Il posto liturgico dell'omelia
di Mons. Tommaso Stenico,
da Pontifex Roma (05/10/2009)
È un dato di fatto che ormai la predica è pressoché l’unico modo di assicurare una evangelizzazione alla maggioranza dei credenti. Per questo occorre che i pastori d’anime abbiano in grande considerazione il servizio dell’omelia, perché - come scrisse quel gran prete che fu Giuseppe De Luca in un succoso libretto ormai quasi introvabile - la predica non abbia ad essere un vero tormento per i cristiani! L'omelia, come risulta dalla storia della predicazione e dalla sua stessa natura, trova il suo vero contesto nella assemblea liturgica e più specificatamente nella celebrazione della Messa. È allora che la parola e il sacramento veramente si uniscono e fondono come cause strumentali di un unico effetto: la santificazione dei credenti. Dalla celebrazione l'omelia dovrebbe derivare la sua consapevolezza di essere di natura sacramentale: mediazione della parla del Signore all'assemblea adunata nel nome della Santa e beata Trinità.
In questo contesto celebrativo l'identità teologico-pastorale dell'omelia è l'osmosi tra "evento" della storia della salvezza e parola, che da esso è originata nella consapevolezza che senza "l'evento di salvezza" la parola sarebbe privata dei suoi contenuti e senza la parola l'"evento di salvezza" non sarebbe "gridato sui tetti" e quindi non storicizzato.
È allora che la Mensa della Parola e dell'Eucarestia dall'altare espandono il loro contenuto soprannaturale nel popolo cristiano mediante il ministero del sacerdote, predicatore e pastore delle anime. È allora che la parola di Dio più facilmente esercita su coloro che partecipano al mistero la sua efficacia, derivante dalla stessa fonte di grazia. È allora che il sacerdote, soprattutto il parroco, può con una conversazione familiare (omelia) svolgere in modo più sistematico la sua opera di istruzione e di formazione dei fedeli, con una pedagogia efficace, perché la predicazione si svolge progressivamente attraverso i cicli e i tempi dell'anno liturgico, che sono come le stagioni di una vita spirituale che annualmente si rinnova e accresce nella riproduzione mistica e sacramentale dell'intero mistero di Cristo .
In realtà la Parola è parte integrante della liturgia, sia con le letture bibliche, sia con la spiegazione omiletica. Essa non è un di più; e nemmeno ha con la liturgia una unione accidentale per una specie di abbinamento di funzioni diverse svolte nello stesso tempo: è invece intimamente connessa al mistero sacrificale e pasquale, come sua illustrazione ai fedeli riuniti nell'assemblea liturgica, come preparazione a parteciparvi, come aiuto a contemplarlo, come istruzione sul modo pratico di trarne e applicarne la virtualità nella trasformazione della vita secondo le sue esigenze. Specialmente l'assemblea domenicale è il luogo adatto per l'amministrazione sia della parola sia del sacramento, unificati nello strumentalismo della grazia.
In questa assemblea spiccano i seguenti caratteri:
- è una celebrazione collettiva, non solo di diritto (come lo è sempre la liturgia), ma anche di fatto, e perciò la parola diventa meglio, in essa, un bene comune, come il mistero sacrificale che vi si rinnova;
- ha un contenuto liturgico e didascalico più originale, che presenta punti più marcati e precisi della storia e della dottrina della salvezza;
- si inserisce e sviluppa gradualmente in un ciclo progressivo, di cui le domeniche e le feste di precetto segnano appunto i grandi momenti, destinati a tradursi per i fedeli in motivi sempre nuovi e crescenti di progresso nella partecipazione viva alla verità e alla grazia di Cristo.
Si aggiunga che, in pratica, l'assemblea domenicale è ancora l'occasione migliore - e spesso l'unica - in cui il sacerdote può parlare ai fedeli che ancora frequentano più o meno abitualmente la chiesa e quindi istruirli e farli partecipare al mistero cristiano che si rinnova nella celebrazione liturgica. Sono molti i battezzati che dopo il periodo del catechismo della loro fanciullezza non hanno più, o quasi più, opportunità di accostarsi ad altre fonti di alimento e sostegno per la loro crescita nella fede. Per cui l'omelia domenicale, e per molti, le omelie in occasione di altre celebrazioni liturgiche (matrimoni, funerali), rimangono le soli circostanze più significative dello sviluppo della loro fede.
