondamente influito sulla cultura e sulla vita di casa Varano: Costanza Varano di Piergentile, autrice di raffinate Epistole ed Orazioni e nipote di Battista Montefeltro Malatesti, riconosciuta quest'ultima dal Bruni, dal Barzizza e dall'Aretino come una delle maggiori letterate del secolo; Giovanna Malatesti, moglie di Giulio Cesare Varano, che per prima educò la piccola Camilla ai valori dell'arte e delle lettere e che le fu più che madre, pur non essendolo naturalmente; Isabella d'Este Gonzaga, una delle più gentili e raffinate donne del Rinascimento italiano, che nel 1494 visse per breve tempo a Camerino.
Forte di questo retroterra culturale suor Battista non trova difficoltà a trasferire la sua elevatissima esperienza mistico-teologica in una vasta produzione letteraria, intesa come perfetta sintesi tra cultura umanistica e cultura cristiana, tra pensiero classico e Sacra Scrittura, sempre nutrita dalla tradizione patristica e, soprattutto, dalla letteratura mistica francescana, oltre che dall'esempio di Iacopone da Todi, di Dante e di Petrarca.
Il volgare, più che il latino, risulta essere anche per la Varano, come per le Clarisse umbre, lo strumento espressivo maggiormente privilegiato in tutto il suo cammino letterario; un cammino di cui si ricordano in questa sede solo le tappe fondamentali rappresentate dalle opere tologico-introspettive, come i dialoghi intitolati i Ricordi di Cristo e la sua autobiografia, la Vita Spirituale; dalle opere teorico-dottrinali, quali i Dolori mentali di Cristo; da alcuni esperimenti poetici, come la lauda in ottave Quando serà che possa contemplare e una raccolta di distici latini; dalla prosa storico-agiografica del Felice transito del beato Pietro da Mogliano.
Quest'ultimo testo si rivela poi una testimonianza particolarmente preziosa, perché costituisce uno dei pochissimi autografi della Varano che ci fornisce uno splendido e per l'epoca raro esempio di scrittura femminile, fonte preziosa per indagini tanto linguistiche quanto paleografiche. In questo senso l'edizione critica del Transito, accompagnata da una raffinatissima analisi codicologica e testuale, recentemente pubblicata dal professor Adriano Gattucci (Edizioni del Galluzzo 2007), può essere considerata non solo il punto di partenza di una serie di iniziative culturali promosse per tutto il 2008 dalla Scuola di Studi Medievali e Francescani della Pontificia Università Antonianum di Roma e dalle stesse Clarisse del monastero di Santa Chiara di Camerino, ma soprattutto il più importante omaggio da parte degli studiosi a questa "mistica scrivente".
mdeledda
domenica, 01 novembre 2009, ore 20:59
Il «Leone di Münster»
Il cardinale von Galen diventa beato. “Defensor Fidei”, per amore della verità e della patria, resistette ad Adolf Hitler. Quando si rischiava la vita opponendosi al nazionalsocialismo.
di Oscar Sanguinetti,
da Il Timone (12/2005)
Se si osservano le immagini delle città rase al suolo, dei vecchi e dei fanciulli inviati al fronte per l’ultima, più accanita, battaglia e se si riflette che la guerra totale prosegue anche dopo la morte del Füher, l’idea di Germania che se ne ricava è quella di un popolo rimasto fedele a oltranza al suo tiranno, anche quando la tragedia della sconfitta ha assunto toni da «caduta degli dei» wagneriana. Ed è senz’altro vero: ma vero solo in parte.
Senza dubbio l’equivoca idea di nazione e di patria dei nazionalsocialisti, il risentimento per l’ingiustizia dovuta al Trattato di Versailles al termine della prima guerra mondiale e, dopo la svolta della guerra nel 1943, il terrore della vendetta sovietica hanno saldato intorno al regime un insospettabile consenso. Ma tutta questo non basta per affermare che nella Germania hitleriana non vi siano state né un’opposizione, né una Resistenza.
Infatti, se è vero che il potere assoluto hitleriano — che ricerche recenti rivelano peraltro alquanto meno coeso di quanto si supponga — soffocava ogni manifestazione di dissenso, va notato che il nazionalsocialismo è stato sempre un totalitarismo in fieri, cioè non ha avuto il tempo o la forza, come Lenin e Stalin in Russia, di spezzare del tutto la resistenza dei corpi sociali e di invadere ogni ambito della società.
