martedì, 31 marzo 2009, ore 22:13
L'AMORE DI DIO INCONTRA LA LIBERTÀ DELL'UOMO
MESSAGGIO PER LA XLVI GIORNATA
MONDIALE DI PREGHIERA PER LE VOCAZIONI.
3 MAGGIO 2009 - IV DOMENICA DI PASQUA
Tema: «La fiducia nell’iniziativa di Dio e la risposta umana»

Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!
In occasione della prossima Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni al sacerdozio ed alla vita consacrata, che sarà celebrata il 3 maggio 2009, Quarta Domenica di Pasqua, mi è gradito invitare l’intero Popolo di Dio a riflettere sul tema: La fiducia nell’iniziativa di Dio e la risposta umana. Risuona perenne nella Chiesa l’esortazione di Gesù ai suoi discepoli: “Pregate dunque il Signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!” (Mt 9,38). Pregate! Il pressante appello del Signore sottolinea come la preghiera per le vocazioni debba essere ininterrotta e fiduciosa. Solamente se animata dalla preghiera infatti, la comunità cristiana può effettivamente “avere maggiore fede e speranza nella iniziativa divina” (Esort. ap. postsinodale Sacramentum caritatis, 26).
La vocazione al sacerdozio e alla vita consacrata costituisce uno speciale dono divino, che si inserisce nel vasto progetto d’amore e di salvezza che Iddio ha su ogni uomo e per l’intera umanità. L’apostolo Paolo, che ricordiamo in modo speciale durante quest’Anno Paolino nel bimillenario della sua nascita, scrivendo agli Efesini afferma: “Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo, in lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità” (Ef 1,3-4). Nell’universale chiamata alla santità risalta la peculiare iniziativa di Dio, con cui sceglie alcuni perché seguano più da vicino il suo Figlio Gesù Cristo, e di lui siano ministri e testimoni privilegiati. Il divino Maestro chiamò personalmente gli Apostoli “perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demoni” (Mc 3,14-15); essi, a loro volta, si sono associati altri discepoli, fedeli collaboratori nel ministero missionario. E così, rispondendo alla chiamata del Signore e docili all’azione dello Spirito Santo, schiere innumerevoli di presbiteri e di persone consacrate, nel corso dei secoli, si sono poste nella Chiesa a totale servizio del Vangelo. Rendiamo grazie al Signore che anche oggi continua a convocare operai per la sua vigna. Se è pur vero che in talune regioni della terra si registra una preoccupante carenza di presbiteri, e che difficoltà e ostacoli accompagnano il cammino della Chiesa, ci sorregge l’incrollabile certezza che a guidarla saldamente nei sentieri del tempo verso il compimento definitivo del Regno è Lui, il Signore, che liberamente sceglie e invita alla sua sequela persone di ogni cultura e di ogni età, secondo gli imperscrutabili disegni del suo amore misericordioso.
Nostro primo dovere è pertanto di mantenere viva, con preghiera incessante, questa invocazione dell’iniziativa divina nelle famiglie e nelle parrocchie, nei movimenti e nelle associazioni impegnati nell’apostolato, nelle comunità religiose e in tutte le articolazioni della vita diocesana. Dobbiamo pregare perché 1’intero popolo cristiano cresca nella fiducia in Dio, persuaso che il “padrone della messe” non cessa di chiedere ad alcuni di impegnare liberamente la loro esistenza per collaborare con lui più strettamente nell’opera della salvezza. E da parte di quanti sono chiamati si esige attento ascolto e prudente discernimento, generosa e pronta adesione al progetto divino, serio approfondimento di ciò che è proprio della vocazione sacerdotale e religiosa per corrispondervi in modo responsabile e convinto. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda opportunamente che la libera iniziativa di Dio richiede la libera risposta dell’uomo. Una risposta positiva che presuppone sempre 1’accettazione e la condivisione del progetto che Dio ha su ciascuno; una risposta che accolga 1’iniziativa d’amore del Signore e diventi per chi è chiamato un’esigenza morale vincolante, un riconoscente omaggio a Dio e una totale cooperazione al piano che Egli persegue nella storia (cfr n. 2062).
Contemplando il mistero eucaristico, che esprime in modo sommo il libero dono fatto dal Padre nella Persona del Figlio Unigenito per la salvezza degli uomini, e la piena e docile disponibilità di Cristo nel bere fino in fondo il “calice” della volontà di Dio (cfr Mt 26,39), comprendiamo meglio come “la fiducia nell’iniziativa di Dio” modelli e dia valore alla “risposta umana”. Nell’Eucaristia, il dono perfetto che realizza il progetto d’amore per la redenzione del mondo, Gesù si immola liberamente per la salvezza dell’umanità. “La Chiesa - ha scritto il mio amato predecessore Giovanni Paolo II - ha ricevuto l’Eucaristia da Cristo suo Signore non come un dono, pur prezioso fra tanti altri, ma come il dono per eccellenza, perché dono di se stesso, della sua persona nella sua santa umanità, nonché della sua opera di salvezza” (Enc. Ecclesia de Eucharistia, 11).
A perpetuare questo mistero salvifico nei secoli, sino al ritorno glorioso del Signore, sono destinati i presbiteri, che proprio in Cristo eucaristico possono contemplare il modello esimio di un “dialogo vocazionale” tra la libera iniziativa del Padre e la fiduciosa risposta del Cristo. Nella celebrazione eucaristica è Cristo stesso che agisce in coloro che Egli sceglie come suoi ministri; li sostiene perché la loro risposta si sviluppi in una dimensione di fiducia e di gratitudine che dirada ogni paura, anche quando si fa più forte 1’esperienza della propria debolezza (cfr Rm 8,26-30), o si fa più aspro il contesto di incomprensione o addirittura di persecuzione (cfr Rm 8,35-39).
La consapevolezza di essere salvati dall’amore di Cristo, che ogni Santa Messa alimenta nei credenti e specialmente nei sacerdoti, non può non suscitare in essi un fiducioso abbandono in Cristo che ha dato la vita per noi. Credere nel Signore ed accettare il suo dono, porta dunque ad affidarsi a Lui con animo grato aderendo al suo progetto salvifico. Se questo avviene, il “chiamato” abbandona volentieri tutto e si pone alla scuola del divino Maestro; ha inizio allora un fecondo dialogo tra Dio e l’uomo, un misterioso incontro tra l’amore del Signore che chiama e la libertà dell’uomo che nell’amore gli risponde, sentendo risuonare nel suo animo le parole di Gesù: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15,16).