È per questo che specialmente nella piccola Pasqua ebdomadaria - la domenica - bisogna curare la predicazione come ministero del “verbo di vita” deposto come un seme di grazia nella comunità cristiana, che così si compagina, si arricchisce di vita, e persino scopre meglio se stessa, prende coscienza di sé, intorno all'altare da dove riceve la parola e il sacramento.
Sarebbe un errore sottolineare soltanto, della celebrazione domenicale, il valore di culto, oppure creare una specie di parallelismo del culto e della omelia, senza educare al senso vivo della unità e integrità dell'assemblea liturgica in cui il sacerdote-pastore dispensa insieme il sacramento e la parola, e la comunità rende il suo culto al mistero che si esprime sia nel sacramento che nella parola, e soprattutto si immedesima in Cristo, che le comunica insieme verità e grazia per mezzo del sacramento e della parola.
La stessa Chiesa, comunità dei credenti, ritrova continuamente non solo il simbolo, ma anche la forza operativa della sua continua unificazione nell'assemblea dei fedeli intorno alla parola e alla eucaristia: assemblea che, nell'antichità cristiana, era designata con lo stesso termine di Chiesa.
È in questa assemblea che emerge la figura del vescovo e del presbitero suo rappresentante, vicario come ministro sia del sacramento sia della parola: e in ogni caso come pastore, che, nella Chiesa, ha l'autorità di benedire, consacrare e predicare.
A questo scopo, come ricorda la Costituzione Sacrosanctum Concilium, è bene che, ordinariamente, sia lo stesso presidente dell'assemblea liturgica a predicare (cfr. SC 7), anche al fine di esprimere visibilmente la presenza speciale dl Signore. Perciò il presidente della celebrazione eucaristica è ministro per eccellenza della Parola. E tutto ciò a dimostrare che nella norma della Chiesa, come nel suo spirito, omelia e liturgia, parola e sacramento, liturgia della parola e liturgia del sacrificio sono inscindibili, interdipendenti, in logico sviluppo tra loro. Spetterà al sacerdote, al lettore, al commentatore C secondo il proprio ministero e ufficio C mettere in risalto questo legame e inculcare nei fedeli il senso dell'unità tra il sacrificio, in cui si rinnova il mistero della salvezza e la predicazione liturgica, in cui la salvezza è annunciata e proclamata.
A voler sintetizzare quanto fin qui espresso potremmo riassumere questi concetti con le parole di R. Gerardi: “L'omelia che è la spiegazione liturgica della parola di Dio, segue, illuminando e interiorizzando, l'adesione di fede mantenendo la fede di conversione e maturando la fede di dottrina. L'omelia è parte integrante della stessa liturgia, si dirige a tutti i membri dell'assemblea, parte dai testi sacri, deve avere lo stile di una conversazione, manifesta la perenne attualità del Vangelo, decifra il significato dei fatti e delle parole bibliche e liturgiche alla luce di tutta la storia della salvezza, applica la dottrina alla vita, spingendo a porre in pratica la Parola e introducendo al sacrificio eucaristico nella comunione con il Signore” .... Essa è “apostolica perché è annuncio che risveglia e incrementa la fede; catechetica, perché è un approfondimento della scelta della fede, alla luce della storia salvifica; profetica, perché in essa la parola di Dio giunge all'uomo d'oggi per provocare una sua risposta personale; mistagogica perché è tramite tra la Parola e il sacramento e introduce i componenti dell'assemblea liturgica nella celebrazione del mistero”.
Il messaggio omiletico va pensato in riferimento a chi ascolta e deve svilupparsi in modo da offrire agli uditori elementi per riflettere, meditare e, infine, da attuare nella ferialità della quotidianità. Pertanto gli elementi formali che si esprimono nell'omelia non sono idee astratte, ma simboli e sentimenti significanti di un significato, che debbono raggiungere l'intelletto, gli affetti e la volontà.
