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giovedì, 12 novembre 2009, ore 17:55
mdeledda
mercoledì, 28 ottobre 2009, ore 18:38
mdeledda
domenica, 18 ottobre 2009, ore 22:15
mdeledda
martedì, 13 ottobre 2009, ore 12:13
Da Leonardo al Cicap, tutte le teorie contro la veridicità della Sidone
di Bruno Barberis,
da Il Sussidiario (13/10/2009)

Ci risiamo, ormai è un ritornello che si ripete regolarmente. Ogni volta che viene indetta un’ostensione della Sindone assistiamo, nei mesi che la precedono, ad una serie di scoperte presentate come sensazionali che dimostrerebbero che la Sindone è un falso realizzato con le tecniche più svariate, ovviamente in epoca medioevale.
Il 10 aprile 2010 avrà inizio una nuova ostensione della Sindone e già all’inizio dell’estate è giunta dagli Stati Uniti la notizia che la Sindone sarebbe l’autoritratto di Leonardo realizzato dal genio toscano in una vera e propria camera oscura utilizzando un busto con le proprie fattezze che avrebbe lasciato l’impronta su di un telo trattato con chiara d’uovo e gelatina: in pratica l’invenzione della fotografia sarebbe da far retrocedere di quasi 400 anni. E fino ad ora non ne sapevamo nulla. A questa ipotesi se ne è immediatamente aggiunta un’altra (in realtà proposta già da tempo) che sostiene che l’immagine della Sindone è facilmente realizzabile con un pirografo. Una trentina di anni fa un medico barese affermò di essere riuscito ad ottenere un’impronta simile a quella della Sindone sfruttando l’energia termica generata da un bassorilievo riscaldato. E si potrebbe proseguire a lungo con l’elenco di tali teorie.
Ora è la volta di un chimico pavese che, secondo le notizie riportate da alcuni quotidiani, sostiene di aver realizzato anche lui un’impronta identica a quella della Sindone usando come matrici il corpo di un suo assistente e un calco in gesso e utilizzando ocra rossiccia, tempera liquida, acido solforico e alluminato di cobalto.
Non ho nessun motivo per dubitare della cura e della professionalità con cui tali manufatti sono stati realizzati, ma nutro forti perplessità che possano essere seriamente messi a confronto con la Sindone e la sua immagine. Non è sufficiente ottenere un’immagine che ad un esame visivo appaia simile a quella presente sulla Sindone. Forse fino ad alcuni decenni fa sarebbe stato sufficiente, oggi non più.
L’immagine della Sindone e le cosiddette “macchie ematiche” visibili sul telo sono state studiate in modo approfondito soprattutto in seguito alla campagna di raccolta di dati e di campioni effettuata sulla Sindone dall’8 al 13 ottobre 1978. I risultati dell’analisi di tali dati sono stati resi noti dagli scienziati che parteciparono alla ricerca in decine di articoli pubblicati su prestigiose riviste scientifiche internazionali. In particolare gli scienziati statunitensi appartenenti allo STURP (Shroud of Turin Research Project) effettuarono una serie di esami (spettroscopia nel visibile e nell’ultravioletto per riflettanza e per fluorescenza, spettroscopia ai raggi X e IR, spettroscopia di massa, termografia infrarossa, radiografia, ecc.) sia sulle zone interessate dall’immagine sia sulle zone ematiche, accertando l’assoluta mancanza sul lenzuolo di pigmenti e coloranti e dimostrando inoltre che l’immagine corporea è assente al di sotto delle macchie ematiche (e dunque si è formata successivamente ad esse) e che è dovuta ad un’ossidazione-disidratazione della cellulosa delle fibre superficiali del tessuto con formazione di gruppi carbonilici coniugati. Tale alterazione è rilevabile solo superficialmente per una profondità di circa 40 micrometri (ossia 4 centesimi di millimetro). È stato inoltre dimostrato che la colorazione delle fibre nelle zone dell’immagine è uniforme e le variazioni di intensità dell’immagine sono dovute al numero di fibre colorate per unità di superficie. Nelle zone ematiche è stata evidenziata la presenza di anelli porfirinici e le stesse zone hanno dato luogo a reazioni di immunofluorescenza tipiche del sangue umano di gruppo AB. E molte altre ancora sono le caratteristiche dell’immagine evidenziate dalle analisi effettuate dopo gli esami del 1978.
È pertanto evidente che per poter affermare di aver ottenuto (non importa con quale tecnica o metodo) un’immagine identica a quella sindonica è indispensabile effettuare su di essa le stesse analisi fatte sulla Sindone ed ottenere tutti gli stessi identici risultati. Invito pertanto coloro che intendono cimentarsi con tali esperimenti a effettuare sulle immagini da loro ottenute tali analisi, pubblicando su riviste scientifiche i relativi risultati.
Mi risulta che fino ad ora tutte le teorie proposte, pur interessanti di per sé, sono sempre risultate carenti o perché non sono state correlate da verifiche sperimentali serie o perché tali verifiche hanno evidenziato sulle immagini ottenute caratteristiche fisico-chimiche molto diverse da quelle possedute dall’immagine sindonica.
