sabato, 30 maggio 2009, ore 22:43

GESÙ NON È UN DIO LONTANO

INCONTRO CON I RAGAZZI DELLA PONTIFICIA OPERA DELL'INFANZIA MISSIONARIA

Aula Paolo VI,
sabato 30 maggio 2009


   
Mi chiamo Anna Filippone, ho dodici anni, sono ministrante, vengo dalla Calabria, diocesi di Oppido Mamertina-Palmi. Papa Benedetto, il mio amico Giovanni ha il babbo italiano e la madre ecuadoriana ed è molto felice. Pensi che le diverse culture un giorno potranno vivere senza litigare nel nome di Gesù?
Ho capito che volete sapere come noi, da bambini, abbiamo fatto ad aiutarci reciprocamente. Devo dire che ho vissuto gli anni della scuola elementare in un piccolo paese di 400 abitanti, molto lontano dai grandi centri. Eravamo quindi un po' ingenui e in questo paese c'erano, da una parte, agricoltori molto ricchi e anche altri meno ricchi ma benestanti, e, dall'altra, poveri impiegati, artigiani. La nostra famiglia poco prima dell'inizio della scuola elementare era arrivata in questo paese da un altro paese, quindi eravamo un po' stranieri per loro, anche il dialetto era diverso. In questa scuola, quindi, si riflettevano situazioni sociali molto diverse. Vi era tuttavia una bella comunione tra di noi. Mi hanno insegnato il loro dialetto, che io non conoscevo ancora. Abbiamo collaborato bene e, devo dire, qualche volta naturalmente anche litigato, ma dopo ci siamo riconciliati e abbiamo dimenticato quanto era avvenuto. Questo mi sembra importante. Qualche volta nella vita umana sembra inevitabile litigare; ma importante resta, comunque, l'arte di riconciliarsi, il perdono, il ricominciare di nuovo e non lasciare amarezza nell'anima. Con gratitudine mi ricordo di come tutti abbiamo collaborato: uno aiutava l'altro e andavamo insieme sulla nostra strada. Tutti eravamo cattolici, e questo era naturalmente un grande aiuto. Così abbiamo imparato insieme a conoscere la Bibbia, cominciando dalla creazione fino al sacrificio di Gesù sulla croce, e poi anche gli inizi della Chiesa. Abbiamo imparato insieme il catechismo, abbiamo imparato insieme a pregare, ci siamo insieme preparati per la prima confessione, per la prima comunione: quello fu un giorno splendido. Abbiamo capito che Gesù stesso viene da noi e che Lui non è un Dio lontano: entra nella mia propria vita, nella mia propria anima. E se lo stesso Gesù entra in ognuno di noi, noi siamo fratelli, sorelle, amici e dobbiamo quindi comportarci come tali. Per noi, questa preparazione sia alla prima confessione come purificazione della nostra coscienza, della nostra vita, e poi anche alla prima comunione come incontro concreto con Gesù che viene da me, che viene da noi tutti, sono stati fattori che hanno contribuito a formare la nostra comunità. Ci hanno aiutato ad andare insieme, a imparare insieme a riconciliarci quando era necessario. Abbiamo fatto anche piccoli spettacoli: è importante anche collaborare, avere attenzione l'uno per l'altro. Poi a otto o nove anni mi sono fatto chierichetto. In quel tempo non c'erano ancora le chierichette, ma le ragazze leggevano meglio di noi. Esse quindi leggevano le letture della liturgia, noi facevamo i chierichetti. In quel tempo erano ancora molti i testi latini da imparare, così ognuno ha avuto la sua parte di fatica da fare. Come ho detto, non eravamo santi: abbiamo avuto i nostri litigi, ma tuttavia c'era una bella comunione, dove le distinzioni tra ricchi e poveri, tra intelligenti e meno intelligenti non contavano. Era la comunione con Gesù nel cammino della fede comune e nella responsabilità comune, nei giochi, nel lavoro comune. Abbiamo trovato la capacità di vivere insieme, di essere amici, e benché dal 1937, cioè da più di settanta anni, non sia più stato in quel paese, siamo restati ancora amici. Quindi abbiamo imparato ad accettarci l'un l'altro, a portare il peso l'uno dell'altro. Questo mi sembra importante: nonostante le nostre debolezze ci accettiamo e con Gesù Cristo, con la Chiesa troviamo insieme la strada della pace e impariamo a vivere bene.

Mi chiamo Letizia e ti volevo fare una domanda. Caro Papa Benedetto XVI, cosa voleva dire per te quando eri ragazzo il motto: “I bambini aiutano i bambini”? Avresti mai pensato di diventare Papa?
A dire la verità, non avrei mai pensato di diventare Papa, perché, come ho già detto, sono stato un ragazzo abbastanza ingenuo in un piccolo paese molto lontano dai centri, nella provincia dimenticata. Eravamo felici di essere in questa provincia e non pensavamo ad altre cose. Naturalmente abbiamo conosciuto, venerato e amato il Papa - era Pio XI - ma per noi era a un'altezza irraggiungibile, un altro mondo quasi: un nostro padre, ma tuttavia una realtà molto superiore a tutti noi. E devo dire che ancora oggi ho difficoltà a capire come il Signore abbia potuto pensare a me, destinare me a questo ministero. Ma lo accetto dalle sue mani, anche se è una cosa sorprendente e mi sembra molto oltre le mie forze. Ma il Signore mi aiuta.

Caro Papa Benedetto, io sono Alessandro. Volevo chiederti: tu sei il primo missionario, noi ragazzi come possiamo aiutarti ad annunciare il Vangelo?
Direi che un primo modo è questo: collaborare con la Pontificia Opera dell'Infanzia Missionaria. Così siete parte di una grande famiglia, che porta avanti il Vangelo nel mondo. Così appartenete a una grande rete. Vediamo qui come si rispecchia la famiglia dei popoli diversi. Voi state in questa grande famiglia: ognuno fa la sua parte e insieme siete missionari, portatori dell'opera missionaria della Chiesa. Avete un bel programma, indicato dalla vostra portavoce: ascoltare, pregare, conoscere, condividere, solidarizzare. Questi sono gli elementi essenziali che realmente sono un modo di essere missionario, di portare avanti la crescita della Chiesa e la presenza del Vangelo nel mondo. Vorrei sottolineare alcuni di questi punti. Anzitutto, pregare. La preghiera è una realtà: Dio ci ascolta e, quando preghiamo, Dio entra nella nostra vita, diventa presente tra di noi, operante. Pregare è una cosa molto importante, che può cambiare il mondo, perché rende presente la forza di Dio. Ed è importante aiutarsi nel pregare: preghiamo insieme nella liturgia, preghiamo insieme nella famiglia. E qui direi che è importante cominciare la giornata con una piccola preghiera e poi anche finire il giorno con una piccola preghiera: ricordare i genitori nella preghiera. Pregare prima del pranzo, prima della cena, e in occasione della comune celebrazione della domenica. Una domenica senza la messa, la grande preghiera comune della Chiesa, non è una vera domenica: manca proprio il cuore della domenica e così anche la luce per la settimana. E potete aiutare anche gli altri - specialmente quando forse a casa non si prega, non si conosce la preghiera - insegnare agli altri a pregare: pregare con loro e così introdurre gli altri nella comunione con Dio. Poi, ascoltare, cioè imparare realmente che cosa ci dice Gesù. Inoltre, conoscere la Sacra Scrittura, la Bibbia. Nella storia di Gesù impariamo - come ha detto il Cardinale - il volto di Dio, impariamo come è Dio. È importante conoscere Gesù profondamente, personalmente. Così egli entra nella nostra vita e, tramite la nostra vita, entra nel mondo. E anche condividere, non volere le cose solo per se stessi, ma per tutti; dividere con gli altri. E se vediamo un altro che forse ha bisogno, che è meno dotato, dobbiamo aiutarlo e così rendere presente l'amore di Dio senza grandi parole, nel nostro personale piccolo mondo, che fa parte del grande mondo. E così diventiamo insieme una famiglia, dove uno ha rispetto per l'altro: sopportare l'altro nella sua alterità, accettare proprio anche gli antipatici, non lasciare che uno sia marginalizzato, ma aiutarlo a inserirsi nella comunità. Tutto questo vuol dire semplicemente vivere in questa grande famiglia della Chiesa, in questa grande famiglia missionaria. Vivere i punti essenziali come la condivisione, la conoscenza di Gesù, la preghiera, l'ascolto reciproco e la solidarietà è un'opera missionaria, perché aiuta a far sì che il Vangelo diventi realtà nel nostro mondo.



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mdeledda
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sabato, 30 maggio 2009, ore 22:21

Anche nel 1950, in occasione del Giubileo, il Giro d'Italia terminò a Roma

Pio XII tifava Bartali, ma vinse il calvinista Koblet

Domenica 31 maggio 2009 si conclude a Roma l'edizione del centenario del Giro d'Italia. Nell'occasione pubblichiamo un breve estratto dal libro “L'Italia del Giro d'Italia” (Bologna, il Mulino, 2009, pagine 295, euro 12).

di Daniele Marchesini,
da L'Osservatore Romano (30/05/09)


La rivalità sportiva inizia subito nel 1946. Coppi si aggiudica la Milano-Sanremo e Bartali il Giro della rinascita. L'anno seguente le parti si invertono. Per di più la Legnano non è più la squadra di entrambi, come nel Giro d'Italia del 1940, poiché Coppi riprende l'attività correndo con i colori della Bianchi alla quale resterà fedele per dieci anni senza interruzioni. Su questo antagonismo, all'origine tutto sportivo, si innesta ben presto una dimensione politica e anche culturale.
   
L'iniziativa in grande stile è del mondo cattolico il quale, trovato nel Pontefice il più autorevole dei riferimenti, rapidamente si avvia a diventare egemone nella società del dopoguerra sottolineando, tra l'altro, le finalità educative e morali dello sport. Secondo le indicazioni di Pio XII, contenute nel lungo discorso che egli rivolge ai dirigenti del Centro sportivo italiano e a diecimila sportivi romani già il 20 maggio 1945, esso «può e deve essere al servizio di Dio».
   
Questa situazione che vede da una parte Luigi Gedda, presidente della Gioventù italiana di azione cattolica e futuro organizzatore dei comitati civici, giocare un ruolo fondamentale nel definire la strategia cattolica in materia di sport, dall'altra un giovane dell'ambiente cattolico democratico lombardo ruotante intorno a Giuseppe Lazzati - Vincenzo Torriani - approdare alla Gazzetta dello Sport (del cui "affitto" la curia milanese si è fatta appena promotrice a vantaggio del gruppo finanziario di Giuseppe Vismara) come responsabile dell'organizzazione del Giro in sostituzione del vecchio Armando Cougnet, questa situazione si combina perfettamente con il rapido ritorno alla ribalta del grande ciclismo grazie alla corsa a tappe italiana.
   
Il Papa mostra infatti un'attenzione particolare verso il mondo delle due ruote e la manifestazione organizzata dalla Gazzetta, cui accorda ben tre udienze nello spazio di sei anni, tra il 1946 e il 1952.
   