Questo intreccio d’amore tra l’iniziativa divina e la risposta umana è presente pure, in maniera mirabile, nella vocazione alla vita consacrata. Ricorda il Concilio Vaticano II: “I consigli evangelici della castità consacrata a Dio, della povertà e dell’obbedienza, essendo fondati sulle parole e sugli esempi del Signore, e raccomandati dagli Apostoli, dai Padri, dai dottori e dai pastori della Chiesa, sono un dono divino, che la Chiesa ha ricevuto dal suo Signore e con la sua grazia sempre conserva” (Cost. Lumen gentium, 43). Ancora una volta, è Gesù il modello esemplare di totale e fiduciosa adesione alla volontà del Padre, a cui ogni persona consacrata deve guardare. Attratti da lui, fin dai primi secoli del cristianesimo, molti uomini e donne hanno abbandonato famiglia, possedimenti, ricchezze materiali e tutto quello che umanamente è desiderabile, per seguire generosamente il Cristo e vivere senza compromessi il suo Vangelo, diventato per essi scuola di radicale santità. Anche oggi molti percorrono questo stesso esigente itinerario di perfezione evangelica, e realizzano la loro vocazione con la professione dei consigli evangelici. La testimonianza di questi nostri fratelli e sorelle, nei monasteri di vita contemplativa come negli istituti e nelle congregazioni di vita apostolica, ricorda al popolo di Dio “quel mistero del Regno di Dio che già opera nella storia, ma attende la sua piena attuazione nei cieli” (Esort. ap. postsinodale Vita consecrata, 1).
Chi può ritenersi degno di accedere al ministero sacerdotale? Chi può abbracciare la vita consacrata contando solo sulle sue umane risorse? Ancora una volta, è utile ribadire che la risposta dell’uomo alla chiamata divina, quando si è consapevoli che è Dio a prendere l’iniziativa ed è ancora lui a portare a termine il suo progetto salvifico, non si riveste mai del calcolo timoroso del servo pigro che per paura nascose sotto terra il talento affidatogli (cfr Mt 25,14-30), ma si esprime in una pronta adesione all’invito del Signore, come fece Pietro quando non esitò a gettare nuovamente le reti pur avendo faticato tutta la notte senza prendere nulla, fidandosi della sua parola (cfr Lc 5,5). Senza abdicare affatto alla responsabilità personale, la libera risposta dell’uomo a Dio diviene così “corresponsabilità”, responsabilità in e con Cristo, in forza dell’azione del suo Santo Spirito; diventa comunione con Colui che ci rende capaci di portare molto frutto (cfr Gv 15,5).
Emblematica risposta umana, colma di fiducia nell’iniziativa di Dio, è l’“Amen” generoso e pieno della Vergine di Nazaret, pronunciato con umile e decisa adesione ai disegni dell’Altissimo, a Lei comunicati dal messo celeste (cfr Lc 1,38). Il suo pronto “si” permise a Lei di diventare la Madre di Dio, la Madre del nostro Salvatore. Maria, dopo questo primo “fiat”, tante altre volte dovette ripeterlo, sino al momento culminante della crocifissione di Gesù, quando “stava presso la croce”, come annota l’evangelista Giovanni, compartecipe dell’atroce dolore del suo Figlio innocente. E proprio dalla croce, Gesù morente ce l’ha data come Madre ed a Lei ci ha affidati come figli (cfr Gv 19,26-27), Madre specialmente dei sacerdoti e delle persone consacrate. A Lei vorrei affidare quanti avvertono la chiamata di Dio a porsi in cammino nella via del sacerdozio ministeriale o nella vita consacrata.
Cari amici, non scoraggiatevi di fronte alle difficoltà e ai dubbi; fidatevi di Dio e seguite fedelmente Gesù e sarete i testimoni della gioia che scaturisce dall’unione intima con lui. Ad imitazione della Vergine Maria, che le generazioni proclamano beata perché ha creduto (cfr Lc 1,48), impegnatevi con ogni energia spirituale a realizzare il progetto salvifico del Padre celeste, coltivando nel vostro cuore, come Lei, la capacità di stupirvi e di adorare Colui che ha il potere di fare “grandi cose” perché Santo è il suo nome (cfr ibid., 1,49).
Dal Vaticano, 20 Gennaio 2009
BENEDETTO XVI
mdeledda
martedì, 31 marzo 2009, ore 21:42
Papa Ratti e la modernità di don Bosco
di Enrico dal Covolo,
da L'Osservatore Romano (31/03/09)
Il 1° aprile 1934 - solennità di Pasqua e conclusione del Giubileo straordinario della redenzione - Papa Pio XI proclamava santo il sacerdote torinese Giovanni Bosco (1815-1888). Terminava così il lungo processo di beatificazione e di canonizzazione iniziato a Torino il 4 giugno 1890. La prima fase, il “processo ordinario” (detto così perché condotto sotto la responsabilità del vescovo ordinario del luogo) si era conclusa il 1° giugno 1897. Solo dieci anni dopo, il 24 luglio 1907, era iniziato il “processo apostolico” (romano).
Esso durò venti anni, fino all'8 febbraio 1927, e conobbe fasi alterne. Basti dire che al termine d'una riunione preparatoria - quella del 20 luglio 1926 - sembrò ad alcuni che la causa di canonizzazione non potesse più procedere.
Ma l'interessamento autorevole di Pio XI - che da giovane prete aveva conosciuto personalmente don Bosco («Noi siamo con profonda compiacenza tra i più antichi amici personali del venerabile Don Bosco», così aveva detto in una memorabile udienza il Pontefice) e ne aveva conservato una stima altissima - fece ripetere la medesima riunione pochi mesi più tardi, il 14 dicembre 1926.
Il successo di questa nuova riunione aprì la strada agli adempimenti ulteriori: la cosiddetta Congregazione Generale davanti al Papa (8 febbraio 1927) e la conseguente Lettura del Decreto sull'eroicità della vita e delle virtù del venerabile Giovanni Bosco (20 febbraio 1927).
Così, dopo l'esame dei quattro miracoli allora prescritti - due per la beatificazione e due per la canonizzazione - si poté procedere alla beatificazione il 2 giugno 1929, e finalmente alla canonizzazione, appunto il 1° aprile 1934.
Proprio il processo romano (1907-1927) - impostato, come prevedeva la procedura vigente, secondo il metodo delle “obiezioni” (animadversiones, avanzate dal cosiddetto “avvocato del diavolo”) e delle “risposte” (responsiones, preparate dall'avvocato difensore, designato dalla postulazione) - contiene gli elementi più interessanti per riflettere oggi, a settantacinque anni di distanza, sul significato sempre attuale della canonizzazione di don Bosco. Le obiezioni sono abbastanza note. Si trattava soprattutto della cosiddetta “astuzia” di don Bosco, orientata, secondo “l'avvocato del diavolo”, a un'ardente passione di successo personale e di guadagno economico. Vi entrava anche - per gli stessi motivi - l'accusa di un certo “plagio” nei confronti dei ragazzi, di “non trasparenza” (sono termini di oggi) nell'assicurarsi elemosine ed eredità, e di disubbidienza pressoché sistematica all'arcivescovo di Torino, monsignor Gastaldi. La risposta a queste obiezioni proviene - oltre che dagli organismi stabiliti dalla procedura - dall'autorità somma del Papa: di conseguenza, soprattuttole parole di Pio XI rimangono un punto di partenza imprescindibile per rileggere oggi il significato profondo della canonizzazione di don Bosco.
