venerdì, 31 luglio 2009, ore 22:29

Prima parte

di don Natale Scarpitta,
da Zenit (29/07/2009)


Termini come “laicità”, “laicismo”, “ragione laica” ricorrono sempre più frequentemente nell’odierno confronto sociale e politico. Il Santo Padre Benedetto XVI, affermando che la laicità “sembra essere diventato quasi l’emblema qualificante della post-modernità, in particolare della moderna democrazia”, invoca come necessaria una riflessione attuale sul vero significato e sull'importanza che essa riveste nell'odierno scenario culturale.

Prima di entrare nel vivo del discorso, è necessaria una constatazione: nella plurale cultura contemporanea, alla parola “laicità” è associato spesso un concetto complesso ed equivoco. Ciò deriva dal fatto che essa non è né univocamente interpretata né, tanto meno, univocamente attuata o vissuta. Oggi, infatti, al termine sembra essere attribuita una confusa polisemia, derivante da matrici culturali e politiche differenti. Omettendo volontariamente una retrospettiva storica sull’uso della parola, si osserva che oggi, soprattutto in Italia, il termine “laicità” tendenzialmente fa riferimento ad un degenerato secolarismo laicista che promuove un progressivo confinamento della religione nell'ambito strettamente privato della persona e della sua coscienza individuale, impedendo alla stessa religione di assumere rilevanza nella sfera pubblica.

Sempre Benedetto XVI, rivolgendosi ai partecipanti al IV Convegno nazionale della Chiesa Italiana, a Verona, proponeva una lucida disamina del cosiddetto “pensiero laico” contemporaneo, sempre più diffuso e contagioso, che propaganda una: «cultura che [...] vorrebbe porsi come universale e autosufficiente, generando un nuovo costume di vita. Ne deriva una nuova ondata di illuminismo e di laicismo, per la quale sarebbe razionalmente valido soltanto ciò che è sperimentabile e calcolabile, mentre sul piano della prassi la libertà individuale viene eretta a valore fondamentale al quale tutti gli altri dovrebbero sottostare. Così Dio rimane escluso dalla cultura e dalla vita pubblica, e la fede in Lui diventa più difficile, anche perché viviamo in un mondo che si presenta quasi sempre come opera nostra, nel quale, per così dire, Dio non compare più direttamente, sembra divenuto superfluo, anzi estraneo. In stretto rapporto con tutto questo, ha luogo una radicale riduzione dell'uomo, considerato un semplice prodotto della natura, come tale non realmente libero e di per sé suscettibile di essere trattato come ogni altro animale. Si ha così un autentico capovolgimento del punto di partenza di questa cultura che era una rivendicazione della centralità dell'uomo e della sua libertà. Nella medesima linea, l'etica viene ricondotta entro i confini del relativismo e dell'utilitarismo, con l'esclusione di ogni principio morale che sia valido e vincolante per se stesso».

Nell’odierno contesto socio-culturale italiano, il Santo Padre rileva la “deriva nichilistica” di un processo culturale che si è messo in moto con l’obiettivo di ampliare la sfera della libertà individuale, ma che, invece, sta approdando progressivamente ad una sua limitazione e negazione. Benedetto XVI scorge in tal fenomeno anche una “dittatura del relativismo”, perché in esso si propaganda una forma di cultura che taglia deliberatamente le proprie radici storiche volendo di proposito costituire una contraddizione radicale non solo al cristianesimo ma più ampiamente alle tradizioni religiose e morali dell’umanità. Il Pontefice denuncia inoltre che la fiducia sempre più crescente ed incondizionata nel potere del connubio autoreferenziale scienza-razionalità sta riducendo l’intera esistenza umana unicamente a ciò che è calcolabile e concretamente sperimentabile.

Tale degenerazione è dovuta ad una concezione assoluta della libertà individuale. Essa, infatti, pur costituendo per la persona un valore primario e fondamentale, appare come l'esigenza intima regolante la propria autonomia di pensiero e di azione. L'immatura percezione di sentirsi “assolutamente” libero fa indebitamente presupporre all'uomo di possedere la legittima garanzia che tutto ciò che è in grado di fare, possa lecitamente realizzarlo; che tutto ciò che vuole possedere, debba necessariamente ottenerlo. Questa libertà, per la quale in ultima analisi tutto è relativo al soggetto, viene eretta a supremo criterio etico e giuridico: ogni altra posizione può essere quindi lecita soltanto finché rimane subordinata a tale criterio.

Ciò accade soprattutto nel campo della tecnica e del progresso, dove non vi sono più frontiere etiche che ne regolino la ricerca e la sperimentazione. Non esistono norme né principi morali assoluti, tanto meno se abbiano un’origine divina. L’etica viene rinchiusa piuttosto nella sfera privata, unicamente regolamentata dal soggettivismo dei giudizi e dall’utilitarismo delle valutazioni. La morale diventa così totalmente funzionale alle esigenze della propria volontà. Relativismo e funzionalismo diventano così fenomeni che pongono, di volta in volta, ed a seconda delle convenienze, specifici valori di riferimento, privi quindi di ogni carattere di stabilità e di oggettività. Tale mancanza di valori assoluti, appartenenti ad un patrimonio sociale condiviso, si registra anche nel campo culturale: l’imperante relativismo fa sì che ogni convinzione sia lecita ed ogni comportamento legittimo.

E l'uomo? È comunemente considerato un mero prodotto della natura, frutto dell’evoluzione cosmica e biologica. Egli però acquista sempre più consapevolezza di considerarsi padrone autosufficiente del proprio destino, realizzando se stesso unicamente basandosi sul potere delle sue capacità umane. In questo triste scenario, sembra chiaro che non vi è più spazio per ciò che trascende la pura ragione. Dio e la sua legge non hanno più diritto ad abitare lo spazio pubblico né del pensiero né dell'agire umano. La fede è ridotta a devozione personale. Tutto ciò che è religioso è estraniato, emarginato dalla dimensione pubblica e relegato unicamente nell’intimità silente – perché ammutolita – della coscienza individuale. Non si riconosce più al fatto religioso alcun rilievo sociale: anzi, ogni convinzione politica o sociale dell’uomo scaturente da una qualsiasi appartenenza religiosa lederebbe la libertà del suo stesso pensiero.

L'identificazione indebita ed inopportuna tra laicità e laicismo a cui facevamo accenno prima, proposta con sempre maggiore vigore oggi in Italia da forze politiche e ideologiche, è stata ripetutamente smascherata da Papa Benedetto XVI che, nel corso del suo pontificato, ha spesso parlato piuttosto di una laicità positiva, aperta, autentica, sana.

Da una lettura attenta dei suoi interventi emergono tre punti cardine del suo pensiero.

– Innanzitutto sana laicità è quella che garantisce, in accordo coi principi costituzionali (cfr. art. 7) e i dettami conciliari (cfr. GS 76), l'effettiva distinzione ed autonomia delle realtà terrene dalla sfera ecclesiastica. A quanti, animati da uno “spirito laico”, invocano una netta separazione tra religione e Stato, tra fede e politica, il Santo Padre risponde non solo riconoscendo, bensì rivendicando autorevolmente la distinzione tra Stato e Chiesa. Uno spirito positivo di laicità, infatti, deve preservare la legittima indipendenza e sovranità delle due sfere negli ambiti ad esse propri, ma non vieta che esse promuovano congiuntamente una sempre più costruttiva e pacifica convivenza civile, fondata sul reciproco rispetto, in un clima di collaborazione feconda e di dialogo leale. Tale collaborazione tra la Comunità politica e la Chiesa genera anche la preoccupazione condivisa di offrire alle domande della società odierna risposte concordi, ed al contempo fa maturare l'esigenza di trovare comuni soluzioni reali ed efficaci ai problemi che attanagliano l’uomo post-moderno. Gli stretti vincoli di cooperazione, inoltre, implicando una convergenza fattiva di sforzi, manifestano che la comune responsabilità viene posta dalla due sfere al servizio della ricerca del bene autentico ed integrale di ogni singola persona umana e dell’intera collettività.

– Solo una laicità statale cieca ignora la dimensione religiosa della comunità civile e ne disconosce i valori. Una sana laicità, invece, riconosce che la religione, piuttosto che costituire un ostacolo al perseguimento dei nobili fini di un Paese, rappresenta per lo Stato un solido partner per la coesione sociale e l’edificazione di uno spazio civile più umano, giusto e libero. Un clima di autentica laicità implica quindi che ciascun Governo assicuri alla Chiesa il debito riconoscimento della sua specifica natura e la rassicurazione di farle esercitare liberamente la missione che le è propria. Questo comporta che lo Stato, in opposizione alle correnti laiciste, non deve “tollerare” che vi sia al suo interno una dimensione religiosa, considerandola come un semplice sentimento individuale confinabile all’ambito privato. Al contrario, alla religione va riconosciuta la legittimità della sua presenza comunitaria pubblica e garantito e valorizzato il libero esercizio delle attività di culto (spirituali, culturali, educative e caritative) della comunità credente. Ciò implica pertanto che la Chiesa deve poter godere del diritto di libertà religiosa, considerato in tutta la sua ampiezza. Tale riconoscimento deve permettere anche che la dimensione pubblica della religione si esprima attraverso una legittima e fattiva partecipazione dei credenti alla costruzione dell’ordine sociale. Appare proficua e legittima perciò quella laicità che garantisce ad ogni cittadino il diritto di vivere la propria fede religiosa con autentica libertà anche in ambito pubblico. Una reale democrazia laica permette infatti alle istituzioni religiose di dare pubblicità ai propri messaggi al fine di poter offrire ai cittadini materia di riflessione in maniera equanime.

- Inoltre, una sana laicità riconosce l’ordine morale al quale appartengono istanze etiche che trovano il loro fondamento nell’essenza stessa dell’uomo. Essa tutela la dignità dell’uomo e garantisce la difesa dei diritti inviolabili di cui egli è portatore. La persona umana, nella sua concreta individualità sociale, deve essere riconosciuta come un valore originario per cui i suoi diritti fondamentali permangono in ogni situazione non-negoziabili. Questi valori, prima di essere cristiani, sono umani, tali perciò da non lasciare indifferente e silenziosa la Chiesa, la quale ha il dovere di proclamare con fermezza la verità sull'uomo e sul suo destino. Se valori come libertà, giustizia, rispetto della vita e degli altri diritti della persona, vengono insegnati anche da una comunità religiosa, questo non diminuisce la “laicità” dell'impegno di coloro che si riconoscono in questi principi.

***



Seconda parte

di don Natale Scarpitta,
da Zenit (30/07/2009)


Il Pontefice, offrendo il suo contributo culturale all’individuazione di una retta concezione di laicità, delinea anche quello che è il compito dei laici credenti nella società contemporanea. Pur riconoscendo che la Chiesa non è un agente politico, egli crede che la fede religiosa rappresenti un rilevante fattore di “civilizzazione” e, perciò, possa avere una funzione ispiratrice di un concreto operare politico, improntato ai valori che dalla stessa fede discendono.

