mercoledì, 11 novembre 2009, ore 18:29

Il sacerdote nella celebrazione eucaristica

Riprendiamo con questo articolo la rubrica “Spirito della Liturgia”, che si propone di presentare, in modo accessibile e sintetico, diversi temi di teologia liturgica. Questo primo articolo presenta ai lettori il tema generale della nuova annata, che si estenderà sino alla fine del mese di giugno 2010.

di don Mauro Gagliardi,
da Zenit (11/11/2009)


Il Santo Padre Benedetto XVI ha indetto, come a tutti noto, l’Anno Sacerdotale (giugno 2009 – giugno 2010), in occasione del 150° anniversario del dies natalis del Santo Curato d’Ars. L’intento è di «contribuire a promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi» [1]. San Giovanni Maria Vianney, oltre a rappresentare al vivo un modello sommo di sacerdote, ha sempre annunciato con chiarezza e con enfasi l’incomparabile dignità del sacerdozio e la centralità del ministero ordinato in seno alla Chiesa. Attingendo ai suoi insegnamenti, il Santo Padre ha riproposto le seguenti parole del Santo: «“Oh come il prete è grande!... Se egli si comprendesse, morirebbe... Dio gli obbedisce: egli pronuncia due parole e Nostro Signore scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude in una piccola ostia...”». E ancora: «Tolto il sacramento dell’Ordine, noi non avremmo il Signore. Chi lo ha riposto là in quel tabernacolo? Il sacerdote. Chi ha accolto la vostra anima al primo entrare nella vita? Il sacerdote. Chi la nutre per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio? Il sacerdote. Chi la preparerà a comparire innanzi a Dio, lavandola per l’ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest’anima viene a morire [per il peccato], chi la risusciterà, chi le renderà la calma e la pace? Ancora il sacerdote... Dopo Dio, il sacerdote è tutto!... Lui stesso non si capirà bene che in cielo» [2].

Come si vede, san Giovanni Maria individua la grandezza del sacerdote con riferimento privilegiato al potere che egli esercita nei sacramenti a nome e nella Persona di Cristo. Benedetto XVI ha messo in evidenza questo fatto, riportando ancora altre parole del Curato d’Ars, che si riferiscono in particolare al ministero di celebrare la Santa Eucaristia. Il Papa scrive che il Santo «era convinto che dalla Messa dipendesse tutto il fervore della vita di un prete: “La causa della rilassatezza del sacerdote è che non fa attenzione alla Messa! Mio Dio, come è da compiangere un prete che celebra come se facesse una cosa ordinaria!”» [3].

L’Anno Sacerdotale propone alla nostra riflessione la figura del sacerdote e, in modo particolare, la sua dignità di ministro ordinato che celebra i sacramenti, a beneficio di tutta la Chiesa, nella Persona di Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote [4].

In questo Anno Sacerdotale, che si celebra tra il 2009 ed il 2010, ci sono tuttavia anche altre ricorrenze che merita ricordare, perché intimamente connesse con l’indole eucaristica della dignità sacerdotale. Nel 1969, il Papa Paolo VI promulgava, con la Costituzione apostolica Missale Romanum, il nuovo Messale approntato dopo il Concilio Vaticano II. Nel presente anno 2009, dunque, si celebra il 40° di tale promulgazione. Il prossimo anno 2010, si celebreranno altri due anniversari, pure legati direttamente alla celebrazione dell’Eucaristia. Il primo coincide con il 40° anniversario (1970-2010) della promulgazione della definitiva editio typica (prima) della Institutio Generalis Missalis Romani. Il secondo coincide con il 440° anniversario della promulgazione del Messale attualmente detto Vetus Ordo o Usus antiquior, promulgato da san Pio V con la Costituzione apostolica Quo primum del 14 luglio 1570. Tale Costituzione è richiamata, assieme al Messale di san Pio V, sin dalle prime parole della menzionata Costituzione apostolica Missale Romanum di Paolo VI [5].

I due Messali, uniti anche dalla celebrazione dei rispettivi anniversari, sono due forme dell’unica lex orandi della Chiesa di Rito latino. A questo riguardo, si è espresso il Santo Padre Benedetto XVI, insegnando che, in relazione al Messale di Paolo VI, «il Messale Romano promulgato da san Pio V e nuovamente edito dal beato Giovanni XXIII deve venir considerato come espressione straordinaria della stessa “lex orandi” [“legge della preghiera”] e deve essere tenuto nel debito onore per il suo uso venerabile e antico. Queste due espressioni della “lex orandi” della Chiesa non porteranno in alcun modo a una divisione nella “lex credendi” (“legge della fede”) della Chiesa; sono infatti due usi dell’unico Rito Romano. Perciò è lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgato dal beato Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato, come forma straordinaria della Liturgia della Chiesa» [6].

La possibilità di una serena ed armonica coesistenza delle due forme dell’unico Rito Romano è infine stata indirettamente affermata anche dalla compresenza di entrambi gli Ordines Missae (beato Giovanni XXIII e Paolo VI) all’interno del recentissimo Compendium Eucharisticum, pubblicato dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti [7].

La coincidenza di queste diverse ricorrenze ha dettato anche il tema che la rubrica Spirito della Liturgia si propone di approfondire quest’anno: quello del «Sacerdote nella Celebrazione eucaristica». Attraverso brevi articoli a cadenza quindicinale, redatti da teologi, liturgisti e canonisti competenti, cercheremo di presentare in modo chiaro ed accessibile il ruolo ed il compito del sacerdote nelle diverse parti della Messa, tenendo presenti entrambi i Messali di cui si celebrano gli anniversari. L’auspicio è che questi articoli possano aiutare i sacerdoti a cogliere l’opportunità di riflessione e di conversione offerta dall’Anno Sacerdotale, e che li possano stimolare ad una cura sempre più attenta dell’ars celebrandi. Speriamo inoltre che i contributi che saranno via via pubblicati possano aiutare anche gli altri lettori – religiosi, religiose, seminaristi, fedeli laici – a riconsiderare con maggiore attenzione, e a venerare con profondo rispetto religioso, la grandezza del Mistero eucaristico e la dignità del ministero sacerdotale, nonché a riscoprire la loro centralità nella vita e nella missione della Chiesa.


Note
[1] Benedetto XVI, Lettera di Indizione dell’Anno Sacerdotale, 16/06/2009.
[2] Ibid.
[3] Ibid.
[4] I presbiteri «esercitano al massimo grado il loro sacro munus nel culto eucaristico o sinassi, nella quale, agendo in persona di Cristo [in persona Christi] e proclamando il suo mistero, uniscono i voti dei fedeli al sacrificio del loro Capo, e nel sacrificio della Messa rappresentano ed applicano l’unico sacrificio della nuova alleanza, cioè di Cristo che si offrì al Padre una volta per sempre come Vittima immacolata, fino alla venuta del Signore»: Concilio Vaticano II, Lumen gentium, n. 28: AAS 57 (1965), p. 34. Cf. anche Presbyterorum Ordinis, nn. 2; 12; 13.
[5] Cf. Paolo VI, Missale Romanum, 03.04.1969: AAS 61 (1969), p. 217.
[6] Benedetto XVI, Summorum Pontificum, 07.07.2007, art. 1.
[7] Cf. Congregatio de Cultu Divino et Disciplina Sacramentorum, Compendium Eucharisticum, LEV, Città del Vaticano 2009. La preparazione di questo testo era stata affidata direttamente dal Santo Padre, che ne aveva dato notizia nella Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis, 22.02.2007, n. 93.
mdeledda
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sabato, 07 novembre 2009, ore 21:44

La liturgia non sia motivo di fratture

di Andrea Gagliarducci,
da Pontifex Roma (07/11/2009)


Benedetto XVI ha parlato anche della liberalizzazione del rito preconciliare nel suo incontro con i vescovi francesi. In Francia, le polemiche per le aperture del Motu Proprio del Papa sono state intense, ma Benedetto XVI ha invitato i vescovi francesi a fare tutto il possibile per evitare divisioni, accogliendo i tradizionalisti. “Alcuni frutti – ha detto, riferendosi proprio al Motu Proprio – di queste nuove disposizioni si sono già manifestati, e io spero che l’indispensabile pacificazione degli spiriti sia, per grazia di Dio, in via di realizzarsi. Misuro le difficoltà che voi incontrate, ma non dubito che potrete giungere in tempi ragionevoli a soluzioni soddisfacenti per tutti, così che la tunica senza cuciture di Cristo non si strappi ulteriormente. Nessuno è di troppo nella Chiesa. Ciascuno, senza eccezioni, in essa deve potersi sentire a casa sua, e mai rifiutato”. La volontà è quella di arricchire il rito post-conciliare con quello pre-conciliare, andando incontro a quanti si sentono ancora legati al rito svolto con Messale di San Pio V. A Roma è stata istituita anche una parrocchia che celebra solo la Messa nell’antico rito. Eppure, le difficoltà non sembrano sopirsi. Tanto che nella stessa Chiesa, i vescovi ostacolano l’applicazione del Motu Proprio sulla Messa in latino.