Alla conclusione del processo romano, l'8 febbraio 1927, il Papa aveva detto: «Il venerabile Don Bosco appartiene alla magnifica categoria di uomini scelti in tutta l'umanità, a questi colossi di grandezza benefica, e la sua figura facilmente si ricompone, se all'analisi minuta, rigorosa delle sue virtù, quale venne fatta nelle precedenti discussioni lunghe e reiterate, succede la sintesi che, riunendone le sparse linee, la restituisce bella e grande: una magnifica figura, che l'immensa, l'insondabile umiltà, non riusciva a nascondere».
E finalmente, nell'omelia del 1° aprile 1934, questa «magnifica figura» venne solennemente definita come «l'apostolo della gioventù, interamente dedito alla gloria di Dio e alla salute delle anime», distintosi per arditezza di concetti e modernità di mezzi in ordine all'educazione completa dell'uomo: educazione che - secondo il pensiero di Pio XI, in polemica non troppo velata con la cultura fascista del tempo - non doveva limitarsi soltanto a corroborare il corpo, ma doveva mirare a tutto il suo essere, a promuovere la formazione nelle scienze, senza però trascurare mai le verità divine e soprannaturali.
Detto in altri termini, la canonizzazione di don Bosco richiama irresistibilmente gli educatori di oggi alla validità perenne del sistema preventivo, fondato sulla ragione, la religione e l'amorevolezza, e finalizzato all'edificazione dell'onesto cittadino e del buon cristiano: un sistema educativo collaudato, in poco più di un secolo, da una schiera di campioni della santità giovanile, come Domenico Savio, Laura Vicuña, i cinque ragazzi martiri di Poznan, Alberto Marvelli, i giovani martiri spagnoli, Zeffirino Namuncurà. Per questo motivo il sacerdote torinese Giovanni Bosco ha donato la sua vita, sfidando con grande coraggio i “benpensanti” del suo tempo. Per questo egli ha esercitato eroicamente le virtù. Per questo egli è santo, e rimane per sempre nella gloria di Dio.
mdeledda
martedì, 31 marzo 2009, ore 21:30
Laicità? Ma l’hanno inventata i cristiani...
Va in libreria da oggi «Identità dissolta», il nuovo libro di monsignor Rino Fisichella su «il cristianesimo, lingua madre dell’Europa» (Mondadori, pp. 144, 17€). L’arcivescovo rettore dell’Università Lateranense nonché Presidente della Pontificia Accademia per la Vita cerca di rintracciare nella matrice religiosa scaturita dal Vangelo un’«impronta» genetica, quasi un denominatore comune che continua ad essere utile per la crescita anche sociale e civile del Vecchio Continente, soprattutto in questo momento «gravido di sfide» in cui il pluralismo, le migrazioni, il multiculturalismo contribuiscono a rendere più vaga l’identità europea. L’ultimo capitolo è dedicato all’«emergenza educativa», argomento dell’appena concluso Forum del Progetto culturale della CEI. In questa pagina pubblichiamo alcuni stralci del capitolo su «Laicità dello Stato e religioni».

di Mons. Rino Fisichella,
da Avvenire (31/03/2009)
L’aggettivo laikós indicava originariamente un membro della Chiesa, che fa parte del laós tou theou, il «popolo di Dio». Ciò è ancora più evidente se si considera la traduzione latina del termine, che non è il generico populus, bensì plebs, che indicava specificamente la comunità cristiana. L’inevitabile evoluzione del termine nei secoli successivi è specchio non solo di peculiari condizioni storiche – particolarmente, in questo caso, le divisioni provocate all’interno della comunità cattolica dalla Riforma protestante nel XVI e XVII secolo – ma anche e soprattutto dell’orizzonte culturale a essa sotteso. Si è così progressivamente giunti a identificare la condizione di «laicità» come uno stato di autonomia della politica dalla sfera religiosa e come indice della possibilità di raggiungere la verità tramite la sola ragione, prescindendo dalla fede. In entrambi i casi, l’autentico significato del termine, per come si è evoluto nel corso dei millenni, è stato snaturato. Se da una parte, infatti, non si può non concordare sul concetto di distinzione dei poteri e dei ruoli che spettano rispettivamente alla Chiesa e allo Stato, è invece difficilmente condivisibile la tesi secondo cui uno Stato è «laico» perché nel suo legiferare prescinde completamente dalla religione e dai suoi contenuti.
Questa posizione si può riassumere con la massima di Ugo Grozio, fatta propria, quasi fosse una formula magica, dal movimento secolarista, il quale però ne ha corrotto il significato originale: etsi Deus non daretur, «come se Dio non ci fosse». Analogamente, è assurdo temere che la verità della fede possa attentare all’autonomia della ragione, oppure teorizzare che solo questa possa raggiungere la verità, e fa meraviglia che i fautori di tali posizioni non ne siano coscienti. Se si è giunti a questa concezione moderna del termine «laicità» – è bene ribadirlo – in ambito sia filosofico sia politico, è solo perché nel cristianesimo si erano precedentemente sviluppate le forme concettuali ed espressive che ne permisero il comune riconoscimento, nonostante l’uso ambiguo e spesso strumentale a cui il termine è soggetto. Rivendichiamo, pertanto, la primogenitura di questa concezione, non per orgoglio – anche se avremmo tutti i diritti per farlo – ma esclusivamente perché ci venga riconosciuto un diritto di originalità che non ci può essere sottratto, se non altro per rispetto della verità storica. Ultimamente, si sente parlare sempre più spesso di «etica laica». Cosa si nasconda dietro questa espressione è facile immaginarlo, alla luce di quanto abbiamo esposto in precedenza. Di fatto, si vuole imporre questo concetto per accreditare la tesi di un’autonomia, soprattutto dalla sfera cattolica, in grado di favorire la scienza e così produrre progresso. Quanto questa visione sia ingenua è evidente.
Per sua stessa natura l’etica non ha alcuna colorazione e ogni sua ulteriore qualificazione risulta pleonastica. L’etica, infatti, riconosce il primato della ragione e assieme alla ratio giunge ai principi fondamentali che stanno alla base della vita personale. Difendere in ambito politico l’esistenza di un’etica «laica» indipendente dalla «morale cattolica» è giusto e corretto, ma ciò non implica che i loro contenuti debbano essere necessariamente contrapposti. Significherebbe non percepire il nesso costitutivo che intercorre tra etica e morale cattolica e creare artificiosamente, e con intenti strumentali, un’inesistente contrapposizione. Per quanto possa apparire paradossale, oggi gli Stati hanno urgente bisogno di confrontarsi con la questione della verità; devono ricercarla incessantemente e proporla ai cittadini soprattutto quando questa ha a che fare con i diritti fondamentali della persona, come quelli che riguardano la vita e la morte.