La copia degli scienziati del Cicap è un falso. Ecco le prove.
di Giulio Fanti,
da Il Sussidiario (08/10/2009)

In riferimento all’articolo del 5/10/2009 de La Repubblica, “Sindone – è un falso medievale. Ecco la prova” c’è da stupirsi per le affermazioni prive di rigore scientifico ivi riportate. Ogni tanto qualche persona in cerca di notorietà ottiene spazio nei media dichiarando di avere riprodotto la Sindone o una parte di essa, ma quando si approfondisce il discorso “casca il palco”. È infatti possibile riprodurre alcune fattezze macroscopiche della Sindone, ma è assai più difficile riprodurre le caratteristiche microscopiche dell’immagine corporea ivi impressa. Nessuno, nemmeno con lo stato dell’arte delle tecnologie attuali, è stato sinora capace di riprodurre tutte insieme tali caratteristiche estremamente particolari. Anche un articolo a nome di 24 studiosi pubblicato su Internet riporta l’impossibilità attuale di riprodurre tutte le fattezze della Reliquia più importante della Cristianità.
In particolare nell’articolo in questione, il Dr. Garlaschelli non dice nulla riguardo la profondità di colorazione, che è molto sottile (un quinto di millesimo di millimetro) nel caso dell’immagine Sindonica ed è praticamente impossibile riprodurre tale profondità tramite le sostanze chimiche utilizzate dal Dr. Garlaschelli.
Se tuttavia il Dr. Garlaschelli avesse effettivamente trovato il modo di riprodurre qualcosa di simile alla Sindone, egli avrebbe dovuto sottoporre al vaglio della comunità scientifica i suoi risultati prima di esporli ad un pubblico impossibilitato ad eseguire verifiche dettagliate di laboratorio, ad esempio analisi microscopichiche che toglierebbero ogni dubbio riguardo la profondità submicrometrica della colorazione.
Il sottoscritto ha lanciato pubblicamente a Porta a Porta una sfida scientifica dichiarando che la Sindone non è riproducibile e sarebbe stato pronto a cambiare parere appena qualcuno gli avesse dato modo di studiare campioni similsindonici da analizzare con gli strumenti adatti.
L’ENEA di Frascati da anni sta studiando come sia possibile riprodurre alcune caratteristiche dell’immagine corporea ed ha ottenuto risultati incoraggianti utilizzando laser eccimeri (G. Baldacchini et al. articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica statunitense Applied Optics il 18/03/2008), ma la strada è lunga prima di potere ottenere qualcosa di uguale all’immagine corporea della Sindone.
All’Università di Padova sono in corso esperimenti di colorazione di lini mediante effetto corona, ed i risultati ottenuti sembrano assai incoraggianti.
Ad ogni modo da una prima osservazione della fotografia dell’immagine pubblicata dal Dr. Garlaschelli, sembra che non si sia ottenuto alcunché di nuovo perché analoghe immagini sperimentali furono considerate nel lavoro pubblicato nel Journal of Imaging Science and Technology, (vol. 46-2) nel lontano 2002, risultando molto carenti delle gradazioni intermedie di colore rispetto all’immagine sindonica.
Inoltre l’immagine ora proposta, che si basa su altri studi precedenti di migliore riuscita come quello ottenuto dalla studiosa americana Emily Craig, è già stato analizzato a livello microscopico con risultati alquanto deludenti; la fotografia allegata mette a confronto la colorazione uniforme delle fibrille sindoniche di immagine con quelle ottenute utilizzando pigmenti a base di ossido di ferro.
Infine un cenno alla datazione al carbonio 14 citata dal Dr. Garlaschelli: il risultato ha scarso valore scientifico a causa dei gravi errori statistici pubblicati (Nature, 1989) i quali dimostrano che il campione analizzato non è rappresentativo della Reliquia più importante della cristianità.
Il sottoscritto è pronto ad analizzare il nuovo risultato dal punto di vista scientifico per trarne le dovute conclusioni che potranno essere discusse a livello di esperti (eventualmente anche internazionali coinvolgendo il gruppo ShroudScience - gruppo mondiale di più di un centinaio di studiosi sull’argomento), prima che siano fatte comunicazioni sui media prive di riscontro scientifico.
mdeledda
venerdì, 09 ottobre 2009, ore 19:21
mdeledda
mercoledì, 07 ottobre 2009, ore 20:44
La Sindone non è un falso medievale
La Sacra Sindone un falso medievale? Sono molti a dirlo, ma, spiega David Rolfe, documentarista e autore del famoso lungometraggio sul sudario per la BBC, si tratta di persone che non hanno davvero approfondito i propri studi sull’argomento.
da Il Sussidiario (07/10/2009)

Documentarista e grande appassionato di storia, David Rolfe lavora per l’azienda di produzione audiovisiva inglese “Performancefilms” per la quale ha realizzato centinaia di lungometraggi. Nel 1976 girò The silent witness (Il testimone silenzioso). Un documentario che aveva per oggetto la Sacra Sindone di Torino e per il quale è stato insignito del British Academy Award. Nel 2008 ha realizzato un nuovo documentario per la BBC che rimette in discussione le conclusioni del 1988 cui erano giunte le commissioni di studio sulla reliquia. Ilsussidiario.net lo ha intervistato in merito alle presunte dichiarazioni di alcuni membri del Cicap che, in un’intervista ospitata sul quotidiano La Repubblica, sostengono di essere riusciti a dimostrare come la Sindone altro non sia che un falso medievale
Dottor Rolfe, che cosa l’ha spinta a realizzare il suo documentario sulla Sindone per la BBC?
