giovedì, 12 novembre 2009, ore 18:01

L'Unità prima esaltava il Muro, poi la sua caduta, e adesso l'ha dimenticato

di Fabrizio B. Maggi,
da L'Occidentale (11/11/2009)


“Dalle due di questa notte al confine di settore fra Berlino democratica e Berlino ovest sono stati istituiti i controlli che ogni stato sovrano pone alle proprie frontiere”. Inizia così l’articolo apparso sulla prima pagina de l’Unità del 14 agosto 1961, data in cui venne posto il primo mattone a quello che di lì a poco sarebbe diventato il muro della vergogna per eccellenza, il muro di Berlino.

A pochi giorni dalla commemorazione dei vent’anni dalla sua caduta, abbiamo rispolverato le prime pagine di uno dei giornali italiani che hanno fatto la storia, l'Unità, appunto. Lo abbiamo fatto per ricordare come venne descritta enfaticamente la giornata in cui si iniziava a costruire il muro e come, 28 anni dopo, lo stesso quotidiano abbia utilizzato toni molto diversi per descrivere la sua caduta. Senza mai – è bene evidenziarlo – tornare sui suoi passi o fare i conti con la Storia. Neanche al giorno d'oggi.


Facciamo un passo indietro. È il giorno prima di Ferragosto del 1961 e l'Unità titola in apertura e a caratteri cubitali: “Misure di sicurezza della RDT ai confini con Berlino Ovest”. Per il quotidiano del PCI le autorità della Germania Est attuavano delle semplici "misure di sicurezza" per contrastare gli “sforzi aggressivi del nemico” (la Germania Ovest). Tra le righe, un chiaro messaggio: le forze occidentali sono disprezzabili, le loro istituzioni sono finte e antidemocratiche (e per questo meritano le virgolette, come nel caso del “Senato” della Germania Occidentale), il muro non è nient’altro che una reazione “legittima” contro l’aggressione e la minaccia di Bonn.

Il quotidiano, che in quei giorni era diretto da Alfredo Reichlin, non usò mezzi termini per sostenere la decisione del “Consiglio dei ministri della Repubblica democratica”. Pomposo e pieno d’orgoglio, l’articolo firmato dall’inviato Giuseppe Conato spiegava che il muro era una misura necessaria a “stroncare le attività ostili delle forze revansciste e militariste della Germania occidentale e di Berlino ovest”, atti di “spionaggio, sobillazione e diversione che, profittando della anormale situazione della città, vengono condotti dalle centrali di Berlino ovest”.

Il giornalista descrive una Berlino in cui la situazione è calma. Ma solo nella RDT, perché nei settori occidentali invece “si notava una certa tensione”. Come a dire che i "compagni" sapevano che tutto era sotto controllo, che la scelta del muro era quella giusta. Il sottotitolo di un altro articolo al centro della prima pagina recita: “i circoli occidentali soffiano sul fuoco della provocazione”. E poco più sotto il pezzo continua “le legittime misure di sicurezza adottate dalla Repubblica democratica tedesca per proteggere i suoi confini occidentali (…) hanno suscitato nella Germania di Adenauer e nelle capitali occidentali immediate prese di posizioni e commenti che vanno da una ipocrita manifestazione di sorpresa e di preoccupazione, fino alla formulazione di aperte minacce e provocazioni”.

Il giornale pubblica anche la dichiarazione indirizzata dal Patto di Varsavia alla RDT per sancire l'alleanza in corso, un modo che il quotidiano utilizza per criticare le potenze occidentali che facevano “cattivo uso dell’attuale posizione del traffico sul confine di Berlino Ovest per sconvolgere l’economia della Repubblica democratica tedesca”. Ed è per questa ragione che verrà impedita l’entrata a Berlino Est “ai politicanti revanscisti e agli agenti del militarismo tedesco occidentale”. L'Unità cita anche le parole del Consiglio dei ministri della RDT: “una grave minaccia per la pace insita nella politica imperialistica e bellicista condotta da Bonn sotto la maschera dell’anticomunismo e con la tesi che ‘la seconda guerra mondiale non è ancora finita”. Nel taglio basso, un articolo loda un incontro della stampa comunista italiana e francese a San Remi durante il quale viene osannato “l’avvento di una nuova società”.


Nel 1989, le cose stavano molto diversamente. Sempre su l'Unità, la caduta del muro – costruito per difendere i cittadini di Berlino Est dai 'capitalisti' della Germania Ovest – viene acclamata come “Il giorno più bello per l’Europa”. Renzo Foa – grande penna del giornalismo italiano che di lì ad un anno avrebbe preso le redini del quotidiano fondato da Antonio Gramsci – descrive una grande festa e “un momento che segna e cambia la Storia di una nazione e di un intero continente”. Non mancano gli elogi alla vittoria di un movimento popolare costituito da chi era sceso in piazza per rovesciare “uno dei bastioni del socialismo reale” e un “modello politico che è franato”. La parola democrazia viene declinata più volte e nei modi più diversi. Il messaggio trasmesso fra le righe è di vittoria e di rivincita, ma ad emergere è soprattutto “la voglia di ricominciare” e di “costruire un nuovo ordine in Europa”. Paolo Soldini, inviato del giornale a Berlino, descrive l’atmosfera di gioia che si respira in città: la speranza di un lungo cammino di cui si intravede un “approdo alla libertà e alla democrazia”, auspicando una nuova cultura che “chiede la libertà politica e cerca i valori della solidarietà”. In particolare, c’è l’invito a investire nel “rinnovamento di un partito che per tanti anni ha soffocato le speranze”.

Cos'è rimasto oggi, a vent'anni di distanza dalla caduta di quel muro? Basta guardare la prima pagina del quotidiano attualmente diretto da Concita De Gregorio per farcene un’idea. L'Unità ha dedicato nient’altro che un articolo a fondo pagina alla commemorazione della caduta del muro (20 anni dal Muro. Viaggio virtuale tra sogni e nostalgie), mentre “il papello” del premier Silvio Berlusconi si è guadagnato il (solito) paginone. Una data ormai considerata da tutti storica come l'89, sul quotidiano comunista viene relegata elegantemente nel taglio basso della pagina. Nessun titolo strillato che ricordi la fine del comunismo. Non c’è niente da imparare. Nulla da elogiare. Ma una lezione c’è, dietro tutta questa lunga storia: l'Unità continua ad andare avanti, senza mai guardarsi indietro.
mdeledda
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mercoledì, 11 novembre 2009, ore 18:14


La laicità non è una parete bianca

Dopo i commenti ricevuti al suo articolo sulla sentenza della Corte europea sui crocefissi nelle scuole italiane, Jospeh Weiler, professore alla New York University, in questo intervento cerca di spiegare meglio la sua posizione.


di Joseph Weiler,
da
Il Sussidiario (11/11/2009)

Dopo aver ricevuto e letto alcuni commenti al mio articolo sulla decisione della Corte di Strasburgo, mi sento in dovere di reintervenire, perché mi viene il dubbio che i lettori, presi dalla reazione del pro o contro la sentenza, si siano persi la parte che più mi sta a cuore di quello che volevo mettere in luce. Per far questo lascio per un attimo da parte la sentenza, su cui mi sono già espresso, e racconto una storia.

Giovanni e Romano sono due ragazzini dei giorni nostri che abitano nella stessa zona. Si vedono spesso al parco e giocano tra di loro. Un giorno Giovanni invita Romano a casa, passano il pomeriggio insieme e a un certo punto, in salotto, Romano vede qualcosa di nuovo e chiede: “Cos’è quella cosa lì?”; e Giovanni dice a Romano che è un crocefisso, e poi con i genitori gli spiega che cosa rappresenta.

Romano torna a casa e, prima di andare a letto, chiede alla mamma: “Mamma, lo sai cos’è il crocefisso?”, “Certo che lo so”, “Lo sai che Giovanni ce l’ha? Ha il crocefisso appeso in sala. Perché noi non lo abbiamo?”, e la mamma lo tranquillizza, gli dice che sa cos’è il crocefisso, e gli spiega che però loro sono una famiglia laica, che hanno determinati valori ma che non sono cristiani, e che quindi non tengono un crocefisso appeso in casa.

Poi, dopo una settimana, Giovanni è invitato da Romano a fare merenda a casa. A un certo punto Giovanni gli dice: “In casa tua non c’è il crocefisso, perché?”. E Romano, che si ricorda della chiacchierata con la mamma, gli spiega che la sua famiglia è laica, che hanno dei valori ma non credono in Gesù. Giovanni, anche lui colpito dalla novità, torna a casa e racconta tutto alla mamma, ne parlano insieme.

Senza isterismi, senza scene apocalittiche, i due bambini, da amici, si scoprono l’un l’altro. Questo è un racconto tipo di una situazione che chissà quante volte è già successa tra i ragazzini italiani. I due crescono insieme, non solo si tollerano, ma sono proprio amici, e le famiglie cominciano a conoscersi, pur nella loro differenza.

Poi bisogna andare a scuola. E in aula c’è il crocefisso. Romano torna a casa e dice: “Mamma, a scuola c’è il crocefisso come a casa di Giovanni: quindi hanno ragione loro?”. Qui, per una società plurale, si pone un problema. Ma questo problema si risolve levando il crocefisso dalla scuola?

Riprendiamo la storia da dove l’avevamo lasciata, e cambiamo il finale: questa volta è Giovanni che va a scuola e vede le mura senza crocefisso. Torna a casa e dice: “Mamma, sai che a scuola non c’è il crocefisso? Quindi ha ragione Romano?”.

La questione vista prima, perciò, se si leva il crocefisso, non è affatto risolta: rispetto alla situazione precedente sarà semplicemente Giovanni, e non Romano, ad avvertire un problema. Anche la parete bianca è espressione di un certo modo di vedere la realtà.

I simboli sono importanti, permettono di identificare fatti e tradizioni secolari. Siamo sicuri che non ne vogliamo avere nel luogo che si occupa dell’educazione dei nostri figli, proprio nel posto in cui le cose prendono un senso?

Non è vero che la parete bianca è la soluzione migliore. Piuttosto, sarebbe bene cominciare a immaginare nuove soluzioni al problema, perché l’idea della parete bianca non è neutrale, è molto vecchia, e non risolverebbe nulla. Piuttosto, chi ha a cuore questa questione, e tra costoro i laici, dovrebbero cominciare a interrogarsi anche su quali simboli vorrebbero vedere nelle scuole, e non solo su quali non vorrebbero.




I diritti umani capovolti

di Stefano Spinelli,
da Cultura Cattolica (11/11/2009)


Sulla questione del crocifisso molto è già stato detto (anche su questo sito ed anche prima dell’affondo poi venuto dalla corte europea dei diritti umani).

Vorrei quindi porre l’attenzione su di una questione più generale: il (preteso) nuovo diritto al rispetto delle convinzioni religiose e filosofiche della singola persona, considerato come diritto assoluto ed opponibile a chiunque altro, in modo da limitare e restringere le possibili manifestazioni esteriori della libertà religiosa altrui.

Ancora una volta paiono rovesciati i criteri di giudizio. La nostra costituzione, all’art. 19, tutela il diritto alla libertà religiosa, che implica anche la libertà di fare testimonianza e di manifestare all’esterno, in forma singola o associata, in privato ed anche in ambienti pubblici, la propria fede. Ovvio che detta libertà venga salvaguardata anche attraverso l’utilizzo e l’esposizione di simboli che quella fede rappresentano. La medesima tutela viene peraltro affermata dall’art. 18 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, ed anche dall’art. 9 della stessa Convenzione Europea dei diritti dell’uomo (CEDU).

La corte europea ha invece statuito che “la presenza del crocifisso può facilmente essere interpretata da alunni di tutte le età come un simbolo religioso ed essi si sentiranno educati in un ambiente scolastico caratterizzato da una data religione. Ciò che può essere incoraggiante per certi alunni religiosi, può turbare sentimentalmente (peut etre perturbant emotionnellement) alunni di altre religioni o chi non professa alcuna religione”. Essa reputa violato proprio l’art. 9 CEDU sulla libertà religiosa, in combinato disposto con l’art. 2 del Protocollo 1 della CEDU, sul diritto all’istruzione, per il quale “lo Stato, nell’esercizio delle funzioni che assume nel campo dell’educazione e dell’insegnamento, deve rispettare il diritto dei genitori di provvedere a tale educazione e a tale insegnamento secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche”. La sentenza continua poi sostenendo che “l’esposizione di uno o più simboli religiosi non può giustificarsi neppure su domanda di altri genitori che sperano in una educazione religiosa conforme alle loro convinzioni… Il rispetto delle convinzioni dei genitori in materia d’educazione deve tener conto del rispetto delle convinzioni degli altri genitori. Lo Stato è tenuto alla neutralità confessionale nell’ambito dell’educazione pubblica… la quale deve cercare di inculcare agli alunni un pensiero critico (inculquer aux élèves une pensée critique)”.

Come si vede, la corte europea fonda il proprio convincimento sul concetto di rispetto, ma diverso da quello comunemente inteso; non rispetto di una libertà religiosa comune a tutti ed affermata al fine di rendere possibile quella altrui; bensì di una singola libertà religiosa, affermata come personale ed assoluta, la cui salvaguardia diventa capace di negare o limitare quella altrui.

Si capovolge la natura stessa dei diritti umani. Di solito questi vengono espressi in positivo in modo che – riconosciuti a tutti – questi siano poi esistenti anche per ciascuna singola persona. Qui invece si parte dal diritto riconosciuto al singolo, per negare quello di tutti gli altri, in virtù di un (anch’esso preteso) principio di neutralità.

Vi è quindi l’accoglimento di un diverso criterio di libertà religiosa: non più apertura ad ogni manifestazione religiosa esterna, anche in pubblico e con l’utilizzo dei propri simboli, ciascuna secondo la vivacità culturale e la presenza sul territorio che la caratterizza; bensì chiusura rispetto ad ogni presenza religiosa esterna, anche simbolica, per non “turbare sentimentalmente” la religione interna di ciascuno (è questa, ad esempio, la deriva culturale di diversi ordinamenti, tra cui quello francese, ove si tende a proibire ogni simbolo religioso).

Mentre la prima impostazione è inclusiva, parte cioè dall’accoglienza altrui e rispetta la libertà religiosa assicurandola a tutti, la seconda è esclusiva e per affermarsi chiede un rispetto assoluto della propria singolarità. Ma dove porta questa forma di neutralità? La sua affermazione nell’ordinamento ha potenzialità dirompenti: si è partiti dall’educazione, ma si pensi ad una processione su una pubblica via o una piazza, che potrebbe “turbare” un singolo passante e la sua particolare coscienza di fede o filosofica; si pensi ad una messa pubblica (anche quelle di inizio o fine anno scolastico, già si trovano impedimenti burocratici per limitarle); si pensi alla partecipazione delle istituzioni a celebrazioni religiose (si dovrebbe impedire che i sindaci con la fascia tricolore possano parteciparvi); si pensi al segno della croce dello sportivo al traguardo, ripreso dalla televisione pubblica (si dovrebbe emanare un regolamento per sanzionare chi lo faccia); e quanti altri esempi si possono fare?

Ecco il punto. Sotto un falso concetto di rispetto umano viene ricondotto il tentativo di sopprimere definitivamente ogni dimensione religiosa nell’uomo.

Dietro una facciata di crescita democratica si nasconde un pericoloso cedere ad altri (al preteso custode del cd. pensiero critico) il criterio di giudizio della nostra vita.




Una sentenza devastante e pericolosa

di Bruno Volpe,
da Pontifex Roma (11/11/2009)


Il dibattito sulla recente pronuncia della Corte di Strasburgo che ha decretato la rimozione del crocefisso dalla aule scolastiche con la motivazione che osterebbe alla libertà di religione e sarebbe di ostacolo alla educazione dei ragazzi continua. Lo abbiamo approfondito con il noto sociologo e studioso di religioni, professor Massimo Introvigne.

Professor Introvigne, qual è la sua idea sulla pronuncia della Corte di Strasburgo?
Ho già scritto abbondantemente sul tema, ma ci ritorno volentieri. In teoria quella decisione apre delle prospettive devastanti, almeno a livello teorico.

Devastanti per quale ragione?
Si mettono in discussione alcuni capisaldi della tradizione e della cultura europea e non è cosa di poco conto. Ma mi sembra che la Corte abbia seriamente perduto il senso del ridicolo. Penso che ora la tanto turbata signora finalndese chiederà in altro ricorso di cambiare la bandiera della sua nazione che porta una croce visto che quel simbolo la sconvolge tanto. E i suoi poveri ed innocenti figlioli le chiederanno ausilio, magari vestiti da scheletro o da fantasmi alla festa di halloween che invece non turba e tanto meno fa paura.

Che bisogna fare davanti a quella sentenza?
Ritengo che il Governo italiano abbia fatto la miglior scelta decidendo di inoltrare appello, ma dal punto di vista pratico, la soluzione migliore e più seria, è ignorarla, seppellirla sotto la coltre del ridicolo e del tragicomico.

Da qualche tempo comunque gli organismi europei non perdono occasione per mostrare indifferenza o addirittura ostilità contro la Chiesa cattolica.
Questo è vero. Strada facendo, su questo tema e non solo, delle decisioni europee penso tutto il male possibile anche se, per amor di onestà, questa volta la Comunità europea non ha nulla a che vedere, essendo la Corte un organismo autonomo dalla Comunità.

In persone meno aggiornate la sentenza potrebbe portare comunque a sentimenti antieuropeisti, sempre in agguato.
Questo è un rischio che effettivamente esiste e si corre, anche se lo ribadisco, in questa circostanza la Comunità europea non ha responsabilità. In Italia ho sentito reazioni indignate dappertutto. Sono lacrime di coccodrillo, almeno per quanto riguarda il Partito Democratico. È opportuno sapere e rendere noto che uno dei giudici che compongono la corte è italiano, nominato dal Governo Prodi. Un cattolico adulto. E la botte serve il vino che ha, in questo caso cattivo e andato a male. In Svizzera ora rischia un referendum per abolire i minareti. Ma la Corte non valuta che se io cattolico incontro un minareto potrei turbarmi?




In difesa del crocifisso, l’Italia s’è desta!

di Antonio Gaspari,
da Zenit (10/11/2009)


Gli organi di informazione più potenti non ne danno notizia, ma in Italia si sta assistendo ad una mobilitazione popolare in difesa del crocifisso che non ha precedenti nella storia moderna.

Dopo la sentenza della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo, che chiede la rimozione dei crocifissi da tutte le aule scolastiche, gli italiani si sono mobilitati in difesa di quello che è riconosciuto come un simbolo di identità nazionale.

In seguito alla decisione della Corte la quasi totalità dei consigli comunali in Italia ha discusso della presenza dei crocifissi nella aule scolastiche e nei luoghi pubblici.

Nella stragrande maggioranza hanno votato ordini del giorno o delibere per portare il crocifisso in ogni aula, soprattutto nei luoghi da cui, per motivi diversi, era stato spostato.

Solo in pochi casi le amministrazioni hanno deciso di non fare nulla.

Alcuni sindaci hanno risposto con gesti clamorosi. A Montecchio Maggiore un comune in provincia di Vicenza, il sindaco Milena Cecchetto insieme alla giunta si è autotassata ed ha acquistato e installato un crocefisso alto due metri all’entrata del municipio.

Il sindaco Cecchetto ha spiegato che si tratta di “un gesto necessario per difendere ciò che per noi e per il nostro paese è simbolo di una tradizione, alla base dei nostri valori: chi vuole eliminarlo non lo fa per dare spazio alla laicità, ma solo per aprire la strada ad altre forme di espressione religiosa”.

Come ha riportato anche Avvenire, Massimo Bitonci, sindaco di Cittadella, in provincia di Padova, ha fatto collocare nell’atrio del Municipio un antico crocifisso ligneo.

A Firenze, un consigliere comunale, Marco Cordone, si è presentato in aula con una vistoso crocifisso appeso al collo, ed una camicia bianca in cui era scritto “il crocifisso non si tocca”.

Massimo Poliedri, consigliere comunale di Piacenza, è intervenuto in aula indossando una maglietta con stampato un crocifisso ed una scritta “Cosa ho fatto di male?”.

Anche il consiglio comunale di Taranto ha approvato un ordine del giorno in risposta alla sentenza della Corte di Strasburgo.

Giunta comunale e sindaco sostengono che “il crocifisso è simbolo di pace e di amore tra gli uomini” e che “far prevalere un’Europa contro le tradizioni e le identità dei singoli paesi che la costituiscono significa venir meno al compito dell’unione, per la quale i padri fondatori l’hanno pensata e che oggi si identifica in Un ione Europea”.

Anche a Leonessa, in provincia di Rieti, il sindaco Paolo Trancassini ha firmato un'ordinanza comunale per imporre il crocifisso nelle aule scolastiche.

Fabio Callori, sindaco di Caorso in provincia di Piacenza, ha firmato un'ordinanza in cui si dispone che tutti i “crocifissi posti nelle aule di tutte le scuole del territorio non vengano rimossi, a salvaguardia dei valori che appartengono al nostro Paese”.

Il presidente della Provincia autonoma di Bolzano e governatore del Trentino Alto Adige, Luis Durnwalder, ha ribadito che “il crocifisso avrà sempre un posto nelle nostre scuole” ed ha aggiunto: “La croce non offende nessuno e perciò non accetteremo nessuna indicazione da Bruxelles”.

Continua anche la mobilitazione spontanea degli studenti per portare il crocifisso nelle aule dove non c’era.

Ad Agrigento alcune studentesse del liceo classico “Empedocle” il 7 novembre, al termine delle lezioni scolastiche, si sono recate in un negozio per acquistare un crocifisso e, dopo averlo fatto benedire da un sacerdote, sono ritornate in classe ad appenderlo.

Le studentesse, anche le non credenti, hanno voluto così esprimere una protesta, hanno voluto far sentire la propria opinione contraria non solo alla Corte di Strasburgo, ma anche a tutti coloro che vedono nel crocifisso solo un simbolo religioso e non il simbolo di una cultura ormai radicata in tutti gli Italiani.

Sempre in Sicilia i giovani dell’UDC hanno organizzato per il 14 novembre, a Palermo, una manifestazione in piazza dal titolo “Io credo!”.

Nel volantino in cui viene presentata la manifestazione è scritto: “Vogliamo salvaguardare la nostra identità cristiana, la nostra storia, le nostre radici. Vogliamo che i nostri figli possano conoscere la loro cultura e possano vivere il proprio 'Credo' nella libertà costituzionalmente garantita. Siamo dell’avviso che tutte le religioni debbano avere la possibilità di essere professate e un provvedimento del genere non difende i diritti di nessuno ma bensì nega quelli di tutti”.

In Toscana l’associazione di studenti “Lotta studentesca” ha costruito cento crocifissi con il compensato e li ha apposti nelle aule di tutti gli istituti superiori di Massa. Con questa iniziativa hanno voluto ribadire il loro "no" alla sentenza del Tribunale europeo e riaffermare le radici cristiane dell'Italia e del continente europeo.

Nel volantino in cui hanno annunciato la loro iniziativa i giovani di Lotta studentesca hanno scritto: "Giù le mani dal crocifisso: riportiamolo nelle aule, difendiamo le nostre radici".

Iniziative a favore del crocifisso sono venute anche da parte di alcuni imprenditori.

A Gavirate, in provincia di Varese, l’imprenditore Giorgio Feraboli ha organizzato un'assemblea con tutti i dipendenti, poi ha investito 1200 euro per costruire e installare nel cortile della propria impresa un crocifisso alto sei metri e largo tre.

Feraboli ha dotato il crocifisso anche di un impianto di illuminazione per renderlo visibile anche quando fa buio.

Incessante anche la mobilitazione di parroci e Vescovi. Secondo quanto riportato da Avvenire il Cardinale Carlo Caffarra ha definito la sentenza della Corte di Strasburgo una “decisione improvvida che mortifica la nostra storia civile”.

Togliere il crocifisso, ha precisato l’Arcivescovo di Bologna, significa togliere “la possibilità all’uomo di stupirsi di fronte alla sua dignità e q quel punto saprete che i barbari sono tornati”.

Il parroco del santuario di Montenero in provincia di Livorno, don Luca Giustarini ha distribuito ai bambini che erano a messa domenica tanti piccolo crocifissi, invitandoli a portarli a scuola, “mostrandoli con orgoglio”.





“Il relativismo porta all’inerzia morale”

da Petrus (10/11/2009)

Il presidente del Senato, Renato Schifani, critica la decisione dell'Alta Corte di Strasburgo sul Crocifisso, e la mette a confronto con gli episodi del gennaio scorso, quando a Milano e a Bologna si sono tenute preghiere islamiche di massa davanti al Duomo e alla Cattedrale di San Petronio. "Se si ritiene discriminatorio il Crocifisso nei luoghi pubblici e, viceversa, nemmeno ci si interroga su cosa significhi, proprio di fronte ad una Chiesa, una preghiera comunitaria diversa dalla religione del luogo, si potrebbe cadere - afferma Schifani parlando in Vaticano al VI Congresso Mondiale della Pastorale dei Migranti e dei Rifugiati - in una stanchezza di pensiero che tutti dobbiamo augurarci non diventi l'anticamera di una inerzia morale nella ricerca dei valori posti alla base di un sereno sviluppo di tutte le comunità civili". Per il presidente del Senato, in tema di immigrazione, invece, "l'integrazione vera e non di facciata non è sinonimo di relativismo, ma di confronto tra identità: senza una propria identita' - ricorda la seconda carica dello Stato - non è praticabile alcun dialogo".
mdeledda
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lunedì, 09 novembre 2009, ore 18:14

L'illusione di uno Stato neutro nei confronti dei valori

da Zenit (09/11/2009)

La vera libertà religiosa non è la libertà dalla religione, ha affermato uno storico in risposta alla decisione della Corte europea per i Diritti Umani di eliminare i crocifissi dalle aule delle scuole italiane.

Martin Kugler, curatore del network per i diritti umani Christianophobia.eu, con sede a Vienna (Austria), ha offerto 12 tesi che svelano il pensiero errato della Corte, che ha deciso a favore di una madre atea che ha protestato per i crocifissi appesi nella scuola frequentata dai figli.

Kugler ha spiegato che “il diritto alla libertà religiosa può significare solo il suo esercizio – non la libertà dal confronto. Il significato di «libertà di religione» non ha niente a che vedere con la creazione di una società 'libera dalla religione'”.

“Rimuovere a forza il simbolo della croce è una violazione, come lo sarebbe costringere gli atei a appendere quel simbolo”.

“Il muro bianco è anche una dichiarazione ideologica – in particolare se nei secoli prima non poteva essere vuoto. Uno Stato «neutro rispetto ai valori» è una finzione, spesso usata a scopo di propaganda”.

Per Kugler le decisioni come quella della Corte europea attaccano realmente la religione, anziché lottare contro l'intolleranza religiosa.

“Non si possono combattere i problemi politici combattendo la religione”, ha aggiunto. “Il fondamentalismo antireligioso diventa complice del fondamentalismo religioso quando provoca con l'intolleranza”.

“La maggior parte della popolazione interessata vorrebbe mantenere la croce", ha dichiarato. "È anche un problema di politica democratica, dando spudoratamente priorità agli interessi individuali”.

Riprendendo le argomentazioni proposte dal Governo italiano in difesa dei crocifissi nelle aule, Kugler ha detto che “la croce è il logo dell'Europa. È un simbolo religioso, ma anche molto pià di questo”.

Un'illusione
In un dibattito con Die Presse, Kugler ha sottolineato altri due elementi del dibattito Chiesa-Stato. Parlare di uno “Stato neutro nei confronti dei valori” è “semplicemente ingenuo, e il risultato di un'illusione. [...] È più che altro uno scherzo”.

“Uno Stato neutro verso i valori? Contro la frode e la corruzione? Contro la xenofobia e la discrminazione? I peccati contro l'ambiente e le avances sessuali sul posto di lavoro? Uno Stato che bandisce i neonazisti, permette la pornografia, favorisce certe forme di assistenza allo sviluppo, ma non altre... tutto per valori neutrali? Qualcuno sta cercando di prenderci in giro!”, ha osservato.

L'esperto ha quindi sottolineato un secondo punto che merita più attenzione: l'idea per cui una sfera pubblica senza alcuna presenza della vita religiosa o dei simboli religiosi sarebbe più “tollerante” o più appropriata per la libertà di coscienza rispetto a una che permette o perfino incoraggia dichiarazioni di credo religioso.

“Ovviamente il genitore ateo potrebbe sentire che suo/a figlio/a viene molestato/a dalla croce in classe, ma è inevitabile. Posso anche essere seccato quando entro in un ufficio postale e vedo una fotografia del Presidente federale per il quale non ho votato. [...] L'influenza, i segnali ideologici, le presenze visive – anche sessiste – esisteranno sempre e ovunque”.

“L'unica domanda è come e cosa contengono”.

A questo riguardo, Kugler ha affermato che lo Stato “dovrebbe intervenire solo in modo molto moderato. E se lo fa, non dovrebbe essere solo con divieti che imprigionano la religione in un ghetto”.