Si comincia il 27 giugno 1946, con la benedizione ai girini in partenza per la tappa Roma-Perugia: «Vorremmo... rilevare come lo sport della corsa merita una speciale considerazione, sia in se stesso, sia per il suo valore di simbolo... come elevata e fulgida è la realtà di cui questo sport è simbolo! Nella corsa verso la vita e la gloria eterna, voi lottate non per guadagnare un premio corruttibile o che può passare ad altre mani, ma con la speranza di una corona imperitura, che non espone nessuno di voi alla delusione di non essere il migliore, purché osserviate le leggi di questa sublime gara dello spirito e non vi lasciate arrestare da nessuna stanchezza e da nessun inciampo prima di avere toccato la meta. Andate dunque al sole radioso d'Italia... Andate, o prodi corridori della corsa terrena e della corsa eterna».
   
Due anni dopo, il 13 ottobre 1948, nell'accendere la lampada votiva offerta dai corridori italiani alla Madonna del Ghisallo - famosa salita di tanti Giri d'Italia e di Lombardia - loro patrona, il Pontefice esalta nuovamente l'esercizio dello sport secondo la «illuminatrice e salvatrice idea cattolica», e il valore della corsa tutta speciale che si arresterà solo «ai piedi della Madre di Dio e Madre nostra, la quale vi condurrà fino al Cuore di Gesù: per Mariam ad Jesum!».
   
Nel 1950, Anno santo, il Giro si conclude a Roma e si ha l'ennesima prova dell'attenzione con cui Pio XII guarda ad uno sport nel quale emerge un cattolico di provata fede come Bartali.
   
Il Papa riceve nuovamente in udienza speciale i corridori. Perfetto sarebbe se Gino si presentasse in maglia rosa nelle sale del Vaticano, e invece, ironia della sorte, il privilegio tocca al protestante calvinista Hugo Koblet, primo straniero a vincere la corsa a tappe italiana in cui il toscano si piazza secondo distaccato di 5 minuti e 12 secondi.
   
A parte questo piccolo imprevisto, che guasta una festa che avrebbe potuto essere davvero straordinaria, il ritorno di Bartali sulle scene ciclistiche a pace ristabilita è in grande stile.
   
Il corridore toscano, che già nell'immediato anteguerra non faceva mistero della propria fede religiosa, con le sue vittorie dimostra la possibile simbiosi tra morale cattolica e successo mondano.
   
Bartali è ora l'eroe di un disegno rivolto a cattolicizzare la società, si trova più che mai a indossare i panni del cattolico fervente e vincente e a incarnare un modello di vita in cui si riassumono un po' tutti i valori della rinnovata antropologia cattolica, che nel corso degli anni a venire sarà ribadita da altre, autorevoli pubbliche dichiarazioni del Pontefice. Nel settembre 1947, alla folla accorsa in piazza San Pietro, Pio XII annuncia: «La dura gara, di cui parla san Paolo, è in corso; è l'ora dello sforzo intenso. Anche pochi istanti possono decidere la vittoria. Guardate il vostro Gino Bartali, membro dell'Azione cattolica: egli ha più volte guadagnato l'ambita maglia. Correte anche voi in questo campionato ideale, in modo da conquistare una ben più nobile palma».
   
È la consacrazione definitiva del toscano quale alfiere, nel mondo, delle perfette virtù cristiane. Virtù da additare ad un pubblico fatto non solo di adulti, ma specialmente di giovani e giovanissimi. Il 10 agosto 1952, poco dopo il doppio trionfo di Coppi al Giro e al Tour, sul settimanale cattolico per ragazzi Il Vittorioso Natale Bertocco - che si firma Papà Natale e che sul finire degli anni Trenta ha lavorato come osservatore-informatore delle vicende del mondo dello sport per conto della Direzione generale della pubblica sicurezza - fa uscire un articolo, dalle intenzioni forse consolatorie nei confronti del corridore toscano avviato verso la fine della carriera, che contiene passaggi eloquenti: "I ragazzi hanno rivolto alla Madonna per te milioni di Ave Maria, e tu stesso hai dimostrato come debba vivere un atleta cristiano. Mai una volta m'è stato possibile vederti senza il distintivo della Gioventù cattolica all'occhiello. Solo qualche anno dopo, sposato, hai sostituito quello della Gioventù con l'altro degli Uomini. Hai accettato la dura croce della vita sportiva, della severa e pericolosa vita del corridore con gran cuore, con rassegnazione ("Grazie, Gino").
   
Bartali si trova perfettamente a suo agio nella parte, confortato da questo largo appoggio popolare e sostenuto com'è da una saldissima fede.
   
Nel 1947 il Giro scende verso sud, e nella tappa di Foggia Gino approfitta dell'occasione offerta dall'itinerario per confessarsi da Padre Pio. Nel corso del Tour del 1948 invoca ripetutamente la benedizione del Santo Padre - e la ottiene a Cannes, alla vigilia delle tappe alpine teatro dei suoi trionfi - al quale, dopo la vittoria, dona la maglia gialla conquistata in Francia.
mdeledda
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sabato, 30 maggio 2009, ore 22:07

Lo Spirito che ha reso teologi i pescatori

di Manuel Nin,
da L'Osservatore Romano (30/05/09)


La solennità della Pentecoste ci porta a vivere nuovamente il dono gratuito dello Spirito Santo, la nascita della Chiesa e quella della nostra vita in Cristo. Una delle opere di Nicola Cabasilas, teologo bizantino del XIV secolo, s'intitola appunto La vita in Cristo e non è altro che un commento dei sacramenti dell'iniziazione cristiana - battesimo, cresima ed eucaristia - e della consacrazione dell'altare, applicati alla vita del credente; per ogni cristiano, la vita in Cristo, dono dello Spirito, ci viene data per mezzo dei sacramenti.
   
In tutte le liturgie orientali si sottolinea, per ognuno dei sacramenti, il ruolo dello Spirito Santo e quindi l'importanza dell'epiclesi, cioè della sua invocazione in vista della consacrazione del pane e del vino e della santificazione dell'acqua e dell'olio. Ogni ora di preghiera, poi, nella tradizione bizantina, inizia con un'invocazione dello Spirito che è sempre “presente, e ovunque”.
   
La Pentecoste si celebra cinquanta giorni dopo la Pasqua, ed è una delle feste più antiche del calendario cristiano. Ne parlano Tertulliano e Origene nel III secolo come festa annuale, e nel IV secolo essa fa parte del patrimonio teologico e liturgico delle diverse Chiese: Egeria ne indica la celebrazione a Gerusalemme, abbiamo poi testi dei Padri Cappadoci e di altri autori cristiani e, nel VI secolo, diversi kontàkia di Romano il Melode.
   
L'ufficiatura propone ripetutamente il tema del rinnovamento, del cambiamento operato nel cuore degli uomini: «Lo Spirito santo fa scaturire le profezie, ordina i sacerdoti, ha insegnato la sapienza agli illetterati, ha reso teologi i pescatori, tiene saldo tutto l'armonico ordinamento della Chiesa».
   
Nel vespro troviamo diverse confessioni trinitarie: la Pentecoste, infatti, è una teofania soprattutto trinitaria e mai la contemplazione di una delle Persone della Santa Trinità può dimenticare il mistero che in essa si cela: «Santo Dio, che tutto hai creato mediante il Figlio, con la sinergia del santo Spirito; Santo forte, per il quale abbiamo conosciuto il Padre e per il quale lo Spirito Santo è venuto nel mondo; Santo immortale, o Spirito Paraclito, che dal Padre procedi e nel Figlio riposi. Trinità Santa, gloria a te». E ancora: «Abbiamo visto la luce vera, abbiamo ricevuto lo Spirito celeste, abbiamo trovato la fede vera, adorando l'indivisibile Trinità».
   
Il dono dello Spirito che rinnova i discepoli, che rinnova tutta la Chiesa, viene sottolineato anche dal tropario proprio della festa: «Benedetto sei tu, Cristo Dio nostro: tu hai reso sapientissimi i pescatori, inviando loro lo Spirito Santo, e per mezzo loro hai preso nella rete l'universo. Amico degli uomini, gloria a te».
   
Nella liturgia del giorno risplendono le tre grandi preghiere delle genuflessioni fatte al vespro della domenica, spesso celebrato senza soluzione di continuità alla fine della Divina Liturgia. Si tratta di tre preghiere che hanno quasi la forma di prefazi liturgici dove si evoca il mistero di Dio e tutto quello che Lui ha fatto per la redenzione dell'uomo: «Signore immacolato, incorruttibile, infinito, invisibile, inaccessibile, inesprimibile, immutabile, incommensurabile, immortale, Dio Padre del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo: il quale per noi uomini e per la nostra salvezza discese dai cieli, prese carne dallo Spirito dalla Vergine Maria, dà al tuo popolo la pienezza del tuo amore, santificaci per la potenza della tua mano». Queste preghiere vengono recitate in ginocchio non tanto per un carattere penitenziale, bensì per indicare il momento dell'invocazione e dell'accoglienza dello Spirito Santo.
   
La celebrazione della Pentecoste come teofania trinitaria sottolinea che il dono dello Spirito oggi alla Chiesa e a ogni cristiano è un dono a tutto il popolo di Dio; gli Atti degli apostoli (2, 4) dicono che tutti erano ripieni di Spirito Santo, e infatti tutti i battezzati diventiamo pneumatofori, cioè portatori dello Spirito. Il dono dello Spirito è un dono di unità; gli Atti degli apostoli enfatizzano l'unità tra i credenti, la Pentecoste è vista come la controparte della torre di Babele perché lo Spirito Santo porta unità e ci fa capaci di parlare a una sola voce. Il dono dello Spirito è anche un dono di diversità: le lingue di fuoco scesero sopra ognuno dei presenti; la Pentecoste infatti non abolisce la diversità ma fa sì che questa diversità - e cioè questo essere noi stessi, come siamo, e con le nostre particolarità - cessi di essere motivo di separazione.
   
Infine, l'icona della Pentecoste. È un'icona liturgica: gli apostoli sono radunati come nella celebrazione della liturgia, attorno al trono vuoto, preparato per Cristo. La presenza di Pietro e Paolo indica la presenza di tutta la Chiesa radunata dallo Spirito. Essa nasce in una situazione di profonda comunione tra gli apostoli, in un contesto da cui dovrebbe scaturire anche la comunione per tutta la Chiesa, per tutto il mondo.
mdeledda
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sabato, 30 maggio 2009, ore 21:59

SOLENNITÀ DI PENTECOSTE [B]
2009/05/31

At 2,1-11
Sal 103,1a.24.29bc-31.34
Gal 5,16-25
Gv 15,26-27; 16,12-15






Pentecoste: la vitalità della vita

di P. Angelo del Favero,
da Zenit (29/05/2009)

La parola “pentecoste” viene dal greco pentekosté, che significa “cinquantesimo”. La festa della Pentecoste, in origine, era una festa contadina, legata alla fine della mietitura: si ringraziava Dio per il buon raccolto e gli si offriva il primo pane fatto con la nuova farina, oltre ad un olocausto, un’oblazione e libagioni di vino (cfr Lv 23, 15-22). Successivamente la festa fu collegata da Israele alla storia della salvezza, e divenne “il giorno del dono della Torah”, memoriale dell’alleanza conclusa al Sinai cinquanta giorni dopo l’uscita dall’Egitto.