Fin dalla prima giovinezza ho avuto un profondissimo interesse per tutto quello che circonda la Sacra Sindone. Un interesse che ha potuto concretizzarsi nel lavoro che realizzai nel 1976, quando portai a compimento il mio primo documentario sull’argomento. Si trattò di un lavoro che ebbe riscontri planetari per il quale vinsi il British Academy Award. La mia passione per gli studi sindonologici non è mai cessata. Prendendo contatto con i responsabili del Centro Internazionale degli studi sulla Sindone ho avuto il permesso e la grande fortuna di realizzare un secondo documentario che la BBC è stata a sua volta ben contenta di trasmettere.
In Italia ha suscitato scalpore un articolo apparso su uno dei maggiori quotidiani nazionali che mette in dubbio l’autenticità della Sindone definendola un manufatto medievale. Per come si conoscono le cose è possibile affermare una cosa simile?
Ho avuto anch’io, qui in Inghilterra, la possibilità di dare un’occhiata all’articolo e devo dire che la pretesa di quegli scienziati di aver scoperto un possibile metodo utilizzato dai medievali per creare un falso è totalmente errata. Vorrei dire due cose a riguardo. In primo luogo da quando venne realizzato il famoso esame del C14 in molti si sono sbizzarriti a pensare le più diverse ipotesi sulla creazione della Sindone. Nel tempo l’opinione di molte persone si è fortificata nel convincimento che si tratti di un artefatto medievale. In effetti, alla prova del C14 le possibilità che si trattasse di un reperto del medioevo erano molte. Ma il mio film dimostra come invece ci siano parecchie incoerenze storiche e parecchie prove dell’esistenza della Sindone prima della data riportata dall’esame. La seconda osservazione è che lo stesso professor Christopher Bronk Ramsey dell’università di Oxford, che ha condotto il test del carbonio 14 vent’anni fa, ha dichiarato che l’argomento deve essere riesaminato per gli innumerevoli fattori chimico fisici che possono aver influenzato la resa del test.
Il metodo utilizzato dal professor Garlaschelli, del centro CICAP, è consistito nell’utilizzo di un lino, tessuto a spina di pesce, dove è stato disteso un volontario al quale erano state sporcate di ocra le parti del corpo più in rilievo. Per il volto è stato utilizzato un bassorilievo di gesso. Per invecchiare invece il tessuto il lino è stato scaldato per tre ore a una temperatura di 250 °C e lavato in lavatrice con sola acqua. Le sembra un metodo convincente?
Lo stesso professor Garlaschelli, inconsapevolmente, ha dimostrato come non possa essere attendibile la procedura utilizzata per la riproduzione dell’immagine del sudario. Per riuscire a fare qualcosa di convincente devi realizzare una reliquia artificiale che abbia tutte le stesse caratteristiche dell’immagine del sudario. Se si legge con attenzione l’articolo si nota che Garlaschelli dice «con tempera liquida sono stati poi aggiunti i segni dei colpi di flagello e le macchie di sangue». Abbiamo capito bene? Dopo aver riprodotto l’immagine hanno piazzato su il sangue.
Evidentemente Garlaschelli ignora che nel 1978 è stato scoperto inequivocabilmente che il sangue sulla Sindone si è riversato prima che si creasse l’immagine.
È molto facile, una volta che hai l’immagine di un corpo su un tessuto, aggiungere il sangue nei posti giusti, ma è molto difficile, una volta messo prima il sangue, far coincidere un’immagine di quel tipo. Quindi il professore che ha avuto la pretesa di dire di aver creato un’immagine con le stesse caratteristiche della Sindone ha affermato una cosa non corretta perché nella Sindone ci sono caratteristiche che la sua copia non ha.
Per quale motivo secondo lei l’approccio scientifico alla Sindone è spesso caratterizzato da un pregiudizio negazionista?
Il metodo che la scienza persegue molto spesso procede con prove negative, è raro che la scienza porti prove in positivo. Ed è anche giusto, perché sennò c’è il pericolo di fare affermazioni dogmatiche. Quando la Sindone si presentò sotto un profilo scientifico portò con sé un’innumerevole serie di prove a favore della sua autenticità. Quindi schiere di scienziati si presentarono con l’intenzione di smentirle una ad una. Ma c’è un fatto. Chi sostiene un’ipotesi del genere, o vuole iniziare uno studio con un metodo del genere, non considera tutti i fattori relativi alla Sindone. La Sindone, per essere appieno studiata e compresa, ha bisogno del supporto di molti altri contributi derivanti da diversi campi dello scibile umano. In ballo c’è la storia, la geografia, la storia dell’arte, la chimica, la fisica e molto altro ancora. Pertanto ritengo che sia molto difficile per qualcuno che abbia davvero approfondito tutte queste conoscenze smentire l’autenticità della Sindone. Mentre è molto facile che chiunque si approcci al sudario con poca conoscenza e molti pregiudizi, se cerca di trovare una ragione o una scusa scientifica per negarne la validità, la trovi. Ma non si troverà nessuno che abbia studiato la Sindone a fondo e che abbia al contempo questo atteggiamento.