Dinanzi a quei problemi etici particolarmente controversi, lo Stato deve confrontarsi con la verità e specialmente con quella proposta dalla religione, che più di ogni altra conferisce valore alla dignità della persona. Il concetto di tolleranza, applicato oggi ai più svariati ambiti – si pensi per esempio alla tolleranza razziale, politica, etnica, sessuale, culturale – non è di aiuto per risolvere la situazione conflittuale nella quale ci troviamo. Lo Stato non può assestarsi in una sorta di neutralità che tutti accoglie e nessuno predilige. Deve senz’altro adoperarsi per riconoscere e difendere le minoranze, anche quelle religiose, ma ciò non può andare a detrimento della maggioranza presente nel Paese, che ne rappresenta la storia, la tradizione e l’identità. Infine, riteniamo che in questa sua ricerca e attuazione della verità, lo Stato «democratico» sia chiamato a tenere fede a questo suo fondamentale attributo. In virtù del suo essere democratico, lo Stato non solo deve accettare di confrontarsi con la Chiesa, ma deve anche saperne accogliere – solo in un secondo momento temperandole – le eventuali ingerenze. Non si tratta di una questione di laicità ma di democrazia, che dà prova di maturità accettando i rischi di tale condizione. La Chiesa invece, richiamandosi a principi che hanno un’origine superiore a quella umana, non potrebbe mai accettare una qualsiasi ingerenza dello Stato riguardo ai propri contenuti. Ciò non rende una superiore all’altro, ma semplicemente riconosce l’autonomia e l’autoctonia di entrambe le istituzioni. La cosa può apparire paradossale, e lo è. La democrazia, obbligata per sua costituzione ad accogliere in sé elementi che vanno oltre la sfera della politica, trova in sé anche i mezzi per neutralizzare eventuali schegge impazzite. La Chiesa, da parte sua, ben conosce i limiti entro cui può operare.
Gli Stati, a volte, ricorrono al Concordato per ratificare i rapporti tra le due istituzioni; si tratta comunque di uno strumento, non di un fine. Ciò che caratterizza la presenza della Chiesa nella società è l’annuncio di un’esistenza che non si esaurisce nelle situazioni e nelle eventualità regolamentate dalle leggi emanate dagli Stati, ma va oltre. L’irrilevanza del messaggio cristiano potrebbe sembrare segno della laicità acquisita dallo Stato, ma in realtà si tratta soltanto di un sintomo della debolezza congenita delle strutture che, in tal modo, manifestano la povertà culturale che le minaccia. I seguaci di Voltaire storceranno il naso, ma, se vorranno essere coerenti, saranno obbligati, oggi più di ieri, a legittimare la nostra esistenza all’interno della società; eppure, non potranno esimersi dall’affermare che siamo un’anomalia, una presenza fortuita, accidentale, addirittura fastidiosa soprattutto in questi ultimi tempi, perché tanto ingombrante con le sue certezze e i suoi dogmi.
La pretesa di verità che rechiamo contraddice il loro principio di tolleranza – espressione genuina di dogmi laicisti – secondo il quale sarebbe meglio per tutti, e per il progresso della società, se fossimo confinati nel privato, senza alcuna possibilità di esprimerci pubblicamente su questioni di carattere sociale ed etico. Non è lontano da questa stessa tentazione anche chi si richiama a una rinnovata comprensione dello Stato etico, che legifera non solo prescindendo dalla morale presente nella società, ma si arroga la facoltà di presentarsi come istanza morale assoluta, traendo dall’ideologia l’ispirazione per i propri interventi legislativi. L’apertura degli Stati generali a Versailles il 5 maggio 1789, uno degli atti fondanti della Rivoluzione francese.
Collegamenti esterni:
Laicità, stato etico e Chiesa (da Pontifex Roma, 31/03/2009)
mdeledda
lunedì, 30 marzo 2009, ore 21:32
GESÙ SI AFFIDÒ AL PADRE E, NONOSTANTE LA PAURA, ACCETTÒ LA CROCE
VISITA PASTORALE ALLA PARROCCHIA ROMANA
DEL SANTO VOLTO DI GESÙ ALLA MAGLIANA
OMELIA DELLA V DOMENICA DI QUARESICA
29 marzo 2009
Cari fratelli e sorelle,
nell’odierna pagina del Vangelo, san Giovanni riferisce un episodio avvenuto nell’ultima fase della vita pubblica di Cristo, nell’imminenza ormai della Pasqua ebraica, che sarà la sua Pasqua di morte e risurrezione. Mentre si trovava a Gerusalemme – narra l’Evangelista – alcuni greci, proseliti del giudaismo, incuriositi ed attratti da quanto Egli andava compiendo, si avvicinarono a Filippo, uno dei Dodici che aveva un nome greco e proveniva dalla Galilea. “Signore, gli dissero, vogliamo vedere Gesù”. Filippo chiamò a sua volta Andrea, uno dei primi apostoli molto vicino al Signore, anch’egli con un nome greco, ed entrambi “andarono a dirlo a Gesù” (cfr Gv 12, 20-21).
Nella richiesta di questi anonimi greci possiamo leggere la sete che è nel cuore di ogni uomo di vedere e di conoscere Cristo; e la risposta di Gesù ci orienta al mistero della Pasqua, manifestazione gloriosa della sua missione salvifica. “È venuta l’ora – Egli dichiara – che il Figlio dell’uomo sia glorificato» (Gv 12, 23). Sì! Sta per giungere l’ora della glorificazione del Figlio dell’uomo, ma questo comporterà il passaggio doloroso attraverso la passione e la morte in croce. Solo così infatti si realizzerà il piano divino della salvezza che è per tutti, giudei e pagani. Tutti sono infatti invitati a far parte dell’unico popolo della nuova e definitiva alleanza. In questa luce, comprendiamo anche la solenne proclamazione con cui si chiude il brano evangelico: “E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12, 32), come pure il commento dell’Evangelista: “Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire” (Gv 12, 33). La croce: l’altezza dell’amore è l’altezza di Gesù e a quest’altezza Egli attira tutti.
Molto opportunamente la liturgia ci fa meditare questo testo del Vangelo di Giovanni nell’odierna quinta domenica di Quaresima, mentre si avvicinano i giorni della Passione del Signore, nella quale ci immergeremo spiritualmente a partire da domenica prossima, detta appunto domenica delle Palme e della Passione del Signore. È come se la Chiesa ci stimolasse a condividere lo stato d’animo di Gesù, volendoci preparare a rivivere il mistero della sua crocifissione, morte e risurrezione non come spettatori estranei, bensì come protagonisti insieme con Lui, coinvolti nel suo mistero di croce e di risurrezione. Laddove infatti è Cristo devono trovarsi anche i suoi discepoli, che sono chiamati a seguirlo, a solidarizzare con Lui nel momento del combattimento, per essere compartecipi della sua vittoria.
In che consista la nostra associazione alla sua missione lo spiega il Signore stesso. Parlando della sua prossima morte gloriosa, egli utilizza una semplice e insieme suggestiva immagine: “Se il chicco di grano caduto in terra, non muore, rimane solo, se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24). Paragona se stesso a un “chicco di grano disfatto, per portare a tutti molto frutto”, secondo una efficace espressione di sant’Atanasio; e solo mediante la morte, la croce, Cristo porta molto frutto per tutti i secoli. Non bastava infatti che il Figlio di Dio si fosse incarnato. Per portare a compimento il piano divino della salvezza universale, occorreva che Egli venisse ucciso e sepolto: solo così tutta la realtà umana sarebbe stata accettata e, mediante la sua morte e risurrezione, si sarebbe reso manifesto il trionfo della Vita, il trionfo dell’Amore; si sarebbe dimostrato che l’amore è più forte della morte.