Il cattolico non può accettare il principio di neutralità

di Bruno Volpe,
da Pontifex Roma (09/11/2009)

Nel dibattito sempre vivace sulla questione legata al Crocefisso e alla sentenza sconcertante della Corte di Strasburgo, Pontifex ha ritenuto sensato ascoltare il parere di un laico, ma affezionato alla Chiesa, cioè il professor Roberto De Mattei, docente di storia contemporanea, di storia della Chiesa ed anche direttore della prestigiosa rivista Radici Cristiane, un serio punto di riferimento per ogni buon cattolico rispettoso della tradizione.

Professor De Mattei, la ha meravigliato la decisione della Corte?

Assolutamente no. È del tutto coerente con un indirizzo ormai stabile della Comunità Europea in tema religioso, anche se questa volta la Comunità Europea non ha nulla in comune. Ma noto una straordinaria affinità elettiva e una indiscutibile unità di indirizzo.

Che cosa invece la ha sorpreso?
La piacevole sollevazione di massa avvenuta in Italia anche da parte di esponenti di partiti sicuramente non vicini alle posizioni della gerarchia cattolica e non tacciabili di clericalismo. Ma quando si toccano simboli cari al comune sentimento, si corrono questi rischi.

Il professore comunque si toglie qualche sassolino dalla scarpa: "Io penso che i guai, in un certo qual modo, siano cominciati proprio con il Concordato che ha accettato i principi della laicità e della neutralità".

Che cosa intende dire?
Dunque, penso che sia esatto e fuor di dubbio che il crocefisso sia un simbolo legato alla tradizione e alla cultura del Continente, ovvero alle radici storiche, ma questo non basta per niente, siamo alla superficie del problema.

E allora?

La Croce è principalmente un simbolo religioso, ecco il vero nocciolo del tema. Comprendo e giustifico i laici quando limitano il loro argomentare al tema del segno storico e culturale, fanno il loro mestiere. Giustifico meno i religiosi e i cattolici quando affermano le stesse cose.

In che cosa a suo parere sbagliano?
gli uomini di chiesa sono sempre tenuti a difendere le verità di fede senza cedimenti alla mondanità. Il principio della neutralità è accettabile in un non credente o in un laico, ma un ecclesiastico non può aprire alle mode o a teorie contrastanti con la tradizione. Il Crocefisso è prima di ogni cosa segno distintivo della sola e vera religione, quella cattolica, poi viene tutto il resto.

"Il cattolico vero non può - conclude - e non deve rassegnarsi al principio della neutralità. Il mio modello e quello auspicabile, è uno stato che si definisca cattolico e ne sia anche orgoglioso, in cui il Crocefisso regni gloriosamente negli edifici pubblici e dappertutto. Ma bisogna anche sottolineare che nella corte che ha statuito quella decisione assurda vi era un giudice cattolico adulto italiano. Questo lo ho sentito dire da pochi, evidentemente non è politicamente corretto".
mdeledda
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domenica, 08 novembre 2009, ore 21:55


Non si ferma l'ondata popolare in difesa del crocifisso

di Antonio Gaspari,
da Zenit (08/11/2009)


Nel 1968 gli studenti occupavano le scuole al grido "Dio è morto"; oggi gli studenti portano il crocifisso nelle aule e nei luoghi in cui non c'è.

Come ha riportato questo sabato Avvenire in un articolo di Paolo Ferrario dal titolo "Gli studenti si ribellano: quella croce non si tocca", in diverse scuole a livello nazionale gli studenti hanno portato le croci nelle aule in cui non c'era.

All'istituto professionale "Golgi" di Brescia, gli studenti si sono portati da casa un crocifisso enorme e lo hanno appeso in bella vista sopra la cattedra.

Il dirigente scolastico l'ha fatto togliere, ma dopo una notte chiuso nell'armadio della classe, venerdì mattina il crocifisso è ricomparso al proprio posto.

La professoressa Ersilia Conte, che al "Golgi" insegna Chimica, ha raccontato che "quella dei ragazzi è stata una bella sorpresa. Dove non è arrivata la scuola ci hanno pensato gli studenti, che evidentemente ne hanno parlato prima tra di loro decidendo di dare a tutti una bella testimonianza".

Analoga vicenda al liceo scientifico "Fermi" di Salò (Brescia), dove dopo una votazione per decidere se mettere il crocifisso in aula i ragazzi di quinta hanno appesa la Croce sopra la cattedra.

Il professore di Lettere Marco Tarolli ha riferito: "Mi hanno detto che al crocifisso non sono disposti a rinunciare".

A Imola, al liceo linguistico "Alessandro da Imola", che partecipa a numerosi programmi di scambio con altri Paesi del continente, la studentessa Caterina Bassi, ha dichiarato: "Secondo me è una sentenza sbagliata perché l'Italia è cattolica. Se un ateo non crede non dovrebbe nemmeno provare fastidio. La cosa veramente assurda è proporre l'insegnamento della religione musulmana".

La professoressa di Scienze, Carla Cardano, ha aggiunto: "La sentenza ignora la tradizione cristiana e la storia del nostro Paese. Mai avuto prima d'oggi problemi in classe".

Sono forse questi alcuni frutti delle Giornate Mondiali della Gioventù, durante le quali la Croce è stata portata nei diversi continenti?

Qualsiasi sia l'origine, sta di fatto che l'ondata popolare in difesa del crocifisso non si placa.

Quasi in ogni giunta comunale, provinciale e regionale a livello nazionale, si è discusso sul se e come comportarsi di fronte alla sentenza della Corte di Strasburgo che ha chiesto la rimozione di tutti i crocifissi presenti nella aule scolastiche d'Italia.

Una riposta chiara l'ha data la Giunta regionale della Valle d'Aosta, che ha "invitato tutte le scuole di ogni ordine e grado a mantenere il crocifisso nelle aule".

In un documento dell'Esecutivo valdostano - proposto dall'assessore all'istruzione, Laurent Vierin, d'intesa con il presidente della Regione, Augusto Rollandin - si legge che secondo la Giunta "l'applicazione di tale sentenza potrebbe costituire un pericoloso precedente in quanto innescherebbe una serie di ricorsi da parte di chiunque si dovesse sentire in qualche modo leso dall'esposizione di simboli religiosi, compresi tutto il patrimonio artistico italiano che direttamente o indirettamente fa riferimento alla religione cattolica".

Nel documento si rileva inoltre che "tale esposizione non può e non deve essere considerata un atto offensivo nei confronti di alcuno e che, in particolare, il crocifisso rappresenta per la comunità valdostana un elemento religioso parte integrante della propria tradizione storica culturale".

La Valle d'Aosta, in conclusione, sollecita il Governo italiano a ricorrere contro la sentenza della Corte di Strasburgo.

A Firenze, il presidente del consiglio provinciale Davide Ermini, a seguito della polemica relativa alla sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani che vieta di esporre il crocifisso nelle aule scolastiche e, in generale, nei locali pubblici e negli uffici delle Pubbliche amministrazioni, ha acquistato un crocifisso e lo ha attaccato nel proprio ufficio di Palazzo Medici Riccardi.

In Toscana il presidente regionale dell'Unione delle Comunità Montane (Uncem), Oreste Giurlani, ha lanciato un appello a tutti i sindaci della regione a emettere un'ordinanza in difesa del crocifisso nelle scuole.

Giurlani, sindaco del comune di Fabbriche di Vallico (Lucca), ha firmato un'ordinanza con la quale ribadisce di mantenere il crocifisso nelle aule delle scuole del comune come "espressione dei fondamentali valori civili e culturali del popolo italiano".

In Sardegna, a Carbonia, un gruppo di commercianti ha esposto un cartello in cui è scritto "Attenzione, in questo locale esponiamo il crocifisso".

A Roma don Enzo Caruso, direttore per l'Italia del Movimento Mondo migliore, ha sottolineato che "nessuna corte ha il diritto di determinare le espressioni dell'identità culturale di un popolo" e ha definito la sentenza europea un "attacco a uno dei simboli più essenziali, che esprime l'anima stessa della civiltà italiana nonchè europea".

Nel frattempo, i sondaggi continuano a confermare l'enorme sostegno di cui gode il crocifisso in Italia.

Una ricerca tra i telespettatori del programma Domenica in ha rilevato che il 96% degli interpellati vuole che il crocifisso rimanga nelle aule e nei luoghi pubblici perché "fa parte della nostra tradizione e identità culturale".

Sembrerà paradossale, ma per ora il risultato della sentenza della Corte di Strasburgo è stato quello di far presente il crocifisso in tanti luoghi dove non c'era.




Una sentenza assurda e irrispettosa

di Bruno Volpe,
da Pontifex Roma (08/11/2009)


La sentenza della Corte Europea di Strasburgo che ha deciso di ordinare la rimozione del crocefisso dalle pareti della aule di scuola, ha lasciato il segno. Abbiamo chiesto al cardinale polacco Zenon Grokolewski, Prefetto della Congregazione per la educazione cattolica della Santa Sede, un suo parere.

Eminenza, qual è la sua valutazione su quella controversa decisione?
Ritengo in modo molto chiaro che la sentenza sia irrispettosa dei valori del cristiani.

Il porporato ricorda e fa sua alcune parole sullo stesso tema espresse nel 2007 dal Presidente francese durante la sua visita al Laterano: "Faccio mie e condivido le espressioni usate dal Presidente francese quando, con molta franchezza, eppure lui non è un bigotto o uono da sacrestia, dichiarò che il fatto di rinnegare le origini cristiane del continente europeo rappresenta un crimine contro la storia e la tradizione. Credo che in effetti si tratti non di un crimine in senso di delitto, ma di un crimine culturale e storico. Il passato non può essere cancellato con una sentenza, molto meno il comune sentire religioso".

La ricorrente e quindi la Corte, hanno parlato di ostacolo alla libertà religiosa.
In verità, la Croce non offende e tanto meno turba nessuno. Al contrario, sono certo che quella pronuncia sia solo il prodotto e la risultante di un processo di laicismo in atto in Europa da molto tempo e chiaramente denunciato da Papa Benedetto XVI. Insomma, ci troviamo davanti non ad una dimostrazione di laicità, bensì ad una posizione preconcetta che mi fa pensare ad una deriva secolarista.

Rimuovere la Croce equivale a rinnegare le origini storiche e culturali del continente europeo.
Esattamente, vale a dire proprio questo e non esiste futuro senza il passato. È stato un atto di forza contro i cristiani e la tradizione specie italiana e questo mi sembra vada contro il buon senso. I cristiani hanno tutto il diritto a difendere la loro identità e libertà religisa,uno dei postulati del Concilio Vaticano II. La sentenza è davvero un assurdo da ogni punto di vista. È un esempio di laicismo che francamente mi lascia sgomento e fa pensare a male. La ritengo un assurdo sia giuridico che cultural.

Il Governo italiano ha annunciato che inoltrerà ricorso.
Mi sembra una decisione saggia e da apprezzare, impugnare quella sentenza. Ora vedremo come andrà a finire in secondo grado, ma in fondo sono ottimista.

Perché ottimista?
Ho parlato con tanta gente, convinta anche lei che la pronuncia sia il prodotto di un rigurgito secolarista. Ma io penso e sono certo che questa ondata di laicismo finirà, ed anche presto.
mdeledda
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sabato, 07 novembre 2009, ore 21:30


Caro Gesù, chi vuol cancellarti ha già perso

di Giancarlo Marinelli,
da Il Giornale (07/11/2009)

Caro Gesù, hanno provato a cacciarti di nuovo. A condannarti, farti sparire di nuovo. Come duemila anni fa, chissà perché, il primo moto di insofferenza, la denunzia che porta alla rimozione forzata della tua morte (come se la tua croce fosse un’auto parcheggiata pericolosamente in seconda fila), vengono da una città famosa per le Terme. Non più Roma, ma Abano, dove, peraltro - è giusto tu lo sappia - i nuovi senatori e onorevoli della capitale giungono sovente a sguazzare e a rilassarsi tra fontane di idromassaggi e tappeti di fango salutare, magari in compagnia di famigliari, amici e amanti di vario tipo, visto che i soggiorni termali sono tranquillamente rimborsabili grazie alle tasche di noi contribuenti.

Vado spesso anch’io alle Terme di Abano e Montegrotto (naturalmente pagando di tasca mia, fino all’ultimo, salatissimo euro); dolori alla schiena, irrigidimenti del collo, vertigine dei cervicali. Niente in confronto a quello che hai patito tu.

Eppure in nessun posto, come in quelle piscine, ti ho incontrato così di frequente. Perché, dietro allo smeriglio lussuoso delle insegne dei bar, ristoranti, hotel di lusso, discoteche per ogni età, esiste un’umanità lacerata e dolente; un popolo di vecchi con i giorni oramai scaduti, di disabili con i giorni scaduti da quando sono nati, di malati terminali che si aggrappano alla vita con la stessa commovente ostinazione che tiene le loro mani tremolanti incollate ai bordi delle piscine.

Sono «i dannati» delle vita che, come un informe, obliquo mantello, ti venivano dietro ovunque; ti seguivano ad ogni passo, in un numero infinito, pronti a reclamare un tuo gesto di misericordia, il miracolo che riscattasse la loro disgrazia, l’abbraccio finale capace di liberare il male più atroce. Sono ancora gli stessi di allora; e forse, immergendo l’animo provato e la carne straziata dentro il vortice quieto e caldo dell’acqua, hanno l’illusione di sentire ancora la tua mano tiepida che scivola lungo il viso e il tuo sorriso, raro come le tue lacrime, che li fa tornare sani, puri, come bimbi scalpitanti. Un sorriso di madre che ha sempre una riserva di pazienza, o di padre, che, anche quando è sfinito dal lavoro e dai crucci, tornando a casa, spalanca le braccia per dire ai figli: «Venite qui. Venite a me».

Ti cercano, ti cerchiamo sempre. E, stamani, ancora di più. Perché anche chi, fino a ieri, non si è mai accorto della tua presenza nei muri di una scuola, nella sala d’aspetto di un ospedale o di un ufficio postale, ad un tratto ha alzato gli occhi per rassicurarsi che tu ancora ci sia. Questo, caro Gesù, è un altro dei tuoi miracoli: hai sostituito l’autunno con l’estate; hai tramutato una giornata di novembre nella lunga notte di San Lorenzo. Così è se, in queste ore, milioni di occhi si alzano, decollano, rimangono sospesi e non ne vogliono sapere di tornare giù; non intendono partecipare al funerale di una stella, dedicandole un desiderio, ma rivolgere la loro speranza ad un astro che non può, non deve cadere mai.

Stavolta però, a ben guardare, non hai fatto tutto da solo. Perché questo tuo ultimo prodigio è stato fortemente aiutato, addirittura provocato, proprio da coloro che, invece, intendevano infliggerti l’ennesima umiliazione. Nel tuo palpito di estrema sofferenza, hai detto: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Hai ragione: non lo sappiamo. Non sappiamo, né sapremo mai come anche il gesto più crudele teso a cancellarti, sia esso compiuto in nome di una religione diversa ed avversa, sia invece realizzato in forza di un fanatico laicismo globalizzato, finisca per ottenere l’esatto effetto opposto. Più qualcuno cerca di confinare le tua vita e la tua morte dentro gli schemi di una tradizione e di una fede particolari, e più l’universalità della croce e della resurrezione erompono con la potenza di un vulcano; più si prova a relegarti nella dogmatica icona del «figlio di Dio» di esclusiva proprietà cristiano-cattolica, e più le tue stigmate ci sanguinano addosso, ci spaccano dentro, ricordandoci che un uomo, tutti gli uomini diventano Dio quando sono disposti a morire per la salvezza di qualcun altro. E che Dio diventa un uomo, tutti gli uomini, fino a soffrire e a tormentarsi insieme a loro, ogni volta che qualcuno sacrifica se stesso per affermare ciò che è bene, ciò che è luce.

È dunque inutile, caro Gesù, che io ti dica: «Dai, non prendertela». Tu non te la sei mai presa. In fondo, sei l’uomo più laico che io conosca. Sai perfettamente che chi prova, con tutte le sue forze, ad allontanarti, in verità, non sta facendo altro che struggersi per la distanza che lo separa da te. E rinnegandoti, oltraggiandoti, intona la preghiera forse più sacra, di sicuro più autentica. Ti sta chiamando. Ti sta dicendo: quanto mi manchi.





Frutto del peggiore laicismo

di Mons. Luigi Negri,
da
Cultura Cattolica (05/11/2009)

La decisione assunta dalla Corte dei Diritti dell’uomo di Strasburgo era largamente prevedibile e, per certi aspetti, attesa. In queste istituzioni si sta sostanzialmente catalizzando tutto il peggior laicismo che ha una connotazione obiettivamente anti cattolica ed è teso ad eliminare, anche con la violenza, la presenza cristiana dalla vita della società e, addirittura, i simboli di questa presenza. Altri hanno già individuato, soprattutto la Conferenza Episcopale Italiana, la meschinità culturale di questa decisione, la miopia, come ha detto la Santa Sede, ma io credo che sia giusto dire che si tratta di una volontà eversiva verso la presenza cristiana, condotta con una ferocia pari soltanto all’apparente oggettività o neutralità delle istituzioni del diritto. Però è anche giusto - come facevano i nostri vecchi, e noi abbiamo spesso dimenticato questa lezione - che ci chiediamo se noi, come popolo cristiano e, addirittura, vorrei dire come ecclesiasticità, non abbiamo qualche responsabilità per questa situazione. È sempre giusto leggere in profondità se in qualche modo abbiamo rischiato di essere conniventi.

La vicenda di Strasburgo nella sua brutalità è anche una conseguenza di troppo irenismo che attraversa il mondo cattolico da decenni, per cui la preoccupazione fondamentale non è la nostra identità ma il dialogo ad ogni costo, andare d’accordo anche con le posizioni più distanti. Questo rispetto della diversità delle posizioni culturali e religiose, sostenuto dall’idea di una sostanziale equivalenza fra le varie posizioni e religioni, che fa perdere al cattolicesimo la sua assoluta specificità. Un irenismo, un aperturismo, una volontà di dialogo a tutti i costi che viene ripagata nell’unico modo in cui il potere mondano ripaga sempre questi scomposti atteggiamenti di compromesso: con il disprezzo e la violenza.

È necessario rinnovare la coscienza della propria identità, della propria specificità come evento umano e cristiano nei confronti di qualsiasi altra posizione, ed attrezzarci a vivere il dialogo con tutte le altre posizioni, non sulla base di una smobilitazione della propria identità ma come espressione ultima, critica, intensa della nostra identità.

Alla fine risulterà forse una prova significativa, una prova che può formare, una prova attraverso la quale - come spesso ci viene ricordato dalla tradizione dei grandi Padri della Chiesa -, Dio continua ad educare il suo popolo. Ma occorre che il giudizio sia chiaro e non ci si fermi a reazioni emotive ma si legga in profondità il compito che abbiamo davanti: recuperare la nostra identità ecclesiale e impegnarci nella testimonianza di fronte al mondo.

L’avvenimento ha colpito profondamente il Vescovo e la Chiesa di San Marino-Montefeltro; il giorno 12 novembre p.v. alle 18,30, nel Santuario del Crocifisso di Talamello, il Vescovo guiderà una Liturgia di riparazione nei confronti di quello che, obiettivamente, è un gesto di rifiuto nei confronti del Crocifisso. Nel contempo, nelle diverse realtà parrocchiali di tutta la Diocesi, i Parroci sono stati invitati a preparare questo momento attraverso opportune iniziative.



Nella battaglia per il crocefisso chi ha vinto?

di Guido Guastella,
da Cultura Cattolica (04/11/2009)


Nella battaglia per il crocefisso chi ha vinto? Finalmente, almeno per “L’unione atei e agnostici razionalisti” a cui Massimo Albertin è iscritto sino dalla sua fondazione, la Corte Europea dei diritti dell’uomo, accogliendo il ricorso presentato da sua moglie, la finlandese Soile Lauti, ha sentenziato che il crocefisso non deve essere esposto nelle aule della scuola pubblica.

A parte che la suddetta signora dovrebbe immediatamente far ricorso per chiedere la sostituzione della bandiera nazionale finlandese (oltre ché svedese, danese, norvegese e svizzera e inglese dove la croce, tradizionale o di S. Andrea compare), e forse di quella europea dove la stella potrebbe richiamare quella cometa dei re magi, mi chiedo: chi ha vinto e chi a perso con questa sentenza?

Piergiorgio Odifreddi, il superfalco del laicismo estremo, i cui libri assieme all’opera omnia di C. Darwin, C. Hitchens e altri campioni del laicismo antireligioso e giacobino, fanno bella mostra nella biblioteca e sui tavoli di casa Albertin, autore di un libro in cui sostiene che il termine cristiano deriva dal francese crétin, cioè cretino, idiota, e la Torah ebraica è una serie ininterrotta di stupidaggini, dimostrata dalle poche paginette che Le dedica, esprime la sua grande gioia all’insegna di “Libera Chiesa in libero Stato”. In una intervista aggiunge: “Faccio presente che i cattolici in Italia sono il 30%. Quindi non sono la maggioranza. Infatti si sa che solo il 30% va a messa”, dimenticando che il 98% degli studenti si avvale dell’insegnamento della religione cattolica Non contento vorrebbe togliere la concessione dell’8 per mille, che, va notato, è volontaria, e obbligare i credenti “a pregare in casa e non imitare i Farisei che pregavano in piazza. Quindi il culto va onorato in sedi private e in luoghi appositi”. A parte l’inesattezza del riferimento – come non ricordare che tutta la predicazione di Gesù si svolse in pubblico? – ci sembra che affermazioni del genere, dai giacobini francesi, passando ai rivoluzionari sovietici, fino a Chavez in Venezuela, siano state espresse da tutti i regimi più sanguinari e totalitari degli ultimi secoli, con effetti devastanti.

Inoltre anche l’affermazione cavouriana “Libera Chiesa in libero Stato”, non stava assolutamente a significare la privatizzazione della religione, ma la sua distinzione dalla sfera statuale che promette e permette libertà, tolleranza e rispetto a tutte le fedi religiose compreso il diritto di non credere, che è sede della laicità dello stato di diritto, collocandola nella sfera della società civile, che non è propriamente la sfera del privato, ma una sfera pubblica di cittadini, associazioni, organizzazioni religiose di minoranza e di maggioranza: in mondo variegato e molteplice, ricco di fermenti e di valori, luogo di incontro e di scontro, di sovrapposizione di valori e di distinzione, che lo Stato deve incoraggiare, regolare, difendere da eccessi, ma mai reprimere e limitare, imponendo vincoli o sanzioni.
Come dice Giancarlo Bosetti nel suo recente Il fallimento dei laici furiosi non ci si può illudere che la scena contemporanea si possa ancora definire oggi, come il 20 settembre 1870, attraverso nuove collisioni tra religioso e non religioso. Allora se al momento avrebbero perso i cristiani, chi avrebbe vinto? Forse i cristiani non cattolici che, come i valdesi hanno subito plaudito alla sentenza? O gli atei, agnostici e razionalisti? O forse gli ebrei, per i quali la croce ha rappresentato per quasi due millenni un simbolo di persecuzione? O forse il terzo litigante del famoso proverbio e cioè i musulmani? Il cardinale Kasper molto saggiamente ha ricordato che se la croce è stata “spesso nella storia usata come un segno contro, non credo che oggi nessuno possa intenderla così. No, ciò che resta dopo aver tolto i simboli è il vuoto”.
Ostellino, uno dei pochi autentici liberali italiani aveva recentemente affermato che il relativismo è in favore del pluralismo dei valori mentre il nichilismo è per la sua distruzione.
L’aver diluito nella Costituzione europea il riferimento alle radici giudaiche e cristiane che, insieme a quelle greche e romane, rinascimentali e illuministiche sono le fondamenta valoriali a cui è pervenuta la nostra civiltà, attraverso terribili errori e orrori, in tremila cinquecento anni di storia, ha comportato un azzeramento del nostro passato e delle nostre tradizioni che sono particolari e universali insieme. Mettere sullo stesso piano il rispetto per la vita umana e il suo disprezzo, l’uguaglianza di uomo e donna e il suo contrario, la libertà dell’individuo in quanto persona e il comunitarismo dell’Umma islamica non è un buon servizio per il futuro delle nuove generazioni.
Non vorrei che queste discussioni da basso Impero o da fine dell’Impero d’Oriente con la famosa discussione sul sesso degli angeli, vedesse in Europa, divenuta Eurabia, un vero vincitore esterno.
Mi viene in mente una bella frase di Mons. Negri, vescovo di San Marino e Montefeltro: “Mi auguro che laici non laicisti e credenti non clericali, possano dialogare fra di loro”.

PS: L’ebraismo in Occidente ha sempre rispettato, così come in Oriente, i valori religiosi e morali della maggioranza, così come i poteri dello Stato, chiedendo soltanto libertà e rispetto per i propri. Non si è mai sognato di voler cancellare l’identità delle nazioni o peggio ancora cercare di sostituirla con la propria; così come in Israele chiede di poter affermare l’identità ebraica del paese, nel rispetto naturalmente di tutte le minoranze.
mdeledda
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venerdì, 06 novembre 2009, ore 19:39

L'insostenibile pesantezza dell'impero sovietico

di Andrea Possieri,
da L'Osservatore Romano (06/11/2009)


La caduta del muro di Berlino, il 9 novembre del 1989, rappresenta uno spartiacque fondamentale nella storia politica del Novecento. Segna la fine di un'epoca, della contrapposizione tra il modello liberal-democratico supportato da un'economia di mercato e il modello marxista-leninista a economia pianificata, e identifica anche l'inizio di una nuova fase delle relazioni internazionali. Un cambiamento epocale che investì la geografia politica mondiale innescando una serie di processi a catena, tra i quali la riunificazione della Germania e il collasso dell'Unione sovietica (URSS). Due storici mutamenti politici raggiunti nel volgere di pochissimo tempo e, fatto non secondario, senza spargimento di sangue. Ne parliamo con Viktor Zaslavsky, docente di Sociologia politica presso la Libera università internazionale degli studi sociali Guido Carli (Luiss) di Roma, autore di molti studi sulla storia dell'Urss e dei rapporti fra il Partito comunista italiano e l'Unione sovietica, e, soprattutto, ex cittadino sovietico che nel 1974 venne espulso dall'URSS. "Non ho fatto niente di particolarmente eclatante per essere espulso - afferma pacatamente Zaslavsky - non ero un dissidente ma solo un intellettuale che pensava con la propria testa. E anche questo era potenzialmente pericoloso per un regime come quello sovietico. Soprattutto nella città in cui vivevo, Leningrado, dove esisteva un rigido controllo ideologico".

A distanza di venti anni da quel 9 novembre del 1989 possiamo tracciare un primo bilancio di quello storico evento. Che cosa ha significato la caduta del muro di Berlino?
La caduta del muro di Berlino rappresenta il simbolo del crollo del comunismo. O meglio, è una sintesi politico-simbolica di tutti i processi che si innescano nel biennio 1989-1991. Quello che accade in questi anni, infatti, è il risultato di almeno due processi tra loro strettamente collegati, ma allo stesso tempo molto differenti. Prima di tutto avviene il crollo del sistema sovietico e, poi, il crollo dell'impero sovietico. Il sistema sovietico è entrato in crisi a causa dei propri limiti strutturali ed è arrivato al collasso proprio a ragione di questi difetti congeniti alla natura stessa del regime. In altre parole, il sistema sovietico è crollato a causa della propria inefficienza, dello spreco di ingenti risorse economiche e dello sperpero di moltissime energie umane. In definitiva, il regime sovietico è imploso schiacciato dalle stesse contraddizioni che lo alimentavano:  un sistema politico con un regime monopartitico; un sistema economico con una rigida pianificazione centrale e una colossale militarizzazione della vita sociale. Queste tre caratteristiche della società sovietica hanno portato al collasso dell'URSS.

Seppellendo il mito-modello dell'URSS che per decenni ha fatto proseliti in tutto il mondo.
Nel biennio 1989-1991 non è soltanto crollato il muro di Berlino, con tutte le sue conseguenze in ambito internazionale, ma è anche crollato, dimostrando la sua impossibilità di sopravvivere, il sistema sovietico inteso come modello politico alternativo a quello liberal-democratico. Se vogliamo usare le parole dell'epoca è crollato il modello politico del "socialismo realizzato" segnandone, una volta per tutte, il fallimento.

Il sistema sovietico, quindi, crolla per un collasso sistemico. Quali sono le cause, invece, che portano all'esaurimento dell'impero sovietico?
Il crollo dell'impero sovietico è collegato alla crisi del sistema sovietico ma necessita di un altro angolo di visuale per essere spiegato. Prima di tutto, bisogna specificare che quando parliamo di Unione sovietica ci riferiamo a due tipi di impero: uno interno ai propri confini e uno esterno, che si estendeva principalmente nei Paesi dell'Europa orientale, e rappresentava la grande conquista della seconda guerra mondiale. Dopo la conclusione del conflitto - che ha sancito il predominio sovietico su un vastissimo territorio che spaziava dall'area danubiano-balcanica e arrivava fino ai Paesi baltici - l'impero esterno è stato mantenuto da due fattori. Prima di tutto dalla forza militare. E per capire la capillarità e la pervasività della presenza militare sovietica è sufficiente ricordare, a titolo di esempio, che sul territorio della Germania orientale, che aveva una popolazione di soli 17 milioni di abitanti, erano presenti qualcosa come 355.000 militari sovietici, con un potenziale bellico formidabile costituito da carri armati, trasporto truppe corazzati, aerei e tutto l'arsenale militare sovietico. Si trattava quindi di un esercito enorme. Tuttavia, oltre alla presenza militare c'è anche un altro elemento che ha avuto un peso fondamentale nei rapporti tra i Paesi del blocco sovietico e l'URSS: i sussidi economici che l'Unione sovietica corrispondeva alle cosiddette democrazie popolari. Ed è proprio questo fattore che entra in crisi alla fine degli anni Ottanta.