1. L'obiettivo del messaggio omiletico
A. L'intelletto
L'omelia deve raggiungere l'intelletto degli uditori per far comprendere le “verità della salvezza” e la dottrina essenziale per la salvezza. Occorre, tuttavia rifuggire l'intellettualismo puro, tanto meno il cerebralismo: l'omelia non è una lezione scolastica! L'esposizione, dunque, deve essere pedagogico-didascalica e insieme edificante e concreta.
In questa sua funzione l'omelia ha soprattutto il compito di:
- interpretare per i fedeli il senso della Sacra Scrittura, che è la principale fonte della predicazione;
- illustrare l'importanza religiosa delle dottrine e dei fatti della Sacra Scrittura che vengono predicati;
- chiarire e anzi formare sane idee religiose e morali nella mente dei fedeli, alla luce della parola di Dio che viene loro predicata.
Come si vede, l'esposizione esplicativa ha nella predicazione una importanza essenziale e il predicatore deve sempre ricordare che per i fedeli essa risponde a una necessità imprescindibile: capire la predica, vedersi aperta la verità, dissigillata la parola di Dio.
Per riuscire più agevolmente in tale impresa, il predicatore potrà servirsi di alcuni mezzi pedagogico-didattici:
- la spiegazione nominale riguardante il valore letterale ed eventualmente etimologico dei termini cui fa ricorso nella predicazione, specialmente di quelli più lontani dal linguaggio corrente e dalla vita quotidiana;
- la parafrasi, ossia l'esposizione di un'idea con più parole, per meglio delucidarla;
- la spiegazione reale, riguardante le idee e le cose di cui si parla;
- la rappresentazione sensibile delle idee, attraverso il linguaggio figurato, il simbolismo, le analogie;
- il racconto, che mediante un esempio storico, reale o fittizio, vuole facilitare l'insegnamento di una verità.
Sono tutti mezzi che, impiegati bene, influiscono sulla fantasia e sui sensi rendendo più intelligibile e attraente la verità. Dicevamo del racconto. Una componente letteraria del genere omiletico è proprio quella del racconto o della narrazione evangelica, come memoria attualizzante della storia di Dio. Narrare non ha, quale suo obiettivo, l'accettazione razionale da parte degli uditori delle cose narrate, ma piuttosto il suscitare emotivamente ed empaticamente l'identificazione con i soggetti che nel racconto sono narrati, la partecipazione al loro quotidiano svolgersi della vita. Così il racconto intende provocare una decisione che possa pervenire immediatamente a una azione, in maniera molto più incisiva di quanto si potrebbe ottenere con la persuasione argomentativa.
Così dicasi dell'immagine. L'immagine è la grande risorsa del predicatore. Saperne far uso significa rendere il discorso agile, vivo, interessante, piacevole, e rispondere più facilmente a tutte le esigenze della predicazione: ut veritas doceat, non solo, ma anche ut placeat et moveat.
Ma perché l'immagine sia utile, cioè efficace, deve essere:
- propria, cioè pertinente alla cosa di cui si fa il paragone;
- facilmente intelligibile, altrimenti complica il discorso e confonde le idee;
- nobile, senza grossolanità, puerilità, goffaggini;
- non troppo abbondante e moltiplicata, altrimenti finisce col soffocare l'idea;
- ben applicata, altrimenti non serve o addirittura nuoce alla verità da spiegare.
Le immagini per la predicazione si possono attingere a molte fonti: la natura, l'arte, la poesia, la Sacra Scrittura, ecc.: ma bisogna assimilarle e ripeterle con un tocco che faccia sentire la vibrazione personale e, se possibile, un po' di genialità. L'elaborazione della omelia deve rispondere anche a un'altra esigenza: la dimostrazione, che tende a provare la verità predicata.