In Atti 2,1-11, Luca fa coincidere questa festa ebraica con un fatto straordinario accaduto nel Cenacolo: mentre volgeva al termine la commemorazione della Pentecoste antica, ecco accadere qualcosa di impressionante ed inatteso, un’irresistibile manifestazione di forza e di ardore, come un big-bang di vita divina che irrompe nella casa ed entra nelle persone traboccando incontenibilmente dai loro cuori. È lo Spirito del Risorto che aveva detto e promesso: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10).

È il dono della “Nuova Alleanza” preannunciata dai profeti (cfr Ez 16, 59-63), consistente nella trasformazione dell’infedeltà in fedeltà, della debolezza in forza, della durezza sorda del cuore nella docilità accogliente del cuore nuovo (il cardiotrapianto come unica soluzione per l’inguaribile “sclerocardia”).

Ma come avvenne realmente allora, e come avviene oggi per noi la “pentecoste” dello Spirito Santo? Giovanni Paolo II lo ha spiegato così in un’omelia del 25 maggio 1980: “Noi abbiamo il diritto, il dovere e la gioia di dire che la Pentecoste continua. Noi parliamo legittimamente di 'perennità' della Pentecoste. Sappiamo, infatti, che 50 giorni dopo la Pasqua, gli apostoli, riuniti in quello stesso Cenacolo, che già era stato il luogo della prima Eucaristia e successivamente, del primo incontro con il Risorto, scoprono in sé la forza dello Spirito Santo disceso sopra di loro, la forza di Colui che il Signore aveva loro ripetutamente promesso a prezzo del suo patire mediante la croce e, forti di questa forza, cominciano ad agire, cioè a compiere il loro servizio. Nasce la Chiesa apostolica . Ma oggi ancora – ecco il collegamento – la basilica di San Pietro, qui in Roma, è come un prolungamento, è una continuazione del primitivo cenacolo gerosolimitano, come lo è ogni tempio e cappella, come lo è ogni luogo, nel quale si riuniscono i discepoli del Signore”.

Queste ultime parole richiamano il celebre passo paolino di 1Cor 3, 16-17. Il “Tempio di Dio” è anzitutto la comunità cristiana, ogni comunità dei credenti: la chiesa particolare, la parrocchia, la comunità religiosa, la famiglia “chiesa domestica”. Di ognuna lo Spirito è e vuole essere come l’anima nel corpo: principio di comunione e di unità nella fede e nell’amore vicendevole.

Colpisce in questo testo il severo monito di Paolo: colui che infrange il dono divino dell’amicizia fraterna, quasi strappasse un tessuto rendendolo totalmente inservibile, andrà incontro anche alla rovina della sua anima, del suo rapporto con Dio. Non si tratta di una sorta di rappresaglia divina, bensì delle inevitabili conseguenze del peccato contro l’unità spirituale e profonda della comunità di cui ognuno è tralcio: se si impedisce allo Spirito di mantenere le membra in comunione fra loro, tutto il corpo risulta smembrato a morte, come in un aborto volontario. Questo è un “omicidio” comunitario, essendo la comunità ecclesiale come un solo uomo; ma è anche un suicidio per il responsabile, dal momento che la sua vita di membro-tralcio è inseparabile dal corpo-vite.

Tutto ciò vale anche per il singolo credente, anch’egli “Tempio di Dio”. Sin dal concepimento, infatti, l’uomo è un grembo “capace” di Dio, creato per divenirne tempio: “Per natura e per vocazione, l’uomo è un essere religioso, capace di entrare in comunione con Dio. Questo intimo e vitale legame con Dio conferisce all’uomo la sua fondamentale dignità” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2 del Compendio). Con il battesimo il grembo-uomo si ingravida di Dio, diventando “madre” di Dio dal momento in cui la Trinità viene a dimorare in lui per costituirlo realmente “Figlio di Dio” (1Gv 3, 1). E come un papà ed una mamma sostengono i primi passi del loro bambino perché non cada, così Dio Spirito aiuta l’uomo a non cadere mentre cammina sul terreno accidentato della vita: “Fratelli, camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne” (Gal 5, 16).

Ed ecco come avviene questo cammino al passo dello Spirito Santo: “Il cristiano è un uomo al quale Cristo ha comunicato il suo Spirito; la sua vita è una vita nello Spirito; e il dono che ha ricevuto è ad un tempo ecclesiale e personale. In principio, a Gerusalemme, l’esperienza dello Spirito si fece nella comunità (la Pentecoste) e questa esperienza “sociale” è alla base di tutte le esperienze cristiane individuali. Non c’è esperienza dello Spirito separato, rinchiusa nei limiti di una individualità. Per quanto personale e profonda possa essere sarà sempre ecclesiale. D’altra parte non si dirà mai abbastanza quanto è profonda e personale l’azione dello Spirito sull’uomo rigenerato. È letteralmente una trasformazione.

Prima di ricevere il dono dello Spirito, l’uomo è un’anima senza forza; è vinto dalla carne e dal peccato, tiranneggiato dal male e dallo spirito cattivo. Dopo l’invasione dello Spirito è trasformato. Da allora lo spirito umano naturale è lo spirito visitato, purificato, vitalizzato nella sua profondità dallo Spirito Santo; è lo spirito naturale elevato dal battesimo all’ordine dell’essere e dell’agire soprannaturali, cioè divinizzato dalla forza dello Spirito nella sua potenza di amare, di comprendere, di agire.

L’uomo rigenerato dallo Spirito è diventato uno spirituale. Ma lo è solo in germe, e non può ancora fare l’esperienza dello Spirito. Bisognerà che da bambino quale è, diventi uomo adulto “Perfetto” nel senso paolino (cfr 1Cor 2, 6s). L’uomo maturo, a differenza del bambino, ha l’esperienza della vita; il cristiano perfetto, a differenza del “bambino nello spirito”, ha l’esperienza delle cose di Dio.

Non è l’uomo che ha tutte le virtù, che non prova più la lotta della carne e dello spirito, no: è colui che non cede più, normalmente, alle forze carnali, ed è normalmente docile ai richiami dello Spirito. Ha sviluppato nella lotta il suo organismo spirituale, si è allenato, è cresciuto, è adulto. Siccome è fedele, è diventato capace di comprendere il mistero di Dio, di discernere il bene dal male, di sentire e seguire l’invito dello Spirito, di crescere all’infinito. È capace di fare l’esperienza delle cose di Dio, l’esperienza dello Spirito. Segue solo lo Spirito, cammina nello Spirito, esiste nello Spirito.

È per aver accolto la Parola che si è ripieni dello Spirito e messi sotto la sua influenza: la fede nella Parola è la porta d’ingresso della vita nello Spirito. Soltanto con l’obbedienza alla Parola si può vivere nello Spirito” (Jean Mouroux, L’esperienza cristiana, cap. V).

Quest’ultima affermazione descrive anzitutto Colei che all’annuncio dell’Angelo ebbe la grazia e la forza di dire: “Avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1, 38).

Lo Spirito che discese su Maria a Nazaret è lo stesso Spirito che scese sulle acque all’alba della Creazione (cfr Gen 1, 2), ed è lo stesso che discenderà su di Lei e gli apostoli nel Cenacolo. Ogni concepimento nel grembo rinnova questi tre momenti dello Spirito Creatore.

Ascoltiamo le parole di Benedetto XVI, il 14 maggio scorso nel Santuario dell’Annunciazione di Nazaret: “L’Incarnazione è stata un nuovo atto creativo. Quando nostro Signore Gesù Cristo fu concepito per opera dello Spirito Santo nel seno verginale di Maria, Dio si unì con la nostra umanità creata, entrando in una permanente nuova relazione con noi e inaugurando una nuova Creazione. (…) Il riflettere su questo gioioso mistero ci da’ speranza, la sicura speranza che Dio continuerà a condurre la nostra storia, ad agire con potere creativo per realizzare gli obiettivi che al calcolo umano sembrano impossibili. Questo ci sfida ad aprirci all’azione trasformatrice dello Spirito Creatore che ci fa nuovi, ci rende una sola cosa con Lui e ci riempie con la sua vita. Ci invita, con squisita gentilezza, a consentire che Egli abiti in noi, ad accogliere la Parola di Dio nei nostri cuori, rendendoci capaci di rispondere a Lui con amore e di andare con amore l’uno verso l’altro”.

Ogni umano concepimento è un atto creativo di Dio, nel quale si compie ogni volta questa Parola: “Mandi il tuo Spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra” (cfr Salmo 104, 30). Annuncia che ogni creatura vivente dipende da Dio, così come la vita dipende dall’atto del respiro. Ma mentre nella fisiologia del corpo la capacità di respirare è autonoma, nella “fisiologia” dell’essere l’esistenza non è autonoma, ma viene elargita istante per istante da Dio, Fonte increata della vita, come nella lampadina la luce viene dalla corrente elettrica.

La parola ebraica usata per indicare lo Spirito traduce sia “soffio di vento” (At 2, 2), sia “respiro della vita” (Gen 2, 7): entrambi i significati dicono la vitalità della vita. Allora non è difficile comprendere la Pentecoste a partire dalla quotidiana esistenza. La vita, infatti, è in noi sempre, ma non sempre è in noi la gioia e la forza interiore della vita, la quale dipende dal grado della comunione con Dio, cioè dal dono dello Spirito Santo. La vitalità della vita non coincide con la forza della giovinezza, ma con la pienezza della grazia santificante. Essa è la gioia di vivere, quella vera, quella propria di Gesù-Vita: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (cfr Gv 15, 11).

Così la festa della Pentecoste è profondamente legata al dono della vita e alla sua verità per ogni uomo sulla terra. Questa è la verità della creazione e della redenzione, verità sull’uomo, sul male del mondo e sulla salvezza che ne è l’ultima parola: “Quando verrà il Paraclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, Egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio” (cfr Gv 15, 26-27).

Come a dire che lo Spirito farà emergere dall’intimo dell’uomo la verità sulla sua vita, verità che il Creatore stesso gli ha comunicato nell’essere personale. Lo fa intendere chiaramente l’enciclica Evangelium Vitae: “La vita porta indelebilmente inscritta in sé una sua verità. L’uomo, accogliendo il dono di Dio, deve impegnarsi a mantenere la vita in questa verità, che le è essenziale. Distaccarsene equivale a condannare se stessi all’insignificanza e all’infelicità, con la conseguenza di poter diventare anche una minaccia per l’esistenza altrui, essendo stati rotti gli argini che garantiscono il rispetto e la difesa della vita, in ogni situazione” (n. 48).

mdeledda
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sabato, 30 maggio 2009, ore 21:44

Vittadini: no ai Torquemada

Da più parti il “caso Noemi” è stato usato come argomento per giudicare la moralità, la coerenza e l'affidabilità di Silvio Berlusconi come uomo di governo, diventando quindi discrimine nelle valutazioni politiche del leader della maggioranza. Ma il cristiano deve valure come valuta il mondo, o usare gli altri ordini di giudizio? Giorgio Vittadini risponde alla domanda.

di Gian Guido Vecchi,
da CorSera (28/05/09)


Cominciamo dalla coerenza, professore: se uno sostiene come Berlusconi il Family Day, dal punto di vista cristiano non dovrebbe vivere di conseguenza?
Vede, io credo molto nel peccato originale e me lo sento addosso. E questo riguarda tutti: chi è senza peccato, scagli la prima pietra. Si figuri se mi metto a giudicare come fossi un Torquemada il comportamento morale degli altri.