Dopo la realizzazione del suo documentario è andato avanti a investigare sul mistero della Sindone?
Sono molto contento di dire che abbiamo fra le mani un altro progetto che speriamo possa essere completato prima dell’ostensione del 2010. Si tratta di un lungometraggio che concluderà il lavoro che abbiamo iniziato nell’ultimo documentario e fornirà una spiegazione del fatto che l’esame del C14 abbia necessità di essere ripetuto. È la cosa a cui sto lavorando più intensamente in questo momento.
Una questione ancora volutamente aperta?
da Il Sussidiario (11/04/2009)

Il dottor Pierluigi Baima Bollone è esperto famoso in tutto il mondo della Sacra Sindone. Docente ordinario di medicina legale all’Università di Torino ha scritto numerose pubblicazioni a difesa delle prove di autenticità della reliquia. In occasione della festa della Resurrezione di Cristo il sussidiario.net lo ha voluto intervistare chiedendogli a quale punto sia la disputa scientifica intorno a quella che potrebbe essere la più importante reliquia della storia.
Dottor Baima Bollone, quali sono le ultime novità scientifiche relative alla Sacra Sindone?
In realtà, come molti sanno, di novità “ultime”, nel senso di approfondimenti nello studio della reliquia, non ci sono né ci possono essere, dal momento che gli ultimi esami diretti sono stati eseguiti nel 1978 e la prova del 14Cè di dieci anni dopo. Invece, proprio a proposito di quest’ultima, è da segnalare che gran parte della comunità scientifica, a fronte di innumerevoli convegni e riflessioni, è pressoché convinta dell’errore di quell’esame. In realtà tutti criticano l’esito, sebbene manchi la causa razionale che avrebbe condotto a un errore nella valutazione.
Che cosa fa sì che l’opinione della scienza stia cambiando?
Tutto il complesso delle indagini di ogni tipo e genere intorno al Lenzuolo. Indagini merceologiche, sul tessuto, sul sangue, sui pollini, sui criteri stilistici, di storia dell’arte, sulla presenza delle più svariate tracce. Sono tutte prove che depongono a favore di un esito che designa il reperto come un lenzuolo funerario riferibile all’epoca di Gesù e riconducibile a quell’ambiente. Il Lenzuolo non ha davvero nulla di medievale, è molto difficile, se non impossibile, che si tratti di un artefatto posticcio, come alcuni hanno pensato. Insomma la bilancia pende dalla parte delle prove tradizionali che vengono ormai ribadite in quasi tutte le occasioni di dibattito. In base a queste possiamo dire che tutto è riferibile all’area dei monti della Giudea circa duemila anni fa.
Non è possibile che il risultato delle analisi effettuate nel 1988 sia stato compromesso dai numerosi incendi subiti dal reperto?
Sì, questo può essere. Gli incendi e le temperature raggiunte possono aver contribuito in certa parte a falsare il risultato delle analisi. Ma ci sono tante altre cose che potrebbero aver contribuito in misura più o meno rilevante parte a falsare il tutto. Uno dei motivi cui penso personalmente potrebbe anche riguardare il fatto che all’epoca delle analisi un vero metodo per datare i tessuti non fosse stato ancora messo bene a punto.
La Sacra Sindone rappresenta per chi è credente un oggetto di indubbio interesse, ma spesso i media ne parlano più come fenomeno da baraccone che come un interessante segno interrogativo sulla realtà. Crede che un giorno si possa almeno arrivare a definirla scientificamente una “reliquia”?
Penso che su questo versante siamo in dirittura di arrivo. Intanto possiamo incominciare a credere alla concreta possibilità e alla forte probabilità che si tratti di un reperto antico autentico, quindi ad avere anche un imprimatur dalla comunità scientifica. È ovvio che per l’imprimatur della Chiesa non sono qualificato a rispondere e ignoro quanto avvenga all’interno della Santa Sede in merito alla Sindone.
Ci sono aree ostili però in ambito scientifico al riconoscimento di un reperto autentico. Ad esempio il Cicap, centro di ricerche sul paranormale, è spesso critico nei confronti del Lenzuolo.
Ciascuno è libero di scrivere quello che vuole, se la cosa lo rende contento. Ma direi in primo luogo che già definire “paranormale” l’ambito delle indagini sulla Sindone è un concetto sbagliato. L’atmosfera è assolutamente estranea al paranormale. Si tratta di un oggetto archeologico da interpretare, punto. Fermo restando che se anziché Gesù le ipotesi sulla Sindone avessero riguardato un qualsiasi altro personaggio storico, ad esempio Cesare, da anni, coi risultati che abbiamo conseguito, sarebbe esposta in un museo con la targhetta “Giulio Cesare”. Insomma da un punto di vista scientifico la quantità di prove a favore non solo supera enormemente quelle contrarie, ma è anche ben al di là dei parametri normalmente accettati per dichiarare legittimamente la veridicità di qualsiasi reperto. È un po’ come quanto avviene per i Vangeli. Noi accettiamo con molte meno riserve e attraverso assai meno prove l’autenticità di moltissimi altri scritti antichi.