Tuttavia, l’uomo Gesù – che era un vero uomo con i nostri stessi sentimenti - avvertiva il peso della prova e la tristezza amara per la tragica fine che lo attendeva. Proprio essendo Uomo-Dio, sperimentava tanto maggiormente il terrore di fronte all’abisso del peccato umano e di quanto vi è di sporco nell’umanità, che Egli doveva portare con sé e consumare nel fuoco del suo amore. Tutto questo Egli doveva portare con sé e trasformare nel suo amore. “Adesso – Egli confessa – l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora?” (Gv 12, 27). Affiora la tentazione di chiedere: “Salvami, non permettere la croce, dammi la vita!” Cogliamo in questa sua accorata invocazione un anticipo della struggente preghiera del Getsemani, quando, sperimentando il dramma della solitudine e della paura, implorerà il Padre di allontanare da Lui il calice della passione. Allo stesso tempo, però, non viene meno la sua filiale adesione al disegno divino, perché proprio per questo sa di essere giunto a quest’ora, e con fiducia prega: “Padre, glorifica il tuo nome” (Gv 12, 28). Con questo vuol dire: “Accetto la croce” - nella quale si glorifica il nome di Dio, cioè la grandezza del suo amore. Anche qui Gesù anticipa le parole del Monte degli Ulivi: “Non la mia, ma la tua volontà sia fatta”. Egli trasforma la sua volontà umana e la identifica con quella di Dio. Questo è il grande evento del Monte degli Ulivi, il percorso che dovrebbe realizzarsi fondamentalmente in ogni nostra preghiera: trasformare, lasciare che la grazia trasformi la nostra volontà egoistica e la apra ad uniformarsi alla volontà divina. Gli stessi sentimenti affiorano nel brano della Lettera agli Ebrei, proclamato nella seconda lettura. Prostrato da un’angoscia estrema a causa della morte che incombe, Gesù offre a Dio preghiere e suppliche “con forti grida e lacrime” (Eb 5, 7). Invoca aiuto da Colui che può liberarlo, sempre però restando abbandonato nelle mani del Padre. E proprio per questa sua filiale fiducia verso Dio – nota l’autore – è stato esaudito, nel senso che è risorto, ha ricevuto la vita nuova e definitiva. La Lettera agli Ebrei ci fa capire che queste preghiere insistenti di Gesù, con lacrime e grida, erano il vero atto del sommo sacerdote, col quale offriva se stesso e l’umanità al Padre, trasformando così il mondo.
Cari fratelli e sorelle, questo è il cammino esigente della croce che Gesù indica a tutti i suoi discepoli. Più volte ha detto: “Se uno mi vuole servire, mi segua”. Non c’è alternativa per il cristiano, che voglia realizzare la propria vocazione. È la “legge” della Croce descritta con l’immagine del chicco di grano che muore per germinare a nuova vita; è la “logica” della Croce richiamata anche nel Vangelo odierno: “Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”. “Odiare” la propria vita è una espressione semitica forte e paradossale, che ben sottolinea la radicale totalità che deve contraddistinguere chi segue Cristo e si pone, per suo amore, al servizio dei fratelli: perde la vita e così la trova. Non esiste altra via per sperimentare la gioia e la vera fecondità dell’Amore: la via del darsi, del donarsi, del perdersi per trovarsi.
Cari amici, l’invito di Gesù risuona particolarmente eloquente nell’odierna celebrazione in questa vostra Parrocchia. Essa è infatti dedicata al Santo Volto di Gesù: quel Volto che “alcuni greci”, di cui parla il Vangelo, desideravano vedere; quel Volto che nei prossimi giorni della Passione contempleremo sfigurato a causa dei peccati, dell’indifferenza e dell’ingratitudine degli uomini; quel Volto radioso di luce e sfolgorante di gloria, che brillerà nell’alba del giorno di Pasqua. Manteniamo fissi il cuore e la mente sul Volto di Cristo, cari fedeli, che saluto con affetto ad iniziare dal vostro Parroco, don Luigi Coluzzi, al quale sono grato anche per essersi fatto interprete dei vostri sentimenti. Grazie per la vostra cordiale accoglienza: sono veramente lieto di trovarmi in mezzo a voi in occasione del 3° anniversario della dedicazione di questa vostra chiesa e tutti vi saluto con affetto. Un saluto speciale rivolgo al Cardinale Vicario, come anche al Cardinale Fiorenzo Angelini, che ha contribuito alla realizzazione di questo nuovo complesso parrocchiale, al Vescovo Ausiliare del Settore, al Vescovo Mons. Marcello Costalunga e agli altri Presuli presenti, ai sacerdoti collaboratori parrocchiali, alle benemerite religiose della Congregazione delle Povere Figlie della Visitazione, che proprio di fronte a questa bella chiesa accudiscono gli ospiti nella loro Casa di Riposo per anziani. Saluto i catechisti, il Consiglio e gli operatori pastorali e quanti collaborano alla vita della Parrocchia; saluto i bambini, i giovani e le famiglie. Estendo con piacere il mio pensiero agli abitanti della Magliana, particolarmente agli anziani, ai malati, alle persone sole e in difficoltà. Per tutti e ciascuno prego in questa Santa Messa.
Cari fratelli e sorelle, lasciatevi illuminare dallo splendore del Volto di Cristo, e la vostra giovane comunità – che può ora usufruire di un nuovo complesso parrocchiale, moderno nella sua struttura e funzionale – camminerà unita, accomunata dall’impegno di annunciare e testimoniare il Vangelo in questo quartiere. So quanta cura voi ponete nella formazione liturgica, valorizzando ogni risorsa della vostra comunità: i lettori, il coro e quanti si dedicano all’animazione delle celebrazioni. È importante che la preghiera, personale e liturgica, occupi sempre il primo posto nella nostra vita. So con quanto impegno vi dedicate alla catechesi, perché risponda alle attese dei ragazzi, tanto di quelli che si apprestano a ricevere i sacramenti della Prima Comunione e della Confermazione, quanto di quelli che frequentano l’Oratorio. Vi preoccupate anche di assicurare una catechesi adatta ai genitori, che invitate a compiere un percorso di formazione cristiana insieme ai loro figli. Volete così aiutare le famiglie a vivere insieme gli appuntamenti sacramentali educando ed educandosi alla fede “in famiglia”, che deve essere la prima e naturale “scuola” di vita cristiana per tutti i suoi membri. Mi rallegro con voi perché la vostra parrocchia è aperta ed accogliente, animata e resa viva da un amore sincero verso Dio e verso tutti i fratelli, ad imitazione di san Massimiliano Maria Kolbe, a cui in origine essa era dedicata. Ad Auschwitz, con eroico coraggio, egli sacrificò se stesso per salvare la vita altrui. In questo nostro tempo, segnato da una generale crisi sociale ed economica, molto meritevole è lo sforzo che state compiendo, attraverso soprattutto la Caritas parrocchiale e il gruppo S. Egidio, per andare incontro, come è possibile, alle attese dei più poveri e bisognosi.