Il Santo Padre sprona così il laicato cattolico ad assumere una posizione esistenzialmente e politicamente attiva che si esplichi nell’assunzione di responsabilità civili. Si avverte oggi il bisogno di fornire alla comunità un ordine sociale libero e virtuoso. E spetta in primo luogo ai laici cattolici operare in tale direzione. Essi devono compiere una “scelta di campo”: impegnarsi in prima persona in politica, investire le loro intelligenze e la loro professionalità per la promozione del bene della collettività che è norma fondamentale sia dello Stato che della Chiesa.

Il laico credente impegnato in politica, consapevole della grave responsabilità sociale di cui è investito, deve sentirsi particolarmente interpellato dalla sua coscienza ad un impegno forte soprattutto nel campo dell’etica pubblica. All’umile coraggio della sua missione deve associare anche la ferma fedeltà ai principi morali della sua coscienza: egli è pertanto chiamato a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana, soprattutto quando sono compromesse esigenze etiche fondamentali ed irrinunciabili come l’aborto, l’eutanasia, la manipolazione genetica. Ma pure la tutela della famiglia che non può essere in alcun modo, tantomeno giuridicamente, equiparata ad altre forme di convivenza; la tutela del diritto alla libertà religiosa e lo sviluppo di un’economia che sia al servizio della persona e del bene comune, nel rispetto della giustizia sociale.

Ogni laico credente è, in definitiva, chiamato ad un lavoro intellettuale che offra un contributo alto e nobile ai problemi ed alle sfide della società contemporanea attraverso approfondite elaborazioni culturali ed incisive argomentazioni razionali. Solo così la sua voce potrà entrare a pieno titolo nel confronto sulle differenti posizioni filosofiche ed antropologiche e verrà valutata non da pregiudizi anticlericali, ma in base alla “forza del pensiero” ed alla ragionevolezza concreta di quanto propone.

Per concludere, bisogna riconoscere al Papa Benedetto XVI un coraggio intellettuale e civile (oltre che apostolico) non comune, nel tentativo di voler purificare il concetto di laicità che l’opinione dominante tende a diffondere. Egli mira così a ridisegnare il rapporto tra Stato e Chiesa ed a riequilibrare la loro collaborazione spostando l’attenzione intellettuale sulla centralità dell’uomo.

La sana laicità dello Stato di cui ci parla il Santo Padre non coincide con un diplomatico equilibrismo di compromessi fra “trono ed altare” o di rispetto formale di regole da parte delle due Istituzioni. Essa consiste piuttosto nello sforzo comune di leggere la multiforme realtà, accoglierla ed interpretarla secondo un codice di valori condivisi. Proprio per questo una rilettura attuale del termine “laicità” deve prendere le mosse da una comprensione comune di valori che sia lo Stato che la Chiesa pongono a fondamento del loro dialogo.

Tra di essi il primo principio da prendere in considerazione sarà sicuramente quello riguardante la persona umana. L’uomo non può essere ridotto ad un semplice prodotto della natura materiale! Una visione antropologica comune deve rispettare la dignità dell’uomo e riconoscerne i diritti fondamentali innati, previi a qualsiasi giurisdizione statale e, di conseguenza, non negoziabili dal dibattito politico.

Tra le priorità legate alla persona emergono anche altre preoccupazioni come la tutela della vita umana, in tutte le sue fasi, dal concepimento fino alla morte naturale; la tutela dell’istituto familiare fondato sul matrimonio monogamico tra uomo e donna, protetto nella sua unità e stabilità; la garanzia che possa essere assicurata a tutti la libertà di educazione dei propri figli.

Inoltre, in un’epoca come la nostra, nella quale torna a farsi sentire la difficoltà di una convivenza tra diverse culture e diverse confessioni religiose, la laicità deve essere considerata come uno spazio comune in cui alle varie “alterità polifoniche” è consentito un pacifico e fecondo pluralismo che lo Stato laico dovrebbe impegnarsi a garantire, politicamente e giuridicamente.

Una sana e positiva laicità è poi quella che, pur affermando il principio di distinzione tra Stato e Chiesa, non revoca alla religione il suo ruolo pubblico, anzi la considera apertamente una risorsa per la vitalità della comunità politica in generale, fatta salva ovviamente la compatibilità dei diversi valori religiosi con i valori fondamentali della stessa comunità.

In linea con quanto sostiene Papa Benedetto XVI, una laicità autentica dovrebbe rappresentare un canale che connette quei valori cristiani, legati alla storia ed alla tradizione culturale del nostro Continente, con le nuove sfide che la società contemporanea sottopone al dibattito civile. Soprattutto in Italia, è innegabile l’apporto che il cristianesimo, nel corso della storia, ha offerto, in tante modalità distinte, alla formazione della cultura umana e politica. La Carta Costituzionale è anche frutto proprio della tradizione cristiana e della dottrina sociale della Chiesa. Non ci si deve quindi meravigliare che la laicità, correttamente intesa, possa ancora oggi coniugarsi con la cultura cristiana. Del resto, il Cristianesimo conserva ancora fresca quella forza razionale e spirituale che genera pensiero ed elementi di cui la democrazia statale ha bisogno.
mdeledda
commenti ¦ commenti (popup) ¦ Permalink ¦ categoria : teologia

venerdì, 31 luglio 2009, ore 22:16

Sant'Ignazio di Loyola
(Sacerdote)


Azpeitia, Spagna, c. 1491 - Roma, 31 luglio 1556

Festa liturgica: 31 luglio
Etimologia: Ignazio = di fuoco, igneo, dal latino
Emblema: IHS (monogramma di Cristo)




Il primo scritto che racconta la vita, la vocazione e la missione di s. Ignazio, è stato redatto proprio da lui, in Italia è conosciuto come “Autobiografia”, ed egli racconta la sua chiamata e la sua missione, presentandosi in terza persona, per lo più designato con il nome di “pellegrino”; apparentemente è la descrizione di lunghi viaggi o di esperienze curiose e aneddotiche, ma in realtà è la descrizione di un pellegrinaggio spirituale ed interiore.

Il grande protagonista della Riforma cattolica nel XVI secolo, nacque ad Azpeitia un paese basco, nell’estate del 1491, il suo nome era Iñigo Lopez de Loyola, settimo ed ultimo figlio maschio di Beltran Ibañez de Oñaz e di Marina Sanchez de Licona, genitori appartenenti al casato dei Loyola, uno dei più potenti della provincia di Guipúzcoa, che possedevano una fortezza padronale con vasti campi, prati e ferriere.

Iñigo perse la madre subito dopo la nascita, ed era destinato alla carriera sacerdotale secondo il modo di pensare dell’epoca, nell’infanzia ricevé per questo anche la tonsura.

Ma egli ben presto dimostrò di preferire la vita del cavaliere come già per due suoi fratelli; il padre prima di morire, nel 1506 lo mandò ad Arévalo in Castiglia, da don Juan Velázquez de Cuellar, ministro dei Beni del re Ferdinando il Cattolico, affinché ricevesse un’educazione adeguata; accompagnò don Juan come paggio, nelle cittadine dove si trasferiva la corte allora itinerante, acquisendo buone maniere che tanto influiranno sulla sua futura opera.

Nel 1515 Iñigo venne accusato di eccessi d’esuberanza e di misfatti accaduti durante il carnevale ad Azpeitia e insieme al fratello don Piero, subì un processo che non sfociò in sentenza, forse per l’intervento di alti personaggi; questo per comprendere che era di temperamento focoso, corteggiava le dame, si divertiva come i cavalieri dell’epoca.

Morto nel 1517 don Velázquez, il giovane Iñigo si trasferì presso don Antonio Manrique, duca di Najera e viceré di Navarra, al cui servizio si trovò a combattere varie volte, fra cui nell’assedio del castello di Pamplona ad opera dei francesi; era il 20 maggio 1521, quando una palla di cannone degli assedianti lo ferì ad una gamba.

Trasportato nella sua casa di Loyola, subì due dolorose operazioni alla gamba, che comunque rimase più corta dell’altra, costringendolo a zoppicare per tutta la vita.

Ma il Signore stava operando nel plasmare l’anima di quell’irrequieto giovane; durante la lunga convalescenza, non trovando in casa libri cavallereschi e poemi a lui graditi, prese a leggere, prima svogliatamente e poi con attenzione, due libri ingialliti fornitagli dalla cognata.

Si trattava della “Vita di Cristo” di Lodolfo Cartusiano e la “Leggenda Aurea” (vita di santi) di Jacopo da Varagine (1230-1298), dalla meditazione di queste letture, si convinse che l’unico vero Signore al quale si poteva dedicare la fedeltà di cavaliere era Gesù stesso.

Per iniziare questa sua conversione di vita, decise appena ristabilito, di andare pellegrino a Gerusalemme dove era certo, sarebbe stato illuminato sul suo futuro; partì nel febbraio 1522 da Loyola diretto a Barcellona, fermandosi all’abbazia benedettina di Monserrat dove fece una confessione generale, si spogliò degli abiti cavallereschi vestendo quelli di un povero e fece il primo passo verso una vita religiosa con il voto di castità perpetua.

Un’epidemia di peste, cosa ricorrente in quei tempi, gl’impedì di raggiungere Barcellona che ne era colpita, per cui si fermò nella cittadina di Manresa e per più di un anno condusse vita di preghiera e di penitenza; fu qui che vivendo poveramente presso il fiume Cardoner “ricevé una grande illuminazione”, sulla possibilità di fondare una Compagnia di consacrati e che lo trasformò completamente.

In una grotta dei dintorni, in piena solitudine prese a scrivere una serie di meditazioni e di norme, che successivamente rielaborate formarono i celebri “Esercizi Spirituali”, i quali costituiscono ancora oggi, la vera fonte di energia dei Gesuiti e dei loro allievi.

Arrivato nel 1523 a Barcellona, Iñigo di Loyola, invece di imbarcarsi per Gerusalemme s’imbarcò per Gaeta e da qui arrivò a Roma la Domenica delle Palme, fu ricevuto e benedetto dall’olandese Adriano VI, ultimo papa non italiano fino a Giovanni Paolo II.

Imbarcatosi a Venezia arrivò in Terrasanta visitando tutti i luoghi santificati dalla presenza di Gesù; avrebbe voluto rimanere lì ma il Superiore dei Francescani, responsabile apostolico dei Luoghi Santi, glielo proibì e quindi ritornò nel 1524 in Spagna.

Intuì che per svolgere adeguatamente l’apostolato, occorreva approfondire le sue scarse conoscenze teologiche, cominciando dalla base e a 33 anni prese a studiare grammatica latina a Barcellona e poi gli studi universitari ad Alcalà e a Salamanca.

Per delle incomprensioni ed equivoci, non poté completare gli studi in Spagna, per cui nel 1528 si trasferì a Parigi rimanendovi fino al 1535, ottenendo il dottorato in filosofia.