Storia del testimone silenzioso della Resurrezione
di Gian Maria Zaccone,
da Il Sussidiario (10/04/2009)

Negli anni intorno al 1356, a Lirey in Francia, un nobile personaggio, Geoffroy de Charny, all’epoca una delle figure di rilievo del Regno di Francia, depositava presso la chiesa da lui stesso fondata un lungo lenzuolo di lino sul quale si poteva vedere quella che venne subito interpretata come l’impronta di Cristo crocifisso e morto.
È questa la data a partire dalla quale la Sindone che nel 1578 giungerà a Torino presenta una storia documentata, tale da permettere di ricostruirne con certezza spostamenti e vicissitudini, in modo da escludere la possibilità che vi sia stata una qualsiasi sostituzione, da allora sino ad oggi.
Il periodo della Sindone a Lirey è accompagnato da una significativa presenza di testimonianze documentarie e iconografiche, che testimoniano l’interesse immediato suscitato dalla sua comparsa, pur tra le questioni e perplessità suscitate dall’insolito e particolare oggetto.
Ceduta dall’ultima discendente di Geoffroy ai Savoia nel 1453, la Sindone rimase di loro proprietà sino al 1983, quando fu destinata per testamento da Umberto II di Savoia alla Santa Sede. Nel 1506, anno in cui ne vennero approvati il culto pubblico e l’ufficio, la Sindone fu stabilmente riposta nella Sainte-Chapelle di Chambéry. Qui la notte del 4 dicembre 1532 scoppiò l’incendio dal quale il Lenzuolo fu salvato a fatica, ma non prima che si verificassero i danni ancor oggi ben visibili.
Tornata a Chambéry dopo il lungo peregrinare dovuto all’occupazione del Ducato sabaudo durante le guerre tra Francesco I e Carlo V in cui fu coinvolto il duca Carlo II di Savoia, nel 1578 la Sindone venne spostata a Torino. Fu Emanuele Filiberto, nella sua opera di riorganizzazione del Ducato, a trasferire il centro di comando dei suoi domini a Torino, e con questo anche la Sindone, considerata il “palladio” legittimante della casa e dello Stato.
Dopo varie collocazioni provvisorie, nel 1694 il Lenzuolo trovò la sistemazione definitiva nella Cappella del Guarini. Lì è stata, salvo alcuni periodi nei quali fu messa al sicuro da pericoli bellici, sino al 1993, quando, per permettere i restauri della Cappella, è stata trasferita nella teca dietro l’altar maggiore del Duomo. Di qui è stata asportata la notte dell’11 aprile 1997, a seguito dell’incendio che ha gravemente danneggiato la Cappella del Guarini, ed ha anche minacciato l’integrità del Lenzuolo, rimasto comunque fortunatamente indenne.
Al termine dell’ultima ostensione (2000) il Lenzuolo è stato definitivamente sistemato, completamente disteso, nella sua nuova teca - lunga oltre cinque metri, che permette di garantire i necessari parametri ambientali e di sicurezza per una sua ottimale conservazione. La teca a sua volta è stata collocata nella cappella del transetto sinistro del Duomo di Torino, appositamente ristrutturata per contenere anche i complessi apparati che consentono di mantenere i parametri citati. Nel 2002 il programma scientifico per la conservazione della Sindone è stato completato con gli interventi autorizzati dalla Santa Sede che hanno liberato la Sindone dalle tensioni dovute ai restauri effettuati Clarisse di Chambéry nel 1534, su cui nel tempo si erano inseriti numerosi ulteriori interventi, che avevano reso estremamente instabile l’insieme Sindone-toppe-telo di rinforzo.
L’esistenza della Sindone è stata scandita nel tempo dalle ostensioni, sino al ‘700 periodiche, ed in seguito celebrate solo più per solennizzare eventi dinastici o di particolare rilievo. Durante l’ostensione del 1898 Secondo Pia ebbe l’autorizzazione di effettuare, per la prima volta nella storia, la fotografia della Sindone. Il risultato, che come noto rivelò l’insospettato comportamento di negativo fotografico dell’impronta sindonica, diede origine alla stagione degli studi scientifici sulla Sindone. Nel secolo scorso la Sindone è stata pubblicamente esposta nel 1931, 1933, 1978, 1998 e 2000. È inoltre da ricordare l’ostensione televisiva del 1973. La prossima ostensione è prevista per la primavera 2010.
Per quanto riguarda invece il periodo precedente alla comparsa in Francia, non abbiamo alcuna certezza, ma solo un certo numero di ipotesi che presentano dei risvolti abbastanza interessanti, soprattutto come spunti di ricerca, nel tentativo di accertare la compatibilità, dal punto di vista storico, con la tradizione che vuole essere la Sindone il lenzuolo funerario di Cristo.
A parte le testimonianze piuttosto generiche ma abbastanza concordanti circa la possibile conservazione del corredo funerario di Cristo, la ricerca storica oggi tende ad approfondire l’ipotesi che la Sindone possa in qualche modo essere collegata al venerato “Mandilion” di Edessa. Come noto il “Mandilion” è tradizionalmente un piccolo asciugamano contenente l’immagine del volto di Cristo. Un’antica tradizione vuole che l’impronta sia stata miracolosamente impressa dallo stesso Gesù.