Se Hitler riesce a eliminare l’opposizione politica e sa conquistarsi le classi dirigenti tedesche, egli in realtà deve costantemente confrontarsi — e non sempre riuscendo a reprimerle — con critiche e resistenze interne, provenienti dall’aristocrazia prussiana e tedesca, da alcune comunità evangeliche, dal mondo cattolico, da ambienti militari, da circoli intellettuali.
A mano a mano che il terribile conflitto volge al peggio, quando opporsi diviene ancor più rischioso, queste resistenze prendono sempre più corpo. Quella militare e aristocratica, «per l’onore tedesco», cercherà di eliminare fisicamente il tiranno — scelta che porterà al fallito attentato del 20 luglio 1944 — la resistenza religiosa e intellettuale invece si sforzerà di dare una testimonianza — è il caso della Rosa Bianca a Monaco — di minare il consenso al regime oppure — nel caso dei vescovi — di arginarne le decisioni più brutalmente contrarie alla fede e alla morale. Oltre che da magnifiche figure come Rupert Mayer, Alfred Delp, i fratelli Schöll, Dietrich Bonhoeffer, la resistenza religiosa sarà così animata da eroici presuli, come Konrad von Preysing, di Berlino, Michael von Faulhaber, di Monaco e Clemens August von Galen, di Münster.
Quest’ultimo nasce nel 1878 nel castello di Dinklage, nella Bassa Sassonia, da un’antica famiglia nobiliare cattolica. Allievo dei gesuiti, la sua vocazione matura fin dall’adolescenza. Nel 1904 viene ordinato sacerdote a Münster, in Westfalia. Spostato a Berlino, in anni densi di avvenimenti politici, il giovane prete si segnala per la sua intensa azione sociale. Una visione della fede e della Chiesa quanto mai rigorosa, una mentalità prettamente giuridica, l’influenza delle tradizioni familiari lo inducono a militare fra i cattolici conservatori e nazionali.
Nel 1929 torna a Münster e nel 1933 — quando sale al potere Hitler — viene inaspettatamente eletto vescovo della diocesi «monestariensis». Fin da subito, nello stile d’inflessibilità espresso dal motto episcopale che si sceglie — «Nec laudibus, nec timore» — inizia a protestare contro il regime. Nella sua prima lettera pastorale, nel 1934, ammonisce che l’asserita supremazia dell’elemento razziale è contro le radici stesse della fede cristiana. Fa poi pubblicare Studi sul Mito del XX secolo, che confuta scientificamente Il mito del XX secolo di Alfred Rosenberg, una delle «bibbie» del nazionalsocialismo. Prosegue predicando contro l’assorbimento delle organizzazioni giovanili cattoliche nel partito. Fra il 1936 e il 1938 rinnova instancabilmente la protesta contro le ormai abituali intimidazioni nei confronti della Chiesa, che raggiungono il culmine dopo la pubblicazione, nel 1937, dell’enciclica Mit brennender Sorge di Pio XI.
Con lo scoppio della guerra il suo atteggiamento si fa ancor più intransigente, soprattutto a misura che vede il partito procedere imperterrito all’attuazione del suo tragico programma razzista e totalitario.
Due cose in particolare von Galen non perdona: l’esproprio delle case religiose e la politica eugenetica, a cui dedica le cosiddette «grandi prediche» dell’estate del 1941, all’apogeo della potenza del Terzo Reich.
Nella prima, il 13 luglio, condanna le violenze contro i religiosi, ricorda che la violazione della giustizia fa venir meno la ragion d’essere dello Stato e rigetta l’accusa di indebolire il «fronte interno». Il sabato successivo torna a sfidare il regime con la famosa predica «dell’incudine e del martello», usando questa immagine per denunciare qual era allora la condizione dei cattolici tedeschi. Nell’intervento del 3 agosto si scaglia invece contro i provvedimenti eugenetici e il programma di eutanasia degli handicappati promossi dal governo.
I gerarchi, temendo le reazioni del Papa e dei cattolici westfaliani al fronte, si limitano in un primo momento a coprire il vescovo di contumelie, rimandando la loro vendetta a dopo la «vittoria finale».