È la denuncia di monsignor Camille Perl, segretario della Commissione Ecclesia Dei. Monsignor Perl parla al Convegno: “Il motu proprio Summorum Pontificorum di Sua Santità Benedetto XVI – Una ricchezza spirituale per la Chiesa un anno dopo”. E ricorda: “In Italia la maggioranza dei vescovi, con poche ammirevoli eccezioni, hanno posto ostacoli all’applicazione del motu proprio sulla messa in latino. Lo stesso bisogna dire di molti superiori generali che vietano ai loro sacerdoti di celebrare la messa secondo il rito antico”. I motivi? Riguardano anche l’educazione dei sacerdoti, cui è stato insegnato che il rito di San Pio V è superato. Molti giovani sacerdoti, poi, non sanno assolutamente come celebrare con il rito di San Pio V, anche se da alcuni c’è una richiesta di ritornare alla tradizione.

Ma ostacoli alla messa in latino ci sono anche all'estero: «In Germania la Conferenza episcopale ha pubblicato una direttiva molto burocratica che rende di difficile applicazione il motu proprio». Le richieste da parte dei fedeli provengono da un nucleo di Paesi: Francia, Gran Bretagna, Canada, Stati Uniti, Australia. In Francia vi sono luci e ombre. Alcuni giovani sacerdoti hanno preso l'iniziativa, ha spiegato monsignor Perl, di celebrare la messa secondo il rito di San Pio V rivisto da Giovanni XXIII senza chiedere l'autorizzazione ai vescovi. «Del resto - ha detto il Segretario di Ecclesia Dei - il Papa aveva messo nelle loro mani il messale antico. Alcuni vescovi hanno appoggiato queste iniziative, altri no».

C’è un problema più generale: la scarsità di sacerdoti. «Si accumulano – dice monsignor Perl - sulla mia scrivania le lettere di fedeli di varie parti del mondo che reclamano l'applicazione del motu proprio. Ma bisogna tenere conto del fatto che il numero dei sacerdoti è scarso un po' ovunque. Così un prete che deve già celebrare tre o quattro messe in un giorno non riesce ad aggiungerne un'altra. Questo è un problema soprattutto nelle diocesi di campagna in Francia e in Germania dove un solo prete ha un territorio ampio da coprire».

Anche negli Stati Uniti ci sono fedeli che devono fare parecchia strada per raggiungere la chiesa dove si celebra la messa in latino perché non tutti i sacerdoti la vogliono celebrare. Così, dice Perl, «dobbiamo ricordarci che un anno è poco nella vita della Chiesa, ed è normale che molti fedeli siano delusi perché pensavano a un'applicazione immediata e capillare ovunque». Conclude Perl: «Non abbiamo intenzione di fare il processo alla liturgia nuova», tuttavia la liturgia post-conciliare «è una mescolanza di antico e nuovo che produce spesso una mancanza di armonia e una confusione».

Dall’altra parte, il cardinal Castrillon Hoyos fa notare che, in merito all’applicazione del Motu Proprio, ci sono alcuni tradizionalisti che sono “insaziabili”. Castrillon denuncia addirittura che sono arrivate richieste per “dedicare la Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma in modo esclusivo al rito antico”. “Insaziabile, incredibile”, dichiara Castrillon Hoyos. Che spiega che coloro che parlano di “vittoria” quando il Papa dà la comunione ai fedeli in ginocchio sbagliano, e non aiutano il progetto di Benedetto XVI.
mdeledda
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domenica, 01 novembre 2009, ore 21:25

Il Vaticano II non ha mai abolito il latino

di Bruno Volpe,
da
Pontifex Roma (01/11/2009)

«Alla domanda che talvolta spesso mi pongono, se è meglio la messa antica o quella del Novus Ordo rispondo che è come il caso dei bimbi, ai quali si chiede se amano più il papà o la mamma»: se la cava con una simpatica battuta il cardinale colombiano Dario Castrillon Hoyos, Presidente Emerito della Pontificia Commissione Ecclesia Dei.

Eminenza che cosa bisogna fare per dare maggior senso del sacro alla messa?
In questo caso, per spiegarlo, non basterebbero dieci interviste. Mi limito a fare un esempio.

Prego.
Esiste, come lei sa, il canone romano.

Un poco lungo.
Vero. Ma cinque minuti in più nella celebrazione non sono certo una tragedia, se ne perdono tanti in cose innecessarie e talvolta antiliturgiche. Il canone romano esiste anche nel Novus Ordo e sicuramente da alla messa maggior senso del sacro. Credo che sarebbe auspicabile un maggior utilizzo, ma spesso molti sacerdoti vanno di fretta.

Circola un luogo comune secondo il quale il Vaticano II avrebbe abolito il latino.
Una stupidaggine. Il Concilio ha lasciato il latino ed anzi ne suggerisce la utilizzazione. Ha soltanto aperto alla utilizzazione delle lingue locali come opzione. Segnalo, tanto per non fare polemica, che i padri conciliari hanno sempre celebrato la messa con i libri di San Pio V. Questo lo hanno fatto i padri conciliari.

Intanto sono cominciati a Roma i dialoghi dottrinali tra la Santa Sede e i tradizionalisti, che notizie ha?

Mi sembra che il Papa abbia fatto molto bene ad avviare questo tavolo di negoziato su questioni dogmatiche molto delicate e direi difficili. Ragion per cui ritengo che non si tratti di incontri facili e tanto meno destinati a durare poco. Mi pare opportuno che su questioni fondamentali vi siano posizioni chiare.

Le nota nella Fraternità?
Ecco, appunto. Io non conosco ancora la posizione ufficiale di tutta la Fraternità. Voglio dire che se da un lato si ascoltano discorsi accettabili e promettenti,ogni tanto se leggono in ordine sparso, altri meno concilianti e di tenore diverso. Sarebbe bene da questo punto di vista maggior uniformità anche nella Fraternità.

Da quanto le risulta in che clima si sono avviati questi incontri?
Io non vi ho preso parte,ma da quanto so il clima mi sembra disteso e sereno. Indubbiamente discutere con i nervi saldi aiuta e mi auguro che questa calma duri sempre durante tutto il negoziato. Una soluzione è auspicabile per la stessa unità della Chiesa che sta tanto a cuore al Papa. (...)
mdeledda
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sabato, 31 ottobre 2009, ore 21:46

Intervista al card. Cañizares sulla riforma della riforma

Il blog New Liturgical Movement pubblica la parte “liturgica” di una recente intervista rilasciata dal cardinal prefetto della Congregazione per il Culto Divino, Antonio Cañizares Llovera.

da Messa in latino (31/10/2009)

A breve sarà trascorso un anno dalla Sua nomina a prefetto della Congregazione per il Culto Divino (...). Come valuta il suo debutto nella Curia romana?
Non spetta a me valutare il mio operato. Tutto ciò che ho da dire è che è un periodo molto importante per tutti, c’è un lavoro intenso ed ha avuto luogo una plenaria della Congregazione, sono state avanzate delle proposte che il Santo Padre ha approvato e costituiscono la nostra base di lavoro. Il grande obiettivo è ravvivare lo spirito della liturgia nel mondo

Quali sono state le prove più urgenti che ha dovuto affrontare?
Qui c’è ogni mattina un affare urgente, relativamente agli eccessi ed errori che vengono compiuti in campo liturgico, ma al di sopra di tutti, la sfida più urgente ovunque è il recupero del senso della liturgia. Non si tratta di cambiare le rubriche o introdurre cose nuove, si tratta semplicemente di vivere la liturgia e metterla al centro della vita della Chiesa. La Chiesa non può esistere senza la liturgia, poiché la Chiesa è qui per la liturgia, per lodare, ringraziare, offrire il sacrificio del Signore, per glorificare... Questo è fondamentale, senza tutto ciò non ci sarebbe la Chiesa. Anzi, non ci sarebbe l’umanità. Pertanto questo è un compito estremamente urgente e pressante.

Come si può recuperare il senso della liturgia?
Al presente lavoriamo con calma su diverse questioni relative a progetti educativi. Questa è la prima necessità: una buona e genuina formazione liturgica. Il soggetto della formazione liturgica è critico perché in realtà non c’è sufficiente educazione [al momento]. La gente crede che la liturgia sia una questione di forme e realtà esteriori, e noi crediamo sia necessario recuperare il senso del culto, ad esempio il senso di Dio in quanto Dio. Questo senso di Dio può essere riscoperto solo attraverso la liturgia. Di conseguenza il Papa è molto impegnato a sottolineare la priorità della liturgia nella vita della Chiesa. Quando uno vive lo spirito della liturgia, entra nello spirito del culto, nella riconoscenza verso Dio e in comunione con Lui, ed è questo che trasforma l’uomo in una persona nuova. La liturgia è sempre rivolta a Dio, non alla comunità; non è la comunità che fa la liturgia, ma Dio. È Lui che viene ad incontrarci e a offrirci di partecipare alla Sua vita, alla Sua grazia e al Suo perdono... Quando si vive davvero la liturgia e Dio è davvero al centro di essa, tutto cambia.