Giorgio Vittadini, fondatore della Compagnia delle Opere ed oggi presidente della Fondazione per la sussidiarietà, non si scompone: «Ci sono altri ordini di giudizio, e per fortuna un cristiano lo sa».

Il PdL e il governo, però, si accreditano come difensori dei valori cattolici. Una parte consistente del mondo cattolico li ha sostenuti. Secondo lei, professore, le polemiche sul “caso Noemi” e i comportamenti privati del premier cambiano qualcosa nel giudizio sul governo?
Non possiamo fare una questione politica di fatti specifici, dallo svolgimento dubbio, costruiti attraverso inchieste giornalistiche, quasi si volesse dare loro un valore giudiziario. I fatti da appurare sarebbero infiniti e si ricreerebbe quel tipo di sospetto generalizzato di cui abbiamo sofferto nel dopo Tangentopoli.

Ma la questione morale?
La questione morale è una tensione al vero, non soltanto una coerenza. In questo senso ricordo che nel 1987, ad Assago, Don Giussani spiegò che la questione morale generale nasce dall’appiattimento del desiderio dei giovani e nel cinismo degli adulti. Astenia e mancanza di desiderio: questa è la questione che genera tutte le questioni morali. Hanno ragione i vescovi a porla all’interno dell’emergenza educativa. Se vogliamo parlare di moralità della politica partiamo da qui, dall’emergenza educativa, sennò ci prendiamo in giro.

Va bene, ma qui c’è un caso specifico...

I vescovi hanno detto che oggi come ieri, in Italia, di questioni morali ce ne sono tante, ed è giusto tenerle vive tutte. Hanno aggiunto: "Ognuno ha la propria coscienza, la propria capacità di giudizio". Sono d’accordo. E aggiungo che la esprimerà nelle prossime elezioni, se vuole.

In che senso?
Nel senso che la prossima volta farà quello che vuole. Ma adesso c’è un governo in azione che deve rispondere dei suoi atti, abbiamo problemi gravi da affrontare. E chi ha votato, cattolico o no, ha il diritto di avere un governo che governi, senza altre interferenze.

Berlusconi rischia di essere danneggiato nell’elettorato cattolico?
Don Giussani affrontò il tema dei cristiani e del governo in un’intervista del 1996: spiegava che l’essenziale è la devozione sincera al bene comune e la competenza reale adeguata. Su questo giudica un cristiano. Io valuto un governo sul fatto che tuteli la dignità della persona, favorisca la sussidiarietà come welfare partecipato dalla gente, sviluppi la libertà di educazione e così via. Se è così, bene. Dopodiché risponderà del suo comportamento davanti a Dio, se ci crede.

Il prof. Paolo Prodi diceva: Berlusconi difensore dei valori cattolici? Ci vorrebbe un po’ di pudore...
Vede, io sono per una visione laica della politica. Non mi pongo il problema Berlusconi e valori cattolici. Mi chiedo: che cosa ha fatto di positivo? E penso tra l’altro al libro bianco, alla politica estera, alla gestione delle emergenze come in Abruzzo, alla tutela della vita. Punto. In questa faccenda ho l’impressione che si voglia riesumare una sorta di clericalismo dal punto di vista degli anticlericali.

mdeledda
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sabato, 30 maggio 2009, ore 00:52

«La virtù dell'umiltà è necessaria massimamente a coloro che sono costituiti in dignità, perché più facilmente sono esposti alla superbia. Questa virtù è il fondamento di tutta la vita cristiana»

(San Giovanni Crisostomo)
mdeledda
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sabato, 30 maggio 2009, ore 00:48

«Maria, un ponte verso il cielo»

Dallo Speciale su Medjugorje del settimanale OGGI.

di Riccardo Caniato,
da ARES (28/05/2009)


Una volta, a un musulmano che si trovava a Medjugorje, un pellegrino ha chiesto: «Perché sei venuto?». E lui ha risposto: «Se la Madre di Gesù ha fatto tutta questa strada dal Cielo fino a noi per incontrarci, il minimo che potessi fare io era venire qui per Lei». Personalmente mi sono recato a Medjugorje per la prima volta nel 2001. Sono partito come giornalista, ne sono tornato da testimone. Se all’inizio prevaleva la curiosità, che nella mia professione peraltro è considerata una virtù, ora l’approccio è diverso. Rispetto a questi eventi così particolari ho operato un percorso interiore che si può riassumere in tre tappe: la Madonna appare, dunque è viva, pertanto la mia fede è autentica.

«Io sono qui!»
Quando sono arrivato a Medjugorje ho trovato una realtà esternamente diversa da quella che mi aveva descritto chi c’era stato negli anni Ottanta: il villaggio contadino di un tempo ha lasciato il posto a una cittadina moderna e florida, che si è dotata di alberghi, pensioni, negozi, banche, punti di ristoro, bancarelle e oreficerie, come è normale che sia in un posto che attira ogni anno milioni di persone. Tuttavia, addentrandomi nella vita del posto, ho compreso nell’intimo che lì l’attrazione scatenante è un’altra e rimane la stessa dal 1981. Medjugorje è un luogo dove si fa esperienza dell’amore di Dio.

Ovunque posi lo sguardo vedi gente di ogni nazione – europei, sì, ma moltissimi libanesi, coreani, giapponesi, cinesi perfino – frati e suore di cento nazionalità, giovanissimi anche, consacrati di vecchie e nuove realtà ecclesiali, che hanno trovato o rinnovato qui la vocazione. Medjugorje è una chiesa sempre stracolma, dove si legge il Vangelo in lingue diverse, Medjugorje sono ventimila giovani che d’estate la notte lodano e cantano Dio. Vedendoli mi sono ricordato del piccolo Danijel e dell’anziano Jozo, i primi miracolati… Nella Bibbia si legge che un giorno i vecchi e i fanciulli si leveranno e danzeranno insieme: Medjugorje è stata per me un’anticipazione della Nuova Gerusalemme, la presa di coscienza di un’umanità che vive di provvidenza, gioiosa e fiduciosa, fra le braccia di un Padre.

Quasi trent’anni sono passati, i veggenti si sono tutti sposati, fra loro c’è chi vive altrove, ma questo posto, nella sua essenza, non è cambiato: Medjugorje ha pregato trent’anni, è stata inginocchiata davanti al Santissimo e alla Croce. Medjugorje ha continuato a salire a piedi nudi al Podbrdo e al Krizevac. Medjugorje è tornata ogni giorno con Vicka ad accogliere migliaia di pellegrini sulle scale di una vecchia casa di Biakovici; Medjugorje ha ascoltato la parola di Maria trent’anni: perché lei appare ancora e in alcuni messaggi lo ha anche detto: «Io sono qui!».

La Madonna «ci» benedice
La prima volta che assistetti a un’apparizione, osservai che cosa accadeva attorno. Oggi, se capita l’occasione, me ne resto con la testa fra le mani, cercando di guardare me stesso.

Quella prima volta fu a casa di Marija, qui in Italia, con la sua famiglia; c’erano alcune altre persone. Mi ero recato con piglio professionale, ma non ero prevenuto perché l’apparizione è una modalità della rivelazione di Dio: non caso il Vangelo inizia con la visita dell’angelo a Maria e finisce con le apparizioni di Gesù Risorto.

Intorno alle 17:15 si iniziò a recitare il Rosario. Si stava in ginocchio davanti a una statua della Madonna, unico elemento di sacro in un salotto moderno, molto pulito e in ordine, di un classico appartamento di città.

Partecipavano anche i figli di Marija, ma all’epoca erano piccoli e ora si aggrappavano al vestito della mamma, ora stuzzicavano i presenti in un gioco di sguardi. Marija e Paolo li lasciavano fare, ma lei li richiamava ogni tanto con ferma dolcezza, perché si comportassero bene.

Terminata la corona, la veggente guidò la preghiera del Credo e dei sette Pater, Ave, Gloria, finché, d’un tratto, fece silenzio. Eravamo intorno alle 17:45. Ora Marija guardava in un punto determinato sopra di lei, le sue guance si colorarono di un rosso più acceso. Nella stanza non volava una mosca. Io, naturalmente, non sentivo né vedevo nulla, ma era chiaro che la giovane donna stava parlando a qualcuno. Le sue labbra si aprivano e si chiudevano come in una normale conversazione anche se, da quando l’estasi era iniziata, non se ne percepiva il suono della voce. Avendo avuto il permesso di scattare qualche foto, individuai un punto favorevole, ma, essendoci gente in uno spazio non grande, per raggiungerlo dovetti passare proprio davanti a Marija.

Fu in un attimo: buttai lo sguardo dritto nel suo e notai che era rimasto indifferente: gli occhi, perlomeno, non tradirono alcun battito e la giovane continuava a comunicare oltre la mia persona. Dalla nuova prospettiva la vedevo parlare o disporsi in ascolto: sul suo volto, ora estasiato ora più contratto, passavano partecipazione e sentimenti diversi. A quel punto il bimbo più piccino le rotolò ancora fra le gambe e fece più di un tentativo per attirare l’attenzione della mamma. Invano. Finalmente Marija chinò il capo, lo risollevò e intonò il Magnificat. Erano passati circa quattro minuti.

Subito dopo ci disse che la Madonna aveva pregato e ascoltato le intercessioni. Quell’incontro finì, fra un dolce e una bibita, in un contesto familiare: mi vennero in mente le prime comunità cristiane che si riunivano per pregare e mettevano in comune ciò che avevano. Quella sera, una frase domi-nava i miei pensieri: «La Madonna ci ha benedetto». Marija aveva detto proprio «ci»: non solo la veggente, ma ciascuno di noi lì presenti eravamo stati oggetto dell’attenzione della Vergine. Un’altra veggente, Mirijana, mi confermò in seguito il concetto. Quando le chiesi di pregare per un bambino che stava morendo, lei con candore mi rispose: «Sì, ma ricordati che la mia preghiera vale la tua». Non mi dette il tempo di replicare e chiarì: «Se facessi differenza fra le mie figlie non sarei una brava madre. La Madonna lo è».

Il Santuario sull’autostrada
La seconda volta che mi recai da Marija rimasi colpito dagli occhi più luccicanti del solito. Anche il sorriso le invadeva il volto. Era il 2 di aprile, il giorno prima era stato il suo compleanno e la Madonna l’aveva baciata. Di quel bacio lei portava la luce.

Papa Benedetto XVI ha scritto un’enciclica in cui si dice che l’amore fra l’uomo e una donna, e per estensione l’amore autentico fra gli uomini, riproduce la relazione d’amore di Dio per le sue creature. Ora, in quel bacio veramente materno di Maria, che portava anche a me l’amore paterno di Dio, compresi la naturalezza e il valore divini di ogni bacio dato a mia moglie e di ogni bacio che ci scambiamo coi figli con gioia così semplice, eppure grande e reciproca.