E che quindi anticipa i fatti del 1989.
Il crollo dell'impero esterno iniziò nel 1987 quando questo tipo di aiuti - soprattutto risorse energetiche vendute a prezzi assolutamente inferiori rispetto ai prezzi del mercato mondiale - rappresentarono un fardello che l'Unione sovietica non era più in grado di sopportare. Il tentativo di creare un mercato interno al blocco socialista, praticamente mantenuto dai sussidi sovietici, era del tutto insostenibile per l'Urss. Dopo due anni di perestrojka, dunque, ci si accorse che il sistema stava crollando. Da un lato, Mosca non poteva permettersi di vendere queste risorse energetiche a un prezzo che, molto spesso, rappresentava soltanto una piccola frazione del costo sul mercato mondiale, dall'altro lato, i Paesi dell'Europa orientale erano costretti a volgere il proprio sguardo verso Occidente. Di conseguenza, veniva a mancare uno dei fattori che legava i Paesi dell'Europa orientale all'URSS.

Si può affermare, quindi, che anche da parte dell'URSS esisteva una volontà di modificare le relazioni internazionali con i Paesi del blocco orientale?

Molti hanno detto, e ancora oggi lo sostengono, che Gorbaciov non era consapevole dei possibili risultati della sua politica in Europa orientale. In realtà, non è proprio così. Gorbaciov ripeteva regolarmente ai suoi collaboratori vicini - e lo ripeté poi nel luglio 1991 anche a Helmut Kohl - una frase memorabile a proposito dei rapporti tra Urss e i Paesi dell'Europa orientale: "Loro sono stufi di noi ma anche noi siamo stufi di loro".

Una ammissione dello stato di crisi?
Direi piuttosto uno stato di intolleranza reciproca. Nella vita di molti imperi arriva il momento in cui la periferia diventa un fardello, un peso inutile e non più una conquista. In quel momento, per l'Unione sovietica era praticamente impossibile mantenere la periferia dell'impero, ovvero l'Europa orientale.

In questo conteso, che ruolo ha avuto un Papa come Giovanni Paolo II?

Entro i confini della Polonia, che era uno dei Paesi chiave del Patto di Varsavia, Giovanni Paolo II ha avuto un ruolo straordinario. La sua elezione a Papa ha prodotto una esplosione di entusiasmo, di patriottismo e di orgoglio nazionale che per un certo periodo ha cancellato tutta la paura accumulata nei decenni precedenti di dominio assoluto del partito unico e del suo apparato repressivo. La Chiesa cattolica in Polonia ha rappresentato, senza dubbio, la base attorno a cui si è coagulata tutta l'opposizione al regime. Non c'è niente di simile, invece, in Unione sovietica dove la Chiesa ortodossa è stata sempre, non solo schiacciata, ma completamente soggiogata dallo Stato-partito. In Polonia non è stato così, per cui il ruolo del Papa è stato grandioso.

La Polonia richiama subito alla mente il massacro di Katyn.
Quella strage è uno di quegli eventi paradigmatici della storia del Novecento che, purtroppo, è ancora scarsamente conosciuto. Di recente, in una trasmissione televisiva, un conduttore ha chiesto a un gruppo di giovani se conoscevano la tragedia del campo di concentramento di Auschwitz e tutti hanno saputo rispondere. Dopodiché, quando il medesimo presentatore ha chiesto agli stessi ragazzi se conoscevano Katyn nessuno di loro sapeva di cosa si stesse parlando. Nessuno era a conoscenza dell'uccisione di migliaia di cittadini polacchi, tra militari e civili, nella primavera del 1940, per mano delle truppe sovietiche che nel settembre del 1939 avevano invaso la Polonia.

Un'invasione, è bene ricordarlo, preceduta il 23 agosto del 1939 dal patto Molotov-Ribbentropp, ovvero dall'alleanza tra Unione sovietica e Germania nazista.
Nell'ambito del dibattito sui totalitarismi e sui sistemi totalitari del XX secolo il massacro di Katyn rappresenta un caso emblematico di pulizia di classe, mentre Auschwitz si configura come un caso di pulizia etnica. Due politiche gemelle che accomunano il totalitarismo nazista e quello sovietico.

La caduta del muro, infine, oltre all'Europa dell'est influenza notevolmente anche lo scenario politico occidentale. Pensiamo, per esempio, all'unione della Germania. In Italia quali ripercussioni ebbe sul sistema politico?
In Italia il crollo del muro di Berlino ha una conseguenza diretta e immediata: la fine del Partito comunista italiano, il più grande partito comunista d'Occidente. Il 9 novembre del 1989 vengono aperti i varchi del muro di Berlino e pochissimi giorni dopo il segretario del Partito comunista italiano (PCI), compie la cosiddetta svolta della Bolognina che porterà, nel volgere di poco più di un anno, alla nascita di un nuovo partito, il Partito democratico della sinistra. Il Pci, nel corso della sua storia, aveva avuto diverse possibilità di staccarsi dall'Unione sovietica. Per esempio nel 1956 dopo la rivolta in Ungheria o nel 1968 dopo la Primavera di Praga. Rivolte popolari contro i regimi comunisti entrambe soffocate con forza dall'Armata rossa. Tuttavia, in nessuna di queste occasioni il PCI ebbe la forza e la volontà di compiere un atto politicamente importantissimo:  rompere definitivamente il legame con l'Unione sovietica. Questo distacco, purtroppo, è avvenuto solo all'ultimo momento, dopo il crollo del muro di Berlino, quando, ormai, non c'era più niente da spezzare.
mdeledda
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venerdì, 06 novembre 2009, ore 18:47


Berlusconi: terremo i crocifissi

da Avvenire (06/11/2009)

"Non è una sentenza coercitiva. nessuna possibilità di coercizione che ci impedisca di tenere i crocefissi nelle aule" e qualunque sia l'esito del ricorso che il governo ha deciso di presentare "non ci sarà capacità coercitiva". Lo ha detto il premier Silvio Berlusconi nel corso di una conferenza stampa a palazzo Chigi, a proposito della sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo.

Su richiesta di un commento alla sentenza della Corte di Strasburgo, Berlusconi ha risposto: "Ritengo che sia una decisione assolutamente non rispettosa della realtà. L'Europa tutta, ma in particolare un Paese cattolico come il nostro non può, come ebbe a dire Benedetto Croce, non dirsi cristiana". Il premier ha quindi ricordato la battaglia condotta dall'Italia per introdurre le radici giudaico-cristiane nella nuova Costituzione europea. In quel caso, ha sottolineato, "Paesi laici o laicisti, come la Francia di Jacques Chirac, si opposero". Il premier ha quindi osservato che la sentenza proviene da una "commissione del Consiglio d'Europa, alla quale partecipano Paesi come la Bielorussia che non fanno parte dell'Unione europea".

Il Cavaliere ha quindi confermato che il governo italiano ha presentato ricorso, ma ha anche sottolineato come anche in caso di esito negativo la decisione di Strasburgo non avrà conseguenze.


Quei «professionisti» della cattiva lacità

di Domenico Delle Foglie,
da Avvenire (06/11/2009)


C’è un peccato più grande in quella sentenza dei giudici della Corte europea di Strasburgo che hanno messo in fuori gioco il crocifisso. È un peccato di presunzione l’arrogarsi il diritto di riscrivere la storia e la cultura. Ed è, forse, l’ultimo anello (davvero l’ultimo?) di quel delirio di onnipotenza che spinge alcuni uomini e donne che vestono una qualche toga, a ritenersi i detentori di una verità che contraddice la storia e la cultura, anzi ha la pretesa di riformarle. In fondo, è la stessa tentazione che più volte, in questi ultimi decenni, ha percorso le diverse magistrature che hanno provato a mandare in soffitta, ad esempio, il diritto naturale.

È già accaduto ogni volta che una scoperta scientifica ha aperto problemi di natura antropologica: sono apparsi giudici che hanno sempre e inesorabilmente agito con una presa d’atto del "nuovo" che ha autorizzato qualunque pratica, pur in presenza di legittimi dubbi circa il rispetto dei diritti di tutti. In questi casi, irrevocabilmente, la lama della giustizia ha tagliato la realtà in favore dell’ignoto, con un omaggio incondizionato all’avanzamento scientifico e in barba a quel "principio di precauzione" che, pure, dovrebbe animare lo spirito di chi ha il supremo compito di amministrare la giustizia.

Anche in questa occasione il passo sembra davvero molto azzardato. Qualche magistrato ritiene sia arrivato il tempo di liquidare la millenaria esperienza religiosa con una sentenza esemplare. Piccola cosa, all’apparenza, quella richiesta di rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche italiane. Grande, però, il suo valore simbolico: mettere la fede dei cristiani tra parentesi e progressivamente relegarla nell’ambito privato e familiare. Quanto questo progetto sia scoperto è sotto gli occhi di tutti. E, su questo giornale, già tante parole sono state spese per rimarcarlo con straordinaria efficacia.

Qui, appunto, preme sottolineare un’altra assurda pretesa: il voler giudicare la storia e la cultura.

La Corte di Strasburgo, infatti, ha aperto un varco pericolosissimo e ha riproposto una pratica che minaccia di diventare abitudinaria, in una certa Europa che sembra non avere più nulla da offrire ai propri figli (che siano traguardi da raggiungere o valori da condividere e preservare). Una pratica da Tribunale perenne della nostra storia e della nostra cultura. Uno scenario da Grande Fratello orwelliano che dovrebbe ripugnare a tutte le coscienze avvertite dell’Occidente, e che trova, invece, corrivi silenzi là dove il cristianesimo è vissuto come uno scomodo compagno di viaggio, per la sua naturale inclinazione a cercare la verità, a difendere la giustizia, a costruire il bene comune.

Già, sentenze come quella di Strasburgo hanno il potere di cancellare la dimensione evocativa di splendide immagini come quella del "Tribunale della Storia", inteso come la capacità culturale di modellare, attraverso il tempo, il giudizio sui fatti degli uomini, per meglio penetrarli e spiegarli alle nuove generazioni. Il "Tribunale della Storia" è sempre stato la riserva morale che i popoli hanno utilizzato per manifestare la propria fiducia nella capacità dell’umanità di riformarsi e di ricostruirsi, facendo i conti col proprio passato senza reticenze o indulgenze.

Ma dandosi sempre il tempo necessario, perché la storia e la cultura hanno bisogno della patina protettiva dello scorrere dei giorni, per essere giudicate con criteri di giustizia. E soprattutto con un occhio limpido, liberato dalle incrostazioni ideologiche, dagli opportunismi e dalle tentazioni egemoniche. Ora però c’è qualcuno, a Strasburgo e altrove, che è impaziente: vuole sottoporre subito a giudizio storia e cultura. E non si ferma davanti a nulla. Sfidando i sentimenti e la naturale saggezza dei popoli, del nostro popolo. Sfidando ogni uomo o donna di fede o di buona volontà e la loro pazienza già logorata dai professionisti della cattiva laicità.





Non laicità ma arroganza del potere politico

di mons. Giampaolo Crepaldi,
da Zenit (06/11/2009)


La sentenza della Corte europea per i diritti dell’uomo secondo cui vanno eliminati i crocefissi dalle aule scolastiche è profondamente sbagliata.

L’estromissione dei simboli religiosi dagli ambienti pubblici è esso stesso un atto che esprime assolutezza e integralismo.

Non è indice di laicità, ma di arroganza del potere politico che vuole imporre una pubblica piazza senza religione. Con la scusa di non discriminare i fedeli di altre religioni si discrimina la religione in quanto tale, la si riduce a fatto privato.

Per l’Europa, poi, la religione cristiana è elemento costitutivo della stessa cultura sociale e politica. Senza radici non c’è libertà; senza identità non c’è vero dialogo.

Ma il motivo ancora più importante per cui la sentenza della Corte è da considerarsi sbagliata è che la ragione politica, proclamando la sua indifferenza a tutte le religioni, si dichiara impotente a valutare razionalmente le proposte religiose.

Il cristianesimo non chiede alla ragione politica di accettare la propria presenza storica solo per motivi storici e culturali – le “radici” europee – ma perché esso aiuta la società ad essere migliore, contribuisce al bene comune, eleva le anime verso quanto è vero e buono: ossia per la sua verità.

Il crocefisso rappresenta la verità dell’umano, indica a tutti, credenti e non credenti, i valori della vita e dell’amore. Una ragione politica indifferente alle religioni o che le riducesse a sentimento privato prima di tutto rinuncerebbe a se stessa, alla sua capacità, laica e razionale, di cogliere la verità delle religioni e nelle religioni.

Una ragione politica così debole sarebbe però pericolosa. Priva di fede in se stessa, essa cederebbe su molti altri punti ove è in gioco la dignità umana.   


In Italia il trionfo della Croce

di Antonio Gaspari,
da Zenit (06/11/2009)


La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo in cui si chiede la rimozione dei crocifissi dalla aule scolastiche ha scatenato una rivolta popolare in tutta l’Italia.

Rivolta con finalità benefiche visto che adesso si stanno appendendo crocifissi dove non c’erano e si stanno promuovendo iniziative e manifestazioni in favore della Croce.

Da quando è stata resa nota la sentenza della Corte, è iniziato un tam tam di lettere ai giornali, interpellanze nei consigli comunali, messaggi via mail, telefonate alle radio, discussioni in ogni luogo, messe e incontri di preghiera, per difendere e sostenere la presenza del crocifisso, non solo nelle aule scolastiche ma in tutti i luoghi pubblici.

A conferma di quanto il popolo italiano abbia radicato nel cuore l’identità con il crocifisso basta osservare cosa stanno facendo sindaci, presidi, consigli comunali, direttori di giornali, ministri, deputati, senatori, parroci, vescovi, insegnanti, province, teatri, associazioni di imprenditori, cittadini tutti.

Un enorme numero di presidi ha chiesto di provvedere affinché tutte le aule abbiano il crocifisso. Nelle scuole di Parma c’è stata una vera e propria mobilitazione, nelle scuole elementari, alle medie ed alle superiori, i crocifissi sono stati appesi anche nelle aule che ne erano sprovvisti.

I presidi concordano: nessuno si è mai lamentato e il crocifisso non si toglie.

In una scuola di Roma, in una classe elementare dove erano stati fatti lavori di pittura, i bambini hanno chiesto alla maestra di appendere il crocifisso più in alto, dove nessuno potrà mai toglierlo.

A Imperia come a Sanremo e decine di altre città le amministrazioni comunali hanno dato ordine di portare il crocefisso anche nelle aule che ne sono sprovviste.

A Sassuolo, in provincia di Modena, il sindaco ha acquistato 50 crocifissi per gli istituti scolastici che ne fossero sprovvisti.

A Trapani il presidente e gli assessori della giunta provinciale hanno pagato di tasca loro 72 crocifissi da portare nelle aule scolastiche dove il crocefisso manca.

A Trieste il sindaco Roberto Dipiazza ha dichiarato "fintanto che sarò io il sindaco di Trieste nessun crocifisso verrà rimosso da alcuna scuola comunale, né tantomeno dagli uffici municipali".

Il sindaco di Galzignano Terme in provincia di Padova ha emanato l’obbligo di affissione del crocifisso in tutti gli edifici pubblici, con tanto di multa di 500 per i trasgressori.

Ad Assisi il sindaco ha proposto di esporre nelle aule pubbliche non solo il crocifisso ma anche il presepe.

A Busto Arsizio in provincia di Varese, l’amministrazione comunale ha protestato con la sentenza della Corte di Strasburgo, mettendo a mezz’asta la bandiera europea.

Il sindaco di Loreto, in provincia di Ancona, qualora la sentenza di Strasburgo diventasse esecutiva, ha già pronta un’ordinanza per impedire la rimozione dei crocifissi.

L’amministrazione comunale di Montegrotto Terme (Padova), sta utilizzando i tabelloni per una campagna dove compare un crocifisso con la scritta “Noi non lo togliamo”.

In rete sul social network Facebook il nuovo gruppo Sì al crocifisso nelle scuole, ha raccolto più di 27mila adesioni.

Ed un altro gruppo Riportiamo il crocifisso nelle scuole, in pochissimo tempo ha raccolto 8.872 adesioni.

Nella capitale la Confcommercio di Roma ha chiesto a tutti gli associati di esporlo nei propri negozi, aggiungendo: “Se vogliono togliere i crocifissi dalle nostre scuole, vuol dire che li metteremo nelle nostre aziende”.

Il quotidiano romano Il Tempo ha lanciato un appello pubblico al Governo e al Parlamento per controbattere alla sentenza di Strasburgo contro l'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche.

Secondo quanto riportato da Avvenire ad Abano Terme, dove è iniziata la protesta della signora Soile Lauti, il parroco del Duomo, don Antonio Toigo, ha detto che la “laicità non è sottrazione ma moltiplicazione. Protesta chi il crocifisso non lo ha dentro”.

Mentre il preside dell’Istituto “Vittorino da Feltre”, fre­quentato dai figli della signora Soile Lauti sottolinea che, dal 2002, anno del primo ricorso, nessun'altra famiglia ha chiesto di togliere i crocifissi dalle aule a dimostrazione che “l’integrazione e l’inserimento promossi dalla scuola hanno funzionato”.





Sono i cristiani i più discriminati d'Europa

di Mario Mauro,
da Il Sussidiario (06/11/2009)


Si è svolta ieri a Vienna la Riunione plenaria del Consiglio permanente dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), durante la quale, insieme agli altri due rappresentanti permanenti contro le discriminazioni, ho redatto un bilancio del lavoro svolto in questi primi 11 mesi di incarico come Rappresentante permanente contro Razzismo, xenofobia e discriminazione con particolare riferimento alla discriminazione dei cristiani.

L’OSCE rappresenta una regione abitata da popoli con differenti origini, culture e confessioni religiose. In questo contesto, il modello del pluralismo rappresenta un riferimento doveroso per ogni Stato membro. Il pluralismo non è qualcosa che noi possiamo ritenere garantito per sempre, ma è un processo che richiede un lavoro costante nonché uno sforzo comune degli Stati membri.

Sin dal primo giorno di mandato, siamo stati testimoni di una crisi economica senza precedenti che ha interessato tutta la regione OSCE. Tuttavia alcuni gruppi hanno subito l’impatto della crisi in modo più profondo rispetto ad altri. A causa della loro posizione vulnerabile, gli effetti della crisi economica sui migranti, sui rifugiati e su altre minoranze sono stati devastanti e hanno contribuito a peggiorare non poco una situazione che era già insostenibile in partenza.

Istituzioni come OSCE e ODHIR (ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani) devono quindi assumere un ruolo centrale collaborando con gli Stati in particolare per rafforzare la legislazione in materia, per la raccolta dei dati e per lo sviluppo di programmi educativi.

La seconda parte del mio intervento si è focalizzato sui cristiani. La corte europea per i diritti umani ha prodotto una sentenza che impedisce di esporre il crocifisso nelle scuole, disconoscendo duemila anni di storia di un paese e calpestando quindi l’identità del suo popolo. Questa sentenza, è comunque il messaggio di un’istituzione inutile, il Consiglio d’Europa, che non ha nulla a che vedere con l’Unione europea.

La Commissione europea ha infatti precisato puntualmente che «si tratta di una decisione che viene da un'istituzione che non appartiene all'Unione europea». Un’ istituzione che più che promuovere i diritti umani non fa che oscurarli. Ma nel quotidiano, all’interno delle nostre società, esistono discriminazioni nei confronti dei cristiani anche in Europa?

La risposta è purtroppo affermativa e le proporzioni sono tutt’altro che trascurabili. Si tratta di un fenomeno consistente che interessa non solo i paesi nei quali il cristianesimo è una minoranza, ma anche quelli in cui è maggioranza.

Le discriminazioni possono essere intenzionali (quando c’è una netta posizione anticristiana), o non intenzionali, quando le leggi di qualche Governo apparentemente neutrali, risultano inique nei confronti dei cristiani.

Un’importante conclusione cui si è arrivati durante l’incontro sulla libertà religiosa a cui ho partecipato lo scorso luglio è che intolleranza e discriminazione delle comunità religiose sono strettamente collegate con le limitazioni della libertà di religione o di credo.

In alcune parti dell’area OSCE, le chiese cristiane e i membri di altre religioni si trovano a dover fronteggiare problemi basilari, come la proibizione di acquisire uno status legale, pregare liberamente o diffondere letteratura.

In questo contesto, su richiesta del Ministro degli esteri Frattini, il Consiglio europeo di novembre preparerà una dichiarazione formale sulla libertà religiosa, con particolare riferimento alle persecuzioni che subiscono le minoranze cristiane nel mondo.

L’impegno delle (vere) istituzioni europee che ha come obiettivo la creazione di un quadro formale di salvaguardia della libertà di religione rappresenta un precedente molto positivo, che conferma una crescente attenzione e una nuova sensibilità istituzionale per questo problema.





Quei muri appesi ai Crocifissi...

di Antonio Socci,
da Libero (04/11/2009)


Gesù è stato giudicato – duemila anni fa – dalle varie magistrature del suo tempo. E sappiamo cosa decise la “giustizia” di allora.

Oggi la Corte europea di Strasburgo ha emesso una sentenza secondo cui lasciare esposta nelle scuole la raffigurazione di quell’Innocente massacrato dalla “giustizia umana” viola la libertà religiosa.

È stato notato che semmai il crocifisso ricorda a tutti che cosa è la giustizia umana e cosa è il potere ed è quindi un grande simbolo di laicità (sì, proprio laicità) e di libertà (viene da chiedersi se gli antichi giudici di Gesù sarebbero contenti o scontenti che una sentenza di oggi cancelli l’immagine di quel loro “errore giudiziario” o meglio di quella loro orrenda ingiustizia).

Ma discutiamo pacatamente le ragioni della sentenza di oggi: il crocifisso nelle aule, dicono i giudici, costituisce “una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni” e una violazione alla “libertà di religione degli alunni”.

Per quanto riguarda la prima ragione obietto che quel diritto dei genitori è piuttosto leso da legislazioni stataliste che non riconoscono la libertà di educazione e che magari usano la scuola pubblica per indottrinamenti ideologici.

La seconda ragione è ancor più assurda. Il crocifisso sul muro non impone niente a nessuno, ma è il simbolo della nostra storia. Una sentenza simile va bocciata anzitutto per mancanza di senso storico, cioè di consapevolezza culturale, questione dirimente visto che si parla di scuole. Pare ignara di cosa sia la storia e la cultura del nostro popolo.

Per coerenza i giudici dovrebbero far cancellare anche le feste scolastiche di Natale (due settimane) e di Pasqua (una settimana), perché violerebbero la libertà religiosa.

Stando a questa sentenza, l’esistenza stessa della nostra tradizione bimillenaria e la fede del nostro popolo (che al 90 per cento sceglie volontariamente l’ora di religione cattolica) sono di per sé un “attentato” alla libertà altrui.

I giudici di Strasburgo dovrebbero esigere la cancellazione dai programmi scolastici di gran parte della storia dell’arte e dell’architettura, di fondamenti della letteratura come Dante (su cui peraltro si basa la lingua italiana: cancellata anche questa?) o Manzoni, di gran parte del programma di storia, di interi repertori di musica classica e di tanta parte del programma di filosofia.

Infatti tutta la nostra cultura è così intrisa di cristianesimo che doverla studiare a scuola dovrebbe essere considerato – stando a quei giudici – un attentato alla libertà religiosa. In lingua ebraica le lettere della parola “italia” significano “isola della rugiada divina”: vogliamo cancellare anche il nome della nostra patria per non offendere gli atei? E l’Inno nazionale che richiama a Dio?

Perfino lo stradario delle nostre città (Piazza del Duomo, via San Giacomo, piazza San Francesco) va stravolto? Addirittura l’aspetto (che tanto amiamo) delle vigne e delle colline umbre e toscane – come spiegava Franco Rodano – è dovuto alla storia cristiana e ad un certo senso cattolico del lavoro della terra: vogliamo cancellare anche quelle?

Ma non solo. Come suggerisce Alfredo Mantovano, “se un crocifisso in un’aula di scuola è causa di turbamento e di discriminazione, ancora di più il Duomo che ‘incombe’ su Milano o la Santa Casa di Loreto, che tutti vedono dall’autostrada Bologna-Taranto: la Corte europea dei diritti dell’uomo disporrà l’abbattimento di entrambi?”

Signori giudici, si deve disporre un vasto piano di demolizioni, di cui peraltro dovrebbero far parte pure gli ospedali e le università (a cominciare da quella di Oxford) perlopiù nati proprio dal seno della Chiesa?

Infine (spazzata via la Magna Charta, san Tommaso e la grande Scuola di Salamanca) si dovrebbero demolire pure la democrazia e gli stessi diritti dell’uomo (a cominciare dalla Corte di Strasburgo) letteralmente partoriti e legittimati (con il diritto internazionale) dal pensiero teologico cattolico e dalla storia cristiana?

La stessa Costituzione italiana – fondata sulle nozioni di “persona umana” e di “corpi intermedi” (le comunità che stanno fra individui e Stato) – è intrisa di pensiero cattolico. Cancelliamo anche quella come un attentato alla libertà di chi non è cattolico?

E l’Europa? L’esistenza stessa dell’Europa si deve alla storia cristiana, se non altro perché senza il Papa  e i re cristiani prima sui Pirenei, poi a Lepanto e a Vienna, l’Europa sarebbe stata spazzata via diventando un califfato islamico.

Direte che esagero a legare al crocifisso tutto questo. Ma c’è una controprova storica. Infatti sono stati i due mostri del Novecento – nazismo e comunismo – a tentare anzitutto di spazzare via i crocifissi dalle aule scolastiche e dalla storia europea.

Odiavano l’innocente Figlio di Dio massacrato sulla croce, furono sanguinari persecutori della Chiesa e del popolo ebraico (i due popoli di Gesù) che martirizzarono in ogni modo e furono nemici assoluti (e devastatori) della democrazia e dei diritti dell’uomo (oltreché della cultura cristiana dell’Europa e della civiltà).

Il nazismo appena salito al potere scatenò la cosiddetta “guerra dei crocefissi” con la quale tentò di far togliere dalle mura delle scuole germaniche l’immagine di Gesù crocifisso.

Non sopportavano quell’ebreo, il figlio di Maria, e volevano soppiantare la croce del Figlio di Dio, con quella uncinata, il simbolo esoterico dei loro dèi del sangue e della forza. Lo stesso fece il comunismo che tentò di sradicare Cristo dalla storia stessa.

Se le moderne istituzioni democratiche europee si fondano sulla sconfitta dei totalitarismi del Novecento, non spetterebbe anche alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo considerare che la tragedia del Novecento è stata provocata da ideologie che odiavano il crocifisso (e tentarono di sradicarlo) e che i loro milioni di vittime si ritrovano significate proprio dal Crocifisso?

Non a caso è stata una scrittrice ebrea, Natalia Ginzburg, a prendere le difese del crocifisso quando – negli anni Ottanta – vi fu un altro tentativo di cancellarlo dalle aule: “Non togliete quel crocifisso” fu il titolo del suo articolo.

Scriveva: “il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? (…) Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, come è accaduto a milioni di ebrei nei lager? Il crocifisso è il segno del dolore umano”.

La Ginzburg proseguiva: “Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo… prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini… A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola”.

Con tutto il rispetto auspichiamo che pure i giudici lo apprendano. “Il crocifisso fa parte della storia del mondo”, scrive la Ginzburg.

Infine il crocifisso è il più grande esorcismo contro il Male. Infatti non è il crocifisso ad aver bisogno di stare sui nostri muri, ma il contrario. Come dice un verso di una canzone di Gianna Nannini: “Questi muri appesi ai crocifissi…”. Letteralmente crolla tutto senza di lui, tutti noi siamo in pericolo.

Per questo potranno cancellarlo dai muri e alla fine – come accade in Arabia Saudita – potranno proibirci anche di portarne il simbolo al collo, ma nessuno può impedirci di portarlo nel cuore. E questa è la scelta intima di ognuno. La più importante.
mdeledda
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giovedì, 05 novembre 2009, ore 19:21


Ruini: rifiutando Dio si dissolve l'uomo

di Carlo Melato,
da
Il Sussidiario (05/11/2009)

In un momento storico nel quale la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo stabilisce che la presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce "una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni" è utile fare un passo indietro e interrogarsi sull'idea di educazione che viene proposta dalla società, dai media e dalle istituzioni.

Da anni la Chiesa richiama l’attenzione sull’"emergenza educativa", forse la sfida antropologica più impegnativa del nostro tempo, in cui la società sembra aver abdicato al suo compito «in nome di una sterile neutralità». A partire da questa preoccupazione è nato il Comitato per il Progetto culturale della Conferenza episcopale italiana, presieduto dal cardinale Camillo Ruini, che ci ha gentilmente concesso un'ampia intervista su questi temi.