Siamo così lontani oggi dal vero senso del mistero?
Sì, attualmentec’è una grande secolarizzazione, il senso del mistero e del sacro è andato perduto, non si vive più secondo lo spirito di rendere culto a Dio e di lasciarLo essere Dio. Allora crediamo necessario fare continui cambiamenti in liturgia, innovare e rendere creativa ogni cosa. Non è necessario questo nella liturgia, bensì rendere vero culto, cioè riconoscere Colui che ci trascende e che si offre per salvarci. Il mistero di Dio che è l’incredibile mistero del Suo amore, non è qualcosa di vago, ma è Qualcuno che viene ad incontrarci. Dobbiamo riscoprire l’uomo che adora. Dobbiamo riscoprire il senso del mistero. Dobbiamo recuperare ciò che non si sarebbe mai dovuto perdere. Il più grande male che può essere fatto all’uomo è tentare di eliminare dalla sua vita la trascendenza e la dimensione del mistero. Oggi ne sperimentiamo conseguenze in tutti gli ambiti della vita. Sono la tendenza a rimpiazzare la verità con l’opinione, la confidenza col disagio, il fine con i mezzi… Per questo è così importante difendere l’uomo contro tutte le ideologie che ne intaccano la triplice relazione col mondo, con Dio, con gli altri e con Dio. Mai prima si era tanto parlato di libertà e mai c’erano state così tante schiavitù.

Dopo molti anni vissuti tra l’insegnamento e il ministero episcopale, come ha vissuto la chiamata a servire nella Curia Romana come “ministro del Papa”?
L’ho accettata con grande gioia, perché significa compiere la volontà di Dio. Quando uno fa la volontà di Dio è felicissimo, benché devo ammettere che non mi aspettavo qualcosa del genere. Allo stesso tempo il fatto di lavorare insieme al Papa mi permette di vivere intensamente il mistero della comunione. Mi sento davvero unito a lui, lieto di aiutarlo a realizzare le sue richieste e come è noto, uno dei suoi obiettivi principali riguarda la liturgia.

***

Cañizares non scende nei dettagli ma, dell'intervista si è occupato anche il giornalista Marco Tosatti (La Stampa, 29 ottobre 2009) il quale ripete che «Secondo indiscrezioni pubblicate da Il Giornale ad agosto, la Plenaria avrebbe deciso in favore di una maggiore sacralità del rito, di un recupero del senso dell’adorazione eucaristica, di un recupero della lingua latina nella celebrazione e del rifacimento delle parti introduttive del messale per porre un freno ad abusi, sperimentazioni selvagge e inopportune creatività. Si sarebbero anche detti favorevoli a ribadire che il modo usuale di ricevere la comunione secondo le norme non è sulla mano, ma in bocca. C’è, è vero, un indulto che permette, su richiesta degli episcopati, di distribuire l’ostia anche sul palmo della mano, ma questo dovrebbe in futuro rimanere un fatto straordinario. Il “ministro della liturgia” di Papa Ratzinger, Cañizares, starebbe anche facendo studiare la possibilità di recuperare l’orientamento verso Oriente del celebrante almeno al momento della consacrazione eucaristica, come accadeva di prassi prima della riforma, quando sia i fedeli che il prete guardavano verso la Croce e il sacerdote dava dunque le spalle all’assemblea».
mdeledda
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giovedì, 22 ottobre 2009, ore 19:24

Ammutolisca ogni carne umana

di Manuel Nin,
da L'Osservatore Romano (22/10/2009)


Il 23 ottobre, nella tradizione bizantina, si celebra la memoria di san Giacomo, fratello del Signore, primo vescovo di Gerusalemme. Nel Pontificio Collegio Greco di Roma, la domenica più vicina a questa data si celebra, ormai da alcuni decenni, la Divina liturgia con una anafora che la tradizione bizantina ha lasciato cadere praticamente del tutto e che invece la tradizione siro-occidentale usa molto spesso, assieme all'anafora dei Dodici apostoli.

L'anafora di san Giacomo si trova in diverse versioni linguistiche ma specialmente in greco e in siriaco, che a sua volta sarebbe la traduzione da un testo greco più semplice e arcaico dell'attuale. Per entrambe le versioni, l'attribuzione a san Giacomo, fratello del Signore, è unanime. Ci sono poi versioni georgiana, armena, etiopica, a dimostrazione dell'importanza che questo testo ebbe almeno durante il primo millennio. È chiaro che si tratta di una liturgia che proviene da Gerusalemme, con molti riferimenti a personaggi veterotestamentari (Abele, Noè, Abramo, Zaccaria), ai luoghi santi, alla Gerusalemme celeste, con l'ingresso nel Santo dei Santi, la processione del piccolo ingresso con l'evangeliario e la croce, le diverse preghiere - collegate col salmo 140 - di benedizione dell'incenso.
   
Riguardo alla datazione ci sono diverse ipotesi che la collocano tra la fine del III secolo fino al VI o VII secolo. È sicuramente un testo elaborato in diverse tappe, ma già quasi completo alla fine del IV secolo. L'anafora di san Giacomo è teologicamente molto diversa da quella di san Giovanni Crisostomo e da quella di san Basilio, e si tratta chiaramente di una liturgia di tipo antiocheno. Nella prassi costantinopolitana l'anafora non è più in uso, e ora viene celebrata soltanto il 23 ottobre a Gerusalemme, nelle isole di Zante e di Cipro e, a Roma, a Sant'Atanasio in una domenica attorno al 23 ottobre.
   
La struttura della celebrazione è un po' diversa da quella abituale nella tradizione bizantina e prevede, almeno per la liturgia dei catecumeni, che essa sia celebrata nel bèma, cioè lo spazio nel centro della navata della chiesa - nelle chiese siriache è uno spazio chiuso anche da un cancello - dove si collocano un ambone per l'evangeliario e un tavolino per la croce; attorno all'evangeliario e alla croce si dispongono il sacerdote col diacono e i preti concelebranti e lì si svolge tutta la liturgia della Parola. La liturgia eucaristica, poi, viene celebrata nel santuario.
   
Nella struttura sono da sottolineare alcuni elementi. Innanzi tutto, l'avvio del Piccolo ingresso subito all'inizio della liturgia, senza le tre antifone della liturgia di san Giovanni Crisostomo, fatto che accomuna questa liturgia con quelle di tradizione siriaca e che ne indica anche una notevole arcaicità. Nelle diverse litanie fatte dal diacono rivolto verso il popolo, nell'ultima petizione - "Facendo memoria della Tuttasanta, Immacolata" - si aggiungono sempre Giovanni Battista, i profeti, gli apostoli, i martiri, e in una di esse anche Mosè, Aronne, Elia, Eliseo, Samuele, Davide, Daniele. Le letture vengono fatte dal bèma, il luogo centrale dove viene proclamata la Parola e dove anche viene commentata. L'inno Ammutolisca ogni carne umana, che prende il posto dell'inno cherubico dell'anafora di san Giovanni Crisostomo ed è lo stesso cantato nel Sabato santo nella liturgia di san Basilio. Infine, lo scambio di pace dopo il Credo, che nella liturgia di san Giovanni Crisostomo è rimasto soltanto tra il clero.
   
L'anafora di san Giacomo viene inquadrata, come d'altronde anche le altre anafore cristiane, tra due grandi movimenti di lode a Dio all'inizio: "È veramente cosa buona e giusta, conveniente e doverosa, lodare inneggiare, adorare, glorificare e rendere grazie a Te, creatore delle cose visibili e invisibili"; e alla fine la conclusione del sacerdote: "Per la grazia, la misericordia e l'amore per gli uomini del tuo Cristo, con il quale sei benedetto e glorificato insieme con il santissimo buono e vivificante tuo Spirito". Cioè il movimento che va dall'opera creatrice di Dio alla sua opera  di  santificazione operata da Cristo per mezzo dello Spirito; dalla creazione, alla redenzione, alla santificazione.
   
Nell'anafora di san Giacomo non vi è, come in altre anafore, l'enumerazione di tutta una serie di attributi apofatici di Dio - invisibile, incomprensibile, incommensurabile - ma, nell'introduzione, soltanto quella di tre titoli: "Creatore di tutte le cose, tesoro dei beni, sorgente di vita e di immortalità", e poi a lungo quella di tutte le schiere chiamate a questa lode: i cieli, il sole,  la luna, la terra, il mare, la Gerusalemme celeste, la Chiesa dei primogeniti, i giusti, i profeti, i martiri, gli apostoli, cherubini, serafini. In altre  parole  sono  tutto il creato e tutta la chiesa che sono attirate alla lode di Dio.
   