Il nazionalsocialismo crolla infine travolto dalla sconfitta e la Germania si trova alle prese con lo spaventoso lascito della guerra: l’occupazione, le violenze sovietiche a Est, l’internamento ai limiti dell’annientamento fisico dei soldati nei campi alleati, le agghiaccianti distruzioni delle città, una crisi economica gravissima e una lacerante «de-nazificazione». Davanti alle immani macerie materiali e morali del suo paese, il «Leone di Münster», offeso dal comportamento degli alleati, tornerà a ergersi in tutta la sua statura morale per condannare le ingiustizie degli occupanti e i crimini dei soldati rossi; Von Galen — memore di quanti tedeschi erano finiti nei Lager nazionalsocialisti — rigetterà anche l’accusa di «colpa collettiva» rivolta al popolo tedesco, e non tacerà sulla tragedia dei tedeschi orientali, caduti sotto un regime politico peggiore di quello nazionalsocialista.
Nel 1946 il vescovo di Münster si reca a Roma per ricevere il galero cardinalizio da Pio XII, sempre trepido verso la diletta nazione tedesca. Il 16 marzo fa ritorno a Münster, accolto da una folla straripante. Pochi giorni dopo, il 22 marzo, misteriosamente, il Signore lo chiama a sé.
Il 9 ottobre del 2005, dopo il riconoscimento dell’indispensabile miracolo — la guarigione, nel 1995, di un giovane indonesiano di Timor Est, Hendrikus Nahak —, Clemens August cardinal von Galen, vescovo, conte, confessore e martire incruento della fede, è stato proclamato beato nella basilica di San Pietro a Roma, presente alla cerimonia il regnante Pontefice tedesco.
Ricorda
«Lo zelo, con il quale tu, venerabile fratello, tieni viva nei tuoi fedeli la coscienza dell’appartenenza alla Chiesa universale e il legame al vicario di Cristo ci fa bene, e ci fa bene per il vostro bene. Sarebbe fatale se guadagnassero terreno i tentativi di incapsulare i cattolici tedeschi e allontanarli dal Papa. […] Di’ ai tuoi fedeli che noi, negli imponenti accadimenti di questo momento, pensiamo e lavoriamo unicamente per alleviare le devastazioni della guerra, soprattutto quelle spirituali — allontanamento da Dio, odio e crudeltà — e per spianare la strada alla pace; una pace che rispetti la legge di Dio e la libertà della sua santa Chiesa, una pace conciliabile con l’onore, con i diritti e le necessità vitali di tutti i popoli coinvolti, cosi come da noi proclamato nei Messaggi natalizi degli ultimi due anni».
(Lettera di Pio XII al vescovo Von Galen, 16 febbraio 1941).
mdeledda
giovedì, 29 ottobre 2009, ore 21:53
mdeledda
domenica, 25 ottobre 2009, ore 21:20
Don Gnocchi dimostra che tutti sono chiamati alla santità
di Bruno Volpe,
da Pontifex Roma (25/10/2009)
La Chiesa cattolica ha appena elevato alla gloria degli altari Don Carlo Gnocchi il "santo" dei mutilatini in una commovente liturgia. Della beatificazione di Don Gnocchi e del suo significato, abbiamo parlato con Monsignor Andrea Cassone, Vescovo Emerito di Rossano-Cariati. Il Prelato parla a bassa voce, a causa di un malessere, ma è molto disponibile.
Eccellenza, che cosa significa questa beatificazione per la Chiesa cattolica?
Il vero fatto importante che non mi sembra sia stato segnalato con la sufficiente energia, è l'impegno che ciascuno ha verso la santificazione, ovvero la chiamata universale alla santità.
Precisiamo meglio.
Certamente. La santità non consiste nel compiere imprese straordinarie o cose fuori del mondo, ma nel realizzare santamente quello che si fa nel mondo, con scrupolo e applicando il Vangelo. In sintesi, al cristiano non si chiedono imprese al limite dell'impossibile, ma il possibile. Il cristianesimo non ci pone carichi pesanti ma è uno stile di vita.
In che cosa si manifesta, allora.
Detto questo, che tutti noi siamo chiamati alla santità, ognuno ha la sua strada. Vi è chi viene elevato alla gloria degli altari, ma assicuro che esistono tante anime sante che hanno vissuto in pace e grazie di Dio e godono ugualmente della pace del suo volto. In sostanza la santità non consiste solo in quella canonica.
Don Gnocchi che cosa ha rappresentato?