La Madonna viene ogni giorno, come ciascuno torna a casa da chi ama. La Madonna si ripete, perché sono sempre le stesse le raccomandazioni di una madre.

Fra i santuari, luogo di apparizione, bisognerebbe includere l’autostrada. Marija mi aveva raccontato di aver avuto una volta un’apparizione in aereo e che durante l’espianto del rene (che lei donò a un suo fratello in dialisi) vide la Madonna accanto a lei, ma non avrei pensato di essere presente a un fatto tanto inconsueto. In auto, con la famiglia Lunetti, eravamo rimasti imbottigliati nel traffico, ma per Marija era tempo di preparasi alla visita che scandisce le sue giornate. Trovammo riparo in una piazzola: ci si mise a pregare e la Madonna si mostrò a quegli occhi che vedono. La Madonna viene nelle case, in un ospedale, su una strada.

Quando prego nel chiuso della mia stanza non sono solo, quando chiedo sui miei figli la benedizione di Dio, il Cielo è in ascolto. Nel vangelo si dice che il Signore si fa presente dove due o tre sono riuniti nel suo nome: non importa il luogo esteriore, ma la disposizione del cuore. Alcuni dicono che la Madonna di Medjugorje se ne va in giro e che è una chiacchierina. Io penso, invece, che il presente dell’eternità affianca il presente del nostro tem-po ovunque ci troviamo, anche sul ciglio di una tangenziale. Dio è lì che ci aspetta, ogni momento è buono per aprirgli le braccia.

Quando Satana prese il microfono
Un giorno trovai Marija in una parrocchia del milanese, dov’era stata invitata per un ritiro che iniziò con l’adorazione eucaristica e culminò nella Messa. Al momento dell’apparizione un imprevisto ruppe il silenzio denso di preghiera che si era creato: si udì distintamente una voce roca, maschile, che bestemmiava Maria. La stessa voce oltraggiò in seguito, durante la consacrazione, Gesù Eucaristia. Al termine della celebrazione cercai di capire l’accaduto. Era stata condotta lì una giovane disturbata. Per tutta la giornata era stata trattenuta in sagrestia, proprio per evitare incidenti; eppure, nonostante in quel locale non ci fossero – così mi assicurò pure il parroco – sensori accesi, lei, o meglio la presenza che l’abitava, si guadagnò una cassa di risonanza.

Io non ho mai visto la Madonna, ma quel giorno, attraverso la manifestazione inquietante del suo avversario, ho avuto comunque un indizio dell’esistenza di Dio.

La Vergine a Medjugorje ha spiegato che lei si trova dove è Gesù, ma che poi sempre li raggiunge satana. È dall’inizio della creazione che funziona così: Dio fece una cosa bella e pulita ma subito qualcuno provò a sporcarla. Vicka mi disse che il demonio disturba sempre le opere di Dio, ma Mirijana ha aggiunto che l’uomo ha gli strumenti per distinguere il bene dal male e che è libero di scegliere.

Nel messaggio di Medjugorje del 25 novembre 1987 la Vergine spiega proprio questo: «Dio ha dato a tutti la libertà, che io rispetto con tutto l’amore; e io mi sottometto, nella mia umiltà, alla vostra libertà». In effetti, in tutti i messaggi, la Madonna esprime un desiderio di bene per noi, mai una costrizione. Dice: vi invito, vi chiamo, vivete!, apritevi!, amate!; addirittura: vi prego, vi supplico. Arriva a tanto, come lei stessa dice, per «mostrarvi quanto mi siete cari e quanto desidero che siate tutti salvi» (27 novembre 1986), ma non ci obbliga. Se così facesse saremmo schiavi, invece lei ci assicura che siamo figli di Dio: «Cari figli».

Porta del cielo
La vista di Mirjana durante la sua apparizione annuale del 18 marzo 2004 resta un fotogramma indelebile. Intorno a me tutti pregavano e i più indirizzavano gli sguardi verso quella porzione di Cielo che ravvivava gli occhi della veggente fino a farla piangere di gioia. Alla fine fu dato questo messaggio: «Cari figli! Anche oggi, guardando a voi, desidero dirvi, col cuore pieno di amore, che quello che cercate insistentemente, quello a cui anelate, è qui davanti a voi. È sufficiente che in un cuore purificato mettiate mio Figlio al primo posto e potrete vedere. Ascoltatemi e permettetemi di condurvi maternamente a questo». Da queste parole si può trarre l’apporto che l’incontro con Medjugorje ha dato al mio vissuto di fede. Superficialmente pensai che la Madonna si riferisse a sé stessa, nell’apparizione, in quel momento lì. Ma, in seguito, credo di aver compreso meglio che cosa volesse dire.

«Quello che cercate insistentemente, quello a cui anelate, figlioli miei, è qui davanti a voi». «Qui» nella tua vita, «qui» nella tua giornata, «qui» nella tua famiglia e nel tuo lavoro: se metti «in un cuore purificato» Gesù «al primo posto», potrai vedere. Potrai vedere che la tua fede è vera e sforzarti di viverla meglio. Con quale obiettivo? «Ma il Paradiso», mi ha detto Marija, «la Madonna lo ripete sempre: “Tendete al Cielo!”».

Proprio per invitarci a questo, forse, lei viene col corpo glorioso che si può toccare: da un lato, lei che è donna, creatura, dà valore attraverso gesti umanissimi alla nostra stessa umanità, spiegandoci che per diventare santi basta viver bene ciò che siamo; dall’altro, lei che è  già tutta gloria, dà prova tangibile che, grazie al suo sì, Dio si è fatto carne, è morto e risorto, e che per questo intervento risorgeremo anche noi nel corpo, secondo la fede, poiché siamo amati e creati da un Padre per durare nel tempo, per l’eternità. Ianua Caeli, porta del Cielo è Maria.

***


Estratto dell'intervista con la veggente Marija

«Da 28 anni la Madonna mi appare ogni giorno»

Dallo Speciale su Medjugorje del settimanale OGGI.

di Riccardo Caniato,
da ARES (28/05/09)


È venuta anche stasera?
Sì, durante la preghiera.

Viene sempre qui, in casa tua?
Non sempre qui, ma dove io mi trovo

E com’era?
Bellissima, di più, come sempre (sorride).

Succede da ventotto anni, è cambiato qualcosa in lei durante questo tempo?
No, io sono cambiata, sto diventando vecchia (ride). La Madonna è sempre giovane.

E «bellissima»…
Non solo come l’intendi tu. Noi tante volte ci appoggiamo a un’immagine esterna che non ha corrispondenza nell’io. A volte vestiamo delle maschere che coprono una malattia, una sofferenza, le paure, il vuoto. Per Maria non è lo stesso, non a caso quando abbiamo osservato: «Come sei bella!», lei ha risposto: «Sono bella perché amo», facendoci percepire un modo di essere che la investe completamente. La sua bellezza di fuori fa trasparire la pulizia, la luce, l’equilibrio interiore. Nella Madonna c’è perfezione d’ordine, armonia. È una bellezza di una persona compiuta, a immagine di Dio, trasuda la santità di chi vive nella sua presenza. E devi vederla quando ride!

Com’è il suo sorriso?
Sconvolgente, vieni attraversato da un torrente di acqua gelata.

Ma è vero che l’hai anche potuta toccare?
In certe circostanze, come nei compleanni, gli onomastici, talvolta la Madonna mi ha abbracciato e mi ha dato un bacio.

E che cosa hai sentito?
Il suo corpo. È come il tuo.

È successo anche agli altri veggenti?
Sì. E negli anni ne hanno fatto esperienza anche i pellegrini. Molti hanno testimoniato, per esempio, di aver sentito sulla testa le sue mani di Maria che si posavano per la benedizione al termine dell’apparizione.

Ma che cosa vi dite in quei momenti?
Quando non deve darmi un messaggio, preghiamo: per i consacrati, per gli sposi, per i malati. Le presento le persone che hanno chiesto una grazia.

Hai la libertà di chiederle tutto quanto ti passa per la testa?
Non è facile da spiegare: ora che sono qui con te, avrei mille domande… Ma al suo cospetto vengo assorbita completamente e tutto il resto, pur rimanendo presente in qualche forma nella coscienza, diviene non proprio insignificante, ma compreso in un senso più ampio, che lo supera.

Ti esaudisce sempre quando le chiedi una grazia?
No. Il piano di Dio non combacia con i nostri.

Ti dispiaci per questo?
Umanamente provo dolore. Soprattutto di fronte al pianto di una mamma e di un papà a cui muore un bambino per il quale stavamo pregando. Ma, anche qui: nella luce di Dio si vedono le cose da un punto di vista diverso che le abbraccia tutte e comprendi che c’è un bene e un ordine superiore. In quel momento la volontà di Dio diventa normale da accettare.

Anche la morte è normale?
Può sembrare assurdo a chi non crede, ma la morte è un motivo di gioia, perché è il momento in cui un figlio di Dio entra nell’eternità del Paradiso. Quando uno muore con la preghiera dell’Ave Maria sulle labbra, quando uno muore in pace, noi sappiamo che allora si compie la sua vita in Dio. La Madonna ci ricorda che siamo tutti di passaggio come un fiore che oggi c’è e domani non è più. Morire si deve, ma è come si muore che fa la differenza, perché è in palio il Paradiso.

Il Paradiso, una volta, la Madonna te lo ha mostrato…
Sì, anche l’Inferno e il Purgatorio, perché fossimo certi che esistono. Ho visto il Paradiso come se fossi affacciata da una finestra. Ne ho tratto un’immagine indelebile, che si ripropone in una sua porzione splendida ogni qualvolta Maria mi compare davanti da sola, o col Bambino, o fra gli angeli. Non pensare che un veggente sia esente dalle prove della vita; ha tentazioni, cade, soffre, nutre dei dubbi… Talvolta, per esempio, per la mia imperfezione fatico a sentire col cuore la presenza di Gesù nell’Eucaristia e vi aderisco solo con la fede; ciononostante, più profonda permane questa visione di pace e di luce, che ha scolpito nell’anima la certezza che la mia vita non finisce qui, sottoterra. La morte non ha l’ultima parola. Mia mamma, mio papà, ora vivono presso Dio, capisci? Questo mi dà lo slancio per affrontare ogni giorno la mia battaglia, per riuscire a fare un’opera di bene che mi guadagni un passo nella direzione giusta, verso il Paradiso.

La Madonna ti ha mai detto qualcosa di personale?
I colloqui a volta sono anche personali. Questo avveniva soprattutto nei primi anni: a volte ci riprendeva, ci aggiustava. Talvolta lo fa ancora: la Madonna vorrebbe che vivessimo con serietà, ma nella certezza e nella gioia che Cristo è risorto. A lei non garba l’immagine del cristiano pio e compostino, vestito di scuro… Ci vuole consapevoli del peccato originale, del male e delle tentazioni a cui siamo soggetti, ma anche della libertà di scegliere il bene e a questo ci sprona, chiedendoci di vivere la santità nel quotidiano, ricordandoci che Gesù ha trionfato e che per questo possiamo rimanere lieti anche nei momenti di grande fatica e di malattia.