Uno speciale incoraggiamento vorrei riservare a voi, cari giovani: lasciatevi coinvolgere dal fascino di Cristo! Fissando, con gli occhi della fede, il suo Volto, chiedetegli: “Gesù, cosa vuoi che io faccia con Te e per Te?”. Rimanete quindi in ascolto e, guidati dal suo Spirito, assecondate il disegno che Egli ha su di voi. Preparatevi seriamente a costruire famiglie unite e fedeli al Vangelo e ad essere suoi testimoni nella società; se poi Lui vi chiama, siate pronti a dedicare totalmente la vostra esistenza al suo servizio nella Chiesa come sacerdoti o come religiosi e religiose. Io vi assicuro la mia preghiera; in particolare, vi aspetto giovedì prossimo nella Basilica di San Pietro per prepararci alla Giornata Mondiale della Gioventù, che, come sapete, si celebra quest’anno a livello diocesano, Domenica prossima. Ricorderemo insieme il mio caro e venerato predecessore Giovanni Paolo II, nel IV anniversario della sua morte. In molte circostanze egli ha incoraggiato i giovani ad incontrare Cristo e a seguirlo con entusiasmo e generosità.
Cari fratelli e sorelle di questa comunità parrocchiale, l’infinito amore di Cristo che brilla nel suo Volto risplenda in ogni vostro atteggiamento, e diventi la vostra “quotidianità”. Come esortava sant’Agostino in una omelia pasquale, “Cristo ha patito; moriamo al peccato. Cristo è risuscitato; viviamo per Dio. Cristo è passato da questo mondo al Padre; non si attacchi qui il nostro cuore, ma lo segua nelle cose di lassù. Il nostro capo fu appeso sul legno; crocifiggiamo la concupiscenza della carne. Giacque nel sepolcro; sepolti con Lui dimentichiamo le cose passate. Siede in cielo; trasferiamo i nostri desideri alle cose supreme” (S. Agostino, Discorso 229/D, 1).
Animati da tale consapevolezza, proseguiamo la celebrazione eucaristica, invocando la materna intercessione di Maria, perché la nostra esistenza diventi un riflesso di quella di Cristo. Preghiamo perché quanti ci incontrano percepiscano sempre nei nostri gesti e nelle nostre parole la pacificante e consolatrice bontà del suo Volto. Amen!
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L'AFRICA, TERRA DI NUOVA UMANTIÀ
ANGELUS
Piazza San Pietro,
V Domenica di Quaresima,
29 marzo 2009
Cari fratelli e sorelle!
Desidero prima di tutto ringraziare Iddio e quanti, in vario modo, hanno collaborato alla buona riuscita del viaggio apostolico che ho potuto compiere in Africa nei giorni scorsi, ed invoco sui semi sparsi in terra africana l’abbondanza delle benedizioni del Cielo. Di questa significativa esperienza pastorale mi propongo di parlare più ampiamente mercoledì prossimo nell’Udienza generale, ma non posso non cogliere questa occasione per manifestare l’emozione profonda che ho provato incontrando le comunità cattoliche e le popolazioni del Camerun e dell’Angola. Soprattutto mi hanno impressionato due aspetti, entrambi molto importanti. Il primo è la gioia visibile nei volti della gente, la gioia di sentirsi parte dell’unica famiglia di Dio, e ringrazio il Signore per aver potuto condividere con le moltitudini di questi nostri fratelli e sorelle momenti di festa semplice, corale e piena di fede. Il secondo aspetto è proprio il forte senso del sacro che si respirava nelle celebrazioni liturgiche, caratteristica questa comune a tutti i popoli africani ed emersa, potrei dire, in ogni momento della mia permanenza tra quelle care popolazioni. La visita mi ha permesso di vedere e comprendere meglio la realtà della Chiesa in Africa nella varietà delle sue esperienze e delle sfide che si trova ad affrontare in questo tempo.
Pensando proprio alle sfide che segnano il cammino della Chiesa nel continente africano, ed in ogni altra parte del mondo, avvertiamo quanto siano attuali le parole del Vangelo di questa quinta domenica di Quaresima. Gesù, nell’imminenza della sua passione, dichiara: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12, 24). Ormai non è più l’ora delle parole e dei discorsi; è giunta l’ora decisiva, per la quale il Figlio di Dio è venuto nel mondo, e malgrado la sua anima sia turbata, Egli si rende disponibile a compiere fino in fondo la volontà del Padre. E questa è la volontà di Dio: dare la vita eterna a noi che l’abbiamo perduta. Perché ciò si realizzi bisogna però che Gesù muoia, come un chicco di grano che Dio Padre ha seminato nel mondo. Solo così infatti potrà germogliare e crescere una nuova umanità, libera dal dominio del peccato e capace di vivere in fraternità, come figli e figlie dell’unico Padre che è nei cieli.
Nella grande festa della fede vissuta insieme in Africa, abbiamo sperimentato che questa nuova umanità è viva, pur con i suoi limiti umani. Là dove i missionari, come Gesù, hanno dato e continuano a spendere la vita per il Vangelo, si raccolgono frutti abbondanti. A loro desidero rivolgere un particolare pensiero di gratitudine per il bene che fanno. Si tratta di religiose, religiosi, laici e laiche. È stato bello per me vedere il frutto del loro amore a Cristo e constatare la profonda riconoscenza che i cristiani hanno per essi. Rendiamone grazie a Dio, e preghiamo Maria Santissima perché nel mondo intero si diffonda il messaggio della speranza e dell’amore di Cristo.
Dopo l'Angelus
Saluto con grande affetto i numerosi africani che vivono a Roma, tra cui molti studenti, qui accompagnati da Mons. Robert Sarah, Segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. Carissimi, avete voluto venire a manifestare gioia e riconoscenza per il mio viaggio apostolico in Africa. Vi ringrazio di cuore. Prego per voi, per le vostre famiglie e per i vostri Paesi di origine. Grazie!
Giovedì prossimo, alle ore 18, presiederò in San Pietro la Santa Messa nel quarto anniversario della morte del mio amato predecessore il Servo di Dio Giovanni Paolo II. Invito a partecipare specialmente i giovani di Roma, per prepararci insieme alla Giornata Mondiale della Gioventù, che sarà celebrata a livello diocesano nella Domenica delle Palme.
Je vous accueille avec joie, chers frères et sœurs de langue française. Ce jour nous donne d’entrer dans le temps liturgique de la Passion. Cette dernière étape du Carême nous invite à vivre un moment d’intimité avec Jésus. Préparons-nous à célébrer au mieux la Semaine Sainte qui s’annonce ! Avec vous, je veux rendre grâce au Seigneur pour le voyage pastoral que je viens d’effectuer en Afrique. L’accueil chaleureux des africains a rempli mon cœur de Pasteur d’une profonde joie. En lui redisant toute mon affection j’encourage cette Église jeune, vivante, pleine d’avenir et de dynamisme à suivre le Christ avec foi, espérance et charité ! Que Dieu vous bénisse tous !