Eminenza, il Progetto culturale della Cei nasce dalla preoccupazione di offrire un contributo per rispondere alle sfide più urgenti delle persone e della società in Italia. Quali sono oggi le esigenze e i pericoli che interrogano maggiormente i cristiani e la Chiesa?
Per il cristiano autentico è innanzitutto fondamentale il suo rapporto con Dio, che passa attraverso Gesù Cristo. Questa è la prima preoccupazione che deve avere, anche nel campo della cultura. La cultura contemporanea tende spesso, infatti, a lasciare Dio fuori dal proprio orizzonte e ad allontanare noi stessi da Lui.

A partire da questa esigenza quali obiettivi si pone il Progetto culturale?
Il Progetto Culturale vuole tenere aperto il rapporto dell’uomo con Dio. Un rapporto che ha due direzioni: da Dio all’uomo, innanzitutto, perché Dio per primo viene in cerca di noi e, in secondo luogo, dall’uomo a Dio. Con questo Progetto la Chiesa riafferma la validità della fede in quel Dio che si rivela, concetto purtroppo scomparso dall’orizzonte della cultura contemporanea, e, in secondo luogo, lascia spazio alla ricerca di Dio. L’uomo, interrogandosi, giunge di fronte alla questione di Dio e soltanto rispondendo ad essa in maniera positiva trova un compimento del suo percorso, anche intellettuale.

Quali sono i principali campanelli d’allarme della cosiddetta “emergenza educativa” a cui lei sta dedicando da anni molta attenzione? Chi deve sentirsi chiamato a rispondere a questa emergenza?
Tutti devono sentirsi chiamati a rispondere: i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti, ma anche i politici, i giornalisti, il mondo dello sport, dello spettacolo e del tempo libero. Ogni persona ha responsabilità educative, compresi gli stessi ragazzi.

Cosa intende per educazione?
La formazione della persona, che avviene attraverso il dialogo tra due libertà, quella di colui che educa e quella di colui che viene educato. Anzi, più propriamente, di colui che cerca di educarsi attraverso l’uso positivo della sua intelligenza e della sua libera volontà, per indirizzare positivamente gli impulsi che sente dentro di sé. La responsabilità è quindi universale, anche se naturalmente ha diversi gradi di intensità.

Nel Rapporto dal titolo “La sfida educativa” si avverte la preoccupazione antropologica della Chiesa, che interviene quando avverte il pericolo che l’uomo perda se stesso. Mettere al centro l’uomo può costituire un terreno comune per un dialogo tra cattolici e laici?
Il Concilio Vaticano II lo dice chiaramente: credenti e non credenti si pongono come domanda fondamentale chi sia l’uomo, anche se le risposte che danno sono diverse. In questa direzione si erano già mossi Paolo VI, Giovanni Paolo II e, oggi, Papa Benedetto XVI. La questione dell’uomo è centrale, come sempre, ma nel tempo lo sarà sempre di più.

Per quale motivo?
Perché oggi l’uomo in quanto tale rischia di essere ridotto al dato naturale, dissolvendo l’uomo come soggetto, che era stato al centro della cultura moderna e che, secondo la parola di Kant, deve essere considerato sempre come un fine e mai soltanto come un mezzo. Vorrei poi far notare che c’è un rapporto profondo tra la questione dell’uomo e la questione di Dio.

Cosa intende?
Giovanni Paolo II nella sua seconda enciclica, Dives in Misericordia, afferma che il teocentrismo e l’antropocentrismo non sono alternativi fra loro, come pensa spesso il pensiero non credente, ma sono intimamente congiunti, e congiunti in Cristo. Se l’uomo non fosse veramente soggetto sarebbe difficile pensare a un Dio personale e libero, allo stesso tempo se Dio non ci fosse sarebbe ben difficile non ridurre l’uomo al resto della natura. Da dove potrebbero venire infatti la sua intelligenza, la sua libertà, la sua irriducibilità in quanto soggetto, se non vi fosse una realtà originaria che abbia carattere personale?

Con queste premesse la Chiesa rilancia il dialogo con tutti coloro che vorranno confrontarsi. Ritiene possibile la ripresa di un serio dibattito culturale, in un contesto di contrapposizione permanente e a tutti i livelli?
Penso che questa ripresa sia già in atto. Naturalmente il dibattito culturale si articola in maniera diversa a seconda degli interlocutori. Non dobbiamo considerare i laici, nel senso di coloro che non si considerano in senso proprio appartenenti alla Chiesa, come un blocco monolitico e omogeneo. Come già sottolineava l’allora Cardinale Ratzinger, in un suo libro in dialogo con Marcello Pera, gli atteggiamenti dei laici nei confronti della fede sono molto diversi. Del resto anche coloro che si professano “credenti” non sempre hanno dentro di sé una profonda adesione di fede.

A quali posizioni si riferisce?
Ci sono laici, ad esempio, che intendono la loro laicità come rifiuto di ogni ruolo pubblico della Chiesa e spesso anche come rifiuto di qualsiasi possibilità dell’esistenza di Dio.

Questo impedisce ogni possibilità di dialogo?
Con queste posizioni inevitabilmente il dialogo diventa un confronto critico, nel quale il terreno comune è difficile da trovare. In questi casi occorre sostenere le ragioni della fede con quella generosità, pazienza e carità, che sono richieste sempre al cristiano, ma anche con rigorosità e fermezza, secondo la prima Lettera di San Pietro: sempre pronti a rendere ragione della speranza che è in noi, con dolcezza e rispetto.

Quale posizione realmente laica rende invece possibile il dialogo?
Esistono moltissimi laici, in Italia e nel mondo, tra le persone comuni o gli intellettuali, che hanno una posizione aperta e con cui è facile trovare dei punti di incontro, soprattutto, come dicevamo prima, riguardo alla questione dell’uomo. Molti di questi laici sono preoccupati di conservare, difendere e rilanciare il carattere umanistico della nostra civiltà, la centralità dell’uomo e la sua non riducibilità a “semplice particella della natura”, per usare un’espressione del Concilio Vaticano II, nella Gaudium et Spes.

A volte però il dibattito che lei auspica sembra difficile da realizzare. Si assiste spesso al muro contro muro e gli interventi della Chiesa, soprattutto sui temi etici, vengono bollati di intolleranza, ingerenza e integralismo. Perché avviene questo?
A causa di un concetto troppo stretto di laicità, che comporta l’esclusione della trascendenza, di ogni apertura verso Dio, ma anche il rifiuto di una morale oggettiva, fondata sulla natura stessa dell’uomo. La Chiesa interviene su questioni che riguardano l’ordine politico e legislativo, quando questo ordine tocca problematiche che hanno innanzitutto una dimensione di etica pubblica, circostanza divenuta molto più frequente negli ultimi decenni, non per volontà della Chiesa.

Quali sono allora le cause?
Da una parte gli sviluppi scientifici che riguardano l’uomo, le questioni bioetiche, dall’altra i cambiamenti avvenuti nel costume, per cui ciò che per secoli, anche da parte dei laici, era accettato sebbene avesse storicamente una matrice cristiana è stato sistematicamente negato e avversato. Se non si accetta una morale oggettiva, fondata sulla natura dell’uomo, non si accetta nemmeno che la Chiesa intervenga. Se invece si riconosce che vi sono delle leggi non scritte che stanno prima del nostro libero arbitrio, viene riconosciuto anche il diritto-dovere della Chiesa di ricordare all’uomo queste verità.

A proposito degli sviluppi scientifici, poco tempo fa Lei si è pronunciato sul dibattito tra fede e scienza, destinato a diventare sempre più attuale. Può ricordare il motivo della sua preoccupazione?

La fede non è affatto ostile alla scienza. L’intelligenza è il grande dono che Dio ha fatto all’uomo, e la scienza è un suo prodotto insigne. La scienza moderna e contemporanea, da Galileo in poi, è una nuova tappa del percorso intellettuale dell’umanità. Ha un grande valore e non deve avere limiti. Tutti noi vogliamo che cresca. Se da un lato però non si devono mettere limiti al conoscere, dall’altro bisogna accettarne sull’uso delle capacità tecnologiche, di cui ci ritroviamo a poter usufruire.

Quale criterio permette di stabilire i limiti appropriati?
Quando l’applicazione tecnologica della scienza contemporanea riguarda la vita stessa dell’uomo, il criterio in base al quale discernere sul suo impiego è quello dell’uomo come fine e non come strumento. Ciascuna persona umana è fine in sé e non può mai essere usata come mezzo per ottenere altri risultati.

Quali conseguenze porta l’uso della persona come mezzo? Questo sta già accadendo?
In base a questo errore di fondo si stanno distruggendo embrioni per curare malattie, una pratica che tra l’altro la scienza stessa ha scoperto di poter evitare attraverso la riprogrammazione delle cellule staminali adulte, che diventano così pluripotenti. Lo stesso errore si commette sul tema del “fine vita”. Non si tratta di ricadere nell’accanimento terapeutico, ma semplicemente di rispettare la vita umana senza strumentalizzarla per altri scopi.

Affrontando questi temi non può non tornare alla mente il Caso di Eluana Englaro, la contrapposizione di quei giorni e la tragica conclusione della vicenda. Cosa ha significato questo fatto e quali conseguenze ha avuto?

Al di là delle questioni sul testamento biologico, nel caso Englaro ci fu un aspetto molto grave: Eluana non aveva lasciato un tale testamento, ma questo è stato presupposto. Un fatto di una gravità enorme. L’esperienza poi insegna che bisognerebbe andare cauti sull’idea di testamento biologico.

A quale esperienza si riferisce?
L’uomo, quando si trova nel pericolo, normalmente vuole continuare a vivere e accetta anche condizioni inferiori e diverse, che probabilmente da sano non avrebbe pensato di poter accettare. In ogni età e condizione le nostre attese e pretese si modellano anzitutto sulla realtà, ma il desiderio fondamentale di ogni esistente rimane quello di continuare a vivere. Vorrei però sottolineare il fatto che non sono in gioco soltanto l’origine e la fine della vita, ma l’uomo in quanto tale.

Quali pericoli intravede su questa strada?

Fra non molti anni le biotecnologie saranno capaci di modificare profondamente il soggetto umano: c’è chi tende a una specie di superuomo, illudendosi così di fare il bene dell’umanità. È importante che le biotecnologie vengano usate per curare il soggetto umano, non per trasformarlo o per distruggerlo, secondo un disegno prometeico che si rivolgerebbe contro l’uomo stesso.

Quale responsabilità hanno i cattolici impegnati in politica riguardo a questi temi? Ultimamente in alcune formazioni sembrano non avere il diritto a una posizione dettata dalla coscienza su temi sensibili, dove prevale la linea di partito.
Penso che l’indicazione data da Giovanni Paolo II al Convegno Ecclesiale di Palermo del 1995 sia ancora pienamente valida. I cattolici devono essere coerenti con i valori umani essenziali anche nel campo legislativo e politico. Nella misura in cui questa coerenza è esercitabile nell’una o nell’altra formazione politica, i cattolici possono svolgervi il loro compito. Se invece constatano che in una determinata formazione non ci sia più spazio, allora per coerenza dovrebbero rinunciare a quella collocazione politica.

Seguendo il suo ragionamento, in ogni circostanza la Chiesa rimette l’uomo al centro, questo vale anche sulle questioni economiche, come la crisi che stiamo attraversando. Anche questa crisi ha cause antropologiche?
Certamente. Come la crisi del comunismo fu una crisi economica che aveva però profonde cause antropologiche, una visione riduttiva dell’uomo, come scriveva Giovanni Paolo II nella Centesimus Annus, così anche la crisi del sistema economico attuale ha come causa una visione soltanto economicistica. Il fattore umano in quanto tale, e la sua centralità non sono stati tenuti abbastanza in conto, così come la centralità dell’etica. L’etica non è qualcosa di aggiunto dall’esterno, ma un’esigenza interna alla stessa economia. Se viene meno, alla lunga non possono che arrivare risultati negativi. Questo è anche il senso profondo dell’Enciclica Caritas in veritate.

Da ultimo qual è il richiamo della Chiesa invece davanti alla questione morale tornata all’ordine del giorno dopo i numerosi scandali che vedono protagonista la politica?
Il richiamo della Chiesa è ben noto, dai 10 comandamenti in poi. La Chiesa però non deve lasciarsi coinvolgere nell’uso strumentale di queste questioni, come spesso accade nel dibattito politico.


Moriremo francesi?

di Paolo Carozza e Marta Cartabia,
da Il Sussidiario (05/11/2009)

La notizia si è diffusa rapidamente: la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato all’unanimità l’Italia per l’esposizione dei crocefissi nelle aule scolastiche. L’affissione dei crocefissi nelle scuole è ritenuta lesiva della libertà di educazione dei genitori e della libertà di coscienza degli alunni. La sentenza non è ancora definitiva e potrebbe essere impugnata dal governo italiano alla Grande Camera. Tuttavia, se dovesse venire confermata, essa segnerà un passaggio storico. Cerchiamo di capirne la portata.

C’era una volta l’Europa del pluralismo religioso. Da tempo l’Europa sta subendo il fascino della laicità militante, tipica dell’ordinamento francese (e turco). Di fronte alle sfide del multiculturalismo, l’Europa sta imboccando, come se fosse una strada obbligata, la via della “neutralità” dello spazio pubblico. Non è così altrove, dove quel modello è profondamente messo in discussione per la sua incapacità di valorizzare le identità presenti nella società (Charles Taylor) e per la sua incapacità di preservare le istituzioni della democrazia liberale (Jurgen Habermas).

Non sembri eccessivo collocare in questo contesto la decisione pronunciata dalla Corte europea contro l’Italia. Non si tratta di un caso a valenza puramente individuale, né riguardante solo la società italiana. Il caso Lautsi, se letto nel solco di altre sentenze recenti (e, se non ci sbagliamo, curiosamente non richiamate dalla Corte nella presente decisione), costituisce un importante passo verso la “neutralizzazione” dello spazio pubblico europeo. Forse ne è il suggello definitivo.

Basti considerare che la Corte europea ha già dato il proprio assenso al divieto dei simboli religiosi nei luoghi pubblici, introdotto in Turchia e in Francia. Niente velo, niente croci, niente stella di David, niente turbante a scuola, all’università, negli ospedali. Quel divieto non è ritenuto lesivo della libertà religiosa né della libertà di educazione anche se pone l’allievo di fronte all’alternativa secca tra rimanere a scuola o violare un precetto religioso.

Sempre in questi anni recenti, la Corte europea ha imposto alla Norvegia di espungere ogni riferimento alla religione cristiana dal contenuto dagli insegnamenti scolastici, anche se la Norvegia è uno stato confessionale. Si potrebbe a lungo continuare con la descrizione dei tasselli del mosaico. Il messaggio della Corte è chiaro: nei rapporti tra Stato e religione, l’unico modello compatibile con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo è quello della laicità, o meglio della laicité, intesa come neutralità dello Stato.

Qualche riga scritta a Strasburgo e la storia secolare dei popoli europei, così diversificata in materia di rapporto con la religione, viene “razionalizzata” in un unico modello: non più stati confessionali (Regno Unito, Grecia, monarchie scandinave, ecc.), non più regimi concordatari (Italia e Spagna), ma solo un unico grande modello: la laicité francese (o turca se preferite), con la sua presunta neutralità in materia di fatto religioso. Pazienza se le Costituzioni nazionali hanno fatto scelte diverse.

C’era una volta una religione della maggioranza del popolo italiano. La ragione più profonda dell’esposizione dei crocefissi nelle aule scolastiche in paesi come Italia e Spagna è legata alla storia dei rispettivi popoli. C’è una storia, una tradizione, una cultura secolare di popolo che ha portato a esporre i crocefissi in ogni luogo pubblico: dalle cime delle montagne, alle aule dei tribunali, ai crocicchi delle strade, ai sentieri di campagna. Può darsi che una tradizione e una storia popolare vadano riesaminate quando il contesto sociale cambia in modo così drammatico come sta avvenendo negli ultimi decenni. Ma quel passato c’è ed è lì che pescano le radici di una società, pur in trasformazione.

Di questo passato non c’è traccia né nella decisione della Corte né nella difesa del governo italiano. Eppure, la Corte europea si è sempre fregiata di essere profondamente rispettosa delle peculiarità dei popoli europei, e a questo scopo ha elaborato il principio del “margine di apprezzamento”, una dottrina che le permette di essere flessibile, di lasciare che siano le istituzioni di ciascun paese a prendere le decisioni che meglio riflettano la cultura, l’identità, i sentimenti profondi di ciascun popolo, specie quando le questioni sono controverse e dibattute.

E quella dei crocefissi era una questione ampiamente discussa in Italia, tanto che sul tema già erano intervenute negli anni scorsi - e con esiti divergenti - svariate istanze giurisdizionali. Tutto questo laboratorio in corso è ignorato nella decisione della Corte di Strasburgo. Dove è finita la sussidiarietà che dovrebbe caratterizzare gli interventi della Corte europea? Dove è finito il margine di apprezzamento degli Stati?

C’è un passaggio che sembra costituire il cuore del ragionamento della Corte: «la Cour ne voit pas comment l'exposition, dans des salles de classe des écoles publiques, d'un symbole qu'il est raisonnable d'associer au catholicisme (la religion majoritaire en Italie) pourrait servir le pluralisme éducatif qui est essentiel à la préservation d'une "société démocratique" telle que la conçoit la Convention». Vale a dire che il motivo per cui la presenza del crocefisso pare alla Corte inaccettabile è che esso è associato al cattolicesimo, religione maggioritaria in Italia. La questione dunque è che il crocefisso è il simbolo di una religione maggioritaria.

Vero: il crocefisso è un simbolo religioso e non solo culturale, come invece sosteneva il governo italiano nella sua difesa; meno vero che sia un simbolo solo cattolico - la religione maggioritaria in Italia - dato che le religioni che si riconoscono nel crocefisso sono quanto meno tutte quelle cristiane. Ma proprio questa piccola svista indica qual è il vero asse su cui si regge il ragionamento della Corte: nell’Europa di oggi non può trovare ospitalità e riconoscimento la religione di un popolo, una religione nella quale si riconosce la maggioranza di una popolazione.

Perché ci sia autentico pluralismo la Corte europea esige che tutte le religioni siano in eguale posizione minoritaria. Una scelta discutibile perché non tiene conto del diverso peso dei vari gruppi, non tiene conto della storia e della realtà sociale di ogni paese. Non si tiene conto dell’esperienza vissuta di una comunità. Ma forse è proprio questo il messaggio più significativo della sentenza: quale che sia la storia passata, oggi in Europa il cattolicesimo deve essere trattato come una minoranza fra le tante.

Se questa è l’immagine in cui l’Europa vuole riconoscersi, da questa occorre ripartire per ricercare un nuovo modello di convivenza sociale. Un messaggio per i cattolici, che forse ancora devono maturare la coscienza di essere minoranza, in Europa quanto meno. Un messaggio per le istituzioni pubbliche, perché una volta ridotta a una minoranza tra le altre, anche la religione cattolica richiede protezione e valorizzazione, richiede spazi di libertà.

In una battuta, questa sentenza chiude un dibattito - quello sulla laicità dello Stato - e ne apre uno nuovo, tutto da esplorare: sul significato della libertà religiosa nello spazio pubblico europeo.


Sbai, musulmana: ecco perché l’Europa cancella se stessa

di Souad Sbai,
da Il Sussidiario (05/11/2009)


Da laica, interpellata sul tema del crocifisso, devo dire che la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo rappresenta un campo minato. Ma mi sembra che non tutti riescano a comprendere la portata culturale di questo pronunciamento.

Prima che essere un simbolo religioso, il crocifisso rappresenta la cultura, la memoria e l’identità dell’Italia e dell’Occidente. E quando si arretra su questo terreno vi possono essere due pericolose derive: il laicismo e l’estremismo. L’Italia è sì uno Stato laico, ma il principio di laicità dello stato non deve diventare la bandiera di un laicismo sprezzante della cultura di tutta una civiltà.

Una sentenza simile presenta un grande deficit: non tiene conto del senso storico e della consapevolezza culturale di un’Italia che è stata, volente o nolente, l’incubatrice della Cristianità. Vorrei a tal proposito ricordare che i regimi totalitari del Novecento - nazismo nel suo periodo di ascesa e comunismo - hanno tentato di spazzare via i crocifissi dalle aule scolastiche e dalla storia europea, l’uno attuando la cosiddetta “guerra dei crocifissi”, l’altro tentando di cancellare Gesù Cristo dalla Storia dei Paesi dominati. In tal modo attuando un’operazione di de-semantizzazione e di conseguente distruzione del senso di una civiltà.

Se le moderne istituzioni democratiche europee si fondano sulla sconfitta dei totalitarismi del Novecento, non dovrebbe la Corte europea dei diritti dell’uomo considerare che le tragedie dello scorso secolo sono state provocate attraverso meccanismi di deprivazione del significato, nella sua accezione più squisitamente semantica, dell’identità culturale di popoli che ritrovavano il loro proprio senso entro la matrice culturale del Cristianesimo? È questo il vero pericolo, il maggiore, insito in una sentenza che intende negare attraverso un’interpretazione giurisprudenziale ciò che gli uomini e la Storia hanno costruito in millenni di civiltà: smarrire le proprie radici, erodere il proprio senso culturale, essendo così condannati alla lunga notte dell’oblio.

Se volessimo poi entrare in una disputa squisitamente giuridica, dovremmo considerare quanto dichiarato oggi dal Commissario europeo alla Giustizia, Barrot, che, tramite il suo portavoce, ha fatto sapere che, quanto alla presenza di simboli religiosi in edifici pubblici, «vige il principio di sussidiarietà, e dunque ricade interamente nelle competenze degli Stati membri». E che «la Corte Europea per i diritti dell’uomo non è un’istituzione europea. Inoltre non vi è alcuna normativa Ue che regoli la materia e anche le norme comunitarie contro la discriminazione escludono il riferimento ai simboli religiosi attribuendone la competenza agli Stati membri».

Non esiste storia senza memoria, non esiste una civiltà senza la manifestazione dei propri simboli, quando questi non ledano la persona, i diritti umani, la parità tra uomo e donna, e la sacralità della vita. Non bisogna permettere che il furore di un’ideologia nichilista ponga in serio pericolo l’identità italiana e occidentale.





L'UE precisa: non c'entriamo con quella sentenza

da Avvenire (05/11/2009)

Una decisione «assolutamente imprevista, imprevedibile e inaccettabile», così il premier Silvio Berlusconi definisce la sentenza della Corte europea dei diritti umani contro il crocifisso nelle scuole italiane. A Bruxelles intanto significativo no comment della commissione perché quell’istituzione «non appartiene all’Unione europea», e come afferma Michele Cercone, il portavoce del commissario della giustizia, il tema affrontato nella sentenza «in base al principio di sussidiarietà» ricade «interamente nella competenza degli stati membri e non è coperto in alcun modo dalla normativa comunitaria».

In linea generale, inoltre, a nome di Josè Barroso, Pia Ahrenkilde Hansen, sottolinea che «resta valido» quel che ha detto a suo tempo il presidente della commissione «in difesa di un inserimento nella Costituzione di un riferimento alle radici cristiane dell’Europa» . La sentenza è «una di quelle decisioni che ci fanno dubitare del buon senso dell’Europa», commenta in Italia Berlusconi, ricordando che «siamo in un paese dove non possiamo non dirci cristiani». Sicché il governo, riferisce il ministro dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini, sta preparando «tutto l’incartamento giudiziario per procedere al ricorso» contro un pro­nuciamento «incomprensibile», «assolutamente sbagliato e che sicuramente non rafforza l’identità europea», «un messaggio sbagliato per i giovani».

È una scioc­chezza, rincara al termine del funerale di Alda Merini, con una parola in realtà ben più netta, il leader della Lega Umberto Bossi, convinto che come pensava la poetessa il crocifisso andrebbe messo non solo in chiesa, ma in «tutti i luoghi pubblici» . «L’Europa va forse bene per l’economia, ma non per molte altre cose», aggiunge il ministro delle Riforme, ma «è distante dalla gente perché fa le cose contrarie a quelle che vogliono i cittadini» . «Possono morire, loro e quei finti organismi internazionali», è il duro altolà del ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ma il crocifisso non sarà tolto dalle aule. «Pareti bianche nei nostri uffici, scuole e isti­tuzioni», concorda il responsabile del Welfare, Maurizio Sacconi, « rappresentereb­bero il segno di una società annichilita che nega le proprie radici». «Una sentenza che sconcerta», aggiunge il ministro per le Politiche europee, Andrea Ronchi. «Trionfa un nuovo Pilato», stigmatizza il ministro per lo Sviluppo economico, Claudio Scajola.

Ad un giorno di distanza dalla decisione della Corte si conferma la condanna una­nime del mondo politico, a parte qualche voce isolata dell’estrema sinistra. «Una quasi unità nazionale, uno scudo bipartisan a difesa del simbolo del cristianesimo» , nota il presidente della commissione Esteri della Camera, il leghista Stefano Stefani. «Le reazioni, oltre gli schieramenti, con l’eccezione di radicali e veterocomunisti, alla sentenza sul crocifisso attestano che in Italia non si è perso di vista il senso comune», aggiunge il sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano, ribadendo però che protestare solo non basta e che quel pronunciamento «è inutile e dannoso» . «Il crocifisso è un simbolo universale, non confessionale. Gli spiriti veramente grandi lo hanno sempre compreso», aggiunge per il Carroccio, Giuseppe Leoni. «Un simbolo di civiltà», dichiara il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni. «Discutibile sentenza» , rimarca il vicepresidente della Camera, il pidiellino Antonio Leone, in quanto si tratta di un campo di « decisione, sovrana che spetta allo Stato italiano». «Un’offesa alla cultura del popolo italiano» , evidenzia il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. «Senza identità, senza coscienza delle proprie radici, non possono esserci né libertà né democrazia», ricorda Maurizio Lupi, l’altro vicepresidente della Camera del Pdl. «Bene ha fatto il governo italiano a ricorrere contro la sentenza», afferma il capogruppo al Senato del partito di Berlusconi, Maurizio Gasparri.

Il pronunciamento della Corte secondo il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, è espressione di «un’Europa laicista che non lascia spazio né a Dio né alle religioni». Dunque «un’occasione persa che finirà per alimentare l’integralismo anti-europeo che c’è anche nel nostro paese» . «La sentenza è da respingere perché colpisce un simbolo «non solo religioso ma d’identità ideale e culturale», dicono i par­lamentari europei del Pd Silvia Costa, Patrizia Toia e Gianluca Susta, puntualizzando che il Consiglio d’Europa, organismo da non confondere con le istituzioni della UE, «è un’organizzazione di ben 47 paesi», tra cui alcuni molto lontani dal nostro continente, come il Kazakistan. La sentenza, osserva il senatore del Pd Stefano Ceccanti, rappresenta un cambiamento nella cautela in materia di tradizioni confessionali da parte di una Corte sovranazionale, che necessariamente deve rispettosa degli apprezzamenti dei singoli Stati. Un mutamento di indirizzo, a suo giudizio, provocato dagli errori commessi dal governo nella presentazione delle ragioni italiane, motivate con opportu­nità politiche. Ceccanti chiede inoltre di evidenziare nel ricorso la distanza tra la nostra concezione della laicità e quella francese, disconosciuta da Strasburgo. «Incredibile sentenza», nota sempre nel Pd, Giorgio Merlo, augurandosi di non ascoltare «cosiddetti "detentori" del principio della laicità» sostenere che la presenza del crocifisso può creare turbamento in alcuni settori della pubblica opinione.


Quei giudici che vorrebbero farci tutti più poveri

di Carlo Cardia,
da Avvenire (05/11/2009)


La Corte di Strasburgo ha aperto le ostilità contro il crocifisso nelle scuole, con una sentenza che non soltanto è andata oltre le sue competenze (e la sua stessa giurisprudenza), ma ha dato una interpretazione gelida, esclu­sivista, antiumanistica della libertà religiosa. Perché la libertà religiosa è una libertà aperta a tutti, inclusiva, che dialoga e insegna ai gio­vani a dialogare con gli altri, a vedere nei sim­boli religiosi segni di affratellamento tra gli uo­mini. La Convenzione sui diritti del fanciullo del 1989 prevede che il ragazzo sia educato «nel rispetto dei valori nazionali del Paese nel quale vive e del Paese di cui può essere origi­nario e delle civiltà diverse dalla sua» (artico­lo 29). Per Strasburgo questa Convenzione non esiste. Esiste l’assenza di valori, esiste un de­serto nel quale ciascuno di noi nasce per ca­so, senza una storia ricca di eventi, eroismi, valori e simboli religiosi ed etici, tra i quali il cro­cifisso è il più noto in tutto il mondo.