Ma già nel 1534 con i primi compagni, i giovani maestri Pietro Favre, Francesco Xavier, Lainez, Salmerón, Rodrigues, Bobadilla, fecero voto nella Cappella di Montmartre di vivere in povertà e castità, era il 15 agosto, inoltre promisero di recarsi a Gerusalemme e se ciò non fosse stato possibile, si sarebbero messi a disposizione del papa, che avrebbe deciso il loro genere di vita apostolica e il luogo dove esercitarla; nel contempo Iñigo latinizzò il suo nome in Ignazio, ricordando il santo vescovo martire s. Ignazio d’Antiochia.

A causa della guerra fra Venezia e i Turchi, il viaggio in Terrasanta sfumò, per cui si presentarono dal papa Paolo III (1534-1549), il quale disse: “Perché desiderate tanto andare a Gerusalemme? Per portare frutto nella Chiesa di Dio l’Italia è una buona Gerusalemme”; e tre anni dopo si cominciò ad inviare in tutta Europa e poi in Asia e altri Continenti, quelli che inizialmente furono chiamati “Preti Pellegrini” o “Preti Riformati” in seguito chiamati Gesuiti.

Ignazio di Loyola nel 1537 si trasferì in Italia prima a Bologna e poi a Venezia, dove fu ordinato sacerdote; insieme a due compagni si avvicinò a Roma e a 14 km a nord della città, in località La Storta ebbe una visione che lo confermò nell’idea di fondare una “Compagnia” che portasse il nome di Gesù.

Il 27 settembre 1540 papa Polo III approvò la Compagnia di Gesù con la bolla “Regimini militantis Ecclesiae”.

L’8 aprile 1541 Ignazio fu eletto all’unanimità Preposito Generale e il 22 aprile fece con i suoi sei compagni, la professione nella Basilica di S. Paolo; nel 1544 padre Ignazio, divenuto l’apostolo di Roma, prese a redigere le “Costituzioni” del suo Ordine, completate nel 1550, mentre i suoi figli si sparpagliavano per il mondo.

Rimasto a Roma per volere del papa, coordinava l’attività dell’Ordine, nonostante soffrisse dolori lancinanti allo stomaco, dovuti ad una calcolosi biliare e a una cirrosi epatica mal curate, limitava a quattro ore il sonno per adempiere a tutti i suoi impegni e per dedicarsi alla preghiera e alla celebrazione della Messa.

Il male fu progressivo limitandolo man mano nelle attività, finché il 31 luglio 1556, il soldato di Cristo, morì in una modestissima camera della Casa situata vicina alla Cappella di Santa Maria della Strada a Roma.

Fu proclamato beato il 27 luglio 1609 da papa Paolo V e proclamato santo il 12 marzo 1622 da papa Gregorio XV.

Si completa la scheda sul Santo Fondatore, colonna della Chiesa e iniziatore di quella riforma coronata dal Concilio di Trento, con una panoramica di notizie sul suo Ordine, la “Compagnia di Gesù”.

Le “Costituzioni” redatte da s. Ignazio fissano lo spirito della Compagnia, essa è un Ordine di “chierici regolari” analogo a quelli sorti nello stesso periodo, ma accentuante anche nella denominazione scelta dal suo Fondatore, l’aspetto dell’azione militante al servizio della Chiesa.
La Compagnia adattò lo spirito del monachesimo, al necessario dinamismo di un apostolato da svolgersi in un mondo in rapida trasformazione spirituale e sociale, com’era quello del XVI secolo; alla stabilità della vita monastica sostituì una grande mobilità dei suoi membri, legati però a particolari obblighi di obbedienza ai superiori e al papa; alle preghiere del coro sostituì l’orazione mentale.

Considerò inoltre essenziale la preparazione e l’aggiornamento culturale dei suoi membri. È governata da un “Preposito generale”.

I gradi della formazione dei sacerdoti gesuiti, comprendono due anni di noviziato, gli aspiranti sono detti ‘scolastici’, gli studi approfonditi sono inframezzati dall’ordinazione sacerdotale (solitamente dopo il terzo anno di filosofia), il giovane gesuita verso i 30 anni diventa professo ed emette i tre voti solenni di povertà, castità e obbedienza, più in quarto voto di obbedienza speciale al papa; accanto ai ‘professi’ vi sono i “coadiutori spirituali” che emettono soltanto i tre voti semplici.

Non c’è un ramo femminile né un Terz’Ordine. La spiritualità della Compagnia si basa sugli ‘Esercizi Spirituali’ di s. Ignazio e si contraddistingue per l’abbandono alla volontà di Dio espresso nell’assoluta obbedienza ai superiori; in una profonda vita interiore alimentata da costanti pratiche spirituali, nella mortificazione dell’egoismo e dell’orgoglio; nello zelo apostolico; nella totale fedeltà alla Santa Sede.

I Gesuiti non possono possedere personalmente rendite fisse, consentite solo ai Collegi e alle Case di formazione; i professi fanno anche il voto speciale di non aspirare a cariche e dignità ecclesiastiche.

Come attività, in origine la Compagnia si presentava come un gruppo missionario a disposizione del pontefice e pronto a svolgere qualsiasi compito questi volesse affidargli per la “maggior gloria di Dio”.

Quindi svolsero attività prevalentemente itinerante, facendo fronte alle più urgenti necessità di predicazione, di catechesi, di cura di anime, di missioni speciali, di riforma del clero, operante nella Controriforma e nell’evangelizzazione dei nuovi Paesi (Oriente, Africa, America).

Nel 1547, s. Ignazio affidò alla sua Compagnia, un ministero inizialmente non previsto, quello dell’insegnamento, che diventò una delle attività principali dell’Ordine e uno dei principali strumenti della sua diffusione e della sua forza, lo testimoniano i prestigiosi Collegi sparsi per il mondo.

Alla morte di s. Ignazio, avvenuta come già detto nel 1556, la Compagnia contava già mille membri e nel 1615, con la guida dei vari Generali succedutisi era a 13.000 membri, diffondendosi in tutta Europa, subendo anche i primi martiri (Campion, Ogilvie, in Inghilterra).
Ma soprattutto ebbe un’attività missionaria di rilievo iniziata nel 1541 con s. Francesco Xavier, inviato in India e nel Giappone, dove i successivi gesuiti subirono come gli altri missionari, sanguinose persecuzioni.

Più duratura fu la loro opera in Cina con padre Matteo Ricci (1552-1610) e in America Meridionale, specie in Brasile, con le famose ‘riduzioni’. Più sfortunata fu l’opera dei Gesuiti in America Settentrionale, in cui furono martiri i santi Giovanni de Brebeuf, Isacco Jogues, Carlo Garnier e altri cinque missionari.

Col passare del tempo, nei secoli XVII e XVIII i Gesuiti con la loro accresciuta potenza furono al centro di dispute dottrinarie e di violenti conflitti politico-ecclesiatici, troppo lunghi e numerosi da descrivere in questa sede; che alimentarono l’odio di tanti movimenti antireligiosi e l’astio dei Domenicani, dei sovrani dell’epoca e dei parlamentari e governi di vari Stati.

Si arrivò così allo scioglimento prima negli Stati di Portogallo, Spagna, Napoli, Parma e Piacenza e infine sotto la pressione dei sovrani europei, anche allo scioglimento totale della Compagnia di Gesù nel 1773, da parte di papa Clemente XIV.

I Gesuiti però sopravvissero in Russia sotto la protezione dell’imperatrice Caterina II; nel 1814 papa Pio VII diede il via alla restaurazione della Compagnia.

Da allora i suoi membri sono stati sempre presenti nelle dispute morali, dottrinarie, filosofiche, teologiche e ideologiche, che hanno interessato la vita morale e istituzionale della società non solo cattolica.

Nel 1850 sorse la prestigiosa e diffusa rivista La Civiltà Cattolica, voce autorevole del pensiero della Compagnia; altre espulsioni si ebbero nel 1880 e 1901 interessanti molti Stati europei e sud americani.

Nell’annuario del 1966 i Gesuiti erano 36.000, divisi in 79 province nel mondo e 77 territori di missione. In una statistica aggiornata al 2002, la Compagnia di Gesù annovera tra i suoi figli 49 Santi di cui 34 martiri e 147 Beati di cui 139 martiri; a loro si aggiungono centinaia di Servi di Dio e Venerabili, avviati sulla strada di un riconoscimento ufficiale della loro santità o del loro martirio.

L’alto numero di martiri, testimonia la vocazione missionaria dei Gesuiti, votati all’affermazione della maggior gloria di Dio, nonostante i pericoli e le persecuzioni a cui sono andati incontro, sin dalla loro fondazione.
mdeledda
commenti ¦ commenti (popup) ¦ Permalink ¦ categoria : santi e beati

venerdì, 31 luglio 2009, ore 22:08

Farei peccato a lamentarmi!

di Antonio Gaspari,
da Zenit (31/07/09)

Fares pecat a lamentam scritto dall’insegnate di filosofia e storia Roberto Persico (Itacalibri 2009) è un libro che racconta la storia semplice e commovente di Dario e Clementina Nembrini, una coppia di cattolici bergamaschi, di umili origini e di scarse finanze, ma forti e fecondi nella fede.

I due vissuti tra il 1924 ed il 1994, genitori di dieci figli, sono stati esempio e testimoni delle virtù cristiane che tramite la famiglia diventano virtù sociali e civili e che trasmettono ovunque fede speranza e carità.

Nel presentare il libro che racconta la storia dei suoi genitori, il 2 luglio a San Benedetto del Tronto, nel corso della Festa dedicata al beato Pier Giorgio Frassati dalla Compagnia dei Tipi Loschi, Vincenzo Nembrini ha confessato che si sapeva che i loro genitori erano buoni e fedeli, ma nessuno avrebbe immaginato quanta era la fede che nutrivano nel Signore.

Pochi gli studi, avviati fin da giovani al lavoro, Dario e Clementina frequentavano assiduamente la Chiesa e l’oratorio, svolgendo opere e apostolati con l’Azione Cattolica.

Dario faceva il meccanico e Clementina svolgeva lavori domestici e nei campi. Nonostante le ristrette disponibilità economiche i due si sposarono e misero al mondo dieci figli. In un paio di occasioni Clementina stette male e rischiò la gravidanza, ma si affidò a Maria e tutto si risolse.

Nel 1963 Dario scoprì di essere affetto da sclerosi multipla, una malattia tremenda che conduce progressivamente all’immobilità ed alla morte. Ma la disgrazia non ha indebolito la sua fede, anzi, fino all’ora del ritorno a Dio (1994), Dario ringraziò sempre il Signore per quanto gli aveva dato.

Era allegro, sorrideva, rincuorava chi lo veniva a trovare e ripeteva in dialetto bergamasco che “a lamentarsi si fa peccato!”.

Intervenendo al Convegno Ecclesiale Diocesano nella Basilica di San Giovanni in Laterano, nel giugno 2007, Franco Nembrini ha raccontato che “per poter parlare della mia esperienza di padre e di insegnante devo partire dalla mia esperienza di figlio”, perché “non posso non riconoscere che io ho visto per la prima volta cosa fosse l’educazione con mio papà e mia mamma”.