Alcune ricerche hanno tuttavia portato ad evidenziare delle fonti che farebbero pensare che quel “Mandilion” fosse di dimensioni ben maggiori, e che non custodisse solo la figura di un volto, ma anche quella di un corpo, mentre altri testi ipotizzano che l’immagine si fosse formata durante la passione per effetto del sudore e del sangue. Su queste basi è stata presa in considerazione l’ipotesi che il “Mandilion”, pur conservando l’impronta di un intero corpo, sia stato ripiegato in modo da offrire alla vista solo il volto. In questo modo l’ipotesi di un’identità tra Mandilion e Sindone diventerebbe suggestiva, anche se al momento sussistono serie obiezioni a tale interpretazione.
Nel 1203-4, durante la IV crociata, il cavaliere piccardo Robert de Clari afferma di aver venerato in una chiesa di Costantinopoli una sindone sulla quale era visibile l’impronta di tutto il corpo di Gesù. Dopo il saccheggio della città tuttavia tale Sindone scomparve, e, continua Robert de Clari, non se ne ebbero più notizie.
Dai dati che abbiamo non possiamo con sicurezza affermare che si trattasse della stessa Sindone che apparirà più tardi in Francia, però la notizia è egualmente molto interessante in quanto documenta con certezza l’esistenza di una Sindone figurata a Costantinopoli. Non si deve sottovalutare in questo senso una miniatura di area bizantina, contenuta in un codice della fine del XII secolo, il cosiddetto Manoscritto Pray, dove nelle due scene giustapposte della sepoltura di Cristo e della visita delle mirofore sembrano potersi cogliere espliciti riferimenti alla Sindone oggi a Torino.
Ma ipotizzando che quella descritta da Robert de Clari fosse la Sindone che giungerà in Francia, quale può essere stato il percorso?
Due sono le ipotesi su cui si è maggiormente soffermata l’attenzione degli studiosi. Quella legata ad un possibile intervento dei Templari poggia su basi documentarie assai labili e pare al momento difficilmente percorribile.
La seconda, più interessante, confortata da documenti tuttavia ancora da verificare nella loro completezza, presuppone un passaggio in Grecia, dove vi furono insediamenti importanti di feudatari latini, tra cui i citati Charny.
Dobbiamo, quindi, constatare che sulla base delle fonti documentarie che certamente si riferiscono alla Sindone di Torino non possiamo andare, da un punto di vista strettamente storico, oltre la metà del XIV secolo. Tuttavia questo silenzio delle fonti non si può interpretare quale inappellabile sentenza circa l’impossibilità di far risalire la Sindone ad epoca anteriore a quella medievale, anche perché, come si è visto, alcune piste di indagine sono aperte ed invitano a ricercare ulteriori elementi. Né va dimenticato che alcuni elementi relativi all’iconografia del Cristo ed alle antiche rappresentazioni della sua sepoltura sembrano contenere un rimando suggestivo alla Sindone di Torino.
Altre strade, quindi, sono state battute e devono essere battute, specialmente considerando l’esigenza del confronto diretto con il Lenzuolo, dal quale principalmente dobbiamo attendere delle risposte agli interrogativi di carattere scientifico.
mdeledda
venerdì, 02 ottobre 2009, ore 19:25
mdeledda
giovedì, 17 settembre 2009, ore 21:00
Il tesoro dei templari
Dopo aver dimostrato che l’«idolo» venerato dall’Ordine era la sindone, Barbara Frale ha ricostruito la vera storia del misterioso telo. E qui anticipa le sue scoperte.
di Roberto Persico,
da Tempi (15/09/2009)
«La cosa interessante è che le reazioni più entusiaste sono venute dal mondo laico. Forse perché il mio studio è assolutamente di tipo storico. Il metodo storico non si impiccia di questioni teologiche, non si pone il problema di stabilire se Gesù sia Dio o se sia risorto; si limita a mettere in fila i dati, le fonti, e a leggerli, e il risultato è lampante: quel lenzuolo, la sindone, ha origini antichissime». Quello di Barbara Frale su I templari e la sindone di Cristo (Il Mulino) è stato uno dei libri che più hanno fatto scalpore quest’anno. La studiosa vi raccoglie diversi documenti che rafforzano la tesi secondo cui il famoso “idolo” venerato dai cavalieri del tempio di Gerusalemme e rimasto per secoli nel più totale mistero sarebbe stato proprio il lenzuolo funebre su cui secondo la tradizione rimase impressa l’effigie di Gesù. Grazie al suo impiego presso l’Archivio segreto vaticano la Frale, che sabato 19 settembre 2009 esporrà a Missaglia (LC) le “ultime novità” sull’Ordine militare, ha potuto arricchire il suo studio con numerose fonti inedite «ma la ricerca sulla sindone, i cui risultati ho esposto in un altro libro che dovrebbe uscire a novembre sempre per il Mulino, l’ho svolta in maniera assolutamente autonoma. Sì, “sindone” (come “uomo della sindone”): l’ho sempre scritto con la lettera minuscola. Perché il mio problema non è confermare o meno un’opzione di fede, ma dare un contributo per far luce su un appassionante mistero storico. E su questo, paradossalmente, i più interessati mi sembra siano stati i laici. Anzi, sa una cosa? Paradossalmente, l’articolo più ostile è uscito sul sito della diocesi di Torino: possibile che proprio lì siano tenacemente convinti che la sindone sia un falso medievale?».