I am pleased to welcome all the English-speaking pilgrims to this Angelus, especially students and teachers from Holy Trinity Catholic High School in Edmonton, Canada. In today’s liturgy, Jesus teaches that "unless a grain of wheat falls to the ground and dies, it remains just a grain of wheat; but if it dies, it produces much fruit". In these final weeks of Lent, let us intensify our prayer, fasting and almsgiving. In this way, we will prepare ourselves to meditate on Christ’s passion and death, so as to rejoice fully in the glory of his Resurrection. God bless you all!
Saludo con afecto a los peregrinos de lengua española, en particular a los profesores y estudiantes del Colegio San José, de Reus, y al grupo Santa María de la Estrella, de Argentina. En este último domingo de Cuaresma, os animo a vivir con especial fervor estos días que aún nos quedan de preparación para la Pascua. Que la Santísima Virgen María nos alcance la gracia de estar bien dispuestos para celebrar intensamente los grandes misterios de nuestra Redención. Muchas gracias y feliz domingo.
Gerne grüße ich die Pilger und Besucher deutscher Sprache. In diesen Tagen der Vorbereitung auf Ostern wollen wir auf Maria schauen, die ihren Sohn auf seinem Weg des Leidens bis zu seinem Tod am Kreuz begleitet hat. Ihr Ja zu Gottes Heilsplan, das sie bei der Verkündigung des Engels gesprochen hat, löste sie unter dem Kreuz ein. So ist Maria ganz hineingenommen in das Erlösungswerk Christi. Am Hochfest der Verkündigung des Herrn vor 25 Jahren hat mein Vorgänger Papst Johannes Paul II. feierlich die Weihe der Welt an das Unbefleckte Herz Mariens erneuert. Stets wollen auch wir Maria um ihren Schutz und Schirm bitten und uns ihrem mütterlichen Herzen anvertrauen, damit sie uns sicher zu Christus führe, dem Erlöser der Menschen. Euch allen wünsche ich einen gesegneten fünften Fastensonntag.
Serdecznie pozdrawiam Polaków obecnych na Placu s'wie;tego Piotra i tych, którzy ?a;cza; sie; z nami w modlitwie przez radio i telewizje;. Dzie;kuje; wam za duchowe wsparcie mojej pielgrzymki do Kamerunu i Angoli, podczas której podziwia?em m?odos'c' ducha Kos'cio?a w Afryce, entuzjazm z.ycia wiernych i rados'c' ich wiary. Potrzeby tego Kos'cio?a polecam waszej modlitwie. Z serca wam b?ogos?awie; i z.ycze; wszystkim dobrej niedzieli.
[Saluto cordialmente i Polacchi presenti in Piazza San Pietro e quanti si uniscono a noi nella preghiera mediante la radio e la televisione. Vi ringrazio per il sostegno spirituale al mio pellegrinaggio in Camerun e Angola, nel quale ho potuto sperimentare la giovinezza dello spirito della Chiesa in Africa, l’entusiasmo della vita dei fedeli e la gioia della loro fede. Affido le necessità di quella Chiesa alla vostra preghiera. Vi benedico tutti di cuore e vi auguro buona domenica.]
Saluto infine i pellegrini di lingua italiana, in particolare i membri del Movimento Apostolico, con l’Arcivescovo di Catanzaro-Squillace, Mons. Antonio Ciliberti; il pellegrinaggio dell'arcidiocesi di Trento, i fedeli provenienti da Barletta, Gallarate, Pordenone, Rosegaferro, Rimini, Jesi, da varie città della Sicilia e dalla parrocchia di San Clemente Papa in Roma. Saluto inoltre la scuola "Montessori" di San Mauro Pascoli e i numerosi gruppi giovanili, come pure le associazioni "Difendere la Vita con Maria" e "Cardio-Salus", che incoraggio nel loro impegno. Assicuro anche un ricordo nella preghiera per la Giornata Mondiale dell’Autismo, che ricorre il prossimo 2 aprile. A tutti auguro una buona domenica.
Filmati: Angelus e post Angelus
mdeledda
lunedì, 30 marzo 2009, ore 21:15
«La carità è l'umiltà della Chiesa. Sia che tu la chiami carità, sia che tu la chiami unità, è lo stesso, perché l'unità si identica con la carità»
(Ugo di San Vittore)
mdeledda
lunedì, 30 marzo 2009, ore 21:10
Via Crucis
di Mons. Tommaso Stenico,
da Pontifex Roma (29/03/09)

La Via Crucis è un esercizio di pietà particolarmente adatto al tempo di Quaresima. Il Direttorio su pietà popolare e liturgia della Congregazione per il Culto Divino ai nn. 131-133 ricorda: “Tra i pii esercizi con cui i fedeli venerano la Passione del Signore pochi sono tanto amati quanto la Via Crucis. Attraverso il pio esercizio i fedeli ripercorrono con partecipe affetto il tratto ultimo del cammino percorso da Gesù durante la sua vita terrena: dal Monte degli Ulivi, dove nel «podere chiamato Getsemani» (Mc 14, 32) il Signore fu «in preda all’angoscia» (Lc 22, 44), fino al Monte Calvario dove fu crocifisso tra due malfattori, al giardino dove fu deposto in un sepolcro nuovo, scavato nella roccia”. Simbolo di un'esperienza universale di dolore e di morte, di fede e di speranza, la Via Crucis commemora l'ultimo tratto del cammino percorso da Gesù durante la sua vita terrena: da quando Egli e i suoi discepoli, "dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli ulivi" fino a quando il Signore, reggendo il patibulum, fu condotto al "luogo del Golgota" dove fu crocifisso e inumato in un sepolcro nuovo, scavato nella roccia di un giardino vicino.
La Via Crucis si lega all'esperienza dei pellegrini di Gerusalemme, che ripercorrevano le strade seguite da Cristo nella sua passione, la processione del popolo cristiano durante il Venerdì Santo: un percorso meditativo e spirituale a stazioni, che corrispondono agli eventi più significativi del mistero doloroso.
Reperti archeologici attestano, già nel II secolo, l'esistenza di espressioni di culto cristiano nell'area cimiteriale dove era stato scavato il sepolcro di Cristo. Forme embrionali della futura Via Crucis possono essere ravvisate nella processione che si snodava fra i tre edifici sacri eretti sulla cima del Golgota - l'Anastasis, la chiesetta ad Crucem e la grande chiesa del Martyrium - e nella via sacra, un cammino attraverso i santuari di Gerusalemme che si desume dalle varie "cronache di viaggio" dei pellegrini dei secoli V e VI.
La Via Crucis, nella sua forma attuale, risale al Medio Evo inoltrato. Nel corso del Medio Evo, infatti, l'entusiasmo sollevato dalle Crociate, il rifiorire dei pellegrinaggi a partire dal secolo XII e la presenza stabile, dal 1233, dei frati minori francescani nei "luoghi santi" suscitarono nei pellegrini il desiderio di riprodurli nella propria terra: un esempio in tal senso è il complesso delle sette chiese di Santo Stefano a Bologna.