Prima della narrazione dell'istituzione dell'eucaristia e dell'epiclesi, l'anafora di san Giacomo narra la storia della salvezza; notiamo una serie di verbi che la scandiscono: "hai avuto compassione, hai creato l'uomo; lui cadde, ma non lo hai disprezzato, non lo hai abbandonato, ma corretto, richiamato, guidato". E alla fine della narrazione vi è la proclamazione del mistero centrale della fede cristiana: "Infine hai inviato nel mondo il tuo proprio Figlio unigenito, nostro Signore Gesù Cristo, perché egli con la sua venuta rinnovasse e risuscitasse la tua immagine". La venuta di Cristo rinnova nell'uomo l'immagine di Dio; in questa frase si ritrova la dottrina sulla salvezza dei padri della Chiesa, da Ignazio di Antiochia a Ireneo, da Origene ad Atanasio e Ambrogio.
   
È importante sottolineare questa centralità del destino dell'uomo nella provvidenza di Dio, nella linea dello stesso Cirillo di Gerusalemme nelle sue Catechesi: "Tutte le creature sono belle, ma ce n'è soltanto una a immagine di Dio e questa è l'uomo. Il sole è stato fatto da un ordine; l'uomo, invece, è stato fatto dalle mani di Dio: facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza". L'anafora di san Giacomo evidenzia un aspetto importante: l'immagine di Dio maltrattata dall'uomo viene rinnovata - cioè ricreata - da Cristo. Questa nuova creazione avviene nella sua incarnazione e l'anafora dice che Cristo "è disceso, si è incarnato, è vissuto insieme, ha disposto tutto".
   
Nell'epiclesi, il dono dello Spirito viene chiesto sui fedeli e sui doni presentati: "Manda su di noi e su questi santi doni che ti presentiamo il tuo Spirito Santissimo". Il testo ha una formulazione trinitaria che sembra conoscere già la formula di Costantinopoli del 381: "Signore e vivificante, consustanziale, condivide l'eternità". Poi ancora l'anafora accenna ad alcuni momenti scritturistici di discesa dello Spirito Santo legati anche ad ambiente gerosolimitano: "è sceso sotto forma di colomba nel Giordano, sui santi apostoli nella camera alta della santa e gloriosa Sion". Ancora l'epiclesi chiede come frutto della santificazione dello Spirito che i doni diventino Corpo e Sangue di Cristo e che la Chiesa sia santificata e rimanga stabile nella roccia della fede.
   
L'azione dello Spirito, in questa anafora, viene strettamente collegata alla sua azione lungo tutta la storia della salvezza; lui "ha parlato nella Legge, nei Profeti e nella nuova Alleanza". Essendo il testo di origine gerosolimitana, è importante sottolineare il collegamento tra lo stesso Spirito che parla nell'antica e nella nuova Alleanza: quello Spirito che parla nella Legge, nei profeti, nella nuova Alleanza, scende su Cristo, sugli apostoli, sui santi doni presentati (e qui si possono aggiungere tutti gli altri sacramenti:  le acque battesimali, il santo crisma).
   
L'epiclesi ha pure una chiara dimensione ecclesiologica, che verrà in qualche modo sottolineata di nuovo nella grande preghiera di intercessione alla fine dell'anafora, la quale ha ancora degli accenni chiaramente gerosolimitani: "a sostegno della tua santa Chiesa cattolica e apostolica che hai stabilito sulla roccia della fede. Ti offriamo questo sacrificio per la tua santa e gloriosa Gerusalemme, madre di tutte le Chiese. Ricordati di questa santa tua città. Ricordati Signore di tutti i cristiani che sono andati o si recano nei luoghi santi di Cristo". I frutti della discesa dello Spirito sono quindi la santificazione dei doni e, per mezzo di essi, la santificazione della Chiesa.
   
La comunione al Corpo e al Sangue di Cristo porta la comunità, la Chiesa alla pienezza della forza dello Spirito. Questo Spirito invocato sulla comunità le viene dato attraverso la comunione ai Santi Doni; lo Spirito costruisce il corpo ecclesiale di Cristo per mezzo della santificazione, della divinizzazione di coloro che vi si comunicano. Già sant'Efrem ha un bellissimo testo in questa stessa linea: "Nel tuo pane si nasconde lo Spirito che non può essere consumato; nel tuo vino c'è il fuoco che non si può bere. Lo Spirito nel tuo pane, il fuoco nel tuo vino:  ecco una meraviglia accolta dalle nostre labbra. Il serafino non poteva avvicinare la brace alle sue dita, che si avvicinò soltanto alla bocca di Isaia; né le dita l'hanno presa né le labbra l'hanno mangiata; ma a noi il Signore ci ha concesso di fare ambedue le cose. Il fuoco discese con ira per distruggere i peccatori, ma il fuoco della grazia discende sul pane e vi rimane. Invece del fuoco che distrusse l'uomo, abbiamo mangiato il fuoco nel pane e siamo stati vivificati". Durante la litania prima del Padre nostro, il sacerdote silenziosamente fa una preghiera in cui chiede la purificazione delle anime e dei corpi e fa un elenco di vizi che devono essere purificati che ricorda tantissimo quelli che poi si ritroveranno nei testi di origine monastica (regole, lettere, ammonimenti): "allontana da noi invidia, arroganza, ipocrisia, menzogna, astuzia, desideri mondani, vanagloria, ira, ricordo delle offese".
   
La liturgia di san Giacomo rispecchia, quindi, tre aspetti importanti:  la centralità della lode di Dio da parte di tutta la creazione e di tutta la Chiesa; la restaurazione (ricreazione) dell'immagine di Dio nell'uomo per l'opera di Cristo; l'azione santificatrice dello Spirito nella storia della salvezza, sui doni, sui credenti.
   
Celebrare la liturgia di san Giacomo, almeno una volta all'anno, è semplicemente fare dell'archeologia liturgica? O, magari, rivendicare il patrimonio liturgico gerosolimitano di fronte all'influsso a livello liturgico che Costantinopoli ebbe sugli altri patriarcati? No, non soltanto celebrare l'anafora di san Giacomo - come tutte le altre anafore cristiane - è celebrare il mistero della morte e risurrezione del Signore, ma è anche celebrare con una anafora che mette di fronte ad aspetti teologici, ecclesiologici, liturgici e anche architettonici un po' diversi da quelli a cui si è abituati nella tradizione bizantina, e soprattutto è celebrare con una anafora che rende presente la comunione con la Chiesa di Gerusalemme, madre di tutte le Chiese cristiane. "Camminando di potenza in potenza e celebrando la divina liturgia nel tuo tempio, ti preghiamo, rendici degni - recita la preghiera di congedo dell'anafora di san Giacomo - del perfetto amore degli uomini. Raddrizza la nostra via, fortificaci nel tuo timore. Abbi pietà di tutti e rendili degni del tuo Regno celeste nel Cristo Gesù nostro Signore".
mdeledda
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sabato, 17 ottobre 2009, ore 22:02

Riflesso della realtà celeste

di Inos Biffi,
da
L'Osservatore Romano (17/10/2009)

Quando la Chiesa pellegrina sulla terra celebra la liturgia, e in particolare l'eucaristia, è persuasa che alla sua lode prenda parte anche la Chiesa celeste. Essa conclude abitualmente i prefazi proclamando d'essere unita «agli angeli e agli arcangeli e a tutti i santi del cielo
» nel canto gioioso dell'inno della gloria, e pregando che le sue «umili voci» si possano associare al loro inno eterno.

La stessa persuasione ritorna lungo il canone: così, nel ricordo della Vergine Maria, dei santi apostoli e martiri e di tutti i santi; nella supplica di poter
«godere della loro sorte beata»; nell'implorazione che l'offerta eucaristica «sia portata sull'altare del cielo».
   
Tutta la popolazione celeste, invisibilmente ma realmente, presenzia ai riti della Chiesa di quaggiù in preghiera. I sensi non la avvertono, ma la percepisce la fede. Viene in mente la convinzione di Newman, che nel caso della liturgia è ancora più fondata. Nel 1831, in un sermone per la festa di san Michele, scriveva:
«Ogni alito d'aria, ogni raggio di luce o di calore, ogni bella vista è, per così dire, l'orlo della veste [degli angeli], l'ondeggiare del manto di coloro i cui volti contemplano Dio». Egli considerava «la Santa Chiesa coi suoi sacramenti e la sua scala gerarchica, (...) fino alla fine del mondo», come «un simbolo di quelle realtà celesti che riempiono l'eternità», e «i suoi misteri (...) soltanto un'espressione, in termini umani, di verità che la mente umana non è in grado di spiegare».
   