“Sono il quarto di dieci figli e l’immagine che ho del mio povero papà è quando, nella stanzetta dove dormivamo noi sette figli maschi (siamo sette maschi e tre femmine), si inginocchiava in mezzo alla stanza e incominciava a dire il Padre Nostro. Questo era mio padre: uno che guardava una cosa più grande di lui e ci invitava ad andargli dietro senza bisogno di dircelo”.

“Era uno che, quando sono diventato più grande e tornavo a casa a tarda ora per i mille impegni che c’erano, lo trovavo sempre in piedi, perché non è mai in vita sua andato a letto se non dopo aver chiuso la porta alle spalle dell’ultimo figlio rientrato, e quando alle due o alle tre di notte arrivavo a casa, e per non farlo arrabbiare troppo gli dicevo: «Dai, papà, diciamo Compieta insieme», lui mi rispondeva: «Vai a letto, cretino, che domani mattina devi lavorare: dico io Compieta per te», e si fermava e diceva la quarta o la quinta volta Compieta, la diceva per me, perché io potessi andare a riposare”.

“Il giorno prima di morire, paralizzato a letto, completamente afono, gli ho chiesto come stava, e ha risposto allo stesso modo con cui aveva risposto per tutta la vita: «Farès pecat a lamentam» che in italiano significa «Tutto è Grazia». Mio padre era così”.

Racconta Bepin, uno dei figlioli, che soldi in casa ce ne son stati sempre pochi, ma mai ha visto i genitori disperati. Preoccupati sì, ma sempre pronti a trovare la soluzione con il lavoro e la condivisione.

I due, Dario e Clementina, confidavano totalmente nel Signore, e niente li ha mai spaventati. I soldi erano pochi, ma la carità e l’accoglienza non sono mai state messe in discussione.

Gli spazi erano ridotti, ma chiunque andava a casa dei Nembrini trovava accoglienza, a tavola e a dormire.

I soldi non bastavano mai, ma c’era sempre qualcuno che stava peggio e quindi i Nembrini preparavano il pacchetto per la vedova con quattro figli. Il Po straripava e Clementina chiamava i figli per scegliere gli indumenti “belli e non rovinati” per i bambini sfollati. E poi le coperte per le missioni, per i sacerdoti anziani e per gli ammalati.

Neanche il “68” riesce a scardinare la solida famiglia dei Nembrini, anche se uno dei figlioli passa dal seminario a dirigere un gruppo extraparlamentare.

Fu in quegli anni che nella famiglia Nembrini entrò il carisma di Comunione e Liberazione. Con don Giussani che andò a visitare la famiglia Nembrini, e la loro casa divenne una delle prime sezioni di quel gruppo di giovani che parlavano di Gesù.

La casa Nembrini divenne il luogo della preghiera, degli incontri, delle serate passate a discutere di fede e di politica o a giocare a carte e a cantare.

Eugenio Nembrini, chiamato “genio” dai fratelli perchè era quello che leggeva e studiava di più di tutti, si farà sacerdote seguendo la strada indicatagli da don Giussani. Lo stesso don Giussani sarà tra coloro che celebrarono il matrimonio di Miriam, una dei dieci della famiglia Nembrini.

Dario e Clementina erano cresciuti nell’Azione Cattolica, e ad un certo punto i tempi cambiarono così velocemente che rischiarono di non capire cosa capitasse ai giovani. Fu grazie a don Giussani che tutti ritrovarono la strada giusta.

Dario disse un giorno a don Giussani: “Noi li abbiamo messi al mondo, ma è lei che ce li ha resi figli”.

Nell’introduzione al libro don Massimo Camisasca, superiore della Fraternità Sacerdotale di San Carlo Borromeo, ha scritto che la vita di Dario e Clementina “rimane come benedizione per le numerosissime persone che attraverso di loro e attraverso di loro e attraverso i loro figli hanno incontrato Dio, forza e giovinezza della loro vita”.

Non sappiamo se Dario e Clementina saranno annoverati tra le schiere dei beati, di certo è che attraverso la loro intercessione stanno avvenendo nascite miracolose e tanta gente trova in maniera insperata un posto di lavoro.
mdeledda
commenti ¦ commenti (popup) ¦ Permalink ¦ categoria : testimoni

venerdì, 31 luglio 2009, ore 21:51

«Non posso amare quello che non conosco»

di Padre Ernesto Maria Caro,
da Pontifex Roma (31/07/09)


Una frase che sempre mi è piaciuta in San Agostino, recita: «Non posso amare quello che non conosco». Con quella frase, il Santo, manifesta la sua eterna ricerca di Dio. Guai al nostro mondo che non conosce Dio e per questo non lo ama. La esperienza forse più vicina che molti hanno di Dio è un sentito dire, un ricordare che ha posto delle regole, che magari riescono anche difficili da rispettare e osservare, che Dio poi è buono quando tutto ci frana addosso, insomma che possiamo chiamarlo come quando brucia la casa e abbiamo bisogno dei pompieri. Tutto questo dimostra che sfortunatamente oggi l'uomo non conosce Dio. Conoscere non significa solo sapere qualcosa di una persona, bensì avere una relazione personale che comporta ed impegna tutta la sua persona. Il concetto biblico di conoscere è tanto profondo che lo  si dentifica alla intimità tra sposo e sposa. Questa ignoranza di Dio ci ha portati a non amarlo e, ancor più grave, a non sperimentare il suo amore nella nostra vita e questo è davvero tragico. Dio vuole avere una relazione di amore con tutti gli esseri umani e per questo motivo ha inviato suo Figlio fatto uomo come noi. Con Lui ha inizio un'avventura di amore, dunque l'importante è conoscerlo, ascoltarlo, farsi portare da lui. Questa esperienza è fondamentale nella vita umana, da non perdere mai.
mdeledda
commenti ¦ commenti (popup) ¦ Permalink ¦ categoria : catechesi

venerdì, 31 luglio 2009, ore 21:40

Che cosa è andato storto?

di Padre Giovanni Scalese,
da Senza peli sulla lingua (31/07/09)


Giorni fa Zenit ha pubblicato una recensione del libro di Ralph McInerny, Vaticano II - Che cosa è andato storto? (Fede & Cultura, Verona 2009), successivamente ripresa da altri siti. Siccome questo blog si è sempre interessato delle problematiche concernenti il Concilio Vaticano II, non posso ignorare tale pubblicazione. Premetto che non possiedo il volume, e perciò devo basarmi esclusivamente su quanto riportato nella suddetta recensione.

A quanto pare, la tesi dell’Autore, è che il problema non sta nel Concilio in quanto tale, ma nella sua interpretazione. E fin qui ci troviamo perfettamente d’accordo: penso che ormai tale distinzione possa considerarsi appurata. Secondo lui, il problema è nato nel 1968, anno in cui la contestazione non entrò solo nelle università, ma anche nella Chiesa, specialmente in concomitanza con la pubblicazione dell’Humanae vitae. Il rifiuto di tale enciclica, afferma McInerny, va al di là delle questioni di morale sessuale e si pone come contestazione globale dell’autorità del Papa e del Magistero. “Per McInerny, è questa confusione ed aperta ribellione culminata con l’opposizione alla Enciclica Humanae vitae che ha indebolito la Chiesa e generato la crisi di vocazioni e di perdita di fede”.

Molto probabilmente la domanda (non so se posta da McInerny o dall’autore della recensione, Antonio Gaspari) se l’attuale crisi della Chiesa vada ricondotta a cause esterne alla Chiesa stessa o sia una diretta conseguenza del Concilio non avrà mai una risposta. La storia non si fa con i “se”: non sapremo mai che cosa sarebbe avvenuto alla Chiesa se non ci fosse stato il Vaticano II. Quel che sappiamo è che il Concilio c’è stato; che in esso non si possono rinvenire veri e propri errori; al massimo, possiamo addebitargli qualche eccessiva illusione circa le “magnifiche sorti e progressive” del mondo moderno e qualche ambiguità nei suoi documenti. Ma sappiamo pure che, durante e soprattutto dopo il Concilio, si è diffuso nella Chiesa un forte dissenso, che ha provocato confusione e disorientamento nei fedeli. Non sarà dunque proprio questo dissenso la causa dell’attuale crisi della Chiesa? Non saprei dare una risposta definitiva. Mi sembra però che si tratti di una tesi degna della massima attenzione.

Anche perché — aggiungo io — se cosí fosse, il problema della crisi della Chiesa non potrebbe essere piú ricondotto al Concilio stesso (che anzi andrebbe rivalutato) e neppure soltanto alla corrente progressista, che ha interpretato a suo modo il Vaticano II (mettendo lo “spirito del Concilio” al di sopra del Concilio stesso), ma anche a coloro che hanno rifiutato il Concilio e contestato l’autorità pontificia da posizioni tradizionaliste (anche costoro hanno dato, oggettivamente, al di là delle loro intenzioni, un contributo al dissenso ecclesiale).

Io, almeno per il momento, sospendo qualsiasi giudizio; ma voi capite bene che assumendo la tesi di McInerny e portandola alle sue logiche conseguenze, cambia tutto. In ogni caso, mi pare che McInerny, con la sua tesi, si faccia interprete di quella che era la posizione di Paolo VI. Papa Montini, che, nonostante lo si dipinga spesso come Papa “progressista”, era perfettamente consapevole e “geloso” del proprio ruolo primaziale, ha sempre considerato il rifiuto del Vaticano II e delle riforme ad esso seguite (come la riforma liturgica) come un rifiuto dell’autorità della Chiesa (che nel Concilio si era manifestata) e di quella pontificia (che approvava ed emanava quelle riforme). I tradizionalisti hanno sempre descritto il loro atteggiamento come una reazione alla demolizione della Chiesa operata dalle forze progressiste; essi hanno sempre invocato lo “stato di necessità” come giustificazione di un’aperta opposizione alla legittima autorità della Chiesa. Non sta a me dire se tale posizione sia giusta o sbagliata. Dico solo (pur sapendo che la storia non si fa con i “se”): ma se invece di opporsi a Roma, ci si fosse tutti stretti intorno al Papa, le cose non sarebbero andate in modo diverso?
mdeledda
commenti ¦ commenti (popup) ¦ Permalink ¦ categoria : anticomunismo

venerdì, 31 luglio 2009, ore 21:34

Passa la pillola dell'aborto “obbligato”. Altro che moratoria...

da Il Sussidiario (31/07/2009)

Approvata quasi nella notte dal Consiglio di Amministrazione dell’Aifa la immissione in commercio della pillola abortiva, la Ru486. Poniamo alcune domande ad Assuntina Morresi, docente di Chimica Fisica all’Università di Perugia, componente del Comitato Nazionale di Bioetica, e soprattutto consulente del sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella, che si occupa di queste problematiche.