La via del servizio e della utilità per gli altri. Con la sua amorevole cura ai mutilatini, gente senza alcuna possibilità o difesa, ha dimostrato che la carità e l'amore disinteressati portano alla santità. In tutta la sua opera, don Gnocchi ha unito misericordia, ma anche perfezione e rigore nel lavoro. Non ha mai improvvisato nulla.
Insomma la chiamata universale alla santità fa parte del progetto di Dio
Esattamente, Dio ci vuole santi, ci chiede la sua amicizia. Noi siamo liberi di accettarla o di rifiutarla, ma prima o dopo ci sarà il giorno del giudizio. In ogni caso Dio non impone mai nulla, Dio propone.
Lunedì 26 ottobre 2009 iniziano a Roma le trattative e i dialoghi dottrinali tra le delegazioni della Santa Sede e dei tradizionalisti. Che cosa prevede?
mi auguro che lo Spirito Santo che soffia sempre sulla Chiesa, aiuti e ci venga incontro verso la difficile via della unità. Il Papa ha aperto loro le braccia, ma anche da parte dei tradizionalisti si chiedono delle aperture. Non saranno dialoghi facili.
Soprattutto il problema è il Vaticano II.
Vero. Ma anche su questo va fatta chiarezza. Il Vaticano II non è mai stato rottura o frattura con la tradizione e il Magistero della Chiesa. Su questo tema spesso si sono fatte letture sbagliate.
mdeledda
giovedì, 22 ottobre 2009, ore 19:24
Ammutolisca ogni carne umana
di Manuel Nin,
da L'Osservatore Romano (22/10/2009)
Il 23 ottobre, nella tradizione bizantina, si celebra la memoria di san Giacomo, fratello del Signore, primo vescovo di Gerusalemme. Nel Pontificio Collegio Greco di Roma, la domenica più vicina a questa data si celebra, ormai da alcuni decenni, la Divina liturgia con una anafora che la tradizione bizantina ha lasciato cadere praticamente del tutto e che invece la tradizione siro-occidentale usa molto spesso, assieme all'anafora dei Dodici apostoli.
L'anafora di san Giacomo si trova in diverse versioni linguistiche ma specialmente in greco e in siriaco, che a sua volta sarebbe la traduzione da un testo greco più semplice e arcaico dell'attuale. Per entrambe le versioni, l'attribuzione a san Giacomo, fratello del Signore, è unanime. Ci sono poi versioni georgiana, armena, etiopica, a dimostrazione dell'importanza che questo testo ebbe almeno durante il primo millennio. È chiaro che si tratta di una liturgia che proviene da Gerusalemme, con molti riferimenti a personaggi veterotestamentari (Abele, Noè, Abramo, Zaccaria), ai luoghi santi, alla Gerusalemme celeste, con l'ingresso nel Santo dei Santi, la processione del piccolo ingresso con l'evangeliario e la croce, le diverse preghiere - collegate col salmo 140 - di benedizione dell'incenso.
Riguardo alla datazione ci sono diverse ipotesi che la collocano tra la fine del III secolo fino al VI o VII secolo. È sicuramente un testo elaborato in diverse tappe, ma già quasi completo alla fine del IV secolo. L'anafora di san Giacomo è teologicamente molto diversa da quella di san Giovanni Crisostomo e da quella di san Basilio, e si tratta chiaramente di una liturgia di tipo antiocheno. Nella prassi costantinopolitana l'anafora non è più in uso, e ora viene celebrata soltanto il 23 ottobre a Gerusalemme, nelle isole di Zante e di Cipro e, a Roma, a Sant'Atanasio in una domenica attorno al 23 ottobre.
La struttura della celebrazione è un po' diversa da quella abituale nella tradizione bizantina e prevede, almeno per la liturgia dei catecumeni, che essa sia celebrata nel bèma, cioè lo spazio nel centro della navata della chiesa - nelle chiese siriache è uno spazio chiuso anche da un cancello - dove si collocano un ambone per l'evangeliario e un tavolino per la croce; attorno all'evangeliario e alla croce si dispongono il sacerdote col diacono e i preti concelebranti e lì si svolge tutta la liturgia della Parola. La liturgia eucaristica, poi, viene celebrata nel santuario.