Che intimità incredibile fra voi!
Intimità, in senso letterale, non l’avremo mai, perché la Madonna io la vedo come la Signora del Cielo e della terra, e mi sento come una briciola travolta in un oceano di grazia. C’è un abisso fra noi: dinnanzi a lei che è immacolata io percepisco tutti i miei peccati, mi sento come un poveraccio al cospetto della Regina, uno strumento inutile, mentre lei ha dato Gesù all’umanità. Eppure, al tempo stesso, mi rapporto a lei come a una madre, ricevendo attenzioni e comprensione che superano le capacità di una mamma naturale. In pratica mi viene spontaneo chiamarla «Madre», pur vivendo un’esperienza e una differenza profonda, che non saprei spiegare, rispetto ai legami coi miei genitori terreni. Più che intimità, direi familiarità.

Dici di incontrare una Regina, ma poi la descrivi coi lineamenti di una ragazza materna e di un’umiltà incredibile…
È proprio la sua umiltà, la sua purezza, la sua semplicità indescrivibili a innalzarla e a fare di lei una regina. Di fronte a tanto amore, a tanta bellezza, alla delicatezza con cui si rivolge a noi chiamandoci «Cari figli» non puoi che dire grazie e farti piccolo.

Com’è cambiata la tua vita quel giugno 1981?
È stata una Pentecoste. Quello che più conta è che è cambiata la vita di fede. Ero cattolica, andavo a Messa la domenica, mi confessavo il primo venerdì del mese; ma è dopo le apparizioni che ho capito perché si fa questo. Anche il carattere si è trasformato. Ero timidissima, la mia casa era il mondo: andavo a scuola a Mostar e mi tremavano le gambe. È cambiato tutto. Ho passato anni incontrando ogni giorno folle di pellegrini a Medjugorje e nei cinque continenti, ovunque sono stata invitata. Infine, ho sposato un italiano. Maria mi ha dato forza.

Amici e familiari ti hanno creduto subito?
Tutti. Mio fratello lavorava in Germania. In quei giorni di giugno fece uno strano sogno: c’era un sacco di gente intorno alla nostra casa; e finì col preoccuparsi perché non riusciva più a telefonare. Si precipitò a Medjugorje e solo sul posto seppe che la Madonna appariva anche a me. Corse fino a casa facendosi largo fra parenti e amici gridando: «Fatemi vedere Marija e vi dirò se è vero ciò che dite». Era uno di quei giovani che diffidano rispetto a questo genere di cose e abituato a pensare che Dio, se c’è, non sia certo interessato ai casi nostri. Trovatami, mi ha fissato negli occhi: qualcosa di diverso ha visto, perché si è messo a piangere. Così pure la mia migliore amica; dopo avermi visto raccontare alla gente delle apparizioni, mi avvicinò e mi disse: «Marija, io ti credo. Per parlare così forte, non puoi avere che Dio e la Madonna dietro». Lei, poi, è diventata una guida dei pellegrini.

Nel 1981 eri una ragazzina. Hai sofferto per non aver vissuto le normali esperienze dell’adolescenza?
Io, Vicka, Ivan e gli altri abbiamo passato la giovinezza con la Madonna. È stata lei la nostra compagnia, la nostra discoteca, il nostro divertimento. Che cosa desiderare di più? Mettersi in ginocchio a pregare è stato per noi il frutto del ringraziamento di poter godere della sua presenza. Tutto è stato fatto con una gioia immensa di riconoscenza, ma anche nello sforzo sincero e gratuito di corrispondere all’amore che lei ci ha sempre dimostrato, accompagnandola un poco nella sua opera costante di intercessione per tutti.

Tu e gli altri cinque ragazzi di Medjugorje vi siete sposati, Bernadette di Lourdes e Lucia di Fatima si sono ritirate in convento.
Abbiamo chiesto alla Madonna che cosa desiderasse per noi e ci ha lasciato liberi. Io ho pensato seriamente a farmi suora, e anche Vicka. Poi ci siamo innamorate. I consacrati sono figli prediletti del Cielo, capaci di una paternità e di una maternità che abbraccia la Chiesa e che si nutre davanti al tabernacolo: Dio ha reso i sacerdoti suoi ministri e le suore portano il suo amore dove c’è sofferenza e solitudine come negli ospedali, negli orfanotrofi… Tuttavia, si può e si deve testimoniare Dio e servirlo qualunque sia lo stato di vita che si conduce. Fuori dalla convento, io sono stata libera di raccontare al mondo la mia storia.

Da 25 anni la Madonna ti ha scelto per comunicare alla Chiesa e al mondo i suoi messaggi. Perché proprio te?
A ciascuno di noi sei la Madonna ha dato dei semplici compiti, soprattutto di preghiera e di intercessione, forse per farci capire che Gesù ha bisogno di ciascuno e della Chiesa nella sua opera di salvezza. All’inizio delle apparizioni abbiamo chiesto a Maria perché avesse scelto noi. E lei ha risposto che non eravamo «né migliori, né peggiori degli altri».

Com’è che la Madonna ti trasmette i suoi messaggi?
Durante l’apparizione del 25 del mese lei mi comunica il messaggio, parlandomi in croato. In seguito, per qualche tempo, mi si impone un ricordo anche visivo e acustico che si mantiene per il tempo sufficiente di trascrizione e rilettura del testo.

Qual è il messaggio più importante?
La Madonna si è presentata col nome di Regina della Pace. La pace è il suo biglietto da visita: attorno a questo messaggio, io penso, girano tutti gli altri…

Qual è la preoccupazione di Maria?
La Madonna ha a cuore la salvezza delle anime. L’uomo che non si riconosce creatura si perde, non sapendo che valore dare alla vita finisce per disprezzarla; tentando di dominarla ma non potendo farlo, perché la vita non dipende da lui, cerca di manipolarla. Per questo la Madonna ha detto: «Voi state distruggendo non solo la vostra vita, ma anche il pianeta in cui vivete, nel tentativo di creare un mondo senza Dio». Ma così, alla fine, resta il vuoto, la disperazione, come dimostra la grande crisi globale.

Qualcuno dice che la Madonna oscura Gesù.
Al contrario, se ami la Madonna finisci per amare Gesù. Lei ha detto che più importante dell’apparizione è la Messa, perché nell’Eucaristia incontriamo suo Figlio ed è lui che ci salva. La Madonna ha sempre indicato anche gli altri Sacramenti: se veramente vuoi perdonare, devi confessarti, perché per dare un perdono duraturo prima devi riceverlo. La Madonna ci ama di un amore folle, perché folle è stato l’amore di suo Figlio che ha accettato di morire per noi.

Amati di un amore folle?
Vedi quante sfumature? Abbiamo parlato di un «umile» ragazza che, con il suo sì, ha reso possibile un progetto «immenso». A Medjugorje ha detto: «Se sapeste quanto vi amo piangereste di gioia», e io, ogni volta me la trovo davanti, comprendo che è proprio così.
mdeledda
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sabato, 30 maggio 2009, ore 00:13

Conversione

di Mauro Leonardi,
da Studi Cattolici (04/2009)



Qual è la parola sulla pace che solo il cristiano può dire? Tutti sappiamo che, in estrema sintesi, lo specifico cristiano è il segno della Croce: quel gesto che tracciamo sul nostro corpo dicendo con le labbra «nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen». In quella assoluta semplicità ci sono i due misteri principali della nostra fede: il mistero di Dio Uno e Trino, e il mistero del Verbo che si incarna morendo e risorgendo. E proprio alla croce ci conduce il Vangelo se lo interroghiamo a proposito di quale sia il cammino della pace.
 
Dice Gesù: «Venite a me, voi tutti, che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11, 28-30).

Dobbiamo ammettere però che queste parole sono tutto il contrario di quello che avremmo desiderato ascoltare. Capire che il ristoro per la nostra vita, cioè la pace, scaturisce dal giogo di Cristo, cioè dalla croce, è veramente tutto il contrario di quello che ci saremmo aspettati, e quindi accettarlo richiede un nostro radicale cambiamento.

Noi infatti pensiamo esattamente il contrario; siamo convinti di essere affaticati e oppressi proprio a causa delle contrarietà grandi o piccole, ovvero dalle croci: non sospettiamo minimamente di essere ristorati dalla croce. Nella tradizione cristiana si è soliti chiamare questo radicale cambiamento con il termine dì conversione. Dunque, ecco la parola che solo il cristianesimo può dire: Dio può dare la pace solo se ci conveniamo.
 
Il protagonista è Dio
Conversione. Quante volte l'abbiamo sentito dire? Eppure spesso non è cambiato proprio nulla. Sappiamo, è dottrina cattolica chiaramente definita che la grazia ha l'assoluta priorità. Ciò è vero sia per la conversione iniziale, che per quella continua: la grazia precede, accompagna e segue in ogni passo. Il protagonista non è il mio sforzo umano e la mia volontà, ma Dio. che suscita e richiede la mia corrispondenza. È sempre la grazia che ci previene e ci invita a pregare sinceramente, a confessarci bene.

La confessione, che è veicolo fondamentale di conversione, non è il primo passo. È lo Spirito Santo che ci convince di peccare: la conversione non è frutto del lavoro «solo umano», per quanto ben fatto, della nostra corrispondenza alla Grazia. Tutto ciò è parte della dottrina di sempre, della fede cattolica. Nelle prossime righe però, vogliamo mettere a fuoco un aspetto, solo un aspetto, che riguarda proprio la nostra corrispondenza all'azione della grazia, che sappiamo essere sempre abbondante.

Vogliamo parlare di una verità semplice e tremenda: a volte devo avere il coraggio di dirmi che io non voglio affatto convertirmi. Per farmi capire userò un esempio. Ho letto da qualche parte che i migliori psicoterapeuti dicono che le persone che vanno da loro per essere curate, a volte, in realtà, non vogliono realmente essere curate. Quello che cercano è un sollievo. Una cura sarebbe troppo dolorosa.

Quei medici cioè, mi viene da pensare, paragonano i malati a bimbi che si trastullano con i loro giocattoli e che vanno da loro solo per farsi riparare l'orsacchiotto quando si e rotto. È vero che affermano di voler guarire, cioè di voler uscire dall'asilo e di voler diventare grandi, ma in realtà non credono a quello che dicono. E finche si rimane in quell'atteggiamento, non si può essere curati, non si può finché si desidera solo che vengano aggiustati i propri giocattoli rotti.

Ridatemi il mio lavoro. Ridatemi i miei soldi. Ridatemi il mio amore. Ridatemi la mia reputazione, il mio successo. Ecco i giocattoli. Se ci pensiamo bene, che cos'è la conversione? Non e altro che scoprire che quando abbiamo Dio abbiamo tutto: liberarci dai giocattoli. Ma questo è proprio quello che non vogliamo. Sei andato male all'università? Che t'importa, tanto hai Dio. La tua fidanzata ti ha lasciato? Che t'importa, tanto hai Dio. Hai perso il lavoro, i figli, il marito, la salute? Che t'importa, tanto hai Dio.