Occorre, tuttavia tenere in debito conto che si tratta di dimostrazione omiletica e non strettamente scolastica, per la cui ragione segue un suo proprio metodo, fondato su alcuni presupposti:
- vi sono delle verità rivelate che in sede omiletica non hanno bisogno di dimostrazione;
- in altri casi, basta determinare bene il senso di una dottrina o di una legge della Chiesa per farne vedere la bontà e la verità;
- quando la dimostrazione ha luogo, deve essere adattata alla capacità degli uditori: altro è fare una dimostrazione scolastica, altro è persuadere della stessa verità un uditorio multiforme e variegato anche culturalmente;
- per impostare e dosare bene la dimostrazione si deve considerare e mettere in evidenza il reale valore della verità che si predica, sia presa in se stessa, sia in relazione alle circostanze, perché soprattutto questo valore deve essere l'obiettivo della dimostrazione;
- la prova che si porta deve essere vera, profonda, incisiva, sicura: bisogna anche tener presente che il moltiplicare le prove stanca l'uditore e può lasciare in lui l'impressione che non esista un'unica prova decisiva e certa.
Il metodo della dimostrazione omiletica è assai importante. Insieme può fare appello alla ragione, alla esperienza, alla storia, ma senza pretendere di provare con la ragione ciò che supera i suoi limiti.
B. La mozione del sentimento e della volontà
Come ormai più volte è stato sottolineato, l'omelia deve essere elaborata in modo da muovere il sentimento del cuore, ut veritas placeat; è questo il modo di aprire la via anche all'intelletto: ut veritas pateat. In ogni dialogo profondo, soprattutto quando esso è teso a creare comunione e scambio di doni, la cosa che più conta è la constatazione che i sentimenti sono presenti e ricorrenti. L'esperienza di tutti i giorni fa toccare con mano questo presupposto: allorquando si discute, si ragiona, si manifestano opinioni; molto spesso ci si divide, almeno in ordine alle ideologie, o nella migliore delle ipotesi, ciascuno rimane della propria opinione. Quando, al contrario, si comunicano sentimenti davvero profondi, tra tutti si crea una atmosfera e una unione davvero comunitaria.
La parola di Dio ha già di per sé una notevole capacità emotiva. I sentimenti che essa contiene, sono gli stessi sentimenti di Dio e del suo cuore di Padre, che si fanno percepibili attraverso l'umanità di Cristo.
Nessuno deve temere di provare sentimenti! La valenza emozionale ha una importanza determinante nelle relazioni interpersonali e nella nostra relazione con il trascendente e il divino. L'esperienza dei mistici ci conforta in questa convinzione e ci conferma nella bontà del sentimento.
Il predicatore deve cercare di suscitare un tale clima ricco di nobile sentimento durante l'omelia; vi riuscirà anzitutto con la sua stessa personalità, comprensione, bontà, rettitudine; poi servendosi al momento opportuno di esempi e di fatti che incidano nella psicologia dei fedeli nello stesso senso della verità predicata; e ancora col suo linguaggio, se sarà espressione della convinzione interiore, dello zelo apostolico, della passione per le anime e per il regno di Dio, che lo fanno parlare ex abundantia cordis.
La comunicazione orale possiede una forte capacità di intimità e la voce umana ha un potere straordinario quando si rivolge a persone che, come nell'ascolto dell'omelia, si trovano a vivere gli uni vicino agli altri. Gli uditori possono sentirsi quasi trascinati dal predicatore, immedesimandosi in ciò che dice, sentendosi parte coinvolta in ciò che l'oratore dice. E' evidente che tutto ciò suppone, da parte del predicatore, un minimo di conoscenza della teoria e delle tecniche della comunicazione e, soprattutto, la convinzione di ciò che dice e del ministero che sta compiendo in nome e per conto della Chiesa. Tuttavia, esaurire l'omelia nel gioco degli affetti e dei sentimenti sarebbe denaturarla e privarla di significato.
Anche la volontà dev'essere mossa: ut veritas moveat. È il bene pratico della predica. Per ottenerlo occorre:
- dimostrare alla volontà la possibilità di osservare la legge di Dio;
- portare i motivi determinanti, ossia le idee morali e religiose che direttamente possono influire sulla volontà, dosandole e applicandole opportunamente secondo i casi, le circostanze, i temi svolti ecc.