Dopo sei ore di riunione il CdA dell’Aifa ha approvato a maggioranza l’immissione in commercio della pillola abortiva Ru486. Quindi adesso le polemiche sono finite?
Veramente siamo solo all’inizio. Aspettiamo che l’Aifa renda pubblico tutto: il dossier sulle ventinove morti dopo la somministrazione di mifepristone che ha ricevuto dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, il carteggio in corso fra il Ministero e i tecnici Aifa, e soprattutto le motivazioni dei tecnici Aifa, che devono spiegare all’opinione pubblica perché ritengono che questo farmaco abortivo abbia tutti i requisiti di sicurezza per essere commercializzato. Aspettiamo poi dall’Aifa chiarimenti su come la somministrazione della pillola abortiva potrà essere resa compatibile con la legge 194 e con i pareri del Consiglio Superiore di sanità.

Quali sono i problemi di compatibilità con la legge?
Con il metodo farmacologico non è possibile prevedere quando avviene l’espulsione dell’embrione. Ma secondo la legge vigente, come pure secondo due pareri del Consiglio Superiore di Sanità, perché i rischi di aborto medico e chirurgico siano sovrapponibili, l’aborto deve essere completato in ospedale. Quindi le donne dovrebbero essere ricoverate da tre a quindici giorni, per rispettare la legge.

Infatti, da dichiarazioni di Bissoni, membro del CdA Aifa, si sa che la pillola verrà somministrata solo in ospedale, entro le sette settimane di gravidanza, in modo che le complicanze fra i due metodi siano sovrapponibili.
Interessante che lo dica proprio lui, l’assessore alla Sanità dell’Emilia Romagna.

Perché?
Perché in Emilia Romagna l’aborto medico, praticato dal 2005 importando direttamente dalla Francia la Ru486, avviene in regime di day hospital, e dall’ultima relazione al parlamento risulta che solo una donna su 563 è stata ricoverata in regime ordinario, nel 2007, con questa procedura abortiva. Evidentemente Bissoni ha cambiato opinione ieri sera durante il Consiglio di Amministrazione dell’Aifa, chiaramente ne sono lieta.

Nel comunicato dell’Aifa si legge che deve essere garantito il ricovero “dal momento dell'assunzione del farmaco sino alla certezza dell'avvenuta interruzione della gravidanza escludendo la possibilità che si verifichino successivi effetti teratogeni”. Che significa?
Credo che l’Aifa debba chiarire il significato di una affermazione che, se fosse confermata in questi termini, sarebbe gravissima.

Cioè?
I farmaci che si utilizzano per l’aborto medico – Ru486 e prostaglandina – possono essere teratogeni, cioè causare malformazioni all’embrione che sopravvivesse all’aborto. Poiché la procedura abortiva dura almeno quindici giorni, può succedere – sono fatti già accaduti e documentati – che in questo lungo periodo di tempo la donna ci ripensi, soprattutto quando la procedura fallisce e dopo quindici giorni l’embrione è ancora vivo, e decida di continuare la gravidanza. A quel punto, però, se ci ripensa corre il rischio di avere un figlio malformato. Per evitare questo, l’unica possibilità è ricorrere all’aborto chirurgico. Quindi, se venisse confermata alla lettera la frase del comunicato dell’Aifa, tutte le donne che iniziano una procedura abortiva medica non potrebbero ripensarci e sarebbero comunque obbligate ad abortire, per escludere la possibilità di eventi teratogeni. Mi aspetto chiarimenti in merito, mi auguro di aver interpretato male: a pochi giorni dall’approvazione in parlamento di una moratoria per gli aborti forzati, l’ Italia si troverebbe ad introdurre la possibilità di aborto forzato, addirittura per via amministrativa.

E adesso che intenzione ha il Ministero?
Innanzitutto, ripeto, tutto deve essere reso pubblico. Sapremo le modalità con cui Aifa ha licenziato il farmaco e l’intera procedura. Sicuramente continua lo scambio di pareri con i tecnici dell’Aifa. Noi avevamo inviato, insieme al dossier della Exelgyn con la segnalazione delle morti, diverse domande di chiarimento su alcuni punti. Le risposte sono state totalmente insoddisfacenti, quindi continueremo a chiedere chiarimenti.

Per esempio?
Non posso entrare nel dettaglio, le informazioni sono coperte da riserbo e non possiamo renderle pubbliche. Però posso dire che mentre i tecnici dell’Aifa dichiarano che già nel febbraio 2008 erano a conoscenza delle 29 morti da noi segnalate, dai loro verbali e dal materiale a nostra disposizione, risulta che fossero a conoscenza di un numero molto inferiore. Spero che innanzitutto questo punto sia chiarito.

Ma in caso di eventi avversi gravi o di complicanze per uso di questa procedura anziché di quella chirurgica, di chi sarà la responsabilità?
Innanzitutto di chi ha concesso l’autorizzazione alla commercializzazione di un farmaco pericoloso. E poi, eventualmente, di chi non avrà rispettato le disposizioni dell’Aifa.

***


Quando si banalizza la vita

di Monsignor Rino Fisichella*,
da L'Osservatore Romano (31/07/09)


C'è una triste tendenza che si sta imponendo poco alla volta in alcuni frammenti della cultura contemporanea: la banalizzazione. Dalla vita alla morte tutto sembra sottoposto a un mero processo semplificativo che tende a rinchiudere ogni cosa in un affare privato senza alcun riferimento agli altri. In questo modo, però, la coscienza si assopisce e diventa progressivamente incapace di giudizio serio e veritiero.
   
L'applicazione della pillola Ru486 a tecnica abortiva è stata una via di ripiego per recuperare i capitali investiti dopo la verifica del fallimento per la sperimentazione che era stata prefissata. Già questo "banale" particolare la dice lunga sullo scopo di alcune ricerche che vengono fatte nei laboratori. Dimenticare che la scienza e la ricerca tecnologica devono avere come loro primo scopo quello di promuovere la vita e la sua qualità comporta un inevitabile slittamento con la conseguenza di porre al primo posto la sete di guadagno e non la salvaguardia della natura. I proclami sulla neutralità della scienza rimbombano in alcuni momenti particolari con il solo scopo di accreditare un prodotto piuttosto che per ricordare il valore fondamentale che la ricerca possiede. Non si può divenire complici di queste situazioni, denunciate con coraggio da Benedetto XVI nella sua ultima enciclica Caritas in veritate, quando in gioco vi è la vita umana.
   
Fermarsi alla sola analisi del rapporto costi e benefici per introdurre nel mercato la Ru486 è una posizione molto pilatesca sulla quale si dovrà riflettere per non cadere in altrettante forme di ipocrisia. Dovrà pur esserci un'autorità in grado di considerare i gravi rischi a cui le donne sono sottoposte nel momento in cui fanno ricorso a questo farmaco. Come ci si può sottrarre davanti al fatto che troppi casi di morte si sono verificati dopo l'assunzione di questo trattamento? Come non considerare gli aspetti etici che questa pillola comporta? Come trascurare l'impatto che avrà sulle giovani generazioni di ragazze che ricorreranno sempre più facilmente a questo uso?
   
Gli interrogativi non sono affatto ovvi e obbligano a una risposta che si faccia carico di fornire argomenti per non rincorrere i soliti luoghi comuni. I sofismi, in questo caso, possono servire per una forma di personale soddisfazione, ma non convincono sulla drammaticità della situazione che deve essere affrontata. Inutile tergiversare. La Ru486 è una tecnica abortiva perché tende a sopprimere l'embrione da poco annidato nell'utero della madre. Che il ricorso all'uso di questa pillola sia meno traumatico che sottoporsi all'operazione è tutto da dimostrare. Il primo trauma nasce nel momento in cui non si vuole accettare la gravidanza ed è proprio qui che si deve intervenire per aiutare la donna a comprendere il valore della vita nascente. L'embrione non è un ammasso di cellule né un po' di muffa come qualcuno ha avuto l'ardire di definirlo; è vita umana vera e piena. Sopprimerla è una responsabilità che nessuno può permettersi di assumere senza conoscerne a fondo le conseguenze.
   
L'assunzione della Ru486, quindi, non rende meno traumatico l'aborto, solo lo rinchiude ancora di più nella solitudine del privato della donna e lo prolunga nel tempo. È necessario ribadire che quanti vi fanno ricorso stanno compiendo un atto abortivo diretto e deliberato; devono sapere delle conseguenze canoniche a cui vanno incontro, ma soprattutto devono essere coscienti della gravità oggettiva del loro gesto. L'aborto è un male in sé perché sopprime una vita umana; questa vita anche se visibile solo attraverso la macchina possiede la stessa dignità riservata a ogni persona. Il rispetto dovuto verso l'embrione non può essere da meno di quello riservato a ognuno che cammina per la strada e chiede di essere accolto per ciò che è:  una persona.
   
La Chiesa non può mai assistere in maniera passiva a quanto avviene nella società. È chiamata a rendere sempre presente quell'annuncio di vita che le permette di essere nel corso dei secoli segno tangibile del rispetto per la dignità della persona. Il cammino che si deve percorrere diventa in alcuni momenti più faticoso perché è difficile far comprendere che la via da seguire per mantenere il primato dell'etica non è quella di fornire con molta tranquillità una pillola, ma piuttosto quella di formare le coscienze. Questo compito è arduo perché comporta non solo l'impegno in prima persona, ma la capacità di farsi ascoltare e di essere credibile. La nostra opposizione a ogni tecnica abortiva è per affermare ogni giorno il "sì" alla vita con quanto essa comporta. Ciò significa ribadire il nostro richiamo all'urgenza educativa perché i giovani comprendano l'importanza di fare propri dei valori che permangono come patrimonio di cultura e di identità personale. Non potremo mai abituarci alla bellezza che la vita comporta dal suo primo istante in cui fa sentire di essere presente nel grembo di una madre fino al momento estremo in cui dovrà lasciare questo mondo.
   
Per questo motivo dinnanzi alla superficialità che spesso incombe permane immutato l'impegno per la formazione, così da cogliere giorno dopo giorno l'impegno per vivere la sessualità, l'affettività e l'amore con gioia e non con preoccupazione, ansia e angoscia.