Ma non basta riconoscere questa compagnia della Chiesa celeste concelebrante con la Chiesa terrena. In realtà, se noi possiamo celebrare quaggiù la nostra liturgia, è perché la celebra lassù la Comunità beata: il nostro sacrificio è imitazione e riflesso di quello del cielo; la memoria dell'immolazione del Calvario arriva a noi, passando attraverso l'esaltazione del Crocifisso glorioso.
   
Incominciamo, anzitutto, a osservare che la Chiesa esiste sulla terra perché esiste la Chiesa gloriosa, la quale fonda e precede la Chiesa ancora nel tempo.
   
Infatti, la Chiesa trova il suo principio e la sua ragione nel Cristo risorto, che è in assoluto il Capo della Chiesa, suo Corpo. Dove c'è il Risorto, là c'è la Chiesa, là ci sono tutti i giusti che la compongono, tra i quali primariamente la Vergine Maria, e c'è lo stesso mondo angelico, del quale Gesù risorto è ugualmente Signore -
«Capo di ogni Principato e di ogni Potenza» (cfr. Col 2, 10).
   
La figura della Chiesa è ora esemplarmente avverata nella Chiesa celeste, dove la grazia, che deriva tutta dal Crocifisso risuscitato, è trasfigurata e ultimata in gloria.
   
Non è, quindi, la Chiesa del compimento, a seguire le orme della Chiesa del divenire, bensì la Chiesa del divenire che si ispira a quella del compimento.
   
D'altra parte, ogni grazia e ogni ministero nella Chiesa terrena derivano dal Risorto: da Colui che con la risurrezione ha ricevuto
«ogni potere in cielo e sulla terra» (Mt 28, 18) e, «innalzato da terra», trae «tutti» a sé (Gv 12, 32).
   
Tutte le azioni ecclesiali salvifiche sulla terra, finalizzate
«a edificare il corpo di Cristo» - apostolato, profezia, evangelizzazione, attività pastorale e magisteriale (cfr. Ef 4, 1-13) - sono dono del Signore risorto assiso alla destra del Padre e operano dello Spirito da lui inviato.
   
Ne consegue che anche ogni atto liturgico è possibile e valido per la presenza attiva della signoria di Gesù e per l'azione del suo Spirito che, perfettamente in atto in cielo, s'inseriscono nella storia della Chiesa in terra. I nostri riti sono - secondo il linguaggio di sant'Ambrogio e di Newman - un'immagine della verità dei “riti” celesti, dove, in realtà, ormai si sono sciolti i simboli. L'efficacia dei sacramenti proviene tutta da Gesù, che è il Signore vivente, che colma i nostri segni o i nostri servizi. Sant'Ambrogio direbbe:
«A noi appartengono i gesti ministeriali, ma sei tu che li rendi sacri ed efficaci (Nostra servitia, sed tua sunt sacramenta)» (De Spiritu Sancto, i, 17).
   
In altre parole: se per liturgia s'intende la celebrazione della lode divina, il ringraziamento per la redenzione, l'esultanza per la comunione col Cristo glorioso e per la contemplazione, in lui e con lui, della Santissima Trinità, chiaramente è in cielo che questa liturgia si trova nella condizione perfetta.
   
Anzi, dobbiamo riconoscere che i nostri riti, che ancora si svolgono nel tempo, sono possibili, perché a presiederli è Gesù, il Sommo Sacerdote, capace di
«salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore» (Eb 7, 25).
   
La nostra liturgia è sostanziata esattamente dall'intercessione celeste del Figlio di Dio, costituito sacerdote e
«reso  perfetto  per  sempre»  (ibidem, 7, 28).
   
Mancasse questa presenza di Cristo e questa sua persistente intercessione, essa si troverebbe estenuata e impotente. Questo vale in particolare per la celebrazione eucaristica.
   
Né per ciò verrebbe compromesso il valore storico dell'immolazione della Croce. Al contrario. Nella messa è presente il sacrificio del Calvario nella sua verità storica. Solo che quel sacrificio - in cui Cristo, Figlio di Dio,
«sommo sacerdote dei beni futuri» (ibidem, 9, 11), offrì «se stesso» «una volta sola» (ibidem, 9, 26) ottenendo «una redenzione eterna» (ibidem, 9, 12) - a differenza di tutti gli altri sacrifici, destinati a esaurirsi e a ripetersi, ricevette un compimento e una perfezione, o una condizione celeste, che lo riscattavano da una pura storicità e temporalità terrene.
   
Il sacrificio della Croce è il sacrifico del Risorto; un intimo legame connette la morte di Gesù con la sua risurrezione: se Gesù non fosse risorto, il suo sacrificio sarebbe stato inefficace. In questo senso si potrebbe dire che il sacrificio storico della Croce è un sacrificio “celeste”, e per la condizione celeste del Risorto, nella sua reale e singolare storicità, può essere sempre e irripetibilmente presente nella liturgia della Chiesa terrena.
   
Ma queste riflessioni domandano un'attenta e mirata trattazione. Qui importava mettere in luce, che alla celebrazione liturgica della Chiesa, e in modo speciale alla celebrazione dell'eucaristia, fosse pure la più solitaria, la popolazione celeste, con Gesù risorto, tutti i santi e l'intera corte angelica, non solo prende parte, ma ne costituisce il modello. Il nostro culto è ancora
«immagine e ombra delle realtà celesti» (cfr. ibidem, 8, 5), tutto animato dal loro desiderio, in attesa che trapassi in esse, con la venuta del Signore.
   
Ma quanto poco le catechesi sulla messa lo illustrano!
mdeledda
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mercoledì, 14 ottobre 2009, ore 21:19

La riforma liturgica post-conciliare? Siamo messi male...

di Bruno Volpe,
da Pontifex Roma (14/10/2009)


Per molti uomini, anche di chiesa, la messa oggi si è trasformata in una assemblea di condominio, con spettacoli, balli e canti, una roba da far paura": lo afferma senza mezzi termini un "mostro sacro" della musica liturgica, Monsignor Domenico Bartolucci. Il noto sacerdote è attualmente Maestro perpetuo della Cappella Musicale Pontificia Sistina, Accademico di Santa Cecilia, sostituito, con qualche perplessità ed in nome di uno stravagante concetto della creatività, da Monsignor Giuseppe Liberto. Va detto che Monsignor Bartolucci gode la inalterata stima di papa Benedetto XVI che gli concesse l'onore di fargli dirigere un concerto nella Cappella Sistina il giorno 24 giugno 2006. Insomma, una prova di assoluta fiducia, tanto che, secondo quanto si narra nei sacri palazzi, l'allora cardinal Ratzinger non fu molto entusiasta del cambio di direzione con Monsignor Liberto.

Monsignore, che cosa intende dire esattamente?
Che la musica liturgica ormai è diventata poco di più che un orpello, un diversivo e tutto questo è indissolubilmente legato alla crisi della liturgia che si creata dopo la riforma posconciliare.

Una denuncia molto chiara, la sua.
La responsabilità di questa situazione che a dir poco definisco disastrosa è della Chiesa o di parte di essa che nella persone di alcuni Vescovi e parroci, per mania di giovanilismo ha lasciato far, ha permesso tutto.

Spesso nelle messe si sente il suono della chitarra.
Un errore ed un orrore. Nei tempi andati effettivamente nelle corti si usava il clavicembalo ed anche il piano, ma non sono strumenti da messa. Il solo strumento adatto è l'organo, il resto ciarpame, come del resto la batteria e la musica rock. Si sentono suonare cose inaccettabili, musica da discoteca, gettando alle ortiche il senso del sacro. La messa non è mai spettacolo, ma sacrificio, mistero,adorazione. Non abbiamo bisogno di chiassose esibizioni tanto meno di stravaganti effetti di creatività liturgica.

Che cosa pensa della riforma liturgica?
Un fallimento totale che ha fatto un danno alla Chiesa. La messa non è più una cosa sacra tanto meno seria. Il sacerdote, che è altro Cristo, si è convertito in un uomo di teatro. La verità è che la Chiesa in gran parte ha tradito il suo compito, l'ultimo vero e grande Papa della storia della Chiesa fu Pio XII.

Le piace il termine assemblea legato alla messa?

Per nulla. Assemblea di che cosa? Di condominio? Con quell'assurdo gesto della pace che si trasforma in una confusione pazzesca e in gita tra i banchi? Qui la Chiesa combatte una guerra di soli generali senza soldati e il Papa da solo può fare poco.