L’aspetto più doloroso della pronuncia è quan­do essa parla del crocifisso come di un simbolo di parte, che divide e limita la libertà di edu­cazione, ignorando che il crocifisso è, dovun­que, simbolo di pace e di amore tra gli uomi­ni, è all’origine di una spiritualizzazione che ha animato e permeato la cultura occidentale per espandersi con linguaggio universale in tutto il pianeta. Il crocifisso ricorda chi è andato in­contro alla morte senza colpa per aver tra­smesso un messaggio di spiritualità e di fra­tellanza, chi ha predicato l’amore per il pros­simo come comandamento eguale all’amore verso Dio, chi ha annunciato nel discorso del­la Montagna il riscatto per gli ultimi e per chi soffre dell’ingiustizia, ha promesso il regno di Dio a chi opera bene nella vita terrena andan­do incontro agli altri, a chi è malato, a chi non ha nulla e ha bisogno di tutto. Questo è Gesù di Nazaret raffigurato nel simbolo della Croce. Per questi insegnamenti – e per aver alimen­tato la fede e la spiritualità di generazioni di uo­mini nel corso dei secoli – è conosciuto, ama­to, rispettato e venerato in tutti gli angoli del­la terra. Aprire le ostilità verso il crocifisso vuol dire opporsi a quanto di più alto e spirituale sia entrato nella storia dell’umanità, vuol dire fa­re la guerra a se stessi e alla propria coscienza. Per sette giudici di Strasburgo il crocifisso non sarebbe un simbolo neutrale, ma dietro que­sta asserita neutralità si nasconderebbe un provincialismo arido, un vuoto antropologi­co, perfino un filo di ignavia.

Scriveva Jhoann Ficthe che «il cuore del cosmopolita non è o­spizio per nessuno», intendendo dire che gli uomini hanno radici e identità, senza le quali non possono parlare con altri, non possono accogliere con amore altre persone. Un Paese che voglia essere soltanto neutrale sarebbe un guscio vuoto, una parentesi fredda nel fluire della storia. Anche un’Europa che giunga al punto di negare, nascondere, o abbattere, la propria tradizione e identità cristiana diven­terebbe una terra di nessuno, derisa dagli al­tri, incapace di trasmettere i suoi valori più profondi, di confrontarsi con altri popoli e con­tinenti proprio in un’epoca di globalizzazione che chiede incontro e dialogo. Quale europeo avrebbe il coraggio di chiede­re all’Asia buddista di togliere dagli spazi pub­blici i simboli di Buddha il compassionevole, o all’Asia induista le ricche raffigurazioni di quella religione, o ai musulmani di nascondere il Corano, tacere il nome di Allah in pubbli­co e celare la propria fede nelle scuole? Nessuno avrebbe il coraggio di farlo, perché pro­verebbe istintivamente vergogna interiore nel proporre agli altri di spogliarsi della propria storia e tradizione religiosa.

Chi predicasse questa neutralità sarebbe respinto come un estraneo, riguardato come un essere senza cuo­re e passione. Il crocifisso non divide gli uomini, li unisce in un orizzonte di valori che so­no a servizio dell’umanità intera, alla base del dialogo interreligioso per il bene degli uomini e della società. Con questa sentenza, una cer­ta Europa perde di nuovo l’innocenza, come altre volte è avvenuto in passato, perché tradi­sce sé e le proprie origini, apre una ferita nella propria anima, e offende con il crocifisso tutti i simboli e ogni coscienza religiosa. Se applicassimo la pronuncia di Strasburgo al mon­do intero, questo – come ha notato ieri il presidente della Cei, cardinal Bagnasco – diver­rebbe più povero. E si allontanerebbe un po’ dal cielo. Ma la stragrande maggioranza degli uomini non vorrebbe una deriva così triste e continuerebbe a venerare ed esibire con or­goglio i simboli della propria fede.


Da tutta Italia un forte moto di protesta

di Paolo Ferrario,
da Avvenire (05/11/2009)


Adesso sarà presente anche dove finora mancava. La sentenza della Corte Europea di Stra­sburgo sta ottenendo, in tante parti d’Italia, l’effetto contrario di quello auspicato dai giudici. Tanti sindaci, infatti, stanno or­dinando alle scuole di effet­tuare una ricognizione nelle aule e di mettere il crocifisso dove ancora non c’è. Succede così, per esempio, a Sanremo (Imperia), mentre a Sassuolo (Modena), il Comune ne ha ac­quistati 50 da distribuire agli i­stituti che ancora ne risultas­sero sprovvisti. Lo stesso ha fat­to la Giunta provinciale di Tra­pani, che ne ha ordinati 72 pa­gati dal presidente e dagli as­sessori. Numerose amministrazioni lo­cali hanno deciso di mettere in atto anche simboliche iniziati­ve di protesta contro la sen­tenza eu­ropea.

Co­sì, a Busto Arsizio ( Varese), il sindaco ha ordinato di mettere a mezz’a­sta la ban­diera europea sul pennone del Comune, mentre a Montegrot­to Terme (Padova), da ieri sui tabelloni luminosi utilizzati dall’amministrazione per co­municare con i cittadini, com­pare un crocifisso con la scrit­ta “Noi non lo togliamo”. Il sin- daco di Loreto (Ancona) si è portato avanti col lavoro e ha già pronta un’ordinanza «volta al rispetto della fede» per im­pedire che si levino i crocifissi anche qualora la sentenza di Stra­sburgo dovesse diventare operativa. Sulla stes­sa linea il primo cittadino di Trieste che assicura: «Finché ci sarò io non ne sarà rimosso neanche uno». Il sindaco di Galzignano Ter­me (Padova), ha lanciato una vera e propria sfida: obbligo di affissione del crocifisso in tut­ti gli edifici pubblici, controlli quindicinali per assicurare il ri­spetto della norma e 500 euro di multa per i trasgressori.

Oltre a protestare, c’è anche chi r ilancia. Lo fa il sindaco di As­sisi che, con il crocifisso, negli uffici pubblici vorrebbe espor­re anche il presepe, visto che, in tal senso, esiste pure una ri­chiesta all’Unesco affinchè lo riconosca come patrimonio mondiale. La voce dei molti che vogliono che il crocifisso resti appeso nelle aule scolastiche si è fatta sentire anche attraverso il so­cial network Facebook. In po­che ore, il nuovo gruppo “Sì al crocifisso nelle scuole”, ha rac­colto più di 24mila adesioni e attivato un indirizzo di posta e­lettronica (sialcrocifis­so@ gmail.com) al quale invia­re commenti. Mobilitato anche il mondo del­la cultura. Da ieri mattina, un grande crocifisso campeggia sulla facciata del teatro Vin­cenzo Bellini di Catania , che ha deciso di protestare così contro la sentenza di Strasburgo. Significativa anche l’esperien­za di Marcello D’Orta, inse­gnante elementare nei quar­tieri difficili di Napoli e autore di “Io speriamo che me la cavo”. «Quando insegnavo a Secon­digliano – ricorda il maestro­scrittore – è stato proprio gra­zie all’immagine di quel croci­fisso che tenevo in aula, che in qualche modo ho cercato di trasmettere a ragazzi che ap­partenevano a famiglie dell’u­no e dell’altro clan, sentimen­ti di amore e rispetto per il pros­simo. Almeno ci ho provato, proprio grazie a quell’ esempio, e in qualche caso ci sono riu­scito».

Reazioni contrarie alla senten­za europea arrivano anche dal mondo dell’impresa. Per e­sempio, Confcommercio Ro­ma ha chiesto a tutti gli asso­ciati di esporlo nei propri ne­gozi: «Se vogliono togliere i cro­cifissi dalle nostre scuole, vuol dire che li metteremo nelle no­stre aziende». Infine, anche da Abano Terme (Padova), dove tutto è comin­ciato, si leva forte la voce del dissenso. A cominciare da quella del parroco del Duomo, don Antonio Toigo: «Laicità non è sottrazione ma moltipli­cazione. Protesta chi il crocifis­so non lo ha dentro». Anche il preside dell’Istituto compren­sivo “ Vittorino da Feltre”, fre­quentato dai figli della signora che ha avviato la causa alla Cor­te europea, sottolinea che, dal 2002, anno del primo ricorso, nessuna altra famiglia ha chie­sto di togliere i crocifissi dalle aule e questo «dimostra che l’integrazione e l’inserimento promossi dalla scuola hanno funzionato».




La Chiesa reagisce in massa alla sentenza europea

di Paolo Rodari,
da Il Foglio (05/11/2009)


Manca solo il Papa, il quale, a onore del vero, già quando era cardinale (significativa una raccolta di testi pubblicati nel 1992 col titolo: “Guardare al crocefisso”) e poi anche una volta eletto al soglio di Pietro, era intervenuto più volte sull’argomento. Per tutte, bastino le parole che pronunciò pochi mesi dopo l’elezione al soglio di Pietro in occasione della festa dell’Assunta (15 agosto 2005): “È importante che Dio sia presente nella vita pubblica, con segni della croce, nelle case e negli edifici pubblici”, disse Benedetto XVI. Per il resto, è una risposta di massa, imponente e importante, quella che viene data dalle gerarchie della chiesa cattolica alla sentenza emessa l’altro ieri dalla Corte di Strasburgo che proibisce l’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche italiane. Di massa perché, nelle stesse ore e sullo stesso argomento, hanno deciso di prendere la parola il segretario di stato vaticano, il prefetto dei vescovi, il presidente del pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, il portavoce vaticano, la Conferenza episcopale italiana con un comunicato ufficiale, il presidente e il segretario del pontificio consiglio per la pastorale dei migranti e degli itineranti, l’osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa, il presidente della Commissione per l’ecumenismo e il dialogo della Cei, il biografo principale degli ultimi due Pontefici (Ratzinger e Wojtyla), alcuni vescovi del nostro paese e, dulcis in fundo, l’Osservatore Romano che in prima pagina (edizione odierna) piazza la vignetta “Hanno votato per Barabba” di Giannelli uscita sul Corriere e, insieme, cita un articolo pro crocefisso pubblicato da Natalia Ginzburg anni fa sull’Unità. Insomma, a conti fatti, al buffet vaticano anti Corte di Strasburgo non è mancato davvero nessuno.

Una reazione così imponente ha un perché. Anche se, a dire il vero, inizialmente, e cioè l’altro ieri, il Vaticano volle mantenere una linea prudente. Padre Lombardi, infatti, nelle prime ore di martedì si limitò a dire: “Dobbiamo ancora valutare bene la cosa, dobbiamo almeno leggere la sentenza”. Poi, però, qualcosa è cambiato. La seconda sezione della segreteria di Stato (cura i rapporti con gli stati), infatti, quella guidata dal corso Dominique Mamberti e che pare da tempo stesse monitorando il tutto (e cioè l’evolversi della sentenza e la risposta del governo italiano), ha fatto capire che era il caso d’intervenire, di dire, di non lasciare cadere nel vuoto la cosa. Tanto che, in serata di martedì, è stato lo stesso Lombardi a riprendere la parola e a dire alla Radio vaticana e al Tg1 che oltre Tevere la sentenza era stata recepita “con stupore e rammarico”.

Il giorno dopo, dunque ieri, sono stati due principali quotidiani italiani a stupire. Entrambi, infatti – Corriere della Sera e Repubblica – riportavano la voce di due porporati autorevoli: il cardinale Giovanni Battista Re e il cardinale Walter Kasper. Per il primo togliere il crocefisso significa eliminare “l’emblema della tradizione cristiana su cui si fonda la nostra civiltà”. Per il secondo, invece, “questa manifestazione di secolarismo aggressivo dovrebbe essere un segnale per svegliarci e alzare un po’ la voce”. Anche Kasper, dunque, che sovente su tematiche che attraversano trasversalmente la cristianità (dai cattolici ai protestanti e agli ortodossi) è molto prudente, esce allo scoperto attaccando pubblicamente quella “tendenza aristocratica” che “esiste”, che “ha potere” e che “non si può tollerare”. Non si tratta semplicemente dell’uscita di un porporato alla fine di un lungo mandato e che dunque può permettersi prese di posizione più forti del solito. Si tratta, invece, del fatto che anche per chi guida per conto del Papa i rapporti ecumenici si è superato il limite. Un limite contro il cui superamento è tutta la cristianità a doversi ribellare. Infatti Kasper ha parlato di “secolarismo aggressivo” da combattere. Così pensa la chiesa: in ballo c’è un principio da non eludere, l’identità cristiana che ha fatto l’Europa.

Ieri Tarcisio Bertone, oltre a dire che “purtroppo questa Europa del terzo millennio ci lascia solo le zucche della festa recentemente ripetuta la vigilia del primo novembre – Halloween, ndr – e ci toglie i simboli più cari”, ha anche spiegato come “c’è apprezzamento per l’iniziativa del governo italiano di presentare ricorso contro la sentenza”. E, dunque, ha in qualche modo voluto sostenere lo sforzo italiano in merito. Eppure, sempre in Vaticano, c’era ieri chi faceva notare come se si è arrivati alla sentenza – e la cosa è ben nota in segreteria di stato – la colpa è anche dello governo che precedentemente non ha presentato bene, davanti alla Corte di Strasburgo, le sue ragioni. Il rappresentante del governo, infatti, ha parlato a Strasburgo della necessità di “trovare un compromesso con i partiti d’ispirazione cristiana”, come a dire che la norma sarebbe illegittima ma che è necessario mantenerla per ragioni politiche. Forse – e lo sa la Santa Sede – se si fossero fatti presenti altri argomenti, e in particolare che la situazione vigente rispettava maggiormente la nostra tradizione costituzionale (questo si sostiene anche in Vaticano), a tanto non si sarebbe arrivati.




Allora aboliamo calendari, affreschi e domeniche

di Andrea Tornielli,
da Il Giornale (05/11/2009)


Caro Direttore,

la sentenza della Corte di Strasburgo mi ha finalmente aperto gli occhi. L’Italia deve svegliarsi dal suo medioevale torpore e imparare dalle avanguardie europee. Diciamola tutta: è l’ora di finirla con quest’Italietta cattolica, con questo Paese di campanili, con il frusciar di tonache pretesche e d’ingerenze cardinalizie a ogni piè sospinto.

Finalmente c’è un giudice a Berlino che riconosce l’inaudita violenza alla quale sono stati sottoposti fin dalla fondazione dello Stato unitario generazioni di studenti, costretti a incrociare con lo sguardo svogliato, quei due pezzi di legno inchiodati al muro. È ora di liberarsi da questi fardelli del passato, la cristianità è tramontata, la Repubblica è laica, i cristiani tengano i crocifissi in casa o in chiesa, non pretendano di imporli a scuola e negli uffici in pubblici né tantomeno nelle aule di giustizia dove vengono giudicati i poveri cristi.

La battaglia per la libertà dal giogo della religione è però appena cominciata. Questo è soltanto un primo, timido ma necessario passo. Te ne suggerisco qualche altro. Non basterà abolire, come tu stesso hai ricordato, il simbolo della Croce Rossa su fondo bianco, ormai tradizionale emblema delle istituzioni ospedaliere. Bisognerà porre la questione ormai irrinunciabile, del computo del tempo. Ti pare corretto che io, laico, sia costretto per un’assurda convenzione d’antan a calcolare gli anni dalla data nascita di un ebreo marginale e irrilevante, venuto al mondo in un villaggio agli estremi confini dell’Impero romano? Ti pare giusto che io debba riferirmi a quella nascita ogni qual volta spedisco un’email, scrivo una lettera, pianifico una vacanza o leggo un giornale? Sopruso insopportabile: son costretto a riferirmi a Gesù ogni santo giorno e più volte al giorno. L’Europa dovrebbe studiare un calendario veramente laico e condiviso, che faccia piazza pulita di queste convenzioni religiose di parte. Si potrebbe ricominciare a contare gli anni dalla fondazione di Roma (ma i laziali saranno d’accordo?) o meglio inventare una data di partenza ex novo.

E poi, vogliamo parlare della domenica? Si continua a chiamarla così, vale a dire dies Domini, giorno del Signore, e sono costretti a festeggiarla tutti, anche i non credenti, quando è risaputo che in questo giorno si ricorda la resurrezione del suddetto ebreo marginale nato in Giudea un paio di millenni fa. Perché favorire quei cattolici (sempre meno), che usano di quel giorno per le loro pratiche religiose di precetto? Noi laici dovremmo ribellarci, e chiedere all’Europa di istituire il fine settimana il martedì (non il mercoledì, sennò favoriamo quelli che vanno all’udienza del Papa), equidistante sia dalla domenica cristiana sia dal venerdì islamico e dal sabato ebraico. Non parliamo poi di feste quali il Natale o la Pasqua, così smaccatamente cristiane. Basta con l’ipocrisia di trasformarle in feste dei buoni sentimenti o della primavera: si aboliscano. E i cristiani che vogliono andare a messa si prendano un giorno di ferie.

Ancora. Vogliamo finirla con le scuole pubbliche e le vie intitolate ai santi? Perché mai una scuola statale dovrebbe chiamarsi «Francesco d’Assisi»? La famiglia benestante potrebbe risentirsi, non ritenendo quello di San Francesco un modello in linea con la new economy, come pure potrebbe non essere d’accordo la famiglia del cacciatore, che agli uccellini e ai lupi preferisce sparare piuttosto che parlare. E i troppi affreschi esposti in luogo pubblico, così irritanti per il loro contenuto ostentatamente religioso? E i campanili che svettano fastidiosamente, impossibili da non notarsi, anche quando si percorre l’autostrada? Non si potrebbero oscurare con appositi pannelli? Chi pensa ai miei diritti di laico quando passeggiando per i sentieri di montagna m’imbatto in quelle edicole con l’effigie della Madonna (la madre dell’ebreo marginale di cui sopra)? E perché in cima alle montagne ci si deve andare per forza a piantare una croce?

Infine, bisognerà pur affrontare anche il problema di certi simboli matematici. Il segno del «più», lo sanno tutti, è una croce bell’e buona. Anche il segno del «per» lo è, infatti quella è la forma della croce di Sant’Andrea. Troviamo un’alternativa, per non offendere i laici che impegnati in un calcolo algebrico, potrebbero perdere la loro concentrazione soffermandosi su quel segno. Un segno che li potrebbe distrarre, ricordando le crociate, le battaglie contro gli arabi musulmani ai quali dobbiamo, tra l’altro, proprio i numeri che utilizziamo ogni giorno. Forse in nome della laicità, e per non sembrare di prendercela solo con i cristiani, sarebbe meglio abolire pure i sincretisici numeri indo-arabici e tornare ai vecchi numeri romani. Mi fermo qui, perché ho già scritto troppo, per l’esattezza LXXIX righe.




La sentenza di Strasburgo, ferita per la convivenza civile

Pubblichiamo di seguito l'articolo a firma di monsignor Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, apparso su “Il Sole 24 Ore”.

di Mons. Bruno Forte,
da Zenit (05/11/2009)


 Alcide De Gasperi, uomo di altissimo profilo morale e cristiano dalla profonda tensione spirituale, è stato anche un campione di rispetto per l’altro e di laicità civile, intesa come legittima autonomia dell’agire socio-politico da ogni indebita interferenza o manipolazione del sacro. Forse perciò mi colpì il racconto che sua figlia Maria Romana ebbe a farmi delle ultime ore del Padre: fissando il Crocifisso dal letto di morte, quell’uomo, umile e grande, circondato dai suoi affetti più cari, ripeteva continuamente una sola parola: “Gesù”. Mi chiedo che cosa “vedesse” De Gasperi morente in quel Condannato appeso alla Croce. Non faccio fatica a rispondere che vi leggeva concretizzato il messaggio evangelico nella sua forma pura: il perdono offerto a chi ci avesse ingiustamente colpito: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34); l’amore più grande, quello che spinge all’esodo da sé senza ritorno per il bene degli altri: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13, 1); l’accoglienza spalancata al bisogno altrui: “Oggi sarai con me nel paradiso” (Lc 23, 43).

De Gasperi era troppo fine culturalmente e politicamente, troppo dotato di conoscenza della storia e degli uomini, per non ricordare le violenze commesse da alcuni imbrandendo contro altri la croce. Ma sapeva anche che gli errori e gli abusi commessi da questi, nulla potevano togliere alla forza di amore che si sprigiona da Gesù crocifisso: perciò, si rivolgeva a Lui, riassumendo nell’invocazione di quel nome benedetto, nello sguardo all’Abbandonato disteso sulla Croce, l’anelito più profondo del cuore, la sete di giustizia e di pace che aveva ispirato la sua vita, l’affidamento alla misericordia più grande sul “vallo estremo” della morte. Alcide De Gasperi è stato anche uno dei padri nobili dell’Europa unita: non solo il suo amore al Crocifisso non gli era stato di ostacolo in questo impegno, ma anzi lo straordinario apporto della tradizione ebraico-cristiana alla costruzione dell’identità europea era stato certamente per lui una sorgente ispirativa, uno stimolo all’impegno per la casa comune, ospitale per tutti. Anche per questo la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo, che vede l’esposizione dei crocifissi nelle aule scolastiche italiane come un “ostacolo alla libertà religiosa” e la proibisce, suscita stupore e perplessità.

Chi può sentirsi offeso dal Crocifisso? Non certo il cristiano che vi riconosce lo straordinario messaggio d’amore al quale si affida, pur con tutte le fatiche e le ambiguità della sua fede in cammino. Non il non credente pensoso, che sa come quel simbolo abbia un valore universale e spalanchi le braccia su tutti, per tutti, perché nessuno si senta escluso dal diritto alla vita e al rispetto della sua dignità. Non il credente di un’altra religione, che si sente piuttosto minacciato da questo ostracismo dei simboli della fede, che come oggi colpisce i cristiani, potrà domani colpire persone di un altro credo. La rimozione imposta del Crocifisso dalle aule ferisce invece tutti nelle radici più profonde della convivenza civile, perché attenta al rispetto della coscienza di tanti e alla libertà religiosa, intesa positivamente come diritto ad esprimere la propria fede con l’universo simbolico che le appartiene. La dignità della persona umana è stata definita come valore infinito proprio nel dibattito cristologico dei primi secoli dell’era cristiana; il principio solidarietà, che ne deriva, ha fatto la storia anche recente della liberazione degli oppressi e della cura per essi nel continente europeo; il valore della gratuità, come forza edificatrice della società a tutti i suoi livelli, ha trovato nel messaggio evangelico fonte e nutrimento. Non sarà certo un colpo di spugna a cancellare tutto questo: eppure, non è possibile non sentire in questa sentenza pronunciata in nome dei diritti dell’uomo una ferita inferta, una mancanza di sensibilità umana, culturale e spirituale.

L’universo dei simboli non si cancella impunemente, soprattutto quando essi rimandano alle sorgenti più profonde dell’identità dei singoli e dei popoli: chi pensasse di farlo in nome della “laicità”, dimostrerebbe invece soltanto un laicismo pregiudiziale, ideologico. Perché “laicità” significa etimologicamente ciò che fa riferimento al popolo (“laòs”), e - correttamente inteso - l’ispirarsi a questa idea vuol dire tutelare, servire e promuovere il bene comune, senza cedere a interessi di parte. In questo senso ha saputo essere laico e cristiano De Gasperi, e come lui altri grandi fondatori dell’Europa unita, da Adenauer a Schuman. Un’altra idea di laicità, pensata contro qualcuno o a servizio di una minoranza ideologica, non ci renderà migliori, rischierà anzi di ferire al cuore il processo difficile e lento della costruzione della casa comune europea. La non condivisione trasversale espressa da parte della classe politica del nostro Paese alla sentenza - fatte salve pochissime eccezioni, non esenti da pregiudizi ideologici - è un segno importante: almeno questa volta, la voce di chi è delegato dal voto a rappresentare la coscienza comune ha dato un segnale credibile e significativo per tutti.




Una dimostrazione di laicismo esasperato

di Bruno Volpe,
da Pontifex Roma (05/11/2009)


"In tutta sincerità, sono meravigliato dalla sentenza della Corte Europea, va contro il sentire comune e penso che colpisca la maggioranza degli italiani": lo afferma, con la tradizionale pacatezza, l'Arcivescovo di Trani, Monsignor Giovanni Battista Pichierri. Il Prelato osserva: "La decisione è un esempio non di laicità, bensì di laicismo, irrispettosa del comune sentire di una nazione che a stragrande maggioranza è cattolica e crede in quel simbolo religioso".

Nel dispositivo si legge che si è agito a tutela della educazione e della libertà religiosa.

Io, al contrario, sono del parere che sia una sentenza irrispettosa della libertà religiosa. Il Crocefisso intanto non rapresenta una imposizione, ma poi in questo caso si tratta di un riferimento alla nostra identità, alle tradizioni storiche, alle radici anche culturali di un intero Continente che nessuno è autorizzato a cancellare. Questa difesa del crocefisso, ben inteso, non significa essere irrispettosi verso le altre religioni con le quali bisogna dialogare ed essere tolleranti, ma la posizione della Corte mi pare eccessiva, esagerata e forse anche figlia di pregiudizi ideologici e si sa che quando subentra la prevenzione, i frutti sono cattivi e poco positivi.

Il Ministro per la Pubblica Istruzione ha preso posizione netta e chiara avverso la pronuncia.
Ho apprezzato le parole del Ministro e il suo atteggiamento e in complesso va lodato il Governo che ha deciso di fare ricorso. In genere, tranne sparute minoranze, la classe politica italiana, questa volta, ha dato manifestazione di serenità e maturità.

Papa Benedetto XVI molte volte ha segnalato il pericolo di una deriva secolarista del Continente europeo.
Infatti questa sentenza rappresenta un esempio di deriva secolare, di acredine contro la religione cattolica. Non penso che la presenza di Cristo sul muro di una scuola possa turbare nessuno. Quella della Corte è una posizione intollerante e sbagliata.

Che effetto avrà secondo lei sui cattolici italiani?

Amio giudizio sortirà un effetto contrario da quello sperato dai nemici della Chiesa. Rafforzerà e non indebolirà il sentimento religioso. Bisogna però ricordare bene una cosa.

Prego.
La Croce sulla parete non è un oggetto di devozione qualsiasi e dall'altra parte esiste una tendenza a considerarla solo un oggetto. Invece no. È importante esporre con gioia il crocefisso, ma la reale essenza di quel segno, di colui che ha dato la vita per noi, è averlo nel cuore, saper amare con i fatti e con la vita concreta.


Una sentenza sconcertante

di Bruno Volpe,
da Pontifex Roma (05/11/2009)


"Lo dico per paradosso. Visto che la Croce, segno glorioso di riscatto, turba la crescita educativa dei ragazzi e la libertà religiosa, i giudici europei ordinino l'abbattimento dei campanili adiacenti  le Chiese. Con il  suono delle campane, udibile anche dai non cattolici, possono risultare contrari alla libertà religiosa": se la cava con una battuta ed una provocazione Monsignor Francesco Cosmo Ruppi, Arcivescovo Emerito di Lecce. Dal suo buen retiro di Alberobello, vicino Bari, commenta in questo modo la sconcertante pronuncia della Corte Europea: "Una senteza scombinata e incoerente, decisamente incomprensibile e contraria ad ogni logica". Parole dure: "I giudici - continua il Vescovo - non hanno tenuto conto di una cosa, presi dal loro furore anticlericale".

Di che cosa?
Il segno della Croce non è solo un simbolo religioso, ecco l'errore. Ma è la sintesi di duemila anni di storia anche culturale di un Continennte, l'Europa le cui radici storico culturali, paccia o non piaccia, affondano nella religione cristiana.

Poi attacca: "I veri intolleranti sono i giudici che non hanno rispettato il comune sentire di un popolo,come quello italiano, a larghissima maggioranza cattolico e che si riconosce in un simbolo sacro". Aggiunge: "Nei paesi islamici sono pieni di minareti, addobbi e cose del genere e nessun cattolico da quanto mi consti, si azzarda a dire che la sua libertà religiosa o educativa viene violentata, eppure ne avrebbero tutto il diritto".

Il Vescovo, molte volte critico con i politici italiani, questa volta li elogia: "Sa che io non sempre sono stato tenero con la classe politica del nostro Paese, ma devo pubblicamente elogiare il Governo per aver deciso di ricorrere contro questa assurdità, avverso la quale bisogna alzare la voce ed esperire tutti i rimedi che la legge consente. Direi che nel complesso tutta la classe politica, anche coloro che stanno all'opposizione, hanno espresso posizioni di buon senso e credibili, salve sparute minoranze, tradizionalmemte anticlericali ed ostili alla Chiesa, per pregiudizio e non per motivazioni serie".

Poi lancia una provocazione: "Si tratta di una battuta. Se la Croce nelle aule di scuola turba la libertà di educazione e quella religiosa, allora i giudici europei ordinino la demolizione dei campanili adiacenti le Chiese. Con il suono delle loro campane che invitano alla Messa possono sconvolgere e offendere chi non professa la religione cattolica.
mdeledda
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mercoledì, 04 novembre 2009, ore 19:53


Il crocifisso, i giudici e Natalia Ginzburg

di Giuseppe Fiorentino e Francesco M. Valiante,
da L'Osservatore Romano (04/11/2009)


Tra tutti i simboli quotidianamente percepiti dai giovani, la sentenza emessa ieri dalla Corte di Strasburgo - che proibisce l'esposizione del crocifisso dalle aule scolastiche italiane perché sarebbe contraria al diritto dei genitori di educare i figli in linea con le loro convinzioni e al diritto dei bambini alla libertà di religione - ha colpito quello che più rappresenta una grande tradizione, non solo religiosa, del Continente europeo. "Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l'immagine della rivoluzione cristiana che ha sparso per il mondo l'idea dell'eguaglianza tra gli uomini fino allora assente". A scrivere queste parole, il 22 marzo 1988, era Natalia Ginzburg sulle pagine de l'Unità, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, allora organo del Partito comunista italiano.
   