*Arcivescovo presidente della Pontificia Accademia per la Vita

***


La pillola Ru486 è incompatibile con la legge sull'aborto

I dubbi di Eugenia Roccella sull'applicabilità del protocollo.

di Marco Bellizi,
da L'Osservatore Romano (31/07/09)


La commercializzazione della pillola abortiva Ru486 comporta forti dubbi di incompatibilità con la legge 194, che in Italia regola fra l'altro l'interruzione volontaria di gravidanza. E sembra contrastare con due pareri che il Consiglio superiore della sanità ha già espresso circa i rischi di somministrazione della pillola stessa. In tali pareri si affermava che i rischi per la salute della donna sono analoghi in caso di aborto chirurgico e di aborto chimico solo se in quest'ultimo caso viene garantito il ricovero ospedaliero. Circostanza praticamente impossibile da rispettare. Lo conferma a L'Osservatore Romano il sottosegretario al ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, Eugenia Roccella, che alla vigilia della decisione dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) di commercializzare la pillola aveva richiamato l'attenzione sulle 29 donne morte a seguito dell'assunzione della Ru486. Alle quali fra l'altro andrebbero aggiunte le altre due decedute dopo l'assunzione della seconda pillola, che, contenendo prostaglandina, induce gli spasmi della gravidanza e l'espulsione del feto. "Mi chiedo - dice il sottosegretario - come farà l'Aifa a garantire l'applicazione del protocollo. L'aborto attraverso la Ru486 è un metodo intrinsecamente domiciliare ed è difficile ricondurlo alla legge 194. Su questo punto chiederemo chiarimenti. Dove questa incompatibilità si è già verificata, come in Francia, alla fine la legge sull'aborto, che era molto simile a quella italiana, è stata modificata". In base al protocollo dell'Aifa si dovrebbe poter verificare dunque che la donna rimanga in ospedale per il periodo di tempo previsto. In alcune regioni italiane, come l'Emilia Romagna, la somministrazione della Ru486 avviene invece in day hospital. "E nel 90 per cento dei casi, da prassi, le donne vengono rimandate a casa", rivela il sottosegretario. È bene precisare che, una volta assunta la pillola, l'aborto può completarsi anche dopo 15 giorni. In qualche caso più raro anche oltre. E naturalmente in qualsiasi momento, a loro rischio, le donne possono firmare per uscire dall'ospedale.
   
L'aborto procurato con la pillola Ru486 non è, secondo le ricerche, meno invasivo dell'aborto chirurgico, né meno pericoloso. Anzi. Sempre più frequentemente all'assunzione della prima pillola e della prostaglandina fa seguito l'assunzione di routine di antibiotici, per l'insorgenza di infezioni maggiori, e di antidolorifici. C'è inoltre il rischio che la paziente, una volta a casa, possa sottovalutare la pericolosità dei sintomi che accusa.
   
Per le donne, sostanzialmente, si tratta di un passo indietro nella tutela della salute. Non a caso - spiega il sottosegretario Roccella, che nel 2006 ha pubblicato insieme con Assuntina Morresi il libro La favola dell'aborto facile - Miti e realtà della pillola Ru486 (Milano, Franco Angeli) - "le prime a battersi contro l'uso della Ru486 negli Stati Uniti sono state delle femministe".
   
E lo stesso accade in molte parti del mondo, anche in luoghi dove di solito non si accusa lo Stato di essere condizionato dalle autorità religiose. Critiche alla pillola abortiva si registrano in Australia. Movimenti femministi sono stati attivi in Germania e in Gran Bretagna (dove fra l'altro si sono registrati cinque dei 29 decessi dovuti alla Ru486).
   
Non si tratta, dunque, di uno scrupolo tutto italiano. In Italia, però - ricorda Roccella - "abbiamo dei buoni risultati riguardo al numero degli aborti, che è in calo. E sono in calo anche fra le minorenni. Ho i miei dubbi che la decisione dell'Aifa vada nella stessa direzione. Il pericolo che si voglia aprire con questa decisione un altro fronte, che ha come obiettivo la 194, c'è. La promozione della pillola è stata tutta politica, tutta basata sul fatto fra l'altro che si tratta di un metodo meno invasivo e meno doloroso, quando invece tutta la letteratura scientifica dimostra il contrario. Noi abbiamo fornito all'Aifa tutta la documentazione che ci aveva trasmesso la ditta produttrice affinché valutasse tutto. La risposta dell'agenzia non ci ha soddisfatto, perché rimangono delle zone oscure sulle quali continueremo a chiedere chiarimenti al comitato tecnico-scientifico. Però solo l'Aifa in presenza di novità può tornare sulle decisioni prese. E in base a quanto ci hanno risposto le 29 morti non erano per loro una novità".

***


Scomunica per chi la userà


di Diana Alfieri,
da Il Giornale (31/07/2009)


È un «veleno letale, non un farmaco»: è come l’aborto chirurgico, quindi un «peccato, un delitto» che comporta la scomunica della chiesa per chi la usa, la prescrive o partecipa a qualsiasi titolo «all'iter».

Il Vaticano torna all'attacco, proprio nel giorno dell'atteso pronunciamento dell'Agenzia del Farmaco, sulla Ru486, la pillola abortiva. E per voce di monsignor Giulio Sgreccia, emerito presidente dell’Accademia per la vita, auspica «un intervento da parte del governo e dei ministri competenti». Perché - spiega - non «è un farmaco, ma un veleno letale» che mina anche la vita delle madri, come dimostrano i 29 casi di decesso. La Ru486 - afferma Mons. Sgreccia - è uguale, come la Chiesa dice da tempo, all'aborto chirurgico: un «delitto e peccato in senso morale e giuridico» e quindi comporta la scomunica latae sententiae, ovvero automatica.

La posizione della Chiesa è sempre stata ferma sull'argomento: «L’aborto è sempre aborto, sia se fatto in clinica o in casa» e il Vaticano, anche nel documento Dignitas personae del dicembre 2008, «ha bocciato la pillola Ru486 a causa della sua intenzionalità abortiva», aveva sottolineato mesi fa il ministro della Sanità del Vaticano, cardinale Javier Lozano Barragan. Così come più volte sostenuto anche dal vicepresidente della Pontificia accademia per la vita, mons. Jean Laffitte, che all'inizio di quest'anno, quando si è riaperta la discussione per l'uso in Italia, aveva affermato che la cosiddetta «pillola del giorno dopo» non va usata nemmeno in caso di stupro.

Come dimostrato anche dal no della Santa Sede all'uso della pillola abortiva nel 1999 per le donne violentate durante la guerra del Kosovo, alle quali la pillola veniva fornita in un kit dell’Onu. O, più di recente, nelle dure prese di posizione della Chiesa nel 2005 quando a Torino nelle strutture pubbliche si iniziò l'uso sperimentale del farmaco. Un no ribadito con forza anche dai vescovi nel Consiglio episcopale permanente del gennaio scorso, quando il tema fu sollevato dal presidente, cardinal Angelo Bagnasco, proprio in apertura dei lavori: «Si è avuta notizia in queste settimane che sarebbe imminente il via libera alla circolazione della pillola Ru486», aveva detto il cardinale chiedendo ai responsabili politici di valutare bene anche i danni fisici, ormai «documentati», derivanti dall'assunzione di tale farmaco. Nel caso della «Ru486 - ha ribadito così ieri Monsignor Sgreccia - si tratta sempre di una seconda corsia per praticare l'aborto di cui non ci sarebbe bisogno a quanto riconoscono in tanti, anche non cattolici».

«Gli aborti - ha aggiunto - sono già troppi mentre i figli sono pochi e la pillola abortiva grava non solo sulla salute delle donne ma sull'intera società e il suo sviluppo».

Eppoi, ha aggiunto, «contrariamente a quello che si dice non riduce affatto né il dolore né la sofferenza per la donna così come non è vero che non ci sia rischio di vita, come dimostrano già le 29 vittime attestate». La pillola abortiva, del resto, può creare problemi di espulsione del feto, emorragie e può diventare una chimera di tutte coloro che non si vogliono presentare in ospedale preferendo il fai da te. Un pericolo per la salute della donna che tende a sottovalutare il rischio dell'assunzione di una pillola. Sulla cui sicurezza «persistono molte ombre» dice monsignor Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita che ha già avvertito le credenti: «L'uso della pillola comporta la scomunica per le donne che vi fanno ricorso così come per i medici che l'hanno prescritta perché la sua assunzione è analoga a tutti gli effetti all'aborto chirurgico».

***


Un oltraggio alla vita

di Francesco Ognibene,
da Avvenire (31/07/2009)

Adesso che la Ru486 – pur tra stringenti condizioni – ha ricevuto il lasciapassare di un organismo burocratico dello Stato per uccidere anche nei nostri ospedali, dopo aver seminato la morte in giro per il mondo, occorre essere lucidi e chiamare le cose con il loro nome. Cominciando con il dare a ciascuno il suo. Sulle spalle dell’Agenzia per il farmaco grava la prima responsabilità per un via libera del quale – tecnicamente e clinicamente – non si sentiva il bisogno.

Parliamo di quell’Aifa che, pur sapendo del "libro nero" della pillola abortiva dieci volte più pericolosa dell’aborto chirurgico e malgrado disponesse di un dossier dell’azienda produttrice che ammetteva 29 donne morte, ha mandato avanti la pratica come si trattasse di vagliare un callifugo, come non sapesse che si tratta di un farmaco abortivo – con tutte le delicatissime implicazioni del caso – di cui la stampa scientifica internazionale ha documentato la pericolosità. La pratica è rimbalzata tra un ufficio e l’altro, e alla fine un direttorio di tecnici (con la sola, meritoria eccezione di Romano Colozzi, unico contrario fino all’ultimo) ha di fatto modificato la legge 194, introducendo in Italia un nuovo modo di abortire. Il Consiglio d’amministrazione, fresco d’insediamento, alla sua seconda seduta non ha avuto il coraggio di opporsi all’ondata mediatica e alle pressioni politiche, tutte orientate a sponsorizzare l’adozione della Ru486 come "conquista di libertà" per le donne e adeguamento all’Europa, dalla quale non si capisce perché dobbiamo importare sempre e solo il peggio.

Dovrebbe indurre a riflettere che oggi esultino soprattutto i radicali, i quali si attribuiscono i discutibilissimi meriti di questo nuovo scempio contro la vita umana. Ecco dunque un’altra chiamata di correo, insieme politica e culturale (perché ogni strappo in materia bioetica finisce fatalmente per incidere sulla mentalità e il costume) che si affianca a precise e identificabili responsabilità in àmbito politico.

Se infatti una parte del governo si è battuta per non far entrare nei nostri ospedali pubblici e a spese dei contribuenti un farmaco che banalizza l’aborto trattandolo alla stregua di un malessere che passa con una pasticca, altre componenti non hanno fatto quello che dovevano e potevano. Non possiamo chiudere gli occhi, soprattutto adesso che una volta ancora la vita viene oltraggiata ferendo un Paese che mostra nel suo profondo di volerla, invece, onorare e servire.

No, l’Italia non si meritava la Ru486.



Collegamenti esterni:
Ecco coc'è la pillora abortiva (da Avvenire, 31/07/2009)
Le morti e i rischi, ecco ciò che l'AIFA non considerato (da Avvenire, 31/07/2009)

mdeledda
commenti (1)¦ commenti (1)(popup) ¦ Permalink ¦ categoria : attualità

giovedì, 30 luglio 2009, ore 22:39

La finta “tolleranza laica” ha manifestato il suo volto

di don Nicola Bux e don Salvatore Vitiello,
da Agenzia Fides (17 gennaio 2008)


Ora, sembra davvero che il re sia nudo. (E “re
è volontariamente minuscolo). La finta tolleranza laica ha manifestato il suo volto: i paladini dei diritti umani dovranno spiegare cosa sia la libertà di coscienza e di religione, persino rispetto alla lettera dei 138 musulmani, significativamente intitolata Una parola comune tra noi e voi.