Nella struttura sono da sottolineare alcuni elementi. Innanzi tutto, l'avvio del Piccolo ingresso subito all'inizio della liturgia, senza le tre antifone della liturgia di san Giovanni Crisostomo, fatto che accomuna questa liturgia con quelle di tradizione siriaca e che ne indica anche una notevole arcaicità. Nelle diverse litanie fatte dal diacono rivolto verso il popolo, nell'ultima petizione - "Facendo memoria della Tuttasanta, Immacolata" - si aggiungono sempre Giovanni Battista, i profeti, gli apostoli, i martiri, e in una di esse anche Mosè, Aronne, Elia, Eliseo, Samuele, Davide, Daniele. Le letture vengono fatte dal bèma, il luogo centrale dove viene proclamata la Parola e dove anche viene commentata. L'inno Ammutolisca ogni carne umana, che prende il posto dell'inno cherubico dell'anafora di san Giovanni Crisostomo ed è lo stesso cantato nel Sabato santo nella liturgia di san Basilio. Infine, lo scambio di pace dopo il Credo, che nella liturgia di san Giovanni Crisostomo è rimasto soltanto tra il clero.
L'anafora di san Giacomo viene inquadrata, come d'altronde anche le altre anafore cristiane, tra due grandi movimenti di lode a Dio all'inizio: "È veramente cosa buona e giusta, conveniente e doverosa, lodare inneggiare, adorare, glorificare e rendere grazie a Te, creatore delle cose visibili e invisibili"; e alla fine la conclusione del sacerdote: "Per la grazia, la misericordia e l'amore per gli uomini del tuo Cristo, con il quale sei benedetto e glorificato insieme con il santissimo buono e vivificante tuo Spirito". Cioè il movimento che va dall'opera creatrice di Dio alla sua opera di santificazione operata da Cristo per mezzo dello Spirito; dalla creazione, alla redenzione, alla santificazione.
Nell'anafora di san Giacomo non vi è, come in altre anafore, l'enumerazione di tutta una serie di attributi apofatici di Dio - invisibile, incomprensibile, incommensurabile - ma, nell'introduzione, soltanto quella di tre titoli: "Creatore di tutte le cose, tesoro dei beni, sorgente di vita e di immortalità", e poi a lungo quella di tutte le schiere chiamate a questa lode: i cieli, il sole, la luna, la terra, il mare, la Gerusalemme celeste, la Chiesa dei primogeniti, i giusti, i profeti, i martiri, gli apostoli, cherubini, serafini. In altre parole sono tutto il creato e tutta la chiesa che sono attirate alla lode di Dio.
Prima della narrazione dell'istituzione dell'eucaristia e dell'epiclesi, l'anafora di san Giacomo narra la storia della salvezza; notiamo una serie di verbi che la scandiscono: "hai avuto compassione, hai creato l'uomo; lui cadde, ma non lo hai disprezzato, non lo hai abbandonato, ma corretto, richiamato, guidato". E alla fine della narrazione vi è la proclamazione del mistero centrale della fede cristiana: "Infine hai inviato nel mondo il tuo proprio Figlio unigenito, nostro Signore Gesù Cristo, perché egli con la sua venuta rinnovasse e risuscitasse la tua immagine". La venuta di Cristo rinnova nell'uomo l'immagine di Dio; in questa frase si ritrova la dottrina sulla salvezza dei padri della Chiesa, da Ignazio di Antiochia a Ireneo, da Origene ad Atanasio e Ambrogio.
È importante sottolineare questa centralità del destino dell'uomo nella provvidenza di Dio, nella linea dello stesso Cirillo di Gerusalemme nelle sue Catechesi: "Tutte le creature sono belle, ma ce n'è soltanto una a immagine di Dio e questa è l'uomo. Il sole è stato fatto da un ordine; l'uomo, invece, è stato fatto dalle mani di Dio: facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza". L'anafora di san Giacomo evidenzia un aspetto importante: l'immagine di Dio maltrattata dall'uomo viene rinnovata - cioè ricreata - da Cristo. Questa nuova creazione avviene nella sua incarnazione e l'anafora dice che Cristo "è disceso, si è incarnato, è vissuto insieme, ha disposto tutto".