Le parole della scrittrice, a oltre vent'anni di distanza, esprimono un sentimento ancora ampiamente condiviso in Italia. Ne sono dimostrazione le tante reazioni seguite al pronunciamento della Corte europea. Mentre il Governo italiano ha annunciato di aver presentato ricorso contro la sentenza, il mondo politico ha evidenziato quasi unanimemente la mancanza di buon senso insita nel provvedimento, ribadendo come la laicità delle istituzioni sia un valore ben diverso dalla negazione del ruolo del cristianesimo. "Stupore e rammarico" sono stati espressi in particolare dal direttore della Sala Stampa della Santa Sede, il gesuita Federico Lombardi, in una severa dichiarazione trasmessa dalla Radio Vaticana e dal Tg1. "È grave - ha affermato - voler emarginare dal mondo educativo un segno fondamentale dell'importanza dei valori religiosi nella storia e nella cultura italiana". E ha continuato: "Stupisce poi che una Corte europea intervenga pesantemente in una materia molto profondamente legata all'identità storica, culturale e spirituale del popolo italiano. Non è per questa via che si viene attratti ad amare e condividere di più l'idea europea, che come cattolici italiani abbiamo fortemente sostenuto fin dalle sue origini". Di "visione parziale e ideologica" ha parlato la Conferenza episcopale italiana, sottolineando che nella decisione della Corte "risulta ignorato o trascurato il molteplice significato del crocifisso, che non è solo simbolo religioso ma anche segno culturale".
   
Va ricordato che in Italia il Consiglio di Stato nel 2006 aveva già ritenuto legittime le norme che prevedono l'esposizione del crocifisso nelle scuole, affermando che questo non assume valore discriminatorio per i non credenti perché rappresenta "valori civilmente rilevanti e, segnatamente, quei valori che soggiacciono e ispirano il nostro ordine costituzionale".
   
In effetti la sentenza della Corte di Strasburgo, con l'intento di voler tutelare i diritti dell'uomo, finisce per mettere in discussione le radici sulle quali quegli stessi diritti si fondano, disconoscendo l'importanza del ruolo della religione - e in particolare del cristianesimo - nella costruzione dell'identità europea e nell'affermazione della centralità dell'uomo nella società. Sotto altro profilo, la decisione dei giudici di Strasburgo sembra ispirata a un'idea di laicità dello Stato che porta a emarginare il contributo della religione alla vita pubblica. Si potrebbe così prefigurare un futuro non tanto lontano fatto di ambienti pubblici privi di qualunque riferimento religioso e culturale nel timore di offendere l'altrui sensibilità. In realtà, non è nella negazione, bensì nell'accoglienza e nel rispetto delle diverse identità che si difende l'idea di laicità dello Stato e si favorisce l'integrazione tra le varie culture. "Il crocifisso rappresenta tutti" - spiegava Natalia Ginzburg - perché "prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti,  ebrei  e  non  ebrei  e  neri  e bianchi".


Il cardinale Bertone: una vera perdita

da L'Osseravatore Romano (04/11/2009)

"Questa Europa del terzo millennio ci lascia solo le zucche delle feste recentemente ripetute e ci toglie i simboli più cari". Lo ha detto il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, commentando stamane la sentenza della Corte di Strasburgo sul crocifisso nelle aule scolastiche. "Questa - ha aggiunto - è veramente una perdita. Dobbiamo cercare con tutte le forze di conservare i segni della nostra fede per chi crede e per chi non crede". Dopo aver espresso "apprezzamento" per l'iniziativa del Governo italiano, che ha annunciato ricorso contro la decisione dei giudici europei, il porporato ha ricordato che il crocifisso "è simbolo di amore universale, non di esclusione ma di accoglienza". "Mi domando - ha concluso - se questa sentenza sia un  segno  di  ragionevolezza  oppure no".




Prova di accecata sentenziosità


di Francesco D'Agostino,
da Avvenire (04/11/2009)


La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che condanna l’Italia per l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche, non si basa di certo su argomentazioni nuove o approfondite, ma si limita a ribadire il principio laicista, che vede in qualunque simbolo religioso cui venga dato rilievo in un’istituzione pubblica un attentato alla libertà religiosa e per quel che concerne le scuole alla libertà di educazione. La sentenza richiama sommariamente, ma con una certa precisione, le argomentazioni in base alle quali la magistratura italiana, dopo qualche tentennamento, era giunta a concludere che nella tradizione del nostro Paese il crocifisso non è un simbolo esclusivamente religioso, ma culturale e civile: in esso si condensa gran parte della storia italiana, in esso si riassume una sensibilità diffusa e presente non solo nei credenti, ma anche nei non credenti. In quanto icona dell’amore, della donazione gratuita di sé e della violenza estrema cui può soccombere l’innocente, quando le forze del male lo aggrediscono, il crocifisso è un simbolo universale, non con­fessionale.

Gli spiriti veramente grandi l’han­no sempre compreso: se non tutti credono in Gesù come Cristo, nell’umanità sofferente dell’uomo Gesù, appeso alla croce e che accetta il supplizio, dobbiamo se non credere, almeno avere tutti un profondo rispetto, se non vo­gliamo ridurre la convivenza tra gli uomini a un mero gioco di forze anonime e crudeli. Tutto questo, evidentemente, non è stato percepito dalla signora Soile Lautsi, la madre che pur di fare eliminare il crocifisso dalle aule, ha iniziato (nel 2002) una lunga, complessa (e, presumo, anche costosa) procedura giudiziaria, né è stato percepito dai giudici che alla fine hanno accolto le sue ragioni. La vicenda giudiziaria potrà riservarci ancora sorprese. Quello che non ci sorprende più, purtroppo, è l’accecamento ideologico che sorregge questa vicenda, la completa indifferenza per le ragio­ni della storia e della cultura, l’illusoria pretesa che la mera presenza di un crocifisso possa fare violenza alla sensibilità degli scolari e giunga ad impedire ai genitori di esercitare nei loro confronti quella specifica missione educativa, che è loro dovere e loro diritto.

E non ci sorprende più, purtroppo, il fatto che i giudici della Corte europea non percepiscano di agire con queste loro sentenze contro l’Europa, contro il suo spirito, contro le sue radici, rendendo così l’Europa stessa sempre meno "amabile" da parte di molti che, pure, ritengono l’europeismo un valore particolarmente alto. Ancora: è sfuggito alla ricorrente e – cosa ancor più grave – è sfuggito ai giudici che hanno redatto la sentenza che la laicità non si garantisce moltiplicando gli interdetti o marginalizzando le esigenze di visibilità della religioni, ma impegnandosi per garantire la loro compatibilità nelle complesse società multietniche tipiche del tempo in cui viviamo. La laicità non prospera nella freddezza delle istituzioni, nella neutralizzazione degli spazi pubblici, nell’abolizione di ogni riferimento, diretto o in­diretto, a Dio.

Quando è così che la laicità viene pensata, propagandata e promossa si ottiene come effetto non una promozione di quello specifico bene umano che è la convivenza, ma una sua atrofizzazione. La sensibilità religiosa, ci ha spiegato Habermas (un grande spirito laico) non è un residuo di epoche arcaiche, che la sensibilità moderna sarebbe chiamata a superare e a dissolvere, ma appartiene piuttosto e pienamente alla modernità, come una delle sue forze costitutive: tra sensibilità religiosa e sensibilità laica non deve mai istaurarsi una conflittualità, ma una dinamica di "apprendimento complementare", alla quale non può che ripugnare ogni logica di esclusione. Quanto tempo ancora ci vorrà perché simili verità vengano finalmente percepite dai tanti ottusi laicisti, che pensano ancora che sia dovere fondamentale degli educatori quello di indurre le giovani genera­zioni a vivere «come se Dio non ci fosse»?


«Fondamentale nella storia e nella cultura d’Occidente»

di Giovanni Grasso,
da Avvenire (04/11/2009)


«Non conosco che alcuni stralci della sentenza della Cor­te Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, pur tuttavia quelli resi noti mi suscitano una serie di interrogativi di notevole rilevanza e molte perplessità». Il giurista Riccardo Chieppa, presidente emerito della Corte Costituzionale, scuote la testa leggendo la decisione europea sul crocifisso. Una decisione, spiega, «che non solo non è condivisibile, ma contraddice anche sentenze precedenti dello stesso organo, che avevano sancito il rispetto della peculiarità specifica di ogni Paese rispetto alle tradizioni, ai simboli e alla cultura».

Ci si appella al principio di laicità, contenuto – sembra dire la sentenza – anche nella Costituzione italiana...
Le cose non stanno così, almeno in Italia. Il principio di laicità – immedesimato nei principi fondamentali della nostra Carta e come tali non derogabili da nessuna con­venzione internazionale – non comporta un agnosticismo, una estraneità, un’ostilità o un disvalore rispetto alla religione o ai sentimenti religiosi (ateismo compreso); ma al contrario è basato su una concezione positiva dei sentimenti religiosi, quali essi siano, e su una apertura verso il radicamento dei valori.

Eppure, secondo i giudici di Strasburgo, il crocifisso nelle scuole arriverebbe addirittura a minare la democrazia italiana...

Il pluralismo e la società democratica devono sicuramente essere aperti a tutti valori e non disconoscerli. Quindi non si può in nessun modo, in nome dell’eguaglianza, giungere a una eliminazione di un valore; al massimo si è sentito ipotizzare una sorta di aggiunta di altri valori purché non offensivi dei costumi e della sicurezza di tutti. Né può essere ammessa la pretesa di soppressione di un valore tradizionalmente accettato in un determinato popolo, con l’effetto di mortificare una coscienza largamente maggioritaria.

Il riferimento concreto che ha originato la sentenza riguarda il presunto vulnus al­l’eguaglianza tra scolari di diverse fedi.

Alla luce di quanto ho detto prima, credo che in questo campo di diritti fondamentali, l’equiparazione sia ammissibile: ma deve avvenire senza ledere i diritti degli altri. Insomma non verso il basso, come divieto o comportamento negativo verso ogni valore riconducibile anche indirettamente a sentimento religioso; ma verso l’alto, in cui tutti i soggetti possano essere e­gualmente rappresentati con simboli od altro; ovvero nella società lavorativa di oggi, la questione non deve essere di abolire, in nome del diritto di eguaglianza, la festività domenicale, quanto semmai quella di garantire a tutti gli altri di vivere non in contrasto con la professione di religiosa e i relativi precetti (mense, cibo, giorni festivi).

Colpisce nella sentenza anche un passag­gio, in cui si identifica il crocifisso con il cattolicesimo, quando si può per lo meno dire che è un simbolo cristiano...
Mi ha lasciato molto sorpreso questa af­fermazione che è ampiamente contraddetta dalla presenza del crocifisso in tutte le manifestazioni della cultura e dell’arte europea, in molte cime dei monti. Il crocifisso rappresenta un aspetto fondamentale della storia e cultura di popoli europei. Quanto all’Italia il crocifisso, secondo una tradizione culturale e il costume di vita popolare, assume un valore, quando è collocato al di fuori di un luogo di culto, non religioso; ma di simbolo di questa tradizio­ne, richiamo ai valori, che naturalmente non esclude la esistenza di altri valori. E anzi il crocifisso – come affermato dalla sentenza del Consiglio di Stato italiano n. 7314 del 2006 – esprime in chiave simbolica l’origine dei valori di tolleranza, di rispetto, di valorizzazione della persona, di autonomia della coscienza morale nei con­fronti dell’autorità.

L’impressione è che si voglia arrivare a una scuola asettica, senza valori o tradizio­ni.
Se il crocifisso e ogni aspetto religioso dovessero essere banditi dalle scuole pubbli­che italiana si presenterebbe con maggiore gravità la giusta pretesa, inderogabile, di quei genitori non contrari a un sentimento religioso di scegliere per i figli il tipo di insegnamento e di scuola che sia conforme ai propri principi; e il contestuale do­vere dello Stato di adeguarsi direttamente o con contributi che rendano effettivo tale diritto. In caso di inadempienza ,allora sì che la Corte di Strasburgo dovrebbe occuparsi seriamente di risarcimenti.



La provocazione di Vittorio Messori

di Andrea Tornielli,
da
Il Giornale (04/11/2009)

«Seguendo questa logica pericolosa e settaria, dovendo rispettare anche i sentimenti politici oltre che quelli religiosi, perché non chiedere che dagli uffici pubblici sia tolta l’effigie del presidente Napolitano?». Vittorio Messori è in Spagna, per l’uscita del suo ultimo libro, ma non rinuncia a ragionare anche provocatoriamente sul tema del giorno.

Come reagisce alla sentenza di Strasburgo?
Sono rattristato, amareggiato ma non scandalizzato. L’amarezza nasce da questa considerazione: da molto tempo ormai il crocifisso non è più soltanto un segno religioso, ma è diventato un simbolo umano per eccellenza, il simbolo dell’ingiustizia e della resistenza al male.

Volerlo cancellare è un’offesa alla religione cristiana?
No, è un’offesa, anzi un peccato contro la storia. Il cristianesimo, la croce, ha a che fare con le origini della civiltà europea e dunque questa sentenza non va contro la religione, ma va contro la nostra storia e il senso della realtà.

Perché è importante il riferimento alle radici cristiane dell’Europa?
Senza il cristianesimo il nostro continente non esisterebbe o nel caso esistesse, sarebbe assolutamente diverso. Nel V-VI secolo l’Europa non esisteva più, invasa da popoli nuovi provenienti dal Nord. L’amalgama tra la romanità e i barbari fu soltanto la Chiesa cattolica. Furono quelle ventimila abbazie che costellarono il continente, dalla Scozia a Pantelleria, da Lisbona fino a Kiev. I monaci hanno dato un contributo essenziale alla formazione della nostra civiltà.

Perché ha detto che non si scandalizza per la sentenza?
Perché Gesù Cristo e la sua croce sono più grandi dei burocrati europei. Credo dovremmo smetterla con la pretesa di vivere in un’epoca di cristianità e renderci conto che siamo diventati un piccolo gregge, dunque non mi scandalizzerei a dover esporre la croce solo nei luoghi dove la religione cristiana è praticata. Per i cristiani la croce è ben di più di un simbolo culturale o di un riferimento storico.

Dunque lei toglierebbe i crocifissi?
Non ho detto questo. L’esposizione dei crocifissi nelle scuole pubbliche, se non vado errato, venne disposta dalla legge Lanza nel 1857, mentre per gli uffici pubblici la disposizione risale al 1923, dopo i Patti Lateranensi. Nel 1988 il Consiglio di Stato ha definito la croce “simbolo della civiltà e della cultura cristiana, nella sua radice storica, come valore universale, indipendentemente dalla specifica confessione religiosa”. Vorrei ricordare che anche Palmiro Togliatti decise di far confluire nella Costituzione tutti i Patti Lateranensi e che non si oppose mai all’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici.

Ora però l’Europa sentenzia e legifera...

Ma allora, scusatemi, potrei chiedere anche di togliere la fotografia del capo dello Stato.

Che cosa fa, provoca? Non è la stessa cosa...
Non esiste mica solo il sentimento religioso. Esiste anche il sentimento politico, e anche questo può essere offeso, non crede? Il presidente della Repubblica non è un alieno, giunto da Marte il giorno della sua designazione al Colle. Ammettiamo che io mi riconosca in una delle forze politiche che non hanno votato per lui fino all’ultimo. Sulla base del mio sentimento, potrei sentirmi offeso nel vedere la sua fotografia negli uffici pubblici. E chiedere di toglierla.

Il presidente rappresenta la nazione, rappresenta tutti, ed è un’istituzione laica.
Certo, ma se offende il mio sentimento politico, non ho forse diritto di chiedere la rimozione della sua effigie dal municipio o dalla prefettura? La mia, ovviamente, è una boutade, e non mi sognerei mai di fare una richiesta del genere. Non ho nulla contro il presidente. L’ho detto soltanto per far comprendere che se cominciamo con questa logica, non ci fermiamo più. Abbiamo parlato di sentimento religioso e di sentimento politico. E quello sportivo dove lo mettiamo?

Chi vuole togliere la croce dalle aule e dagli uffici si appella alla laicità dello Stato e al pluralismo religioso.
Ribadisco: si tratta di una logica che personalmente trovo aberrante. Il crocifisso è da secoli simbolo di umanità e al contempo di speranza di resurrezione. Oltretutto, dà noia soltanto a qualche laicista nostrano, ma non, ad esempio, ai musulmani, che non mi risulta si siano lamentati.

Come, non ricorda il caso clamoroso di Adel Smith?

Un caso isolato. Smith non rappresenta alcuna comunità islamica.



L’inutile Europa ci toglie pure il crocifisso

di Ida Magli,
da Il Giornale (04/11/2009)


Le religioni non sono monete. Fare l’unificazione europea a tavolino, cominciando astutamente dall’economia e dalla moneta, ha permesso finora di tenere basso lo scontro con ciò che veramente crea i popoli ed è creato dai popoli: i loro sentimenti, le loro fedi, il loro spirito, il loro passato, la loro storia, le loro tradizioni, i loro valori, i significati che i popoli assegnano al loro «essere se stessi». Le religioni praticamente sono il contenitore di tutto questo, lo rispecchiano nel momento stesso in cui lo plasmano. Noi possiamo cercare di spiegare in termini teologici le differenze fra la Chiesa cattolica e quella ortodossa, oppure fra quella ortodossa e le varie chiese riformate, ma che non sia stata la teologia a crearle si vede a occhio nudo: il rituale ortodosso con la solennità dei suoi gesti, con il calore dei suoi canti, con l’intensa calma passione delle sue icone, è frutto dell’anima russa, di nient’altro che del popolo russo. Nessun inglese, nessuno svedese avrebbe mai potuto produrlo.

I politici che hanno progettato l’Unione europea hanno affermato che ci univamo perché eravamo uguali; ma nelle religioni non si è, non si può essere uguali, perché appunto, come le lingue, esse si differenziano in funzione della diversità dei popoli. Adesso, dunque, è giunto per l’Ue il momento più difficile: vivere l’unione senza isterilirci, senza morire. Questo significa per prima cosa salvaguardare i segni visibili dell’appartenenza religiosa. In Italia l’architettura, le rappresentazioni pittoriche, i crocifissi, le innumerevoli Madonne, fanno parte della storia, dell’arte, delle tradizioni di un paese che si è talmente alimentato, lungo lo scorrere dei secoli, della bellezza del Vangelo che sarebbe impossibile immaginare un S. Francesco senza il dolce paesaggio dell’Umbria, un S. Benedetto senza l’ordinata gravità del lavoro romano, un Raffaello senza l’innamorata contemplazione della Vergine Maria. Oggi si vogliono togliere i crocifissi dalle aule nelle scuole pubbliche; per proteggere, come si afferma, la libertà degli studenti. Ma anche le migliaia di edicole della Madonna, che proteggono i viandanti agli incroci delle strade, sono «pubbliche»; presto qualcuno, giustamente, vorrà che vengano eliminate. Guardiamo bene in faccia il prossimo futuro: se nell’Ue per essere liberi bisogna che in pubblico vengano cancellati tutti i segni che indicano un’appartenenza, questo significa che nessun popolo sarà più un popolo, salvo che si ritenga che possa farci sentire «Popolo» l’esposizione nelle scuole e agli angoli delle strade della faccia di Barroso. Il «privato» non crea un popolo, ed è questo che succederà: tutte le differenze saranno costrette a vivere, o a sopravvivere, nell’ambito del privato e l’Europa sarà debolissima perché saranno a poco a poco cancellati, anche nella memoria, i tratti distintivi che legano fra loro i popoli che la compongono.

Toccare le abitudini religiose significa toccare l’anima dei popoli. Cosa pericolosissima, anche là dove sembra, come in Europa, che le fedi siano ormai sbiadite, la partecipazione ai precetti in declino. Questo è un punto di cui i governanti, anche quelli ecclesiastici che hanno aderito alla realizzazione dell’Unione europea, non hanno tenuto conto: la scarsa aderenza visibile ai dettami delle Chiese, soprattutto nell’area occidentale, non significa l’abbandono, ma piuttosto, insieme allo sviluppo sempre maggiore del pensiero critico, un bisogno religioso anch’esso critico, profondo, difficile da esprimere, ma esigentissimo, «vero», che finora la chiesa cattolica non ha saputo esaudire. Ma, proprio perché i cristiani oggi conoscono meglio il significato di una religione, la loro ribellione scatterà di fronte alla pretesa dei governanti di togliere i crocifissi dalle scuole più che a un’imposizione di uguaglianza di carattere dottrinale. Perché questo, in Europa, tutti lo sappiamo bene; sono stati i nostri più grandi pensatori a insegnarcelo, da Platone a Cartesio a Leopardi: «Essere, è essere diverso».

I governanti italiani, dunque, si muovano subito; nell’interesse dell’Italia, ma anche dell’Europa. Bisogna istituire a Bruxelles l’abitudine a innumerevoli «eccezioni»...




L'Europa nega la sua identità e pretende che anche gli altri lo facciano

di Cristiana Vivenzio,
da
L'Occidentale (04/11/2009)

L’Europa ha deciso: niente crocefissi nelle scuole italiane. Ancora una volta i soloni europei hanno sentenziato: rappresenta "una violazione del diritto dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni" e una violazione "della libertà di culto degli alunni". E lo Stato italiano – che poi siamo noi - sarà costretto a pagare alla donna che ha fatto richiesta di rimuovere i simboli religiosi dalle aule scolastiche un risarcimento di cinquemila euro per danni morali.

La storia è presto detta. Soile Lautsi, cittadina italiana di origini finlandesi e socia dell'UAAR (Unione atei e agnostici razionalisti), nel 2002 aveva chiesto all'istituto statale Vittorino da Feltre di Abano Terme, in provincia di Padova, frequentato dai suoi due figli, di togliere i crocifissi dalle aule. Inascoltata nelle sue richieste fece ricorso al Tar. Il tribunale amministrativo, aveva sollevato la questione alla Corte Costituzionale, che la dichiarò inammissibile perché questo tipo di materie sono regolate con norme di rango regolamentare e rientrano di fatto sotto la competenza dei tribunali amministrativi. Rispedita al mittente la spinosa questione, il Tar non ha avuto dubbi, rigettando la richiesta della donna. Non soddisfatta del primo grado di giudizio la signora Lautsi è ricorsa a quello superiore. Ma anche il Consiglio di Stato non le diede soddisfazione delle sue richieste, con una sentenza di rigetto. Sostenuta tecnicamente nell'iter giuridico dall’Uarr, la giovane mamma finlandese, dopo aver già passato Tar del Veneto, Corte Costituzionale e Consiglio di Stato, è approdata a Strasburgo, con l’esito giudiziario che conosciamo.

La sentenza è la prima in assoluto in materia di esposizione dei simboli religiosi nelle aule scolastiche e siamo certi che farà discutere a lungo. “Di fatto – sostiene Nicolò Zanon, costituzionalista – Strasburgo condanna lo stato al risarcimento dei danni morali ma la sentenza, che arriva dopo tutti i gradi di giudizio, non costituisce un ordine di rimozione. L'unico effetto che ha è un risarcimento monetario ma non caducatorio o di legge”. Eppure, il caso della donna di Padova è emblematico di  molto altro, per primo di quella volontà sempre più diffusa di voler far passare a tutti i costi per diritti delle libertà personali e di reiterare questa prassi ancora una volta per via giudiziaria. Ma se così è deciso a colpi di sentenze,  dove sta la libertà di tutti gli altri genitori, convinti al contrario che quel simbolo non leda in alcun modo le proprie convinzioni culturali prima che religiose? “Bisogna leggere la sentenza e la motivazione – aggiunge Zanon - ma sembra una ennesima, inaccettabile ingerenza della magistratura in tutto ciò che attiene l’identità, la cultura e la libertà politica prima che religiosa di un paese”.

L’Europa ha dimenticato se stessa, le sue radici, il suo passato, la sua stessa identità. Negando nella sua costituzione ogni richiamo alle sue radici cristiane concretamente ha negato lo stesso principio in nome del quale decide tutto questo: la laicità. Perché laicità non vuol dire soffocare ogni possibilità di guardare a se stessi e agli altri senza pregiudizi e senza identità. Senza coscienza delle proprie radici, non possono esserci né  libertà né democrazia. “Togliere il segno della tradizione cristiana dalle scuole italiane – ha detto Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera e deputato del Pdl – è un atto di ignoranza culturale e di ostilità nei confronti della storia del nostro Paese e della stessa Europa. Questa sentenza è l'affermazione di un pregiudizio, quello che nega l'originalità della nostra nazione e del nostro continente. Che facciamo? Per salvare un'idea astratta di neutralità - si chiede Lupi - dovremmo abbattere le Cattedrali dalle città o eliminare dai Musei le crocifissioni di Duccio da Bon Insegna o le Madonne di Caravaggio?”

Il governo non ci sta. Ed ha già dichiarato battaglia. Ma il coro di critiche questa volta è piuttosto unanime, e coinvolge laici e cattolici. Un buon segno nel lungo percorso alla ricerca di una definizione del chi siamo, da dove veniamo e soprattutto dove pensiamo di andare.




Effetto valanga. Col croficisso via anche le chiese, Bach, Leonardo da Vinci…

di Sandro Magister,
da Settimo Cielo (04/11/2009)


La sentenza anti-crocifisso della corte europea dei diritti dell’uomo (vedi il post precedente) ha seminato scompiglio nelle scuole italiane.

Ecco qui di seguito come se ne è discusso in un consiglio d’istituto di un non precisato liceo romano. I personaggi:

P: preside,
PA: professore di storia dell’arte,
PM: professore di musica,
PF: professore di filosofia.

*

P: Oggi è venuta a trovarmi la madre di un allievo, un po’ agitata. Mi ha detto che si rifiuta di mandare il figlio a visitare la piazza e la basilica di San Pietro la prossima settimana. Ha sentito della sentenza della corte europea dei diritti dell’uomo sul crocifisso e sostiene che questa visita sarebbe un condizionamento religioso emotivamente troppo forte per un quindicenne.

PA: Me se devo dare il compito in classe sul Bernini!

P: Io però non voglio prendermi esposti, denunce, eccetera. Ho già troppe gatte da pelare!

PA: Ho capito, ma allora dove li porto i ragazzi? Al Pantheon?

P: Magari. E insisti sul fatto che è una prodigiosa dimostrazione del genio architettonico dei romani.

PA: È vero, ma devo pure far cogliere i motivi di continuità con i successivi sviluppi cristiani, dovrò pure dire che nel VII secolo il Pantheon è stato trasformato in una chiesa, Santa Maria ad Martyres.

P: Ci risiamo! Voglio una visita neutrale, non religiosa!

PA: Ma che significa? Qui tutto ricorda il cristianesimo! Allora stiamocene chiusi in aula e lasciamo perdere! E poi i ragazzi avranno pure diritto a essere istruiti, a sapere.

P: Ma il diritto di chi non vuole subire la non richiesta ostensione di simboli religiosi prevale.

PA: Ah sì? E perché non se ne sta a casa lui, allora?

P: Collega, ma cosa dici? Un diritto è un diritto!

PM (interrompe con ansia): Scusami, preside, ma io domani farò ascoltare Bach: la Messa in si minore.

P: Mamma mia, per carità!

PM: Come “per carità”? È un capolavoro sommo!

P: Ma è una Messa!

PM: E che significa? L’sutore non era neppure cattolico!

P: Era protestante. Sempre cristiano era. Scegli qualcosa di più tranquillo, vai sul Novecento, a Stravinskij.

PM: Bene. Farò ascoltare “Sinfonia di Salmi”.

P: Ma sei un fissato! Metti la “Sagra della primavera”, quella sì, è sufficientemente pagana, non disturba nessuno, ci si può fare pure una lezione di antropologia culturale. E comunque, se proprio devi fare un po’ di Bach, non insistere troppo sul cristianesimo.

PM: Ma se scriveva “Soli Deo Gloria” in calce alle sue composizioni!

P: Ma mica siamo al Conservatorio, che importa agli allievi di questi dettagli?

PM: Pensa che volevamo fare col collega di filosofia un’ora interdisciplinare sull’estetica nel pensiero religioso del Novecento, sull’influsso di Bach e Mozart su von Balthasar e…

P (irato): Ma siamo matti! La teologia si fa nell’ora di religione per chi la chiede, e basta! Mi vuoi rovinare?

PF: Preside, ma cosa dici! Posso parlar bene di Agostino, o no?

P: Ma sì, digli che ad Agostino tutto il pensiero moderno deve molto, anche l’ermeneutica, la fenomenologia…

PF: Però non posso dire che era cristiano?

P: Accennalo appena.

PF: Ma che accenno e accenno! Secondo te le “Confessioni” sarebbero state scritte se l’autore non si fosse convertito al cristianesimo? E poi scusa, quando parlo del concetto di persona in filosofia, come evito un accenno al dogma della Trinità e ai primi concili ecumenici? Non esisterebbe il concetto di persona senza…

P: No e poi no! Questo è catechismo! Prudenza ci vuole…

PF: Ma se persino Benedetto Croce….

P: Basta! Colleghi, dobbiamo capire che viviamo in una società multiculturale, dobbiamo rispettare le diversità, non possiamo pretendere…

PA: Ma abbiamo pure il dovere di istruire, di far conoscere. Se gli allievi guardano il Cenacolo di Leonardo, mica gli possiamo dire che era una cena qualunque tra amici!