Per parte nostra, intendiamo il dialogo come tempo impiegato per ascoltare l’altro, per capire bene chi sia, dove vada, in che cosa creda. L’ignoranza, invece, genera il pregiudizio e, a catena, la violenza. Se non ci si conosce, la paura nasce inevitabilmente e l’altro è visto come un pericolo, non certo come un fratello.

Il dialogo pare mostrarsi un’arma spuntata nelle mani di chi,
cattolico del dissenso, come si auto-definivano una volta, o adulto, come si dicono oggi, - che significa comunque sto a disagio nella Chiesa ma dovete ascoltare me e non il magistero - ha sostanzialmente perso il senso della propria identità.

Forse Benedetto XVI fa paura perché propone un vero dialogo universale - come ha mostrato a Regensburg - rivolgendosi davvero tutti: agli agnostici e agli scettici, agli ebrei e ai musulmani, ai cristiani secolarizzati.



Propone un “illuminismo autentico” mediante “un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa” al fine di attuare “un vero dialogo delle culture e delle religioni”.

In filosofia ed in teologia, ma nella stessa cultura in generale, necessitano di nuova comprensione sia il concetto di ragione sia quello di dialogo, visto che il Papa vi aggiunge ripetutamente l’attributo
vero. Finora si è ritenuto che avessero dignità di “dialogo” soltanto i meetings dove le differenze venivano attutite in nome di ciò che unisce. Qualcuno efficacemente ha detto che dai cattolici s’è finito per ritenere vera solo la verità dell’altro.

In verità, sia in certi ambienti teologici sia nella società italiana, non c’è piena convergenza sull’idea di ragione e di dialogo. È necessario, perciò, un lungo lavoro per cercare di convenire sui “fondamentali”, se s’intende favorire il rapporto corretto tra religione e spazio pubblico.

Dunque, cercheremo gli interlocutori tra i laici non credenti e quelli religiosi, che non rinuncino alla critica della propria fede o sistema di pensiero, ma amino “pensare e far pensare”: questo fa “camminare il pensiero” e lo cambia.

Perciò non avremo paura del confronto all’interno della Chiesa e all’esterno, anche con quanti sono, pertinacemente ed irresponsabilmente, fautori di confusione.

Lo faremo sotto la guida dell’amato Santo Padre Benedetto XVI, che a Monaco il 10 settembre 2006, nell’omelia della Celebrazione Eucaristica, sulla scia del “non abbiate paura di Cristo” di Giovanni Paolo II, ha ribadito: «La nostra fede non la imponiamo a nessuno […]. La fede può svilupparsi soltanto nella libertà. Ma è la libertà degli uomini alla quale facciamo appello di aprirsi a Dio, di cercarlo, di prestargli ascolto». Chi ha orecchi per intendere, intenda.
mdeledda
commenti ¦ commenti (popup) ¦ Permalink ¦ categoria : teologia

giovedì, 30 luglio 2009, ore 22:31

Sull'aborto negli Stati Uniti dibattito in Congresso e in rete

Bocciato alla Camera un emendamento dei pro-life che intanto si mobilitano.

da L'Osservatore Romano (30/07/2009)

Un tentativo di evitare che i fondi per la famiglia negli Stati Uniti vadano ai programmi di controllo delle nascite è stato bocciato dalla House of Representatives. L'emendamento al Labor, Health and human services and Education appropriations bill per l'anno fiscale 2010 - provvedimento questo in seguito approvato - era stato presentato dal repubblicano Mike Pence: "Il più grande fornitore di aborti in America non dovrebbe anche essere il più grande beneficiato dei fondi federali", ha detto Pence riferendosi al Planned Parenthood of America, il programma nazionale per la pianificazione familiare, dicendosi convinto di condividere tale convinzione con la maggioranza degli americani. "È giunto il momento - ha aggiunto - di negare qualsiasi fondo federale" al programma.

Dal punto di vista legislativo è il Public Health Services Act a finanziare con contributi federali i programmi per la pianificazione familiare e i relativi servizi di assistenza sanitaria preventiva. I fondi vengono rubricati sotto il Title X, una voce quindi che non contiene definizioni esplicite riguardo ai servizi cui tali fondi sono destinati. La legge in vigore, però, e i regolamenti relativi, proibiscono l'uso dei fondi ricevuti sotto il Title X per finanziare direttamente l'aborto. Secondo i critici, come Pence, "non c'è dubbio che i soldi che Planned Parenthood riceve dal governo federale per i suoi costi operativi liberino altre risorse che possono essere usate per fornire o promuovere l'aborto attraverso le cliniche abortive. Il buon senso ci dice che non può che essere così".

A favore dell'emendamento Pence si era espressa anche la repubblicana Chris Smith, cattolica, copresidente del Congressional Pro-Life Caucus: "Milioni di bambini oggi vivono grazie al fatto che i fondi pubblici non sono stati disponibili per finanziare la loro morte", ha detto Smith. Ciononostante, "Planned Parenthood cerca aggressivamente di ottenere fondi dei contribuenti per l'aborto... È ora di capire il danno irreversibile che il Planned Parenthood sta facendo ai bambini americani, nati e nascituri".

Il dibattito sulla necessità di evitare che il finanziamento pubblico alla sanità finisca per promuovere indirettamente l'aborto non è appannaggio solo degli esponenti del partito repubblicano. Nelle fila dei pro-life figurano infatti anche diversi democratici, raggruppati nei Democrats for Life, il cui direttore esecutivo è Kristen Day, la quale nei giorni scorsi ha preso parte all'iniziativa via internet che ha chiamato a raccolta circa 36.000 persone. Attraverso la rete i partecipanti sono stati sollecitati a diffondere la loro posizione circa la futura riforma del sistema sanitario e a interpellare i loro rappresentanti al Congresso e l'amministrazione a Washington seguendo un iter spiegato in un apposito sito on line dal nome inequivocabile: Stop The Abortion Mandate. I promotori condividono il timore che la riforma divenga il più importante provvedimento a favore dell'aborto dai tempi della sentenza Roe v. Wade.

***

I vescovi canadesi contrari alla legge su eutanasia e suicidio assistito

Il presidente della Conferenza episcopale invita i cattolici a mobilitarsi.

da L'Osservatore Romano (30/07/2009)

È urgente che i cattolici canadesi si mobilitino contro le proposte di legge tese a introdurre l'eutanasia e il suicidio assistito:  in una lettera, scritta nei giorni scorsi e indirizzata ai presuli del Paese, l'arcivescovo di Winnipeg, Vernon James Weisgerber, presidente della Conferenza dei vescovi cattolici del Canada (CECC), invita le comunità cattoliche a esprimere il loro punto di vista sulla questione direttamente ai membri del Parlamento. "L'eutanasia e il suicidio assistito - afferma Weisgerber - sono le antitesi di ciò che dovrebbe stare al centro della civiltà umana: fiducia, stima, partecipazione e solidarietà, basati sul rispetto di ogni vita umana".

Secondo il presidente della CECC, i cattolici dovrebbero informarsi sull'argomento e aggregarsi ai gruppi e alle associazioni di altre confessioni per unire gli sforzi e cambiare la legge. Il presule - riferisce Catholic News - sottolinea l'urgenza del problema, alla luce del progetto di legge in Parlamento che emenderebbe il codice penale canadese legalizzando il suicidio assistito e l'eutanasia. "Questo dibattito deve essere condotto seriamente", ha detto l'arcivescovo rimarcando che, nei riguardi di un tema così delicato, sembra emergere nei media e nell'opinione pubblica "una tolleranza crescente".

La Conferenza dei vescovi cattolici del Canada ha spedito via e-mail, a ogni diocesi, degli inserti del bollettino parrocchiale redatti dall'organizzazione cattolica "Vita e famiglia". Nelle mail sono inclusi altri documenti che spiegano la posizione della Chiesa. "Abbiamo bisogno di chiarire ciò che l'eutanasia è e ciò che l'eutanasia non è", dichiara il presidente di "Vita e famiglia", Michele Boulva, secondo la quale "non dobbiamo prenderci in giro" in quanto "l'eutanasia va di pari passo con il suicidio assistito". Per Boulva "la legalizzazione dell'eutanasia e del suicidio assistito non si occupa di autonomia, dignità e libera scelta. Essa vuole dare ad alcuni di noi il diritto di uccidere gli altri".

Gettando benzina sul fuoco delle polemiche, il Collegio dei medici del Québec ha creato una "task force etica" per indagare se, in alcune circostanze, l'eutanasia possa essere appropriata. Nuovi spunti - riferisce ancora Catholic News - contribuiscono a confondere la distinzione fra uccisione intenzionale e accorciamento non intenzionale della vita del paziente attraverso dosi crescenti di farmaci anti-dolorifici. Secondo il presidente di "Vita e famiglia", occorre combattere questa confusione: "L'eutanasia non può mai essere considerata una cura - afferma Michele Boulva - essa è un omicidio". E c'è differenza, spiega, fra l'accorciare la vita di qualcuno, incidentalmente, con dosi crescenti di anti-dolorifici sotto stretto controllo medico e dare deliberatamente a qualcuno una dose letale di narcotico: "Con l'eutanasia - conclude - si darebbe al paziente una dose mortale di morfina, ad esempio, con l'intenzione di causare il suo decesso. L'intenzione è qui l'elemento-chiave".
mdeledda
commenti ¦ commenti (popup) ¦ Permalink ¦ categoria : attualità

giovedì, 30 luglio 2009, ore 22:17

Maria e l’identità nazionale

Spesso all’origine dell’identità nazionale di molti Stati ci sono dei santuari che sono stati collegati con l’acquisto o il recupero dell’indipendenza. Ma il fatto che Maria sia a favore di qualcuno non significa mai che sia contro qualche altro.

di Domenico Marcucci,
da Madre di Dio (03/2008)


È  con una certa riluttanza che mi accingo a parlare di questo tema, dato che i nazionalismi hanno sempre prodotto e producono mali senza numero: basta pensare agli orrori dell’ultima crisi balcanica. Ma pure ci troviamo davanti a un tema molto significativo del culto mariano, per cui non possiamo non parlarne, dato che all’origine dell’identità nazionale di molti Stati, sia dell’Europa che degli altri continenti, ci sono dei santuari che sono stati collegati spesso in molto diretto con l’acquisto o il recupero dell’indipendenza.

Parlando di questo tema, ci si imbatte inevitabilmente con il santuario di Czestochowa (Polonia), tanto caro a Giovanni Paolo II di venerata memoria: nella sua prima visita in patria come Papa, egli ha pronunciato una frase estremamente significativa circa il significato di tale santuario: «In questo luogo ci siamo sentiti sempre liberi». Il Papa si riferiva senz’altro all’evento centrale dell’epopea polacca, quando, nel 1655, la nazione era quasi interamente occupata dall’esercito svedese – protestante – eccetto la fortezza di Czestochowa con al centro il santuario: è l’epoca del “diluvio”. È noto che dalla resistenza vittoriosa di tale fortezza al nemico risorse lo spirito polacco, per cui in pochi mesi i nemici sono stati cacciati dal suolo nazionale; per tale motivo, da allora in poi, la Vergine Maria sarà, anche ufficialmente, «Regina» della Polonia.