Il termine “Presidente”?
Men che meno. Lo ripeto, il celebrante non presiede nulla per la semplice ragione che la messa non è una assemblea e che deve prevalere la dimensione verticale e non quella orizzontale, basta con le sciatterie e si recuperi la musica decente. Oggi sentiamo solo banali canzonette da quattro soldi.
mdeledda
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mercoledì, 07 ottobre 2009, ore 19:06

Nella liturgia il sacerdote non è mai il protagonista, ma un intermediario

di Bruno Volpe,
da Pontifex Roma (07/10/2009)


«La liturgia è l'azione di Cristo nella sua Chiesa. È azione divina per eccellenza e come tale va rispettata con decoro e dignità»: lo afferma Monsignor Mario Oliveri, Vescovo di Albenga- Imperia.

In una sua pubblicazione davvero molto bella e sensata, oltre che in convegni, il noto liturgista barese don Nicola Bux ha lamentato spesso l'assenza del senso del sacro nella  liturgia, specie dopo la riforma post conciliare. Condivide?
È del tutto evidente che sempre più spesso manca il senso del sacro. Questo in parte dipende dal fatto che ci siamo dimenticati che nessuno è signore e padrone della liturgia, che in essa nulla si inventa e che la essa è adorazione, mistero, sacrificio. Per questo motivo occorrerebbero meno parole e maggiori momenti di adorazione e di silenzio.

Sempre Bux, questa volta con riferimento alla presenza del celebrante in un posto centrale,ha parlato di clericolatria.
Mi auguro francamente che non si arrivi a tanto. Da noi questo non ccade, ma la tentazione, vedendo certe liturgie, esiste. Ovvero, la idea di considerare il sacerdote come centro della messa. Ci si dimentica che il sacerdote non è mai il dominus della messa, ma semplice intermediario che deve attuare nella persona di Cristo, mai deve attrarre su di sè l'attenzione. La messa non è uno spettacolo o un divertimento.

Insomma, il sacerdote non è mai il punto di riferimento.
Assolutamente no. Il sacerdote, lo ribadisco, è mediatore, mai fulcro e sbagliano coloro i quali cambiano, aggiungono, tolgono o creano. La liturgia non è loro, la liturgia appartiene alla tradizione della Chiesa e basta. Troppi abusi.

Le piace la parola presidente riferita al sacerdote?
Per nulla. Intanto mi sembra una idea esageratamente orizzontale, poi sarebbe meglio chiamarlo celebrante. Il sacerdote non presiede nulla, ma si limita con prudenza, decoro e sobrietà a fare da intermediario tra Cristo e i fedeli, e neppure assemblea.

In quanto alla orientazione della messa, pensa che sia preferibile quella verso oriente?
Guardi, io non faccio polemiche, rispetto le idee altrui, ma ho le mie. Penso che se tutto nella liturgia è orientato verso oriente, cioè, se ogni cosa si rivolge alla Croce, alla Santissima Trinità, al sole che rappresenta la radiosità di Cristo, mi sembra davvero più logico e sensato celebrare rivolti verso oriente. Ma anche in questo aspetto, per evitare rivoluzioni e cambiamenti repentini, va recuoperato il termine di paziente, ovvero di calma aspettativa di una maturazione. Nella liturgia le cose vanno fatte per gradi.

Le piaciono gli applausi che spesso troneggiano nelle messe?
Gli applausi non hanno alcun senso. Certo, non sono satana, ma la messa deve aspirare al divino, al senso del sacro. E gli applausi, in tutta sincerità, rendono la celebrazione molto, ma molto poco sacra. Per quanto possibile, meglio evitarli. Lo ripeto, la messa non è uno spettacolo e nessuno faccia il protagonista.
mdeledda
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lunedì, 05 ottobre 2009, ore 20:56

Il posto liturgico dell'omelia

di Mons. Tommaso Stenico,
da Pontifex Roma (05/10/2009)


È un dato di fatto che ormai la predica è pressoché l’unico modo di assicurare una evangelizzazione alla maggioranza dei credenti. Per questo occorre che i pastori d’anime abbiano in grande considerazione il servizio dell’omelia, perché - come scrisse quel gran prete che fu Giuseppe De Luca in un succoso libretto ormai quasi introvabile - la predica non abbia ad essere un vero tormento per i cristiani! L'omelia, come risulta dalla storia della predicazione e dalla sua stessa natura, trova il suo vero contesto nella assemblea liturgica e più specificatamente nella celebrazione della Messa. È allora che la parola e il sacramento veramente si uniscono e fondono come cause strumentali di un unico effetto:  la santificazione dei credenti. Dalla celebrazione l'omelia dovrebbe derivare la sua consapevolezza di essere di natura sacramentale: mediazione della parla del Signore all'assemblea adunata nel nome della Santa e beata Trinità.

In questo contesto celebrativo l'identità teologico-pastorale dell'omelia è l'osmosi tra "evento" della storia della salvezza e parola, che da esso è originata nella consapevolezza che senza "l'evento di salvezza" la parola sarebbe privata dei suoi contenuti e senza la parola l'"evento di salvezza" non sarebbe "gridato sui tetti" e quindi non storicizzato.

È allora che la Mensa della Parola e dell'Eucarestia dall'altare espandono il loro contenuto soprannaturale nel popolo cristiano mediante il ministero del sacerdote, predicatore e pastore delle anime. È allora che la parola di Dio più facilmente esercita su coloro che partecipano al mistero la sua efficacia, derivante dalla stessa fonte di grazia. È allora che il sacerdote, soprattutto il parroco, può con una conversazione familiare (omelia) svolgere in modo più sistematico la sua opera di istruzione e di formazione dei fedeli, con una pedagogia efficace, perché la predicazione si svolge progressivamente attraverso i cicli e i tempi dell'anno liturgico, che sono come le stagioni di una vita spirituale che annualmente si rinnova e accresce nella riproduzione mistica e sacramentale dell'intero mistero di Cristo .

In realtà la Parola è parte integrante della liturgia, sia con le letture bibliche, sia con la spiegazione omiletica. Essa non è un di più; e nemmeno ha con la liturgia una unione accidentale per una specie di abbinamento di funzioni diverse svolte nello stesso tempo: è invece intimamente connessa al mistero sacrificale e pasquale, come sua illustrazione ai fedeli riuniti nell'assemblea liturgica, come preparazione a parteciparvi, come aiuto a contemplarlo, come istruzione sul modo pratico di trarne e applicarne la virtualità nella trasformazione della vita secondo le sue esigenze. Specialmente l'assemblea domenicale è il luogo adatto per l'amministrazione sia della parola sia del sacramento, unificati nello strumentalismo della grazia.

In questa assemblea spiccano i seguenti caratteri:
  • è una celebrazione collettiva, non solo di diritto (come lo è sempre la liturgia), ma anche di fatto, e perciò la parola diventa meglio, in essa, un bene comune, come il mistero sacrificale che vi si rinnova;
  • ha un contenuto liturgico e didascalico più originale, che presenta punti più marcati e precisi della storia e della dottrina della salvezza;
  • si inserisce e sviluppa gradualmente in un ciclo progressivo, di cui le domeniche e le feste di precetto segnano appunto i grandi momenti, destinati a tradursi per i fedeli in motivi sempre nuovi e crescenti di progresso nella partecipazione viva alla verità e alla grazia di Cristo.
Si aggiunga che, in pratica, l'assemblea domenicale è ancora l'occasione migliore - e spesso l'unica - in cui il sacerdote può parlare ai fedeli che ancora frequentano più o meno abitualmente la chiesa e quindi istruirli e farli partecipare al mistero cristiano che si rinnova nella celebrazione liturgica. Sono molti i battezzati che dopo il periodo del catechismo della loro fanciullezza non hanno più, o quasi più, opportunità di accostarsi ad altre fonti di alimento e sostegno per la loro crescita nella fede. Per cui l'omelia domenicale, e per molti, le omelie in occasione di altre celebrazioni liturgiche (matrimoni, funerali), rimangono le soli circostanze più significative dello sviluppo della loro fede.

È per questo che specialmente nella piccola Pasqua ebdomadaria - la domenica - bisogna curare la predicazione come ministero del “verbo di vita” deposto come un seme di grazia nella comunità cristiana, che così si compagina, si arricchisce di vita, e persino scopre meglio se stessa, prende coscienza di sé, intorno all'altare da dove riceve la parola e il sacramento.

Sarebbe un errore sottolineare soltanto, della celebrazione domenicale, il valore di culto, oppure creare una specie di parallelismo del culto e della omelia, senza educare al senso vivo della unità e integrità dell'assemblea liturgica in cui il sacerdote-pastore dispensa insieme il sacramento e la parola, e la comunità rende il suo culto al mistero che si esprime sia nel sacramento che nella parola, e soprattutto si immedesima in Cristo, che le comunica insieme verità e grazia per mezzo del sacramento e della parola.

La stessa Chiesa, comunità dei credenti, ritrova continuamente non solo il simbolo, ma anche la forza operativa della sua continua unificazione nell'assemblea dei fedeli intorno alla parola e alla eucaristia: assemblea che, nell'antichità cristiana, era designata con lo stesso termine di Chiesa.