P: Ma che esempi mi fai? Qualcosa va detto loro, ma con prudenza, con neutralità…

PA: Ma a me il Cenacolo piace tanto, mi appassiona…

P: Troppa passione nell’insegnamento non va bene. Ci vuole anche un po’ di neutralità emotiva.

PF: E allora mettiamoci un automa, sulla cattedra, e cambiamo mestiere! Ma poi, senti, non sarebbe molto più interessante far capire la grandezza filosofica di san Tommaso collegandolo al pensiero musulmano, ad Avicenna… Non cancelliamo né l’uno né l’altro, li studiamo entrambi.

P: Ma ci sono anche gli atei, gli agnostici…

PF: Ma anche loro dove vivono? Se vivono in mezzo a noi, è giusto che conoscano, che vedano le mille chiese nelle strade di Roma, che rappresentano la città, o dobbiamo demolire pure quelle? Quelle non sono per nulla neutrali!

P: Colleghi, sono sfinito. Aggiorniamoci a domani. Magari la notte ci porterà consiglio…

(Dialogo messo per iscritto da Francesco Arzillo, Roma, 4 novembre 2009).




No allo Stato neutro che nega le identità

di Joseph Weiler
da Il Sussidiario (04/11/2009)


In linea di principio sono contrario a occuparmi in modo improvvisato, da fast food, di questioni così importanti e di decisioni giudiziarie dal forte impatto, le quali sono, invece, il risultato di un esame e di una riflessione giuridica prolungata. Quindi, ci vorrebbe il tempo necessario per uno studio attento delle decisioni prima di dare un’opinione ponderata.

Non mi è piaciuta, tuttavia, stando a una prima impressione, la linea di difesa tenuta dal Governo italiano, il quale ha tentato di presentare il crocefisso come un simbolo che trascende le sue origini religiose e che ha un significato laico. Un tale ragionamento si può fare di sicuro in altre ipotesi, come per la Croce Rossa, però non è un argomento appropriato su cui fondare una difesa in questo caso.

Bisogna essere onesti: il crocefisso è appeso nelle aule scolastiche perché è un simbolo religioso, che esprime la sensibilità religiosa di molte delle famiglie che mandano a scuola i loro figli, alle quali sembrerebbe assurdo che i propri figli siano cresciuti ed educati in un contesto in cui la religione sia trattata come tabù.

Queste famiglie di credenti devono, però, capire che il crocefisso potrebbe dare l’impressione che la scuola sostenga una religione, e che questa cosa rappresenta un serio problema per chi è ateo e per le famiglie non cristiane, e che potrebbe essere mal interpretato dai loro figli.

Non si può, però, cadere un’altra volta nel trabocchetto della laicità come posizione neutrale. Le famiglie laiche e quelle non cristiane devono cominciare a capire che togliere il crocefisso e dichiarare i corridoi della scuola un’area libera dalla religione è un’offesa verso i loro amici e vicini credenti, esattamente allo stesso modo in cui la croce lo è per loro.

Viviamo in una società multiculturale, di cristiani, ebrei e musulmani secolarizzati e credenti. Dobbiamo sforzarci di trovare modalità attraverso le quali un bambino laico possa imparare a rispettare le convinzioni religiose del suo compagno di classe, convinzioni espresse, ad esempio, dal crocefisso (e, dov’è il caso, a seconda della scuola, dalla mezzaluna o dalla stella di Davide) e che in maniera creativa si potrebbe trovare per il bambino credente un modo, altrettanto visibile e simbolico, di rispettare la scelta laicista del suo compagno di classe.

Non vogliamo che nella scuola queste scelte vengano nascoste. Noi vogliamo insegnare la tolleranza - che significa accettare l’alterità dell’altro, non nascondere l’alterità degli altri. Questa è la sfida educativa più grande che oggi abbiamo innanzi

Quindi, sempre a una prima impressione, ciò che è veramente deludente della decisione è 1. che sembra non cogliere in pieno la nuova realtà multiculturale della nostra società e la sfida educativa che pone - ossia di insegnare ai nostri ragazzi a rispettare e a accettare l’alterità dell’altro, e di interpretare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo alla luce di questa sfida; e 2. che ci riporta indietro al XVIII secolo e alla convinzione che la laicità e i corridoi scolastici senza religione siano dei modi in cui lo Stato esprime la propria neutralità.

Il bambino ateo entra in questo recinto scolastico senza alcuna sfida alla propria identità. I corridoi della scuola, ormai religiosamente denudati, confermano la sua visione del mondo, mentre sfidano la visione del mondo del bambino credente. Ci devono essere modi più sofisticati e tolleranti di trattare questioni così profonde come quella dell’identità e dell’educazione.

La prima impressione è che il tipo di pensiero che si riflette nella decisione sia il modo sbagliato di insegnare la tolleranza nella nostra società complessa. Però, per confermare questa prima impressione, ci vuole uno studio più approfondito della sentenza.


Ostellino: offesi noi laici debitori del Vangelo

da Il Sussidario (04/11/2009)

Per la Corte di Strasburgo la presenza dei crocefissi nelle nostre aule costituirebbe «una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione della «libertà di religione degli alunni». Ma Piero Ostellino, editorialista del Corriere della Sera, ha qualche dubbio.

Ostellino, il crocifisso in aula - ci ha detto ieri la Corte europea - non va d’accordo con la democrazia.
Non capisco proprio come l’esposizione di un crocifisso possa ledere il diritto al pluralismo religioso da parte dei genitori che educano i propri figli come meglio credono, o degli stessi bambini, che vedendo quel crocefisso ne sarebbero in qualche modo condizionati. È l’esposizione di un simbolo della religione che fa parte della storia del paese, esattamente come ne fa parte la tradizione risorgimentale.

Esporre il crocefisso accontenta alcuni ma scontenta altri, non crede?
Ma la nostra cultura liberale è debitrice del cristianesimo. Pensiamo a quanto il messaggio del Vangelo ha influito sulle nostre libertà e sulla concezione che ci siamo fatti della libertà stessa, della centralità e della sacralità della persona. Che per alcuni può essere a immagine di Dio, ma che in quanto tale è inviolabile ed è un valore per tutti: e per questo rimane sacra. C’è poco da fare: la visione culturale cristiana esprime valori laici.

La sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo ha messo d’accordo quasi tutti. «Penso - ha detto Bersani - che un'antica tradizione come il crocifisso non può essere offensiva per nessuno». E la Cei: «si rischia di separare artificiosamente l’identità nazionale dalle sue matrici spirituali e culturali».
Ma certo. È una valutazione che condivido pienamente. Non vedo la ragione per la quale dovremmo rinunciare alle nostre radici religiose e laiche. Poi, per chi è credente e ha fede, il crocifisso è un simbolo che rimanda a Dio, per chi non lo è parla di un fatto storico determinante. Ma è un fatto storico che ha segnato profondamente nella nostra cultura e, ripeto, non vedo perché dovremmo negarla.

Quali principi ispiratori le sembra tradurre in pratica una sentenza come quella di ieri?
Vedo una laicità che si trasforma in ideologia esattamente come una religione può diventare integralista. Il laicismo, inteso come negazione di qualsiasi tradizione e cultura religiosa, è a sua volta una religione integralista.

Può spiegarsi meglio?
Penso che la neutralità dello stato sia apprezzabile, ma lo stato deve essere davvero neutrale. Uno stato che toglie il crocefisso non è più neutrale, ma prende una parte ben precisa. La neutralità dello stato, di fronte alla fede religiosa o alla simbologia religiosa, consiste proprio nello spirito di tolleranza dello stato stesso verso la libertà di coscienza individuale. È un limite che va tracciato in modo intelligente: se il chador impedisce l’identificazione allora è evidente che non può essere tollerato, ma se una ragazza porta un velo sulla testa, non si capisce perché debba essere proibito. Se lo stato dice “togliamo tutti i crocifissi dalle aule” non è più neutrale ma diventa di parte. Che poi si chiami laico anziché musulmano o altro è solo un questione terminologica che non tocca la sostanza delle cose: diventa stato religioso, cioè stato etico.


Il giudice Mirabelli: così si alimenta l'intolleranza

da Il Sussidiario (04/11/2009)

Il pluralismo e la libertà religiosa sono sanciti dalla nostra Costituzione ma questi principi, dice la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, sono di fatto smentiti dalla presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche. Ora l’Italia farà ricorso contro la sentenza della Corte europea, che intende difendere «l’obbligo di neutralità religiosa nel contesto dell’istruzione pubblica obbligatoria». Lo stato italiano, in altre parole, non può imporre credenze religiose. Di nessun tipo. «Ma siamo sicuri - dice Cesare Mirabelli, ex presidente della Corte costituzionale - che la neutralità dello stato non diventa la via per escludere la dimensione religiosa dal panorama pubblico?»

Professore, una sua valutazione a caldo della sentenza?
È una sentenza molto articolata. Con un paradosso: vuole tutelare la libertà religiosa ma alimenta l’intolleranza. Perché valorizzando la libertà negativa di religione tende a escludere ogni simbolo religioso, e perciò a privilegiare la posizione di chi si colloca su un versante di esclusione più che di inclusione.

Ha avuto modo di scorrere le motivazioni. Che idea si è fatto?
La sentenza è fondata su due elementi. Il primo è l’articolo 2 del primo Protocollo addizionale alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, che afferma il diritto all’istruzione. E questo diritto dev’essere non solo garantito a tutti ma lo stato, nell’esercizio delle propri funzioni in campo educativo e nell’insegnamento - dice questa disposizione - deve rispettare il diritto dei genitori di assicurare l’educazione e l’insegnamento secondo le loro convinzioni filosofiche e religiose. Quindi anche secondo le convinzioni non religiose, evidentemente.

Per lo stesso motivo, però, è compreso anche il diritto dei genitori che vogliono impartire un’educazione religiosa a non vedere espunta la presenza di questo simbolo, il crocifisso, dal panorama educativo…
Esatto. La cosa è bilaterale. E l’altra norma alla quale si riferisce la sentenza è la libertà di coscienza e di religione, l’articolo 9 della Convenzione. Ora, mi pare che la sentenza non tenga conto - o meglio lo fa, ma ritiene l’elemento irrilevante - del fatto che la presenza del crocifisso nelle scuole ha, come aveva sostenuto il nostro Consiglio di Stato, una pluralità di significati. Esso assume un valore profondamente religioso per il credente, ma al tempo stesso manifesta valori della nostra civiltà che non si impongono né richiedono alcun atto di culto o di adesione. C’è solamente la presenza di questo simbolo in luoghi pubblici.

È proprio quello che si contesta.
Ma basta questo per dire che diventa un’imposizione che limita il diritto dei genitori, e che viola la laicità dello stato? O piuttosto la neutralità dello stato non diventa la via per escludere la dimensione religiosa dal panorama pubblico? Ma se così fosse, la neutralità contraddirebbe se stessa.

Come può, si chiede la Corte, un simbolo «ragionevolmente associato con il cattolicesimo», servire al pluralismo educativo»?
Il pluralismo educativo significa prendere atto delle realtà che ci sono e proporle, metterle in discussione, non imporle. Dalla sentenza risulta paradossalmente una sorta di intolleranza perché esclude che ci possa essere qualcosa di diverso da me nel panorama nel quale io mi muovo. È assurdo ed è l’esatto contrario dello scopo che la sentenza aveva, ma è il risultato al quale si giunge in modo coerente.

Secondo lei la memoria italiana finita sul tavolo della Corte è solida?
Ne conosco solo gli elementi che emergono dalla lettura della sentenza e mi pare che si rifaccia in modo molto articolato a quanto espresso dal Consiglio di Stato. Fu proprio il Consiglio, decidendo su questa materia, a ritenere che il crocifisso è simbolo altamente religioso per chi ha questa convinzione spirituale ma è anche, per tradizione storica e realtà della nostra identità, un elemento con un forte valore civile, anche simbolico. Dunque non necessariamente ha per tutti lo stesso significato. Anche lo stato laico, ha detto il Consiglio di Stato, può avere questo simbolo nei luoghi educativi. Ma la Corte non l’ha pensata così.

Quali saranno secondo lei gli effetti di questa sentenza?
Può essere l’occasione per sviluppare quella coscienza critica sulla quale proprio la sentenza insiste così tanto. Siamo di fronte ad una grande opportunità educativa e questo mi fa chiedere se alla fine non debba essere la scuola, al suo interno, a trovare un approccio e una soluzione ragionevole ad un problema culturale e sociale così importante.

A parte le sorti del ricorso che il governo farà, lei dice, quel che rimane è una lezione per tutti.
Ci troviamo a dover riflettere sulla garanzia della libertà della persona, che dev’essere rispettata al massimo, e sulla tolleranza, che significa comprensione e non esclusione. Il luogo principe di questo metodo è proprio la scuola.

Non le pare che l’ipotesi culturale che sottostà alla sentenza della Corte sia quella della laïcité alla francese?
Si intravede forse la legge sul divieto dei simboli religiosi indossati dagli studenti. Ci troviamo di fronte a due diritti: il diritto dei genitori che vogliono un’educazione che abbia l’elemento religioso e il diritto dei genitori che non lo vogliono. Ma tolleranza non vuol dire “spegnere la luce”. Va ripensata la laicità, la libertà ed evidentemente le garanzie, perché come bisogna affermare le garanzie che ci sono per il credente, così vanno affermate le garanzie che ci sono per il non credente.

Può un simbolo unire anziché dividere?
Sì, e mi sembra che nel nostro paese il crocifisso sia stato finora più un elemento di riflessione che di imposizione, e quindi di educazione alla tolleranza. La sua presenza non richiede atti di culto. Esso mantiene l’evidenza di una tradizione palpabile nelle strade del nostro paese, nella sua arte e nella sua storia. Questa tradizione non mette però al riparo dal rischio. Una presenza del crocifisso che si segnalerebbe subito in maniera intollerante, se volesse imporre alcunché.



Una sentenza contro l’Europa

di Mario Mauro,
da Il Sussidiario (04/11/2009)


La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha depositato ieri una sentenza con la quale condanna l’Italia per le norme che prevedono l’esposizione obbligatoria nelle aule scolastiche del Crocifisso.
 
Mi preme sottolineare che la Corte dei diritti dell'Uomo non è un organismo dell'Unione Europea, infatti nel collegio dei sette giudici che ha emesso la sentenza sono presenti anche un giudice turco e un giudice serbo. Sui giornali e telegiornali appariranno titoli ingannevoli che incolperanno o esalteranno l' Europa che "rifiuta il Crocifisso nelle aule di scuola".

Questa sentenza è il frutto del lavoro di una Corte che, sotto l'egida del Consiglio d'Europa, rischia di travisare il senso stesso del progetto europeo.

La decisione della Corte di Strasburgo costituisce un classico esempio di impostazione laicista volta a rinchiudere la religione, in particolare quella cristiana, in un vero ghetto. In questa prospettiva si inquadrano le motivazioni della sentenza, sotto riportate, secondo la quale l’esposizione di ogni simbolo religioso lede il diritto di scelta dei genitori su come educare i figli, quello dei minori di credere o meno, e lede anche il “pluralismo educativo”.

«La presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni e una violazione alla libertà di religione degli alunni».

E ancora: «La Corte non è in grado di comprendere come l'esposizione, nelle classi delle scuole statali, di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo, possa servire al pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una società democratica così come è stata concepita dalla Convenzione europea dei diritti umani, un pluralismo che è riconosciuto dalla Corte costituzionale italiana».

Il giudizio della Corte risulta illogico e quanto meno appare incerto nel suo più profondo contenuto. Se non si è in grado di capire in che modo l'esposizione del Crocifisso possa servire al "pluralismo educativo", non si comprende come la Corte possa decidere tramite sentenza che lo Stato Italiano abbia violato lo stesso "pluralismo educativo".

Il Crocifisso rappresenta un simbolo religioso, culturale e identitario e proprio per questo non ha mai assunto una valenza coercitiva, come invece sembra ammettere la Corte nella sua sentenza. Come hanno testimoniato le precedenti decisioni prese dai giudici in Italia, il Crocifisso rappresenta un elemento di coesione in una società che non può prescindere dalla sua tradizione cristiana.

Se togliessimo il crocifisso dalle scuole, in quanto luoghi pubblici, dovremmo togliere tutte le croci e le magnifiche opere sacre che sono presenti nelle nostre strade e nelle nostre piazze, il che sarebbe senza dubbio assurdo.

La sentenza disconosce il ruolo della religione, in particolare quella cristiana, nella costruzione dello spazio pubblico e promuove un indifferentismo religioso che è in profonda contraddizione con la storia, la cultura e il diritto del popolo italiano.

A questo proposito, mi limito a richiamare il fatto che la Costituzione italiana rifiuta l’impostazione laicista, di matrice illuministica, per la quale il fatto religioso ha una natura meramente individuale ed è destinato a restare nell’ambito della sfera esclusivamente privata. La Costituzione valorizza, invece, il ruolo della religione e delle singole Confessioni religiose, come dimostrano gli articoli 7, 8, 19 e 20.

La disciplina costituzionale, dunque, pur assicurando a tutti la libertà religiosa, riconosce le singole confessioni come si trovano nella realtà sociale. Dunque, la Costituzione, come si evince chiaramente dal testo, riconosce alle confessioni religiose eguale libertà, ma non eguaglianza di trattamento.

È singolare che la Corte, anziché richiamare questo assetto costituzionale, faccia invece riferimento ad alcune posizioni laiciste della giurisprudenza della Corte costituzionale.

È forse un caso che nel collegio della Corte di Strasburgo sieda un giudice italiano e che tale giudice sia il fratello di un ex presidente della Corte costituzionale che tanta parte ha avuto - vedi le sentenze sul giuramento - e ha - vedi gli articoli sulla Chiesa cattolica - nell’affermare una concezione illuminista e laicista del ruolo della religione nella vita pubblica?

Un'autentica integrazione civile non può prescindere da una proposta educativa che abbia il coraggio e l'ambizione di proporre a tutti gli studenti i punti di riferimento che fondano la nostra società. Siamo di fronte a una sentenza che è il manifesto politico di chi vuole il declino definitivo di un progetto che ci ha regalato più di 50 anni di pace e benessere, in nome di un’ideologia che ha come obiettivo quello di privare un popolo della propria identità e di consegnare tutti i cittadini europei alla dittatura del nulla.

Auspico che tutte le forze politiche italiane ed europee sostengano senza esitazioni il ricorso che verrà presentato dal Governo italiano contro una sentenza degna del peggior regime totalitario.




Il parere del Consiglio di Stato italiano sul crocefisso

da Zenit (04/11/2009)

La sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo che decreta la rimozione dei crocefissi dalle aule scolastiche italiane, è alquanto contraddittoria, perchè non ha ritenuto neanche di considerare quanto il Consiglio di Stato italiano aveva sancito in materia, proprio in risposta al quesito della stessa signora Soile Lautsi.

La VI sezione del Consiglio di Stato, con la decisione n. 556 del 13 febbraio 2006, respinse il ricorso della signora Lautsi che chiedeva la rimozione del crocefisso nelle aule della scuola media di Abano Terme (Padova), frequentate dai figli.

Entrando nel merito della questione, il Consiglio di Stato ha scritto che "È evidente che il crocefisso è esso stesso un simbolo che può assumere diversi significati e servire per intenti diversi; innanzitutto per il luogo ove è posto. In un luogo di culto il crocefisso è propriamente ed esclusivamente un 'simbolo religioso', in quanto mira a sollecitare l'adesione riverente verso il fondatore della religione cristiana”.

“In una sede non religiosa, come la scuola, destinata all'educazione dei giovani – si legge di seguito – , il crocefisso potrà ancora rivestire per i credenti i suaccennati valori religiosi, ma per credenti e non credenti la sua esposizione sarà giustificata ed assumerà un significato non discriminatorio sotto il profilo religioso, se esso è in grado di rappresentare e di richiamare in forma sintetica immediatamente percepibile ed intuibile (al pari di ogni simbolo) valori civilmente rilevanti, e segnatamente quei valori che soggiacciono ed ispirano il nostro ordine costituzionale, fondamento del nostro convivere civile”.

“In tal senso il crocefisso potrà svolgere, anche in un orizzonte 'laico', diverso da quello religioso che gli è proprio, una funzione simbolica altamente educativa, a prescindere dalla religione professata dagli alunni".

In particolare la sentenza del Consiglio di Stato afferma: “In Italia, il crocefisso è atto ad esprimere, appunto in chiave simbolica ma in modo adeguato, l'origine religiosa dei valori di tolleranza, di rispetto reciproco, di valorizzazione della persona, di affermazione dei suoi diritti, di riguardo alla sua libertà, di autonomia della coscienza morale nei confronti dell'autorità, di solidarietà umana, di rifiuto di ogni discriminazione, che connotano la civiltà italiana”.

“Questi valori, che hanno impregnato di sé tradizioni, modo di vivere, cultura del popolo italiano, soggiacciono ed emergono dalle norme fondamentali della nostra Carta costituzionale, accolte tra i 'Principi fondamentali' e la Parte I della stessa, e, specificamente, da quelle richiamate dalla Corte costituzionale, delineanti la laicità propria dello Stato italiano”.

“Il richiamo, attraverso il crocefisso, dell'origine religiosa di tali valori e della loro piena e radicale consonanza con gli insegnamenti cristiani - continua il Consiglio di Stato - serve dunque a porre in evidenza la loro trascendente fondazione, senza mettere in discussione, anzi ribadendo, l'autonomia (non la contrapposizione, sottesa a una interpretazione ideologica della laicità che non trova riscontro alcuno nella nostra Carta fondamentale) dell'ordine temporale rispetto all'ordine spirituale, e senza sminuire la loro specifica 'laicità', confacente al contesto culturale fatto proprio e manifestato dall'ordinamento fondamentale dello Stato italiano”.

In conclusione: "Si deve pensare al crocefisso come ad un simbolo idoneo ad esprimere l'elevato fondamento dei valori civili sopra richiamati, che sono poi i valori che delineano la laicità nell'attuale ordinamento dello Stato. Nel contesto culturale italiano, appare difficile trovare un altro simbolo, in verità, che si presti, più di esso, a farlo".

La prescrizione del crocefisso tra gli arredi delle aule scolastiche risale alla cosidetta legge Casati del 1859, una disposizione che trovava il suo fondamento nel principio della religione cattolica come sola religione di Stato, contenuto nell'art. 1 dello Statuto albertino del 1848.


Il crocifisso e Lévi-Strauss

Pubblichiamo di seguito un articolo a firma di Michele Zanzucchi apparso su Città nuova on-line in merito alla sentenza della Corte Europea sul crocifisso nelle aule scolastiche.

da Zenit (04/11/2009)

Una coincidenza, pochi l’hanno notata. Il 3 novembre [2009] la Corte europea di Strasburgo, accogliendo la richiesta di una coppia veneto-finlandese, ha deciso di dichiarare contraria al diritto alla libertà religiosa l’affissione nelle aule delle scuole italiane del crocifisso. Contemporaneamente a Parigi se n’è andato, alla veneranda età di 101 anni, Claude Lévi-Strauss, l’antropologo per eccellenza, il fondatore dello strutturalismo e il paladino di una cultura radicalmente illuministica.

Curioso: nello stesso giorno muore l’uomo che più di ogni altro ha studiato i simboli, demitizzandoli e relativizzandoli, e nel contempo una delle istituzioni più rappresentative del convivere europeo stabilisce che il simbolo cristiano per eccellenza, il crocifisso, deve essere demitizzato e relativizzato per legge. Le polemiche, ovviamente, vanno per la maggiore, anche se, a parte qualche posizione estrema, in Italia si riscontra un certo consenso nello stigmatizzare la decisione di Strasburgo.

Va sottolineato come la più citata argomentazione contro la decisione di Strasburgo sia semplice: il crocifisso non sarebbe solo un simbolo religioso, ma anche un simbolo culturale. C’è chi si spinge più in là, coscientemente o meno, dicendo che la croce è “semplicemente” un simbolo culturale. Ora, se fosse così, in fondo avrebbe ragione Lévi-Strauss: il crocifisso sarebbe un simbolo culturale, nient’altro che culturale, e quindi relativizzabile, come tutti gli altri simboli della stessa natura.

Ma attenzione: a furia di cancellare i simboli di una cultura, si finirebbe col cancellare anche la cultura che li ha prodotti. E questo è un male, un attentato alla vita civile di un luogo e di un popolo. Non bisogna togliere i simboli, culturali o religiosi che siano, ma semmai aumentarli! La diversità è infatti una ricchezza per una società laica e democratica: essere “laici” e “democratici” a nostro parere non significa appiattire la società e togliere alle persone ogni loro simbologia (ogni simbolo ha dietro di sé uno o più valori!), quanto garantire una convivenza e una integrazione pacifica e arricchente delle diversità, rispettando la storia e la tradizione dei popoli: non si può negare che il crocifisso “abbia fatto” e “faccia” le nostre società europee.

Detto questo, se guardiamo le cose da un altro punto di vista, bisogna costatare come i simboli religiosi, e cristiani in particolare, abbiano una “qualità” supplementare, che ci interpella non poco: anche se li si cancellano esteriormente, restano presentissimi nella vita dei cristiani, «crocifissi che parlano e camminano», diceva Thomas Merton. Lo testimoniano i cristiani di Nagasaki, che per secoli hanno continuato a professare la loro fede nelle montagne, pur senza nessuna manifestazione pubblica. Lo testimoniano le babuske russe che sotto il comunismo hanno perpetuato la fede cristiana pur in mezzo alla trasformazione delle chiese in magazzini per il grano. Lo testimoniano i cristiani come Bonhoeffer che, sotto il nazismo, hanno saputo rendere pregnante la loro fede. Il fatto è che il problema “culturale” nel fondo nasconde il problema della (scarsa) testimonianza dei cristiani europei: «C’è bisogno di crocifissi vivi», come diceva Madre Teresa di Calcutta, non di «crocifissi anneriti in fondo ad un armadio», come scriveva Margherite Yourcenar.

p.s. Ci scrive stamani con arguzia e con ragione un nostro lettore, Ciro Rossi: «Mi domando se la signora di origini finlandesi che ha chiesto la rimozione del crocifisso da una scuola italiana abbia chiesto al governo del suo Paese di togliere il simbolo della croce dalla bandiera nazionale».


Si sveglia l’Europa cristiana: reazioni alla sentenza sul crocefisso

di Antonio Gaspari,
da Zenit (04/11/2009)


La sentenza con cui la Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo chiede la rimozione del crocefisso nelle aule scolastiche italiane ha scatenato una indignazione popolare.

Il caso è stato sollevato dalla signora Soile Lautsi, cittadina italiana originaria della Finlandia la quale nel 2002 chiese di togliere i crocefissi dall’aula dell’Istituto statale "Vittorino da Feltre" di Abano Terme, frequentato dai suoi due figli.

La direzione della scuola le comunicò che i crocefissi sarebbero restati al loro posto.  La signora Lautsi iniziò una battaglia legale denunciando la scuola al Tar del Veneto, poi presso la Corte Costituzionale, davanti al Consiglio di Stato ed alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo.

In tutti i gradi di giudizio in Italia le autorità giudiziarie italiane risposero che i crocefissi dovevano restare al loro posto perchè, ha scritto tra l’altro il Consiglio di Stato “in Italia, il crocifisso è atto ad esprimere, l'origine religiosa dei valori di tolleranza, di rispetto reciproco, di valorizzazione della persona, di affermazione dei suoi diritti, di riguardo alla sua libertà, di autonomia della coscienza morale nei confronti dell'autorità, di solidarietà umana, di rifiuto di ogni discriminazione, che connotano la civiltà italiana”.

Ora la Corte Europea sostiene che i crocefissi dovranno essere rimossi dalle aule delle scuole italiane perchè tale presenza costituisce "una violazione dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni" e una violazione alla "libertà di religione degli alunni".

La sentenza emessa dal tribunale europeo, la prima in assoluto in materia di esposizione dei simboli religiosi nelle aule scolastiche, ha anche previsto che il governo italiano dovrà pagare alla donna un risarcimento di cinquemila euro per danni morali.

Mentre "il governo ha già presentato ricorso contro la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo", in Italia, sulla rete e nei mezzi di comunicazione di massa si sta assistendo ad una vera e propria rivolta popolare in difesa del crocefisso.

Francesco Belletti, presidente del Forum nazionale delle associazioni familiari. ha affermato che il crocefisso è “il riconoscimento delle propria identità, e quindi delle radici cristiane della società italiana ed europea” che parla nel nostro Paese di una stragrande maggioranza degli studenti e delle famiglie che scelgono l’insegnamento della religione cattolica.

Stefano Aviani Barbacci, presidente del Movimento per la Vita di Viterbo, intervistato da ZENIT ha ricordato che “i crocifissi si trovano sui muri delle aule italiane fin dai tempi di Cavour” e la sentenza di Stasburgo “contraddice e sovverte i precedenti pronunciamenti del Tar del Veneto e del Consiglio di Stato che avevano invece riconosciuto nel crocefisso un simbolo della storia e della cultura italiana, un richiamo a quei principi di eguaglianza, libertà, tolleranza e laicità che proprio nel cristianesimo trovano il loro fondamento storico e che hanno impregnato di sé tradizioni, modi di vivere e cultura del popolo italiano".