Che m'importa? Scherziamo! Io voglio che mi siano ridate la moglie, la salute, i figli, il successo. Io voglio avere una vita «normale». Come tutti. Una vita in cui possa, come un bimbo, trastullarmi innocentemente con le mie cose. Ma il santo, quando ci parla di conversione, non ci parla di questo. Ci parla di Dio e dice che chi possiede Dio non manca di nulla. Chi possiede Dio ritiene il resto come un nulla. È un nulla. Ah sì? Beh, allora mi sono sbagliato. Non dovevo bussare a questa porta. Grazie per il disturbo, ma non mi interessa. Ecco qual è a volte il nostro vero atteggiamento verso la conversione.

Ecco perché la verità tremenda è che, spesso, io non voglio convertirmi.

L'inquietudine che ci guarisce
 A volte l'azione di Dio avviene attraverso cose che ci inquietano. In quei casi, è necessario scoprire pregando che non dobbiamo guarire da quella inquietudine ma è quell'inquietudine che ci guarisce. Quell'inquietudine, l'unica quiete che vuole turbare è delle cose della nostra vita che dobbiamo cambiare. «Non dobbiamo guarire dall'inquietudine, ma è l'inquietudine che ci guarisce».

Quest'affermazione, paradossale ripeto, si comprende se viene letta alla luce della parabola del figliol prodigo, considerata per eccellenza quella della conversione. È successo quello che tutti sappiamo ed è arrivato il momento nel quale il primo dei due figli, quello «prodigo», apre gli occhi sulla sua situazione. Il Vangelo di Luca dice: «Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno.

Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: Quanti, salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati. Sì alzò e tornò da suo padre» (Le 15, 14-20).

Vediamo da soli che la conversione radicale, che avviene nel figlio, non deriva per nulla da una riflessione su quello che è giusto o sbagliato, su ciò che è bene o male, sulla necessità di essere generosi e su quanto sia brutto essere egoisti. Niente di tutto ciò. Per carità, queste sono tutte cose molto importanti, ma le si può veramente capire solo dopo che ci si è convertiti. Ai fini della conversione non servono praticamente a nulla.

La conversione viene descritta esattamente così: «Ritornò in sé e disse: Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!». È come un risveglio, è una nuova comprensione. Ritornò in sé stesso, cioè «capì». A un certo punto a questo giovane uomo cadono le scaglie dagli occhi, e si rende conto che la vita che sta conducendo gli fa male.

È come se un pesce d'acqua dolce capisse che vivere nell'acqua salata gli fa male e quindi decidesse di lasciarla. Immaginiamo che un pesce di un grande fiume, un grande fiume americano o africano, arrivi per sbaglio alla foce e continui a nuotare in un'acqua che, con l’ addentrarsi nell'oceano, diventa sempre più salata. Che cosa farebbe a un certo punto? Quello che faremmo tutti: tornare indietro. Che cosa diremmo di un pesce che non lo facesse? Che è strano, che è malato. Che il suo atteggiamento è incomprensibile. Ecco, il figliol prodigo è come un pesce d'acqua dolce che, resosi conto di nuotare in un liquido sempre più salato, ha deciso di invertire la rotta. Appunto di convenirsi.

Chiunque, leggendo la parabola, direbbe che sarebbe ben strano se il figliol prodigo non lo facesse. Sarebbe come un pesce d'acqua dolce che, inspiegabilmente, stando sempre peggio, continuasse a nuotare verso l'oceano. Gesù insegna qualcosa del genere anche in altre due parabole su che cos'è il regno di Dio.

«Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra» (Mt 13, 44-46).

Anche in questi due casi il cambiamento non avviene grazie alla riflessione su che cosa sia essere generosi, o distaccati dai beni, perché non si può dire che l'atteggiamento degli uomini che vendono tutto per comprare il campo sia di quel tipo. Sono semplicemente furbi. Intelligenti. Per essere esatti hanno il comportamento di chi sa approfittare del colpo di fortuna che hanno avuto. Pagano dieci un campo che vale diecimila; pagano cento una perla che, collocata sul giusto mercato, vale centomila.

Quanto abbiamo visto finora, evidenzia che la conversione può essere descritta come un'azione che fa vivere meglio e fin da subito chi la compie. Un gesto che è nel proprio interesse. Il figliol prodigo della parabola sta per morire di fame ma, attraverso la conversione, cioè attraverso il ritorno alla casa del padre, si salva la vita. L'uomo che compra il campo e il mercante che acquista la perla vendono entrambi tutto quello che hanno e così, fin da subito, accrescono il loro patrimonio

Creatore & Padre
A queste considerazioni, però, si può facilmente ribattere dicendo: se le cose stanno così, perché sono così pochi quelli che si convertono? Lo capiremo, se riflettiamo con calma su quelle parole che abbiamo già scritto: «Non è dall'inquietudine che dobbiamo guarire ma è l'inquietudine che ci guarisce».

Lo smarrimento della pace non è il nostro nemico peggiore ma il nostro miglior amico. L'inquietudine è un sintomo. Per capirlo basta un esempio. Se io avessi la febbre a trentotto, mi curerei. Starei a casa al caldo, magari anche a letto, e mi curerei. Non andrei al lavoro, e curerei l'influenza. Naturalmente non curerei la febbre, ma l'influenza. La febbre è un sintomo, un utilissimo segnale che il corpo mi invia.

La metafora della febbre può essere applicata all'inquietudine e alla mancanza di pace. Se provo angoscia mentendo, perché mentire? Dio è il Dio della verità e in lui trovo la pace. Però, lo vediamo, spesso non è così: molti sono quelli che mentono e continuano a scegliere l'angoscia. Perché? È semplice: quello che ho detto poche righe più sopra riguardo all'influenza non è vero: noi, quando abbiamo trentotto, spesso non ci curiamo. Sappiamo che dovremmo farlo, consigliamo a tutti di farlo, ma noi non lo facciamo.

Il motivo è che la sofferenza che proviamo andando a lavorare con un po' di febbre, non è nulla rispetto alla sofferenza che temiamo di provare nell'eventualità di venir licenziati, o di non fare un esame, o di scoprire che i miei colleghi, o nostro marito, nostra moglie, i nostri figli possono fare tranquillamente a meno di noi. Gli esempi potrebbero essere molti.

In realtà quindi, è solo una verità parziale affermare che non diamo retta alla sofferenza dovuta alla febbre. Spesso la verità completa è che c'è un'altra angoscia ben più importante da affrontare, rispetto alla quale quella della febbre influenzale è una bazzecola. Convenirsi è possibile se ci si rende conto delle inquietudini profonde, senza nome, che ci avvinghiano. Fino a quando questo non succede, ecco che farò finta di non avere la febbre. Andrò avanti senza ascoltare.

L'esempio della febbre ci aiuta anche a capire un po' meglio che cosa significa essere bambini. I bambini che hanno la febbre a trentotto, infatti, stanno a letto. Sono ben contenti di farsi fare le coccole da mamma e papa e di non andare a scuola. I bambini non provano nessun senso di colpa nel curarsi l'influenza e possono avere tutte le «ricadute» che vogliono. Non devono dimostrare niente a nessuno e l'unica paura che hanno è quella di essere abbandonati dai genitori. Se quella non c'è, non temono nulla.

Ecco perché Gesù dice: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18, 3). Siamo arrivati al punto. Prima abbiamo detto che la conversione è facile per quelli che la scelgono. Adesso possiamo aggiungere che è molto difficile sceglierla finché non si scopre che noi siamo bambini, ossia che Dio è creatore e Padre.

È proprio questo il pensiero che da forza al figlio prodigo: «Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre!». Quel giovane, in mezzo alla terribile carestia, che si abbatte sul paese, pensa che suo padre sia più forte della carestia. Stima infinitamente suo padre e pensa che sia più forte e previdente delle avversità. Questo significa che ci si può convertire solo quando si scopre di essere figli, cioè bambini.

E così abbiamo il nostro pesciolino d'acqua dolce che, pur sentendo che l'acqua diventa sempre più salata, continua ad allontanarsi dalla foce e a immergersi nel mare. Sperimenta sofferenza, sta sempre peggio, ma il meccanismo di correzione non scatta. Per qualche misteriosa ragione, ritiene che cambiare la direzione del suo movimento e tornare verso la sorgente possa solo portarlo verso il peggio. Il male reale che sta sperimentando è un po' meglio del peggio immaginario che è convinto di stare fuggendo. Per qualche motivo le situazioni più temute sono quelle sconosciute.

L'unico modo che conosco di risolvere questo perverso meccanismo è la consapevolezza che Dio è Creatore e Padre. Insisto sull'opportunità di affiancare le due verità di fede della creazione e della filiazione divina, perché nostro Padre Dio è un Padre che gioisce della nostra vita, tanto è vero che l'ha fatta. È proprio lo stesso ordine di verità alle quali abbiamo fatto riferimento quando abbiamo detto che il figliol prodigo si rende conto che la vita che sta conducendo «gli fa male».

Naturalmente non bisogna confondere la salute fisica e psicologica con quella spirituale della salvezza eterna, ma quanto voglio sottolineare è che la paternità divina è in continuità con la creazione. Come il neonato piange se perde il contatto con i genitori, così si rassicura quando viene di nuovo preso in braccio. Forse il nostro pesciolino non riesce a riconoscere che quanto gli accade gli fa male perché si sente un apolide, uno senza nessuno, un esiliato che ovunque si trovi è un estraneo.

La soluzione sarà scoprire che, a meno che non lo si voglia liberamente, non siamo fuori dall'abbraccio di un Dio nostro Padre e nostro Creatore. Ciò è possibile se scopriamo il modo in cui il nostro Dio, nostro Padre e nostro Creatore, ci viene incontro, esaudendo veramente i nostri più profondi desideri ma in un modo sorprendente e misterioso. Abramo è angosciato perché il suo sogno di avere un figlio pare che non si realizzi: «Signore Dio, che mi darai? Io me ne vado senza figli» (Gn 15, 2). Il Signore gli risponde: «“Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle” [...] “Tale sarà la tua discendenza”» (Gn 15, 5).

Sappiamo tutti che questa promessa si realizzerà passando attraverso il dramma del sacrificio di Isacco. Nella scrittura ci sono molti esempi del genere. Ne vogliamo citare solo un altro, ed è la promessa di Cristo a Pietro quando Gesù dice al pescatore di Galilea: «Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini» (Le 5, 10).

Quelle parole, non dimentichiamolo, vengono pronunciate dopo che è avvenuta la prima pesca miracolosa. Il sogno di un pescatore è pescare. Ed è proprio questo, quello che Cristo gli vuole dire. Gli vuole dire questo ma non solo questo. «Pescatore di uomini»: per noi che veniamo dopo è chiaro che cosa significa. Vuol dire apostolo, apostolato, Chiesa, e così via. Ma qui siamo all'inizio della vita pubblica di Gesù.

Pietro sta compiendo faticosamente i primi passi dietro a Cristo. Quello che Gesù vuol dire è sicuramente quello che Pietro può capire anche se non è solo quello. E Pietro può capire un sì esistenzialmente pieno e veritiero al desiderio profondo del suo cuore. A quel desiderio che quella notte non era stato esaudito e che perciò gli aveva procurato l'inquietudine e l'angoscia che prova ogni uomo che deve mantenere la propria famiglia con il lavoro e che fallisce.