La Vergine del Pilar protegge l’impresa di Colombo.

Ma il Papa si riferiva anche ai periodi in cui la Polonia era occupata dai nemici, in particolare dai russi (dalla fine del secolo XVIII al 1917), dai nazisti (durante la Seconda guerra mondiale) e dai comunisti (fino al 1989). Anche allora nel santuario di Czestochowa ogni polacco si sentiva libero ed era certo che nessuno avrebbe osato toccare il santuario. Questo lo sapevano bene anche gli occupanti: lo zar di Russia aveva tentato un gesto simbolico per fiaccare la resistenza polacca alla “russificazione”, facendo radere al suolo le mura attorno al santuario, ma la reazione popolare fu tale che egli pensò bene di far riedificare tali mura a proprie spese. Similmente i nazisti, e a loro volta i comunisti, non osarono toccare il santuario, che ha conservo tutti i suoi preziosissimi ex voto e le memorie più care della storia patria.

Invocata come “Muro incrollabile”
Ma il tema della protezione di Maria nei confronti della propria nazione è antico ed era particolarmente sentito a Costantinopoli; ne fa fede il celebre inno Akathistos, che si vuole composto nel 619 per celebrare la vittoria contro gli Avari sotto le mura di Costantinopoli e in particolare nell’angolo nord-orientale, corrispondente al santuario mariano di Blachernes. Nel finale del canto così viene invocata la Vergine Maria: «Ave, diadema prezioso dei santi sovrani. / Ave, dei pii sacerdoti tu nobile vanto. / Ave, tu sei per la Chiesa qual torre possente. / Ave, tu sei per l’impero qual forte muraglia. / Ave, per te innalziamo trofei. / Ave, per te cadono vinti i nemici». Pur nell’ispirazione poetica e religiosa, i temi nazionalistici erano fortissimi.

Dicevamo del santuario di Blachernes, che si trovava nel punto più esposto delle pur solidissime mura di Costantinopoli. L’immagine che si venerava in quella chiesa, popolarissima, era chiamata «Muro incrollabile» (che fa eco alla «forte muraglia» dell’inno Akathistos); essa era sentita, quindi, come la difesa più sicura contro i nemici. Una copia di tale icona, intorno al Mille, è stata eseguita in mosaico nella cattedrale di Santa Sofia di Kiev; essa si conserva ancora ed è tuttora invocata come «Muro incrollabile».

È interessante notare come la convinzione di essere difesi da parte di Maria non venga scalfita dalle “controindicazioni” della storia: Costantinopoli è stata occupata e totalmente depredata dai crociati e dai veneziani nel 1205; nel 1453, poi, è caduta, definitivamente, sotto il dominio turco. Un autore contemporaneo immagina la Vergine in pianto alla vista dello scempio della città e così la consola: «Guarda in silenzio, non piangere, o Nostra Signora, non spendere lacrime inutili. Fra qualche anno, in breve tempo, saremo nuovamente liberi». Ma sappiamo che Costantinopoli è diventata Istanbul, la capitale dell’impero turco, con una presenza cristiana ridotta a poca cosa.


Giovanni Paolo II davanti all’immagine
della Madonna nera di Czestochowa.


Dalla parte di chi è oppresso
In Spagna non possiamo non ricordare il santuario del Pilar di Saragozza: nel 1798 Napoleone dovette impiegare sei mesi di tempo e sacrificare ben 60.000 soldati, tra morti e feriti, sotto le mura della città, per avere ragione di un esercito fatto di vecchi, donne e bambini, fieri di combattere sotto le bandiere della loro celeste «Capitana». Sia per questo ricordo tragico e glorioso a un tempo, sia perché la scoperta dell’America e avvenuta nel giorno della sua festa (12 ottobre), la Vergine del Pilar è la Patrona della hispanidad, dello spirito spagnolo, di cui fanno parte anche le colonie di lingua e cultura spagnola.

Il 1800 è l’epoca in cui molti dei popoli europei e latino-americani hanno ottenuto l’indipendenza. Quasi ognuno di essi ha qualche santuario mariano legato a tali eventi: la Grecia ha la Beata Vergine Evanghelistria (dell’Annunciazione), la cui immagine fu rinvenuta nel 1824, nel pieno della lotta contro i turchi; precedentemente, nel 1821, i rivoluzionari si erano legati con giuramento in un santuario mariano del Peloponneso.

In Argentina l’eroe nazionale, il generale José de San Martin, mise la sua impresa sotto la protezione della Madonna di Lujan; in Cile il capo dei rivoluzionari, don Bernardo d’Higgins, nel 1816, assieme agli ufficiali e ai soldati, prima di intraprendere la lotta, si consacrarono alla Madonna del Carmine e fecero voto di erigerle un santuario; questo sarà poi costruito in questi ultimi anni, in proporzioni grandiose, a Maipù.

In Uruguay, una delle nazioni più laicizzate che si conoscano, si venera la Madonna “dei Trentatré”: il numero sta a indicare il gruppo di nazionalisti (trentatré appunto) che si erano legati in giuramento in un santuario mariano, prima di iniziare la lotta contro la dominazione spagnola.


Madonna di Kazan (icona russa, secolo XIX).

Nulla di simile è avvenuto in Italia: questo dipende dal fatto che la nostra nazione si è formata in un clima di anticlericalismo, dovuto anche alla presenza dello Stato pontificio.

Si potrebbe continuare molto a lungo parlando della presenza di Maria, o quanto meno della devozione verso di lei, nella formazione degli Stati nazionali e magari anche nelle lotte tra uno Stato e un altro, una cultura e un’altra. A titolo di curiosità riferiamo che spesso i ruoli degli oppressi e degli oppressori si ribaltano: poco prima del “diluvio” polacco, ossia l’invasione degli svedesi, i polacchi stessi avevano invaso la Russia e questa ha attribuito la sua liberazione all’intercessione della Madonna di Kazan, che poi diverrà il “palladio” della nazione anche al tempo dell’invasione napoleonica.

Maria Santissima, ovviamente, ha ben altri mezzi rispetto a noi per distinguere fra oppressi e oppressori, fra giusta aspirazione alla libertà e orgoglio nazionale. Ella sta dalla parte di chi soffre, sempre, senza guardare a bandiere o a ideologie, e sa anche correre il rischio di essere strumentalizzata e innalzata come bandiera contro altri. Ma tutti sanno e molto bene – eccetto coloro che sono in mala fede – che se Maria è a favore di qualcuno, questo non significa mai che sia contro qualche altro.
mdeledda
commenti ¦ commenti (popup) ¦ Permalink ¦ categoria : catechesi

giovedì, 30 luglio 2009, ore 22:06

«Per quale motivo scrivere un diario? Per raccontare fatti ed emozioni».

di Bruno Volpe,
da Pontifex Roma (30/07/09)

La casa dove vive in UliKa Braksa, in pieno centro di Cracovia, non fa pensare sicuramente ad una miliardaria o benestante. Ottantotto anni ben portati e lucida. «Guardi, se pubblica qualcosa di me falsa la porto dal giudie», fa sulle prime la dottoressa Wanda Poltawska, suo malgrado protagonista di una storia legata ad libro di lettere e corrispondenza intercorsi con Giovanni Paolo II. Poi aggiunge: «Quello che avevo da dire lo ho dichiarato a padre Adam Bonieky, un galantuomo». E aggiunge un tocco di veleno: «Oggi tutti vogliono parlare con me, ma io non sono mica la Polonia, mi lascino in pace. Molto si deve al lavoro di alcuni suoi colleghi che mi hanno attribuito cose in eccesso, ecco per quale motivo oggi mi chiudo».

Va bene, ma almeno discutiamo del suo libro diario, “E ho paura dei miei sogni”.
Ma scusi, lo legga prima e poi mi dica.

Poi piano piano, sempre sulla difensiva, si lascia andare: «Le dico che oggi ho ottantotto anni, sono contenta di averli vissuti in questo modo e mi considero viva per miracolo, quando in un campo di concentramento mi gettarono viva tra i morti. Solo quelli che hanno vissuto certe esperienze possono parlare, possono difendere la vita che sempre merita rispetto».

Ecco, la vita.
Oggi, non solo in Polonia, ma certamente anche in Italia, correnti secolari e libertarie vanno contro la difesa della stessa, la attacano, la vilipendono. Bisogna cercare di mettere un freno a queste cose.

Poi una stoccata: «Lei appartiene alla Italia, ma conosce davvero la storia della sua Patria? Chi a volte tende a giustificare cose atroci contro il senso della vita spesso ignora il suo passato, anche la storia stessa della cara Polonia».

Insomma, per quale motivo ha scritto un diario?
Ma scusi, un diario oggi lo fanno tutti. Nel diario si riportano per ricordarli e meditarli, fatti e situazioni della nostra vita. Io mi ritengo soddisfatta di come ho vissuto sin qui.

Ad un certo punto fa irruzione nel salottino con pavimento in parquet il marito, un gentile signore alto e magro. La vulcanica dottoressa esclama: «Io non ce la faccio a cacciarlo via, provaci tu».

E poi un goccio di cianuro sulla categoria dei giornalisti: «Guardi, io non ho nulla di personale con lei, ma la avverto che se leggo cose inventate vado dritto dal giudice. Su di me, specie in internet, ne hanno dette di tutti i colori inventando spesso storie che non esistono specie sul caso di Padre Pio. Hanno persino detto che mio marito si considera un miliardario americano e che giriamo o giravamo con una vettura della Santa Sede: bugie. Pensi che una volta mi sono persina rivolta ad un avvocato, ma mi ha sconsigliato di fare causa al giornale, tanto la vincono sempre quelli della stampa».

Ma per quale motivo oggi si trova nelle polemiche?
Le ho detto che di questo non parlo, basta leggersi la mia intervista a padre Adam alla quale mi riporto. Mi cercano tutti, poi ognuno aggiunge a suo gusto un pezzetto. Allora parlo solo di cose generali come appunto la mia azione in difesa della vita. Anche per questo sono a Gubbio in Italia con il cardinal Cafarra a febbbraio prossimo e poi a Roma, dove ancora conservo molti amici. In quanto alle famose lettere di Giovanni Paolo II mi limito a dire che un'intervista ad una giornale italiano ha causato molte incomprensioni e da allora ho detto basta. Quindi limitiamo il discorso al diario.

Poi fa un accenno involontario a  Giovanni Paolo II: «La grammatica polacca, caro amico, mi sembra simile a quella latina. Ma come diceva Papa Giovanni Paolo II, basta sapere e parlare sette lingue, chi le parla, prima o poi le comprende tutte. Mi raccomando, ma non mi faccia aggiungere cose mai affermate. Altrimenti la querelo. Le assicuro che non ho una macchina vaticana e non la ho mai avuta».
mdeledda
commenti ¦ commenti (popup) ¦ Permalink ¦ categoria : attualità