Nell'epiclesi, il dono dello Spirito viene chiesto sui fedeli e sui doni presentati: "Manda su di noi e su questi santi doni che ti presentiamo il tuo Spirito Santissimo". Il testo ha una formulazione trinitaria che sembra conoscere già la formula di Costantinopoli del 381: "Signore e vivificante, consustanziale, condivide l'eternità". Poi ancora l'anafora accenna ad alcuni momenti scritturistici di discesa dello Spirito Santo legati anche ad ambiente gerosolimitano: "è sceso sotto forma di colomba nel Giordano, sui santi apostoli nella camera alta della santa e gloriosa Sion". Ancora l'epiclesi chiede come frutto della santificazione dello Spirito che i doni diventino Corpo e Sangue di Cristo e che la Chiesa sia santificata e rimanga stabile nella roccia della fede.
L'azione dello Spirito, in questa anafora, viene strettamente collegata alla sua azione lungo tutta la storia della salvezza; lui "ha parlato nella Legge, nei Profeti e nella nuova Alleanza". Essendo il testo di origine gerosolimitana, è importante sottolineare il collegamento tra lo stesso Spirito che parla nell'antica e nella nuova Alleanza: quello Spirito che parla nella Legge, nei profeti, nella nuova Alleanza, scende su Cristo, sugli apostoli, sui santi doni presentati (e qui si possono aggiungere tutti gli altri sacramenti: le acque battesimali, il santo crisma).
L'epiclesi ha pure una chiara dimensione ecclesiologica, che verrà in qualche modo sottolineata di nuovo nella grande preghiera di intercessione alla fine dell'anafora, la quale ha ancora degli accenni chiaramente gerosolimitani: "a sostegno della tua santa Chiesa cattolica e apostolica che hai stabilito sulla roccia della fede. Ti offriamo questo sacrificio per la tua santa e gloriosa Gerusalemme, madre di tutte le Chiese. Ricordati di questa santa tua città. Ricordati Signore di tutti i cristiani che sono andati o si recano nei luoghi santi di Cristo". I frutti della discesa dello Spirito sono quindi la santificazione dei doni e, per mezzo di essi, la santificazione della Chiesa.
La comunione al Corpo e al Sangue di Cristo porta la comunità, la Chiesa alla pienezza della forza dello Spirito. Questo Spirito invocato sulla comunità le viene dato attraverso la comunione ai Santi Doni; lo Spirito costruisce il corpo ecclesiale di Cristo per mezzo della santificazione, della divinizzazione di coloro che vi si comunicano. Già sant'Efrem ha un bellissimo testo in questa stessa linea: "Nel tuo pane si nasconde lo Spirito che non può essere consumato; nel tuo vino c'è il fuoco che non si può bere. Lo Spirito nel tuo pane, il fuoco nel tuo vino: ecco una meraviglia accolta dalle nostre labbra. Il serafino non poteva avvicinare la brace alle sue dita, che si avvicinò soltanto alla bocca di Isaia; né le dita l'hanno presa né le labbra l'hanno mangiata; ma a noi il Signore ci ha concesso di fare ambedue le cose. Il fuoco discese con ira per distruggere i peccatori, ma il fuoco della grazia discende sul pane e vi rimane. Invece del fuoco che distrusse l'uomo, abbiamo mangiato il fuoco nel pane e siamo stati vivificati". Durante la litania prima del Padre nostro, il sacerdote silenziosamente fa una preghiera in cui chiede la purificazione delle anime e dei corpi e fa un elenco di vizi che devono essere purificati che ricorda tantissimo quelli che poi si ritroveranno nei testi di origine monastica (regole, lettere, ammonimenti): "allontana da noi invidia, arroganza, ipocrisia, menzogna, astuzia, desideri mondani, vanagloria, ira, ricordo delle offese".
La liturgia di san Giacomo rispecchia, quindi, tre aspetti importanti: la centralità della lode di Dio da parte di tutta la creazione e di tutta la Chiesa; la restaurazione (ricreazione) dell'immagine di Dio nell'uomo per l'opera di Cristo; l'azione santificatrice dello Spirito nella storia della salvezza, sui doni, sui credenti.