È in questa assemblea che emerge la figura del vescovo e del presbitero suo rappresentante, vicario come ministro sia del sacramento sia della parola: e in ogni caso come pastore, che, nella Chiesa, ha l'autorità di benedire, consacrare e predicare.

A questo scopo, come ricorda la Costituzione Sacrosanctum Concilium, è bene che, ordinariamente, sia lo stesso presidente dell'assemblea liturgica a predicare (cfr. SC 7), anche al fine di esprimere visibilmente la presenza speciale dl Signore. Perciò il presidente della celebrazione eucaristica è ministro per eccellenza della Parola. E tutto ciò a dimostrare che nella norma della Chiesa, come nel suo spirito, omelia e liturgia, parola e sacramento, liturgia della parola e liturgia del sacrificio sono inscindibili, interdipendenti, in logico sviluppo tra loro. Spetterà al sacerdote, al lettore, al commentatore C secondo il proprio ministero e ufficio C mettere in risalto questo legame e inculcare nei fedeli il senso dell'unità tra il sacrificio, in cui si rinnova il mistero della salvezza e la predicazione liturgica, in cui la salvezza è annunciata e proclamata.

A voler sintetizzare quanto fin qui espresso potremmo riassumere questi concetti con le parole di R. Gerardi: “L'omelia che è la spiegazione liturgica della parola di Dio, segue, illuminando e interiorizzando, l'adesione di fede mantenendo la fede di conversione e maturando la fede di dottrina. L'omelia è parte integrante della stessa liturgia, si dirige a tutti i membri dell'assemblea, parte dai testi sacri, deve avere lo stile di una conversazione, manifesta la perenne attualità del Vangelo, decifra il significato dei fatti e delle parole bibliche e liturgiche alla luce di tutta la storia della salvezza, applica la dottrina alla vita, spingendo a porre in pratica la Parola e introducendo al sacrificio eucaristico nella comunione con il Signore” .... Essa è “apostolica perché è annuncio che risveglia e incrementa la fede; catechetica, perché è un approfondimento della scelta della fede, alla luce della storia salvifica; profetica, perché in essa la parola di Dio giunge all'uomo d'oggi per provocare una sua risposta personale; mistagogica perché è tramite tra la Parola e il sacramento e introduce i componenti dell'assemblea liturgica nella celebrazione del mistero”.

Il messaggio omiletico va pensato in riferimento a chi ascolta e deve svilupparsi in modo da offrire agli uditori elementi per riflettere, meditare e, infine, da attuare nella ferialità della quotidianità. Pertanto gli elementi formali che si esprimono nell'omelia non sono idee astratte, ma simboli e sentimenti significanti di un significato, che debbono raggiungere l'intelletto, gli affetti e la volontà.

1. L'obiettivo del messaggio omiletico
A. L'intelletto
L'omelia deve raggiungere l'intelletto degli uditori per far comprendere le “verità della salvezza” e la dottrina essenziale per la salvezza. Occorre, tuttavia rifuggire l'intellettualismo puro, tanto meno il cerebralismo: l'omelia non è una lezione scolastica! L'esposizione, dunque, deve essere pedagogico-didascalica e insieme edificante e concreta.

In questa sua funzione l'omelia ha soprattutto il compito di:
  • interpretare per i fedeli il senso della Sacra Scrittura, che è la principale fonte della predicazione;
  • illustrare l'importanza religiosa delle dottrine e dei fatti della Sacra Scrittura che vengono predicati;
  • chiarire e anzi formare sane idee religiose e morali nella mente dei fedeli, alla luce della parola di Dio che viene loro predicata.
Come si vede, l'esposizione esplicativa ha nella predicazione una importanza essenziale e il predicatore deve sempre ricordare che per i fedeli essa risponde a una necessità imprescindibile: capire la predica, vedersi aperta la verità, dissigillata la parola di Dio.

Per riuscire più agevolmente in tale impresa, il predicatore potrà servirsi di alcuni mezzi pedagogico-didattici:
  • la spiegazione nominale riguardante il valore letterale ed eventualmente etimologico dei termini cui fa ricorso nella predicazione, specialmente di quelli più lontani dal linguaggio corrente e dalla vita quotidiana;
  • la parafrasi, ossia l'esposizione di un'idea con più parole, per meglio delucidarla;
  • la spiegazione reale, riguardante le idee e le cose di cui si parla;
  • la rappresentazione sensibile delle idee, attraverso il linguaggio figurato, il simbolismo, le analogie;
  • il racconto, che mediante un esempio storico, reale o fittizio, vuole facilitare l'insegnamento di una verità.

Sono tutti mezzi che, impiegati bene, influiscono sulla fantasia e sui sensi rendendo più intelligibile e attraente la verità. Dicevamo del racconto. Una componente letteraria del genere omiletico è proprio quella del racconto o della narrazione evangelica, come memoria attualizzante della storia di Dio. Narrare non ha, quale suo obiettivo, l'accettazione razionale da parte degli uditori delle cose narrate, ma piuttosto il suscitare emotivamente ed empaticamente l'identificazione con i soggetti che nel racconto sono narrati, la partecipazione al loro quotidiano svolgersi della vita. Così il racconto intende provocare una decisione che possa pervenire immediatamente a una azione, in maniera molto più incisiva di quanto si potrebbe ottenere con la persuasione argomentativa.

Così dicasi dell'immagine. L'immagine è la grande risorsa del predicatore. Saperne far uso significa rendere il discorso agile, vivo, interessante, piacevole, e rispondere più facilmente a tutte le esigenze della predicazione: ut veritas doceat, non solo, ma anche ut placeat et moveat.

Ma perché l'immagine sia utile, cioè efficace, deve essere:
  • propria, cioè pertinente alla cosa di cui si fa il paragone;
  • facilmente intelligibile, altrimenti complica il discorso e confonde le idee;
  • nobile, senza grossolanità, puerilità, goffaggini;
  • non troppo abbondante e moltiplicata, altrimenti finisce col soffocare l'idea;
  • ben applicata, altrimenti non serve o addirittura nuoce alla verità da spiegare.
Le immagini per la predicazione si possono attingere a molte fonti: la natura, l'arte, la poesia, la Sacra Scrittura, ecc.: ma bisogna assimilarle e ripeterle con un tocco che faccia sentire la vibrazione personale e, se possibile, un po' di genialità. L'elaborazione della omelia deve rispondere anche a un'altra esigenza: la dimostrazione, che tende a provare la verità predicata.

Occorre, tuttavia tenere in debito conto che si tratta di dimostrazione omiletica e non strettamente scolastica, per la cui ragione segue un suo proprio metodo, fondato su alcuni presupposti:
  • vi sono delle verità rivelate che in sede omiletica non hanno bisogno di dimostrazione;
  • in altri casi, basta determinare bene il senso di una dottrina o di una legge della Chiesa per farne vedere la bontà e la verità;
  • quando la dimostrazione ha luogo, deve essere adattata alla capacità degli uditori: altro è fare una dimostrazione scolastica, altro è persuadere della stessa verità un uditorio multiforme e variegato anche culturalmente;
  • per impostare e dosare bene la dimostrazione si deve considerare e mettere in evidenza il reale valore della verità che si predica, sia presa in se stessa, sia in relazione alle circostanze, perché soprattutto questo valore deve essere l'obiettivo della dimostrazione;
  • la prova che si porta deve essere vera, profonda, incisiva, sicura: bisogna anche tener presente che il moltiplicare le prove stanca l'uditore e può lasciare in lui l'impressione che non esista un'unica prova decisiva e certa.
Il metodo della dimostrazione omiletica è assai importante. Insieme può fare appello alla ragione, alla esperienza, alla storia, ma senza pretendere di provare con la ragione ciò che supera i suoi limiti.

B. La mozione del sentimento e della volontà
Come ormai più volte è stato sottolineato, l'omelia deve essere elaborata in modo da muovere il sentimento del cuore, ut veritas placeat; è questo il modo di aprire la via anche all'intelletto: ut veritas pateat. In ogni dialogo profondo, soprattutto quando esso è teso a creare comunione e scambio di doni, la cosa che più conta è la constatazione che i sentimenti sono presenti e ricorrenti. L'esperienza di tutti i giorni fa toccare con mano questo presupposto: allorquando si discute, si ragiona, si manifestano opinioni; molto spesso ci si divide, almeno in ordine alle ideologie, o nella migliore delle ipotesi, ciascuno rimane della propria opinione. Quando, al contrario, si comunicano sentimenti davvero profondi, tra tutti si crea una atmosfera e una unione davvero comunitaria.

La parola di Dio ha già di per sé una notevole capacità emotiva. I sentimenti che essa contiene, sono gli stessi sentimenti di Dio e del suo cuore di Padre, che si fanno percepibili attraverso l'umanità di Cristo.