È vero, quelle parole di Cristo hanno anche un aspetto misterioso: «pescatore di uomini». Pietro può pensare solo che sia un modo di Cristo per esprimere qualcosa di ancor più bello. Qualcosa di straordinariamente traboccante. Di inimmaginabile. Ma le parole di Cristo, lo sappiamo, riguardano non solo i desideri che conosciamo, ma anche quelli più misteriosi. Quelli per i quali noi stessi non troviamo parole.
mdeledda
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venerdì, 29 maggio 2009, ore 23:30

Un ritratto di Pio XII ripulito dai pregiudizi per capire il rapporto tra ebrei e cristiani

Come spiega efficacemente il saggio di Paolo Mieli contenuto nel libro curato da Giovanni Maria Vian, a mezzo secolo dalle prime accuse ancora non è emerso nulla che avvalori la tesi che vuole papa Pacelli complice della Shoah.

di Giorgio Israel,
da Tempi (25/05/09)


Il direttore dell’Osservatore Romano Giovanni Maria Vian ha curato un volume volto a esplorare la figura del papa Pio XII (In difesa di Pio XII - Le ragioni della storia, Venezia, Marsilio, 2009). Esso contiene contributi di Paolo Mieli, di Saul Israel, di Andrea Riccardi, di Rino Fisichella, di Gianfranco Ravasi, di Tarcisio Bertone e la ristampa di un discorso tenuto da Benedetto XVI nel settembre 2008. Il libro sarà presentato il 10 giugno 2009 a Roma presso l’Istituto Luigi Sturzo con la partecipazione di Mieli, di Roberto Pertici, di Anna Foa e di chi scrive.

Sono convinto che questo libro e i dibattiti che esso susciterà serviranno a ristabilire vedute più meditate e riflessive della figura di questo Papa dopo le polemiche ormai quarantennali che furono innescate dalla rappresentazione, nel febbraio 1963 a Berlino, del dramma Il Vicario di Rolf Hochhuth che ne dipingeva l’immagine come di un Papa indifferente se non complice dello sterminio nazista degli ebrei. Come spiega molto efficacemente il saggio di Mieli, è passato quasi mezzo secolo da quel momento e non è emerso nulla che avvalori questa immagine. Si è aperta soltanto una discussione, che non può che protrarsi all’infinito senza alcuna conclusione definita, circa la questione se fosse più efficace che il Papa condannasse molto fortemente quanto stava accadendo, oppure fosse più opportuno un tono più sommesso accompagnato da azioni concrete di salvataggio degli ebrei. Queste azioni vi furono e non ha senso sostenere che conventi e chiese, incluse le cattedrali romane, fossero stati aperti agli ebrei senza che il Papa ne fosse a conoscenza e non avesse dato indicazioni in merito. Ha ragione Mieli a parlare di “leggenda nera” le cui origini sono chiaramente legate all’anticomunismo di papa Pacelli che gli venne fatto pagare lanciandogli addosso la peggiore delle accuse, e cioè il silenzio nei confronti della Shoah.

Trovo inaccettabile in questa discussione la continua confusione che viene fatta tra lo sterminio nazista e le leggi razziali fasciste. Su queste ultime ci sarebbe da dire, perché la Chiesa non si adoperò a contrastarle e anzi, alla fine della guerra, intervenne presso il governo Badoglio perché una parte di esse fosse mantenuta. Ma di questo non si vuol parlare, soffermandosi invece sull’accusa di silenzio di fronte alla Shoah. Al riguardo, Mieli si chiede chi abbia levato la voce contro le persecuzioni degli ebrei, anche nel campo dell’antifascismo, e risponde: «Pochi o nessuno». Allora perché tanto accanimento se non per la ragione sopra detta? Del resto, basti pensare all’autentica furia con cui è stato accolto il libro di Mirella Serri I redenti per avere osato ricordare i trascorsi razzisti di mostri sacri della sinistra comunista italiana. Su quelli bisogna stendere una cortina di silenzio mentre Pio XII deve essere messo alla gogna anche se ha salvato diecimila ebrei a Roma.

Fra questi ebrei salvati vi fu mio padre Saul, di cui il libro pubblica un inedito scritto nell’immediata fine della guerra per evocare un momento di intensa emotività vissuto nel convento di Sant’Antonio a via Merulana. Da quel convento, divenuto rischioso per la sua prossimità con il comando della Gestapo di via Tasso, egli fu trasferito a San Giovanni in Laterano sotto la cura di Pietro Palazzini, futuro cardinale e proclamato Giusto di Israele. Non credo che mi offuschino i sentimenti filiali se dico che quella testimonianza dovrebbe essere letta da chiunque voglia tornare al senso profondo del rapporto tra ebraismo e cristianesimo per far trionfare le ragioni della comprensione.

***


Pio XII choc: ordinò di accogliere gli ebrei

da Affari Italiani (23 maggio 2009)

«Monsignore, quanta gente ha in Seminario?». «Quattrocentodue, Padre Santo». «Per favore, mi trovi altri posti». Questo dialogo tra Pio XII e mons. Roberto Ronca, allora rettore del Seminario maggiore romano, ebbe luogo il 2 febbraio 1944, in Vaticano, nel corso della consueta cerimonia in cui i rappresentanti di tutti gli istituti religiosi romani donano una candela al Papa, per la festa della Candelora.

Accanto al rettore, come ministrante, era presente don Giuseppe Simonazzi che, allora seminarista al Laterano, accompagnò Ronca quel giorno in Vaticano e potè così assistere alla richiesta del Papa di ospitare altri clandestini nella struttura extraterritoriale del Laterano.

La testimonianza è contenuta nel documentario - inchiesta Pio XII. Il diplomatico di Dio realizzato da Antonello Carvigiani, in onda su Sat2000, la tv promossa dalla CEI. Simonazzi racconta che il Papa riceveva in quell'occasione il dono della candela singolarmente da ogni istituto. Ciascun rappresentante si alzava dal suo posto nella sala e si avvicinava a Pio XII, per un brevissimo colloquio. Quando tocca al Seminario romano, mons. Ronca, insieme al giovane seminarista, si avvicinò al Pontefice. Pio XII, con voce sommessa e cercando di non dare nell'occhio, domandò al rettore quanti rifugiati siano ospitati al Laterano e - dopo aver ascoltato la risposata del rettore - chiese di aumentare i posti da mettere a loro disposizione: un breve scambio di battute di importanza fondamentale nel documentare come il Papa si era personalmente impegnato a creare - insieme ai suoi collaboratori - una rete di salvataggio per tutti coloro che ne hanno bisogno.

È noto da tempo che il Seminario maggiore romano era divenuto, tra l'ottobre del 1943 e il giugno del 1944, un rifugio sicuro per militari fedeli al Re, politici antifascisti ed ebrei. Una situazione che dunque non era stata voluta solo dall'iniziativa di mons. Ronca, con la copertura della Segreteria di Stato ma dallo stesso Papa Pacelli.
mdeledda
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venerdì, 29 maggio 2009, ore 23:16

Congresso sui rapporti della Santa Sede con l'Europa post-comunista

di Patricia Navas,
da Zenit (29/05/09)


La Bosnia-Erzegovina rappresenta oggi un modello interessante, non solo per quanto riguarda le relazioni tra Chiesa e Stato, ma anche per il tema del dialogo interreligioso.

Lo ha affermato monsignor Pietro Parolin, della Segreteria di Stato vaticana, durante il Congresso "La Santa Sede e gli Stati dell'Europa postcomunista. Aspetti chiave dei loro rapporti a vent'anni dalla caduta del muro di Berlino", celebrato questo mercoledì presso la Pontificia Università Angelicum di Roma.

"I croati per lo più sono cattolici, i serbi sono ortodossi e i bosniaci sono musulmani", ha ricordato monsignor Parolin, secondo quanto rende noto un comunicato dell'Università inviato a Zenit.

"Per il principio di eguaglianza dei tre popoli costitutivi, proprio dalla dimensione internazionale dell'Accordo di Base con la Santa Sede, vengono comunque ulteriori garanzie per tutte le comunità religiose del Paese, ed anche per gli accordi che verranno stipulati con esse, perché comunque anche questi saranno connessi con il nostro accordo", ha osservato.

Diplomatici ed ecclesiastici hanno sottolineato nel Congresso che gli accordi internazionali contribuiscono al progresso di un Paese perché introducono una visione giuridica che supera quella nazionale, a volte parziale e strumentale.

Anche gli accordi della Santa Sede si ispirano ai principi fondamentali della dignità e della libertà della persona, il che non ha valore solo per la comunità cattolica, ma è un contributo al progresso mondiale dei popoli.

In questo senso, l'ambasciatrice della Polonia presso la Santa Sede, Hanna Suchocka, ha affermato che "la stipula del Concordato fra Santa Sede e Stato polacco ha avuto soprattutto il significato di agganciare il Paese a principi giuridici sovranazionali basati su valori universalmente riconosciuti".

Per questo, anche la Santa Sede ha compiuto un grande sforzo dalla caduta del Muro di Berlino per ristabilire le relazioni diplomatiche e concludere accordi con gli Stati dell'Europa post-comunista.

Queste relazioni si erano deteriorate a causa delle politiche autoritarie dei regimi comunisti e della dura repressione nei confronti della comunità cattolica.

In Cecoslovacchia, l'incaricato degli affari della Santa Sede venne espulso nel 1950; in Ungheria, il Cardinale Jozsef Mindszenty venne condannato all'ergastolo nel 1949 per "alto tradimento" (nel 1989 usufruì dell'amnistia).

In Albania il regime aveva distrutto tutte le strutture visibili della Chiesa e i pochi cattolici rimasti furono costretti a vivere in clandestinità come i primi cristiani nelle catacombe.

L'ex Segretario di Stato vaticano Cardinale Angelo Sodano ha affermato nel corso del Congresso che "la scoperta documentata di milioni di morti scosse dolorosamente coloro che avevano creduto nell'ideologia marxista".

"Uno dei più noti storici dell'URSS, Roy Medvedev, già nel febbraio del 1989 parlava di 40 milioni di vittime di Stalin nell'allora Unione Sovietica. Fra di loro molti furono perseguitati solo a causa della loro fede", ha aggiunto.

Presuli e ambasciatori hanno constatato nel Congresso l'ampiezza e l'intensità dell'attività diplomatica e politica del Vaticano negli ultimi 20 anni.

Mentre tra il 1950 e il 1989 la Santa Sede ha concluso ufficialmente 85 "accordi" (concordati, protocolli...) con vari Paesi, solo nei dieci anni tra il 1990 e il 2000 ne ha conclusi 50, e il ritmo si mantiene nel decennio in corso.

Alcuni oratori, tra cui i Cardinali Achille Silvestrini e Roger Etchegaray, hanno sottolineato l'influenza della politica di Papa Giovanni Paolo II per la caduta del Muro, così come il rapido cambiamento che hanno sperimentato a partire da quel momento tutti i Paesi dell'ex blocco comunista.



Vorrei far notare che Medjugorje si trova in Bosnia-Erzegovina.
mdeledda
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