Ma dottoressa Frale, quella del falso è una tesi confermata dal famoso esame del carbonio 14.
E smentita da tanti altri fatti, primo fra tutti la tela, di un tipo comune nel vicino Oriente di duemila anni fa e sconosciuto nell’Europa del Trecento. Addirittura c’è un rammendo eseguito con un tipo di cucitura che, come ha scoperto la massima esperta mondiale di tessuti, esiste in un solo altro esemplare, guarda caso ritrovato nella fortezza di Masada in Palestina. E sul fronte degli esami scientifici, quelli eseguiti dal professor Rogers di Los Alamos sulla vanillina (una sostanza che anch’essa si modifica nel tempo) mostrano che l’età del telo è la stessa dei lini ritrovati nelle grotte di Qumran.
Dunque un telo che continua a offrire sorprese. L’ultima è quella delle scritte di cui lei si sta occupando.
Sì. La cosa non è nuova: già negli anni Settanta ci si era accorti che c’erano tracce di scrittura trasferita. Con questa espressione gli archeologi indicano le tracce di scrittura che possono imprimersi su una sostanza rimasta a contatto con un testo scritto. Per esempio a Qumran è stato ritrovato un pezzo di fango indurito su cui sono rimaste tracce di un papiro: il rotolo si è dissolto, ma gli inchiostri con cui era scritto hanno lasciato tracce chimiche sul fango con cui erano a contatto, e grazie ai sistemi di lettura computerizzati è possibile ricostruire il testo. Così è stato fatto negli ultimi anni con la sindone, da personaggi e con tecniche di altissimo livello, come André Marion dell’Institut superieur d’optique d’Orsay, uno dei massimi esperti di trattamento digitale delle immagini: sono stati i suoi computer (delle macchine, non degli uomini magari influenzati da pregiudizi o desideri) a riconoscere la parola “Jesus” sulla sindone.
A questo punto si inserisce il suo lavoro…
Il metodo di Marion è stato ripreso da altri; qualche tempo fa ho ricevuto da Thierry Castex alcune lettere che mi sono sembrate ebraiche, e che ho girato a due studiosi di ebraico senza citarne la provenienza: entrambi hanno letto la parola “trovato”, e altre lettere meno chiare che si potrebbero leggere “noi” o “perché”. Ma è chiaro che per comprendere il significato di ogni frammento bisogna cercare di interpretare il testo nel suo insieme. Che è quello che ho cercato di fare.
Con quali risultati?
Coi risultati di cui dico nel mio prossimo libro.
Non vuole anticipare nulla?
Per ora non posso proprio. Posso solo dirle, per ora, che tutto sembra ricondurre a un documento databile al I secolo e relativo a un processo.
Un documento autentico?
Guardi, non uso volentieri la parola “autentico”, che può generare confusione. Cosa vuol dire che la sindone è “autentica”? Che è davvero il lenzuolo funebre di un dio risorto? Preferisco la parola “pertinente”: sicuramente la sindone è un telo pertinente a un cadavere del I secolo che è stato messo a morte in un modo del tutto simile a quello raccontato dai Vangeli. Così i segni che porta potrebbero essere la scrittura trasferita di un documento “pertinente” al relativo processo. Non le basta?
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I monaci guerrieri in Brianza
Barbara Frale nella “villa reliquiario” per parlare dell’identità del “bafometto”
di Tempi (15/09/2009)
L’idea di portare un peso massimo dello studio dei templari come Barbara Frale in uno dei più importanti “reliquiari” di testimonianze del legame tra l’Ordine e la Brianza è di Alberto Uva, imprenditore nel campo della sanità (ha al suo attivo diverse partnership con ospedali pubblici per la fornitura di grandi macchine per la diagnostica e la terapia) e, naturalmente, grande appassionato di storia. Una passione, quest’ultima, che in un certo senso è un affare di famiglia. Perché Uva, oltreché capitano d’azienda, è anche erede di una nobile famiglia brianzola tra le cui proprietà è annoverata la Villa Sormani Marzorati a Missaglia (Lc), nota ormai a migliaia di ex alcolisti ed ex tabagisti come la sede storica di una delle prime cliniche italiane di ipnositerapia per la dissuefazione (fondata nel 1970 e ancora oggi guidata dalla famiglia Uva). È proprio nel perimetro di questo possedimento che negli anni Sessanta, in una monofora che ospitava i resti di Giorgio Clerici di Cavenago, il quale nel 1717 aveva partecipato alla battaglia di Belgrado per liberare la città dall’assedio ottomano, fu ritrovato un codice templare originale, formidabile prova di come questa porzione della Brianza lecchese sia stata un’importante culla dell’Ordine. Ed è sempre qui, nella chiesetta di Santa Maria in Villa, che sabato 19 settembre alle 16 la Frale, introdotta da Renato Farina, parlerà de “La nuova identità del Bafometto. Le ultime novità sui cavalieri templari”.