Il dott. Aviani rileva lo scarto gravissimo tra “l’Unione Europea dei trattati e delle regole e l’Europa della nostra storia, della nostra fede, della nostra cultura. Le due cose sempre meno coincidono ed il rischio è che la prima serva a seppellire la seconda”.

“Il rischio – ha sottolineato il presidente del MpV di Viterbo - è che la UE sia consapevolmente utilizzata da alcune elite economiche e culturali per demolire un’identità cristiana che l’organocrazia dirigista e tecnocratica che guida il continente reputa ormai un intralcio da rimuovere se non addirittura uno scandalo non più tollerabile”.

Secondo Massimo Introvigne del Cesnur la sentenza Lautsi c. Italie della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo “segna il passaggio della cristianofobia dalla fase indiretta a una diretta”.

“Non ci si limita più a colpire il cristianesimo attraverso l’invenzione di nuovi diritti che, proclamando il loro normale insegnamento morale, le Chiese e comunità cristiane non potranno non violare, ma si attacca la fede cristiana al suo cuore, la croce”, ha sottolineato.

Osserva Introvigne che ove tornasse in Finlandia, la signora Lautsi dovrebbe chiedere al suo Paese natale di cambiare la bandiera nazionale, dove come è noto figura una croce, questo per capire che “la croce a scuola o sulla bandiera non è uno strumento di proselitismo religioso ma il simbolo di una storia plurisecolare”.

Innumerevoli le reazioni dei Vescovi, monsignor Elio Tinti, Vescovo di Carpi, si è detto sconcertato perchè la sentenza di Strasburgo esprime una errata concezione di laicità dello Stato.

“Il rischio reale è che – ha sottolineato -, non riconoscendo il senso autentico ed universale del crocifisso, si diventi ‘insignificanti’, perdendo in umanità. Così si va smarrendo il significato delle nostre radici, i valori che ci uniscono nel presente e le ragioni di speranza per costruire il futuro”.

I sondaggi effettuati da quasi tutti i quotidiani mostrano che tra il 75 e l’80 per cento degli interpellati rifiuta la sentenza di Strasburgo e vuole il crocefisso nelle aule scolastiche.
mdeledda
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martedì, 03 novembre 2009, ore 18:03


Sentenza choc: i crocefissi non possono stare nelle scuole

da Il Sussidiario (03/11/2009)


La Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che la presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche viola il «diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni» oltre a ledere la «libertà di religione degli alunni».

«La presenza del crocifisso, che è impossibile non notare nelle aule scolastiche - si legge nella sentenza - potrebbe essere facilmente interpretata dagli studenti di tutte le età come un simbolo religioso. Avvertirebbero così di essere educati in un ambiente scolastico che ha il marchio di una data religione». E questo ovviamente penalizzerebbe anche i loro genitori.

Una vicenda che è partita dall’Italia e riguarda nella fattispecie proprio il nostro paese. Sì, perché Soile Lautsi Albertin, cittadina italiana di origine finlandese aveva chiesto nel 2002 a una scuola di Abano Terme (Padova), dove mandava i suoi figli, di togliere i crocefissi dalle scuole. Una richiesta che non è stata accolta e che è stata portata poi in tribunale fino a che il Consiglio di Stato nel 2006 ha stabilito che il crocefisso è simbolo della storia e della cultura italiana e di conseguenza dell'identità del Paese, ed è il simbolo dei principi di eguaglianza, libertà e tolleranza e del secolarismo dello Stato.

Ma la donna non si è arresa e ha presentato ricorso ai giudici di Strasburgo che ora le hanno dato ragione e hanno anche imposto allo Stato italiano un risarcimento di circa cinquemila euro per i danni morali da lei subiti.

Il portavoce della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi,  non ha per ora commentato la sentenza in attesa di leggere attentamente le motivazioni della stessa.




La Corte Europea dice no ai crocifissi in aula

da Avvenire (03/11/2009)


La presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce «una violazione dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione alla «libertà di religione degli alunni». È quanto ha stabilito oggi la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo nella sentenza su un ricorso presentato da una cittadina italiana.
 
Il ricorso
Il ricorso a Strasburgo era stato presentato il 27 luglio del 2006 da Solie Lautsi, moglie finlandese di un cittadino italiano e madre di Dataico e Sami Albertin, rispettivamente 11 e 13 anni, che nel 2001-2002 frequentavano l'Istituto comprensivo statale Vittorino da Feltre, ad Abno Terme. Secondo la donna, l'esposizione del crocifisso sul muro è contraria ai principi del secolarismo cui voleva fossero educati i suoi figli. Dopo aver informato la scuola della sua posizione, la Lautsi, nel luglio del 2002, si è rivolta al Tar del Veneto, che nel gennaio del 2004 ha consentito che il ricorso presentato dalla donna venisse inviato alla Corte Costituzionale, i cui giudici hanno stabilito di non avere la giurisdizione sul caso. Il fascicolo è quindi tornato alTribunale amministrativo regionale, che il 17 marzo del 2005 non ha accolto il ricorso della Lautsi, sostenendo che il crocifisso è il simbolo della storia e della cultura italiana, e di conseguenza dell'identità del Paese, ed è il simbolo dei principi di eguaglianza, libertà e tolleranza e del secolarismo dello Stato. Nel febbraio del 2006, il Consiglio di Stato ha confermato questa posizione. Di qui la decisione della donna di ricorrere alla Corte europea di Strasburgo.

I danni morali
La sentenza prevede che il governo italiano dovrà pagare alla donna un risarcimento di cinquemila euro per danni morali. La sentenza, rende noto l'ufficio stampa della Corte, è la prima in assoluto in materia di esposizione dei simboli religiosi nelle aule scolastiche.

La posizione della Corte di Strasburgo
"La presenza del crocifisso, che è impossibile non notare nelle aule scolastische - si legge nella sentenza dei giudici di Strasburgo - potrebbe essere facilmente interpretata dagli studenti di tutte le età come un simbolo religioso, che avvertirebbero così di essere educati in un ambiente scolastico che ha il marchio di una data religione". Tutto questo, proseguono, "potrebbe essere incoraggiante per gli studenti religiosi, ma fastidioso per i ragazzi che praticano altre religioni, in particolare se appartengono a minoranze religiose, o che sono atei".

Ancora, la Corte "non è in grado di comprendere come l'esposizione, nelle classi delle scuole statali, di un simbolo che può essere ragionevolmente associato con il cattolicesimo, possa servire al pluralismo educativo che è essenziale per la conservazione di una società democratica così come è stata concepita dalla Convenzione (europea dei diritti umani, ndr), un pluralismo che è riconosciuto dalla Corte costituzionale italiana". "L'esposizione obbligatoria di un simbolo di una dataconfessione in luoghi che sono utilizzati dalle autorità pubbliche, e specialmente in classe, limita il diritto dei genitori di educare i loro figli in conformità con le proprie convinzioni - concludono i giudici della Corte europea dei diritti umani - e il diritto dei bambini di credere o non credere. La Corte, all'unanimità, ha stabilito che c'è stata una violazione dell'articolo 2 del Protocollo 1 insieme all'articolo 9 della Convenzione".

I giudici (tra cui l'italiano Zagrebelsky)
I sette giudici autori della sentenza sono: Francoise Tulkens (Belgio, presidente), Vladimiro Zagrebelsky (Italia), Ireneu Cabral Barreto (Portogallo), Danute Jociene (Lituania), Dragoljub Popovic (Serbia), Andras Sajò (Ungheria), e Isil Karakas (Turchia).


Il governo annuncia il ricorso

da Avvenire (03/11/2009)

Il governo italiano ricorrerà contro la sentenza emessa oggi dalla Corte europea dei diritti dell'uomo relativa al caso dei crocifissi nelle aule scolastiche. Lo ha dichiarato il giudice Nicola Lettieri, che difende l'Italia davanti alla Corte di Strasburgo. Se la Corte accoglierà il ricorso del governo italiano, il caso verrà ridiscusso nella Grande Camera. Qualora il ricorso del governo non dovesse essere accolto, la sentenza emessa oggi diverrà definitiva tra tre mesi, e allora spetterà al Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa decidere, entro sei mesi, quali azioni il governo italiano deve prendere per non incorrere in ulteriori violazioni legate alla presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche.


La CEI: «Una sentenza ideologica»

da Avvenire (03/11/2009)

"La decisione della Corte di Strasburgo suscita amarezza e non poche perplessità". Lo afferma un comunicato della Confrerenza Episcopale Italiana. "Fatto salvo il necessario approfondimento delle motivazioni, in base a una prima lettura, sembra possibile rilevare - si legge nel testo - il sopravvento di una visione parziale e ideologica. Risulta ignorato o trascurato il molteplice significato del crocifisso, che non è solo simbolo religioso ma anche segno culturale". Secondo la nota della CEI, "non si tiene conto del fatto che, in realtà, nell'esperienza italiana l'esposizione del Crocifisso nei luoghi pubblici è in linea con il riconoscimento dei principi del cattolicesimo come parte del patrimonio storico del popolo italiano, ribadito dal Concordato del 1984". "In tal modo - avverte la CEI - si rischia di separare artificiosamente l'identità nazionale dalle sue matrici spirituali e culturali, mentre non è certo espressione di laicità, ma sua degenerazione in laicismo, l'ostilità a ogni forma di rilevanza politica e culturale della religione; alla presenza, in particolare, di ogni simbolo religioso nelle istituzioni pubbliche".


Le reazioni del mondo politico

da Avvenire (03/11/2009)

Pioggia di polemiche per la sentenza della Corte Europea di Strasburgo sui crocifissi in aula. A esprimere immediatamente e con forza il proprio dissenso è stata prima di tutto il ministreo dell'Istruzione Gelmini. "La presenza del crocifisso in classe non significa adesione al Cattolicesimo ma è un simbolo della nostra tradizione. La storia d'Italia passa anche attraverso simboli, cancellando i quali si cancella una parte di noi stessi".

Nel nostro Paese, sottolinea il ministro Gelmini, "nessuno vuole imporre la religione cattolica, e tantomeno la si vuole imporre attraverso la presenza del crocifisso. È altrettanto vero che nessuno, nemmeno qualche corte europea ideologizzata, riuscirà a cancellare la nostra identità. La nostra Costituzione inoltre riconosce, giustamente, un valore particolare alla religione cattolica. Non vorrei che alcune norme a cui si rifanno i giudici della Corte di Strasburgo fossero in contrasto con il nostro dettato costituzionale. Non è eliminando le tradizioni dei singoli paesi che si costruisce un'Europa unita, bisogna anzi valorizzare la storia delle nazioni che la compongono. Per questi motivi, secondo me - conclude - il crocifisso rappresenta l'Italia e difenderne la presenza nelle scuole significa difendere la nostra tradizione".

Togliere il crocifisso dalle aule scolastiche significa "azzerare la nostra identità". Lo afferma il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, a margine della presentazione delle linee strategiche del Civ Inail. "Le motivazioni della sentenza - ha detto Sacconi - dovranno essere attentamente lette. Certo che questo è un duro colpo alla coabitazione europea. La coabitazione europea non può significare eliminare le radici dalle quali proveniamo. La croce non è un simbolo solo per i credenti, si iscrive nelle nostre radici, è un simbolo di sacrificio per la promozione umana riconosciuto anche dai non credenti". "La parete bianca significa cercare di azzerare la nostra identità, azzerare le nostre radici. E la nostra identità è ancor più importante nel momento in cui giustamente ci apriamo ogni giorno di più al confronto e al dialogo anche con culture diverse".

"Io penso che su questioni delicate qualche volta il buon senso finisce di essere vittima del diritto. Io penso che antiche tradizioni come quella del crocifisso non possano essere offensiva per nessuno". Lo ha detto il segretario del Pd Pierluigi Bersani a Bruxelles per una serie di incontri istituzionale Ue.

"Ovviamente bisognerà attendere le motivazioni della sentenza della Corte Europea dei diritti dell'uomo, ma fin d'ora mi auguro non venga salutata come giusta affermazione della laicità delle istituzioni che è valore ben diverso dalla negazione, propria del laicismo più deteriore, del ruolo del Cristianesimo nella società e nella identità italiana". Lo dichiara il presidente della Camera, Gianfranco Fini, in merito alla decisione della Corte Europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo sull'esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche.

"Sentenza aberrante e da respingere con fermezza. L'Italia ha una sua cultura, una sua tradizione e  una sua storia". È il duro commento che viene da Rocco Buttiglione. "Chi viene fra noi deve comprendere ed accettare questa cultura e questa storia. La stessa cosa vale per le altre nazioni d'Europa. Dietro questo pronunciamento della Corte di Strasburgo c'è una visione contrattualistica della società che non ha storia, cultura e tradizioni; è semplicemente il risultato del convivere sul territorio di individui profondamente estranei l'uno all'altro. Non solo si viola il diritto della maggioranza ad esprimere la propria identità culturale, ma non si creano nemmeno le condizioni per una vera integrazione. Non si integra nel nulla ed in uno spazio vuoto di valori".

"Mi auguro che in quella che è la tradizione culturale italiana, in quello che è il rispetto del sentire del popolo, sia possibile mantenere le proprie tradizioni, che sono tradizioni di fede e di cultura". Paola Binetti (Pd) commenta così la sentenza della Corte di Strasburgo. "La croce - osserva la parlamentare teodem - in Italia la si trova ovunque, persino in cima a Palazzo Montecitorio c'è una croce. Insomma, è una presenza costante nel vivere civile oltre che nel vivere religioso. Spero - dice Binetti - che la sentenza sia semplicemente orientativa, e che si collochi nel rispetto delle credenze religiose. In Italia il crocifisso è il segno specifico della nostra tradizione: l'importante è che non resti solo un segno ma anche un significato, di un amore che si spende fino a donare la vita agli altri".


Il Consiglio di Stato nel 2006: «Ha valore anche per i laici»

da Avvenire (03/11/2009)

È un segno che non discrimina ma unisce, non offende ma educa: fuori dalle chiese, in un ufficio pubblico come può essere una scuola, il crocifisso resta un riferimento alla fede per i cristiani, «ma per credenti e non credenti la sua esposizione sarà giustificata e assumerà un significato non discriminatorio sotto il profilo religioso, se esso è in grado di rappresentare e di richiamare in forma sintetica immediatamente percepibile e intuibile (al pari d'ogni simbolo) valori civilmente rilevanti, e segnatamente quei valori che soggiacciono e ispirano il nostro ordine costituzionale, fondamento del nostro convivere civile». Ovvero «tolleranza, rispetto reciproco, valorizzazione della persona, affermazione dei suoi diritti, riguardo alla sua libertà, autonomia della coscienza morale nei confronti dell'autorità, solidarietà umana, rifiuto di ogni discriminazione». Valori che «hanno impregnato di sé tradizioni, modo di vivere, cultura del popolo italiano». In questo senso «il crocifisso potrà svolgere, anche in un orizzonte "laico", diverso da quello religioso che gli è proprio, una funzione simbolica altamente educativa, a prescindere dalla religione professata dagli alunni».

Con la sentenza numero 556/2006 del febbraio 2006 la sesta sezione del Consiglio di Stato presieduta da Giorgio Giovannini ha fissato alcuni punti fermi, in termini strettamente giuridici, in un dibattito, quello sulla libertà religiosa e sulla laicità della Repubblica italiana, troppo spesso ispirato da interpretazioni che gli stessi giudici hanno descritto come «ideologiche». Non a caso, anche dopo la pubblicazione del verdetto, si erano levate voci di contestazione che ricorrono esattamente agli stessi argomenti respinti dai giudici di Palazzo Spada. Questi, infatti, hanno giudicato «infondato» il ricorso in appello della signora finlandese di Abano Terme, che nel 2002 si era rivolta al Tribunale amministrativo regionale del Veneto per chiedere la rimozione, dalla scuola frequentata dai suoi figli, del crocifisso, la cui esposizione avrebbe a suo dire violato i principi di laicità dello Stato e d'imparzialità dell'amministrazione.

Il Tar del Veneto nel 2005, dopo aver sollevato la questione davanti alla Corte costituzionale (che l'aveva dichiarata inammissibile), aveva respinto il ricorso. Lo stesso ha fatto un anno dopo, in grado d'appello, il Consiglio di Stato, massimo organo giurisdizionale amministrativo. Che ha motivato la decisione proprio con il principio di laicità dello Stato: «Non si può pensare al crocifisso esposto nelle aule scolastiche come a una suppellettile, oggetto di arredo - scrivono infatti i magistrati - e neppure come a un oggetto di culto; si deve pensare piuttosto come a un simbolo idoneo a esprimere l'elevato fondamento dei valori civili sopra richiamati, che sono poi i valori che delineano la laicità nell'attuale ordinamento dello Stato». Uno Stato laico, dunque, che rispetta la sensibilità e la libertà religiosa di ciascuno, riaffermando al tempo stesso valori comuni a tutti i cittadini.

Anzi, si legge ancora nella sentenza, «nel contesto culturale italiano appare difficile trovare un altro simbolo, in verità, che si presti più di esso (del crocifisso, ndr) a farlo; e l'appellante del resto auspica (e rivendica) una parete bianca, la sola che alla stessa appare particolarmente consona con il valore della laicità dello Stato». La decisione delle autorità scolastiche «in esecuzione di norme regolamentari» di esporre il crocifisso - ha osservato il Consiglio di Stato - «non appare pertanto censurabile con riferimento al principio di laicità proprio dello Stato italiano». Né vale obiettare - come hanno fatto gli avvocati della signora nel ricorso e continuano a fare sistematicamente alcuni esponenti politici - che quelle norme regolamentari (contenute nel regio decreto 965 del 1924) furono emanate quando la religione cattolica era «la sola religione dello Stato» perché «è altrettanto vero che tale norma non impedì minimamente al legislatore, nel corso di vari decenni, di adottare in molteplici settori della vita dello Stato una normativa contraria agli interessi della confessione cattolica» e perfino «di ascrivere la Chiesa cattolica tra le associazioni illecite».





L'Europa e il crocefisso, la cristianofobia al potere


di Massimo Introvigne,
da Alleanza Cattolica (03/11/2009)


Ci siamo. Da diverso tempo si accumulavano i segnali di un prossimo colpo delle istituzioni europee contro il cristianesimo e la Chiesa Cattolica. Qualche mese fa, il 4 marzo 2009, avevo avuto occasione di partecipare come esperto a Vienna a una conferenza dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) dove era stato lanciato l’allarme su una montante «cristianofobia», che in diversi Paesi non si limitava più alla propaganda ma si esprimeva in leggi e sentenze contro la libertà religiosa e di predicazione dei cristiani e contro i loro simboli. L’attacco anticristiano si era finora svolto in modo prevalentemente indiretto, attraverso la proclamazione di presunti «nuovi diritti»: anzitutto, quello degli omosessuali a non essere oggetto di giudizi critici o tali da mettere in dubbio che le unioni fra persone dello stesso sesso debbano godere degli stessi riconoscimenti di quelle fra un uomo e una donna. Tutelando gli omosessuali non solo – il che sarebbe ovvio e condivisibile – da violenze fisiche, ma da qualunque giudizio ritenuto discriminante ed etichettato come «omofobia», le istituzioni europee violavano fatalmente la libertà di predicazione di tutte quelle comunità religiose, Chiesa Cattolica in testa, le quali hanno come parte normale del loro insegnamento morale la tesi secondo cui la pratica omosessuale è un disordine oggettivo e uno Stato bene ordinato non può mettere sullo stesso piano le unioni omosessuali e il matrimonio eterosessuale.

La sentenza «Lautsi c. Italie» del 3 novembre 2009 della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo segna il passaggio della cristianofobia dalla fase indiretta a una diretta. Non ci si limita più a colpire il cristianesimo attraverso l’invenzione di «nuovi diritti» che, proclamando il loro normale insegnamento morale, le Chiese e comunità cristiane non potranno non violare, ma si attacca la fede cristiana al suo cuore, la croce. I giudici di Strasburgo – dando ragione a una cittadina italiana di origine finlandese – hanno affermato che l’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche italiane viola i diritti dei due figli, di undici e tredici anni, della signora Lautsi, li «perturba emozionalmente» e nega la natura stessa della scuola pubblica che dovrebbe «inculcare agli allievi un pensiero critico». Ove tornasse in Finlandia, la signora Lautsi dovrebbe chiedere al suo Paese natale di cambiare la bandiera nazionale, dove come è noto figura una croce, con quale perturbazione emozionale dei suoi figlioli è facile immaginare. Basta questa considerazione paradossale per capire come, per qualunque persona di buon senso, la croce a scuola o sulla bandiera non è uno strumento di proselitismo religioso ma il simbolo di una storia plurisecolare che, piaccia o no, non avrebbe alcun senso senza il cristianesimo. In Italia la signora Lautsi intascherà cinquemila euro dai contribuenti – un piccolo omaggio della Corte di Strasburgo – e avrà diritto di far togliere i crocefissi dalle aule dove studiano i figli. Certo, ci sarà l’appello, e giustamente il nostro governo rifiuterà di applicare questa sentenza ridicola e folle. Ma le «toghe rosse» italiane si sentiranno incoraggiate dai colleghi europei. Che non sono tutti «stranieri» dal momento che uno dei firmatari della sentenza è il giudice italiano a Strasburgo, il dottor Vladimiro Zagrebelsky, campione – insieme al fratello minore Gustavo – del laicismo giuridico nostrano.





Vergognosa sentenza della Corte di Strasburgo


da Petrus (03/11/2009)

La presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche costituisce "una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni" e una violazione alla "libertà di religione degli alunni". È quanto ha stabilito vergognosamente la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo nella sentenza su un'istanza presentata da una cittadina italiana. Ma il governo Berlusconi annuncia già ricorso. In caso di accoglimento, la questione verrà ridiscussa nella Grande Camera. Altrimenti la sentenza diventerà definitiva fra tre mesi. Durissime le prime reazioni, soprattutto nel centrodestra, tra i cattolici. A partire dal ministro Gelmini, che parla di tradizioni italiane offese. Più cauto il Vaticano, che si trincera dietro un temporaneo no comment.

Il problema era stato sollevato da Soile Lautsi, cittadina italiana originaria della Finlandia, che nel 2002 aveva chiesto all'istituto statale "Vittorino da Feltre" di Abano Terme, in provincia di Padova, frequentato dai suoi due figli, di togliere i crocifissi dalle aule. A nulla, in precedenza, erano valsi i suoi ricorsi davanti ai tribunali in Italia. Ora i giudici di Strasburgo le hanno dato ragione, stabilendo inoltre che il governo italiano debba pagare alla donna un risarcimento di cinquemila euro per danni morali. La sentenza è la prima in assoluto in materia di esposizione dei simboli religiosi nelle aule scolastiche. I sette giudici della Corte europea hanno sentenziato che la presenza dei crocifissi nelle aule può facilmente essere interpretata dai ragazzi di ogni età come un evidente "segno religioso" e, dunque, potrebbe condizionarli. E se questo condizionamento può essere di "incoraggiamento" per i bambini già cattolici, può invece "disturbare" quelli di altre religioni, in particolare se appartengono a "minoranze religiose" o gli atei.

In attesa che vengano depositate le motivazioni della sentenza, arriva, dunque, la prima levata di scudi da parte del ministro dell'Istruzione Gelmini: "La presenza del crocifisso in classe non significa adesione al cattolicesimo ma è un simbolo della nostra tradizione. La storia d'Italia passa anche attraverso simboli, cancellando i quali si cancella una parte di noi stessi". Poi l'affondo a Strasburgo: "Nessuno, nemmeno qualche corte europea ideologizzata, riuscirà a cancellare la nostra identità. La nostra Costituzione riconosce, giustamente, un valore particolare alla religione cattolica". Sulla stessa linea il commento del ministro per le Politiche agricole, Luca Zaia: "Non posso che schierarmi con tutti coloro, credenti e non, religiosi e non, cristiani e non, che si sentono offesi da una sentenza astratta e fintamente democratica". Per Rocco Buttiglione si tratta di "una sentenza aberrante da respingere con fermezza. L'Italia ha una sua cultura, una sua tradizione e una sua storia".

È cauta, invece, la reazione del Vaticano: "Credo che ci voglia una riflessione, prima di commentare", ha detto padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede. L'ultimo round dell'annosa polemica sui crocifissi a scuola si era chiuso a febbraio, con una sentenza della Cassazione. In quell'occasione la Corte aveva annullato una sentenza di condanna per interruzione di pubblico ufficio nei confronti del giudice Luigi Tosti, che aveva rifiutato di celebrare udienze in un'alula dove era affisso un crocifisso. La questione, comunque, non coinvolge solo il nostro Paese. Duri scontri tra Stato e vescovi sono avvenuti anche in Spagna nel novembre dello scorso anno, in seguito a una decisione di un giudice di Valladolid di far rimuovere tutti i crocifissi da una scuola.




La battaglia su Facebook

da Il Giornale (03/11/2009)


Crocefisso in aula no, crocefisso in aula sì. Su Facebook impazzano le reazioni alla decisione della Corte europea di Strasburgo che ha bocciato la presenza dei crocefissi nelle classi. Il più ricco di messaggi è il gruppo "Sì al crocifisso nelle scuole" che a metà giornata già contava oltre 14 mila membri e a seguire "Tu stacchi il crocefisso dal muro? Io ti stacco le mani" che ha quasi 9.000 partecipanti. La maggioranza rivendica la tradizione cattolica e i valori storici da difendere, alcuni polemicamente contro immigrati e islam.

Maniere forti
C’è anche chi è pronto a "piantare un coltello nella schiena" al primo che toglie un crocefisso e chi propone di uscire dall’Unione Europea. Uno si domanda se la Corte di Strasburgo non ha niente di meglio da fare, un altro ritiene che non abbia titolo per decidere la cultura di un paese, e un terzo invoca una nuova crociata. Non mancano voci che invitano a moderare il linguaggio, a intraprendere azioni pacifiche e perfino chi partecipa per difendere lo stato laico.

L'arma dell'ironia
Poi c’è chi usa le armi dell’ironia: perché non oscurare le facciate delle chiese o togliere la croce sulla bandiera finlandese... In tanti invitano a lottare "per la difesa delle nostre tradizioni". Altri infine hanno dato vita a un nuovo gruppo dal titolo "No alla nuova legge: Corte Europea per diritti uomo dice no a crocefissi in classe": ma gli iscritti non sono moltissimi.




L’Europa e il crocifisso negato

di Alberto Taliani,
da Metropolis (03/11/2009)


Altro che richiamo alle radici cristiane dell’Europa, prima di tutto bisogna togliere, cancellare, il crocifisso dalle classi. È la Corte europea dei diritti dell’uomo a stabilirlo. Per sentenza. Sembra di ricordare quel “volete Gesù o Barabba?”… “Laicamente” la Corte ha deciso che la presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche è “una violazione dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni” ed è anche una violazione alla “libertà di religione degli alunni”. Il caso è stato portato davanti alla Corte di Strasburgo da Soile Lautsi, cittadina italiana originaria della Finlandia, che nel 2002 aveva chiesto all’istituto statale Vittorino da Feltre di Abano Terme (Padova), frequentato dai suoi due figli, di togliere i crocefissi dalle aule. A nulla, in precedenza, erano valsi i suoi ricorsi davanti ai tribunali in Italia. Ora i giudici di Strasburgo le hanno dato ragione.

Cito papa Giovanni Paolo II: “Chiesa ed Europa sono due realtà intimamente correlate nella loro essenza e nel loro destino… Dobbiamo riaffermare che il Vangelo è ancora un riferimento fondamentale per l’intero Continente”. E ancora: “L’unità dei popoli europei, se vuol essere duratura, non può però essere solo economica e politica. Come ebbi a ricordare nel mio pellegrinaggio a Campostella, nel novembre del 1982, l’anima dell’Europa resta anche oggi unita, perché fa riferimento a comuni valori umani e cristiani. La storia della formazione delle Nazioni europee cammina di pari passo con l’evangelizzazione. Pertanto, nonostante le crisi spirituali che hanno segnato la vita del Continente sino ai nostri giorni, la sua identità sarebbe incomprensibile senza il Cristianesimo”.

Cito papa Benedetto XVI: “L’Europa  sarà realmente sé stessa solo sapendo conservare l’originalità che ha costruito la sua grandezza e che è in grado di fare di essa, domani, uno degli attori maggiori nella promozione dello sviluppo integrale delle persone che la Chiesa cattolica considera come l’unica via capace di rimediare agli squilibri presenti nel mondo”. Se viene meno il riferimento all’eredità cristiana europea, c’è il rischio che i valori fondanti della tradizione europea possano essere strumentalizzati da individui o gruppi di pressione desiderosi di far valere degli interessi particolari a svantaggio di un progetto collettivo” che ha come obiettivo principale ”la cura del bene comune degli abitanti del continente”.

Il Cristo morto in croce, il simbolo della tolleranza e del perdono “viola la libertà di religione degli alunni”,  è una minaccia alla libertà dei genitori nelle scelte educative. Un simbolo da cancellare nelle scuole. Semplicemente. Ormai si va oltre il relativismo e si pensa di imporre dall’alto delle sentenze la laicizzazione dello Stato in nome di un multiculturalismo fintamente democratico come se l’identità dei popoli fosse un “incidente della storia”. È questa, mi chiedo, quell’Europa non solo economica ma anche dei valori sognata da De Gasperi, Schumann, Adenauer?
mdeledda
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