Celebrare la liturgia di san Giacomo, almeno una volta all'anno, è semplicemente fare dell'archeologia liturgica? O, magari, rivendicare il patrimonio liturgico gerosolimitano di fronte all'influsso a livello liturgico che Costantinopoli ebbe sugli altri patriarcati? No, non soltanto celebrare l'anafora di san Giacomo - come tutte le altre anafore cristiane - è celebrare il mistero della morte e risurrezione del Signore, ma è anche celebrare con una anafora che mette di fronte ad aspetti teologici, ecclesiologici, liturgici e anche architettonici un po' diversi da quelli a cui si è abituati nella tradizione bizantina, e soprattutto è celebrare con una anafora che rende presente la comunione con la Chiesa di Gerusalemme, madre di tutte le Chiese cristiane. "Camminando di potenza in potenza e celebrando la divina liturgia nel tuo tempio, ti preghiamo, rendici degni - recita la preghiera di congedo dell'anafora di san Giacomo - del perfetto amore degli uomini. Raddrizza la nostra via, fortificaci nel tuo timore. Abbi pietà di tutti e rendili degni del tuo Regno celeste nel Cristo Gesù nostro Signore".
mdeledda
lunedì, 19 ottobre 2009, ore 23:25
La rivincita dei santi
di Pigi Colognesi,
da Il Sussidiario (19/10/2009)

In anticipo sulla festa del primo novembre, girano sui nostri giornali parecchi articoli e notizie che riguardano i santi. Un giorno è la presentazione della mostra di Palazzo Venezia a Roma “Il potere e la grazia”, dedicata alla storia della santità in Europa. Un altro è la segnalazione che il presidente Obama ha scritto un messaggio per la canonizzazione di padre Damiano de Veuster, missionario morto tra i lebbrosi di dell’isola hawaiana di Molokai. Un altro ancora sono i resoconti dell’ultima commedia di Dario Fo, che ha per protagonista sant’Ambrogio. Si tratta, ovviamente di cose molto diverse tra loro. Ma con qualche elemento in comune.
Il primo è forse implicito, ma è chiaro. Sembra proprio che nei momenti di crisi e confusione sorga prepotente il bisogno di guardare a qualcuno che nelle crisi della sua vita sia rimasto in piedi e che dalle confusioni della sua esistenza non sia stato travolto. Il santo, infatti è un uomo. Come noi. Che però, a differenza di quanto troppo spesso ci capita, ha vissuto la propria vita, comprese le difficoltà, in pienezza.
Ma qui comincia il problema: perché lui, o lei, ha potuto vivere così? Non basta l’eroismo - di cui pure tanti santi sono testimoni quasi al limite dell’incredibile - non bastano la generosità, l’intelligenza, la bontà, che molti santi avevano in dosi massicce. Bisogna risalire al fondamento di tutto questo. Anche perché, altrimenti, saremmo portati a concludere sconsolati che noi non ci arriveremo mai e la stessa santità sarebbe solo un fastidioso richiamo ad una meta irraggiungibile.
Una volta un giornalista, stupefatto per l’eroica dedizione con cui le sue suore assistevano i più miseri di Calcutta, e lo facevano con una inspiegabile letizia, chiese a Madre Teresa in forza di cosa esse si comportassero così. Rispose: «Lo fanno per Gesù». Una risposta secca, senza possibilità di interpretazioni ambigue. Una risposta che spiazza.
Ecco perché in molte cronache sulla mostra di Roma ho notato un certo disagio, una sorta di fastidio; sembra quasi che si voglia a tutti i costi far scendere dal piedestallo i santi, mostrando che, in fondo, si tratta di persone con molti limiti e difetti. Ma lui, il santo, non ha mai pensato di salire su quel piedistallo e, tantomeno, per la sua impeccabilità. L’eroe è ammantato di un’aura di perfezione; il santo rimanda umilmente ad altro da sé. Per questo è scomodo e si deve in qualche modo esorcizzare la sua pretesa.
L’altro elemento che connota il recente revival della santità è il rapporto del santo con il potere. Un’intera sezione della mostra romana è dedicata ai re santi. E proprio a questo proposito ho notato che il sospetto di molti cronisti diventa esplicito. I moralisti, gli amanti del cristianesimo disincarnato pensano: come può essere santo uno che maneggia quotidianamente il potere, coi suoi compromessi, astuzie e crudeltà?
Ma se uno ci pensa, sa benissimo che, nel suo piccolo, ha a che fare esattamente con queste stesse cose e che proprio lì si gioca la sua battaglia per la santità, cioè per la sua vera umanità. Chi, dall’altra parte, ha il potere o la politica come unico criterio di valutazione non esita a piegare alla propria ideologia anche i santi; come Dario Fo, che ha fatto del patrono di Milano niente meno che «un vero comunista» ante litteram.
mdeledda