Per Alberto Uva l’evento di Villa Sormani Marzorati non sarà solo «un modo per suscitare iniziative culturali d’eccellenza nel nostro territorio», che effettivamente è una delle mission della fondazione da lui creata e intitolata alla madre, Maria Teresa Parea Uva. «La serata sarà anche un modo per promuovere quello che è il primo obiettivo della Fondazione, cioè quello di mettere in piedi un sistema continuativo di raccolta fondi per la ricerca medica sulla cura delle malattie neurodegenerative, a favore in particolare dell’Inspe, l’Istituto di neurologia sperimentale del San Raffaele di Milano, uno dei centri più importanti al mondo in questo settore. Per questo al termine della parte aperta al pubblico dell’evento, ci sarà una cena di gala dove discuteremo delle nostre idee sul fund raising». Alla cena allestita nel parco di Villa Sormani oltre ai rappresentanti degli enti che patrocinano la serata (assessorati alla Cultura della Lombardia, della Provincia di Lecco e del Comune di Missaglia), sono state invitate numerose personalità della politica regionale e nazionale, dal governatore Formigoni al ministro Bossi, il gotha dell’imprenditoria locale e tutti i principali dirigenti e operatori della sanità lombarda.
mdeledda
mercoledì, 16 settembre 2009, ore 20:00
mdeledda
mercoledì, 09 settembre 2009, ore 22:08
Verità e menzogne
di Don Marcello Stanzione,
da Pontifex Roma (09/09/2009)
Il processo a Galileo Galilei (1564-1642) viene utilizzato in un modo vergognosamente ingannevole dai nemici ideologici della Chiesa per dimostrare, secondo loro, l’oscurantismo cattolico. In realtà il celebre filosofo della scienza Paul Feyerabend (1924-1994) - anarchico e ateo - ha scritto che nel processo allo scienziato pisano la ragione era da parte della Chiesa Cattolica. In realtà ciò che capitò a Galilei non fu assolutamente causato dalla sua negazione della concezione geocentrica che affermava che il sole gira intorno alla Terra quanto dal fatto che la sua posizione si faceva sostenitrice di un nuovo modo di concepire la scienza come l’unica ed esclusiva lettura della realtà. Cioè il passaggio dalla scienza allo scientismo. A differenza dei luoghi comuni sul “caso Galilei” creati a regola d’arte e dati in pasto agli ignoranti di storia, lo scienziato pisano non ebbe i suoi problemi per la teoria eliocentrica cioè è la terra a ruotare intorno al Sole, perché già san Tommaso d’Aquino(1225-1274) affermò che la concezione geocentrica tolemaica proprio perché non dimostrabile non poteva considerarsi definitiva. Copernico (1473-1543) astronomo, oltre che pio prete cattolico, morto 21 anni prima di Galilei, aveva sostenuto la concezione eliocentrica. Inoltre anche i pontefici Leone X e Clemente VII si mostrarono disponibili alle sue tesi.
Galilei sapeva benissimo che la Chiesa non aveva nulla da ridire sull’ipotesi di Copernico. Così egli scrisse in una lettera a Cristina di Lorena: “ (il trattato di Copernico) è stato ricevuto dalla santa Chiesa, letto e studiato per tutto il mondo, senza che mai si sia presa ombra di scrupolo nella sua dottrina..” il vero motivo per cui Galilei ebbe problemi con l’inquisizione fu a causa della sua pretesa di presentare l’eliocentrismo non come ipotesi ma come una tesi comprovata, rappresentava un atteggiamento scientista e non scientifico. Galilei, aveva solo delle intuizioni e non delle prove. In genere coloro che si servono del caso Galilei per attaccare la Religione Cattolica non dicono che lo scienziato in realtà non portava prove convincenti per suffragare la sua ipotesi.
Orbene una prova in realtà la portava, ma era sbagliata. Inviò una lettera al cardinale Orsini dove affermava che la rotazione della Terra intorno al Sole sarebbe provata dalle maree, cioè secondo lui, il movimento della Terra provocherebbe scuotimento e quindi le alte e basse maree. I giudici dell’inquisizione però gli contestarono tale “ prova”. Ecco perché Paul Feyerabend, pur essendo ateo ed anarchico, ha affermato che nel processo a Galilei il rigore scientifico fu da parte della Chiesa!!! San Roberto Bellarmino (1542-1621) pretendeva semplicemente che Galilei presentasse le sue affermazioni come ipotesi. Il cardinale gesuita così scrive in una lettera del 12 aprile1615 al padre carmelitano Paolo Antonio Foscarini che appoggiava Galilei: “Dico che il Venerabile Padre e il signor Galileo facciano prudentemente a contentarsi di parlare “Ex supposizione” e non “ assolutamente”, (…) Dico che quando ci fusse “vera dimostrazione” che il Sole stia nel centro del mondo e la Terra nel terzo cielo, e che il Sole non circonda la Terra, ma la terra circonda il sole, all’hora bisognerai andare con molta considerazione in esplicare le Scritture che paiono contrarie, ed è meglio dire che non le intendiamo piuttosto che dire che sia falso quello che si dimostra”. In conclusione la famosa frase che Galilei avrebbe detto dinnanzi ai giudici dell’inquisizione: “ Eppur si muove”, in realtà non fu mai storicamente pronunciata. Fu letteralmente inventata da un giornalista italiano, Giuseppe Baretti, a Londra nel 1757. Una frase ad effetto, uno slogan anticattolico per creare un uso strumentale del “caso Galileo”.
mdeledda