Nessuno deve temere di provare sentimenti! La valenza emozionale ha una importanza determinante nelle relazioni interpersonali e nella nostra relazione con il trascendente e il divino. L'esperienza dei mistici ci conforta in questa convinzione e ci conferma nella bontà del sentimento.

Il predicatore deve cercare di suscitare un tale clima ricco di nobile sentimento durante l'omelia; vi riuscirà anzitutto con la sua stessa personalità, comprensione, bontà, rettitudine; poi servendosi al momento opportuno di esempi e di fatti che incidano nella psicologia dei fedeli nello stesso senso della verità predicata; e ancora col suo linguaggio, se sarà espressione della convinzione interiore, dello zelo apostolico, della passione per le anime e per il regno di Dio, che lo fanno parlare ex abundantia cordis.

La comunicazione orale possiede una forte capacità di intimità e la voce umana ha un potere straordinario quando si rivolge a persone che, come nell'ascolto dell'omelia, si trovano a vivere gli uni vicino agli altri. Gli uditori possono sentirsi quasi trascinati dal predicatore, immedesimandosi in ciò che dice, sentendosi parte coinvolta in ciò che l'oratore dice. E' evidente che tutto ciò suppone, da parte del predicatore, un minimo di conoscenza della teoria e delle tecniche della comunicazione e, soprattutto, la convinzione di ciò che dice e del ministero che sta compiendo in nome e per conto della Chiesa. Tuttavia, esaurire l'omelia nel gioco degli affetti e dei sentimenti sarebbe denaturarla e privarla di significato.

Anche la volontà dev'essere mossa: ut veritas moveat. È il bene pratico della predica. Per ottenerlo occorre:
  • dimostrare alla volontà la possibilità di osservare la legge di Dio;
  • portare i motivi determinanti, ossia le idee morali e religiose che direttamente possono influire sulla volontà, dosandole e applicandole opportunamente secondo i casi, le circostanze, i temi svolti ecc.
mdeledda
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martedì, 15 settembre 2009, ore 20:16

Uniti a Maria davanti al Cristo Crocifisso

di Don Marcello Stanzione,
da Pontifex Roma (15/09/2009)


La memoria liturgica del 15 settembre, che segue immediatamente quella dell’esaltazione della santa Croce, ci ricorda la speciale unione e partecipazione di Maria al sacrificio di suo figlio sul Calvario. La pietà cristiana ha meditato fin dagli inizi i racconti che i vangeli ci fanno della presenza della Madonna accanto alla croce. Nel XIV secolo è già conosciuta la sequenza della Messa stabat Mater. Il papa Pio VII, nell’anno 1814, ne estese la devozione in tutta la Chiesa, e nel 1912 san Pio X ne fissò la memoria in questa data, La Madonna con la memoria liturgica di oggi ci insegna il valore corredentivo che possono avere le nostre sofferenze e dolori.

La devozione alla Santa Vergine Addolorata è un fiducioso appello alla Madonna, un invito ad imitare le sue virtù, una intima unione con Lei. Come e meglio associarci ai suoi sentimenti se non davanti alla Croce? Chi, meglio di Maria, potrebbe darci più esattamente il
senso del crocifisso, della vera compassione con suo Figlio al Calvario, lezioni cristiane del suo sacrificio? Davanti alla Croce, la Vergine Madre è in piedi. Quando il corpo inerte di suo Figlio è disceso da questo strumento del suo supplizio, prima della deposizione nella tomba, Ella tiene tra le sue braccia il suo Gesù morto, come aveva fatto alla sua nascita a Betlemme, come durante la fuga in Egitto.

Un pensiero profondo ed un dolore orribile ti penetrano in queste ore, o Madre nostra. Il tuo Pensiero? È sempre quello dell’Annunciazione. Tu sei serva, associata ad un incomparabile mistero. Dio ha parlato. Il piano divino si esegue. Tu hai potuto comprendere, successivamente, le più grandi linee con lo svolgimento della vita di Gesù: la fuga in Egitto, per sfuggire ad un massacro di innocenti davanti alla paura di un Messia, venuto pertanto nell’umiltà e nella povertà... l’annuncio del fanciullo nel tempio di Gerusalemme “di essere venuto per compiere la volontà del Padre suo”, tutta la vita pubblica, coi suoi insegnamenti, i suoi miracoli, ma anche gli avversari, la loro perfida collera, la loro opposizione sempre più grande e, finalmente, le sconvolgenti scene della notte e del mattino del Venerdì Santo, la salita al Calvario... poi tutto essendo consumato, la morte. Ma questa morte ha un senso , è quello della Redenzione degli uomini.

Il tuo sentimento? Materno. Nulla di più forte, di più profondo nell’animo umano. Ma occorre misurare il valore del Figlio e la delicatezza del cuore della Madre per arrivare fino in fondo a questo dolore. Nessun figlio, tra i figli di uomo, è mai stato simile a Gesù. Chi avrebbe potuto dare a sua Madre una pienezza d’affetto come quello che è stato così buono per tutto e per sua Madre più di chiunque, più di quanto non abbia amato Giovanni, Lazzaro, Maria Maddalena? Il cuore di Maria sanguina davanti allo spettacolo atroce e crudele della Croce. E questo dolore, nel suo amore, a tal punto martirizzato, aggiunge alla sofferenza d’una madre, la vivacità d’un cuore virginale. La spada evocata da Simeone ha veramente trapassato la sua anima. La  liturgia, riprendendo la parola ebraica di “sette”, per esprimere l’abbondanza, non ha torto di qualificare la Vergine dolente, rassegnata ma costernata di Madonna dei Sette Dolori, davanti a suo Figlio Crocifisso.

In comunione coi tuoi pensieri ed i tuoi sentimenti, o Madre dei Sette Dolori, ti chiedo di darmi la scienza di cui doveva, un giorno, parlare San Paolo e che nessuno ha posseduto come te: “la scienza di Gesù crocifisso”.

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La festa dell'Addolorata dimostra tutta l'umanità di Maria

di Bruno Volpe,
da Pontifex Roma (15/09/2009)


La Chiesa cattolica celebra oggi la memoria della Madonna dei Dolori, una ricorrenza di straordinario impatto specie nella pietà popolare e nelle devozioni. Ne abbiamo parlato con il noto mariologo padre Stefano De Fiores.

Professor De Fiores, perché la Chiesa celebra in tempo che non è di Quaresima, una memoria dedicata a fatti che comunque la ricordano?

Infatti nel passato questa memoria si celebrava, se non ricordo male, il venerdì precedente il Venerdì Santo. Poi è stata spostata per ragioni di opportunità a settembre. Una spiegazione la troviamo nel fatto che il giorno prima la stessa Chiesa ricorda la Esaltazione della Santa Croce e dunque Maria addolorata è strettamente collegata con lo scandalo della Croce. Esiste una coerenza.

Si tratta comunque di una ricorrenza molto sentita dalla pietà popolare.
Senza ombra di dubbio. Di per sé stessa Maria è già oggetto e destinataria di tante dimostrazioni di affetto, ma specialmente la sua tristezza e il suo dolore ne fanno una icona e molte volte la immagine della Addolorata la troviamo sui comodini di tanta gente semplice ed umile che guarda a Maria con gli occhi  buoni della fede e non con presunzione o boria.

Addolorata, ma perché?
Con questo termine si porta a compimento quello che le aveva predetto Simeone nella sua profezia. Una spada le avrebbe trafitto il cuore. È opportuno sottolineare che questa spada non è solo la croce.

E che cosa altro?
Ogni condotta dell’uomo che rinnega o fa soffrire Cristo, è un dolore grande per Maria. Tutte le volte che la nostra azione turba, oltraggia Cristo e la sua Chiesa, nel contempo, colpiamo Maria che è intimamente legata con il Figlio.

Maria, la tutta Santa, viene descritta nella iconografia popolare con un pugnale e in lacrime.
Quel pugnale infatti rievoca la spada di Simeone, mentre le lacrime hanno una straordinaria dose di realismo.

Realismo?
Certo. Stanno a dimostrare con i fatti e la concretezza che Maria non è solo un essere spirituale ed etereo, ma un personaggio storico. Maria vive nella storia è della storia e non si mette su un piedistallo. Ha anche lei assunto la natura umana.

Maria comunque ha un cuore compassionevole.
Maria esprime con le lacrime la sua compassione, il suo dolore fisico per la sorte del figlio. Come dicevo prima, da un lato abbiamo la dimostrazione della natura anche umana della Madonna e per altro verso, il suo essere tutta Santa e compassionevole. Ricordiamoci sempre che nelle difficoltà, Maria sta sempre con noi, al nostro fianco e ci aiuta come una madre del cielo. La sapienza della Chiesa ha posto la memoria dell’Addolorata dopo la Esaltazione della Santa Croce a dimostrazione che Maria ha partecipato alla passione e morte del Figlio, non dubitando mai.
mdeledda
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