Verso la fine del secolo XIII la Via Crucis è già menzionata, non ancora come pio esercizio, ma come cammino percorso da Gesù nella salita al Monte Calvario e segnato da una successione di "stazioni". La pratica della Via Crucis nasce dalla fusione di tre devozioni che si diffusero, a partire dal secolo XV, soprattutto in Germania e nei Paesi Bassi: la devozione alle "cadute di Cristo" sotto la croce; la devozione ai "cammini dolorosi di Cristo", che consiste nell'incedere processionale da una chiesa all'altra in memoria dei percorsi di dolore compiuti da Cristo durante la sua passione; la devozione alle "stazioni di Cristo", ai momenti in cui Gesù si ferma lungo il cammino verso il Calvario o perché costretto dai carnefici, o perché stremato dalla fatica, o perché, mosso dall'amore, cerca ancora di stabilire un dialogo con gli uomini e le donne che partecipano alla sua passione. Spesso"cammini dolorosi" e "stazioni" sono speculari nel numero e nel contenuto (ogni "cammino" si conclude con una "stazione") e queste ultime vengono indicate erigendo una colonna od una croce nelle quali è talora raffigurata la scena oggetto di meditazione.
La Via Crucis, nella sua forma attuale, con le stesse quattordici stazioni disposte nello stesso ordine - la condanna a morte, il carico della croce, le tre cadute lungo la via, l'incontro con un gruppo di donne gerosolimitane, col Cireneo, con Maria e con la Veronica, la spoliazione delle vesti, la Crocifissione, la morte, la deposizione dalla croce, la sepoltura - è attestata in Spagna nella prima metà del secolo XVII, soprattutto in ambienti francescani.
Un instancabile propagatore della Via Crucis fu San Leonardo da Porto Maurizio, frate minore francescano, che suggellava le sue missioni popolari, con l'erezione di una Via Crucis. Delle oltre 572 Via Crucis che il frate istituì personalmente, la più celebre è quella insediata nel Colosseo, su richiesta di Benedetto XIV, il 27 dicembre 1750, per celebrare l'Anno Santo.
Nell'anfiteatro consacrato alla memoria dei martiri e della passione di Cristo, il Pontefice fece erigere 14 edicole con le stazioni tradizionali e fece piantare al centro una grande croce, meta di una processione che percorreva la via Sacra. Dopo il 1870, nella Roma capitale del Regno d'Italia, investita da un'ondata di laicismo, le edicole e la croce furono abbattute. Nel 1926, mentre si preparava la Conciliazione tra lo Stato e la Chiesa, per eliminare un motivo di contrasto che avrebbe potuto ostacolare le trattative in corso, la croce fu collocata di nuovo all'interno del Colosseo, anche se non al centro, com'era prima, bensì di lato, dove si trova ancora.
La pratica della Via Crucis fu ripresa, durante la Quaresima, da gruppi di fedeli che avevano particolarmente a cuore il culto dei martiri. La tradizione del rito della Via Crucis al Colosseo è stata ripresa da Paolo VI nel 1964. La Via crucis è la via del dolore, dell’offerta d’amore, del supplizio più grande della storia, via della nostra vita. Su questo ultimo tragitto verso il Calvario Gesù ci dimostra e ci insegna che la vita ha senso soltanto se è apertura, dono, condivisione verso tutti. I suoi occhi incrociano altri occhi; le sue mani e il suo volto toccano e si lasciano toccare da altre mani, da altri volti. Le sue parole diventano perdono e salvezza rivolte a chi nei suoi confronti dimostra soltanto disprezzo e derisione. La Via crucis è via di relazioni, di incontri, di rapporti, ma nello stesso tempo è terribilmente solitaria. La croce segna il limite estremo dell’abisso che separa la morte dalla vita. Se la si abbraccia con Cristo, si scopre una possibilità di rinascita, di riscatto, di luce.
La risurrezione di Gesù ne è il tesoro finale: la vita trionfa sulla morte, su tutte le morti, anche sulle nostre e su quelle dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, costretti a compiere una nuova Via crucis anche per noi.
mdeledda
lunedì, 30 marzo 2009, ore 21:06
Il dialogo in famiglia, prova di amore
di P. Ernesto Maria Caro,
da Pontifex Roma (30/03/09)

Uno dei nemici più grandi per la unità e l’amore della famiglia è certamente la mancanza o la superficialità di comunicazione. Quando questa manca è poi molto facile cadere in giudizi sbagliati che a loro volta sono pregiudizi, i quali spesso finiscono con il rovinare irreparabilmente l’unità della famiglia. Dobbiamo quindi stare molto attenti, perché il Demonio sa distorcere molto bene le cose che si dicono o che accadono attorno a noi. Gli antidoti contro questi veleni si chiamano: fiducia e carità. Per questa ragione, quando ci arrivano cattivi pensieri o ci riferiscono pettegolezzi o sospetti, dobbiamo meditare e dire: sicuramente le cose non stanno come me le immagino. Non ostante tutto, il demonio continuerà ad insidiarci deformando e sobillando i nostri pensieri. Per questo motivo,prima di arrivare ad una lite o ad una traumatica rottura dei rapporti personali, è quanto mai necessario parlare direttamente con la persona che crediamo, in base a quanto riferito, ci abbia calunniati oppure offesi. Questa conversazione franca e leale, ci aiuterà senza dubbio a vedere e capire le cose con maggior chiarezza, facendo prevalere i lacci di unione ed amore che sono molto più forti della divisione che il tentatore vuole mettere tra di noi. Evitiamo, dunque, di cadere nel tranello diabolico del pettegolezzo o delle voci esagerate.
mdeledda
lunedì, 30 marzo 2009, ore 21:00
Il Cardinale Gorge: «A rischio democrazia e diritti umani»
È scontro tra Obama e i Vescovi sull’obiezione di coscienza per il personale sanitario.
da Petrus (29/03/2009)
Sono sempre più tesi i rapporti tra episcopato cattolico statunitense e Casa Bianca, mentre si profila per il prossimo luglio, in coincidenza con il G8 in Italia, il primo incontro tra il presidente Barack Obama e Papa Benedetto XVI. Già feriti per la decisione della Casa Bianca di ripristinare i finanziamenti federali alla ricerca sulle staminali embrionali, i vescovi sono ora in trincea per difendere, con un massiccio pressing mediatico, l'obiezione di coscienza del personale sanitario, diritto che la nuova amministrazione vuole abrogare. Il pericolo è che medici o infermieri cattolici siano costretti a praticare aborti o interventi assimilabili - agli occhi della Chiesa - all'eutanasia.
Bisogna evitare che Obama ''faccia slittare il nostro Paese dalla democrazia al dispotismo'', ha tuonato, in un video-messaggio il Cardinale Arcivescovo di Chicago, Francis Eugene George, nel suo ruolo di presidente della Conferenza episcopale degli States. Le sue parole sono state rilanciate oggi anche dall'Osservatore Romano. Il porporato ha sottolineato che ''il rispetto per la coscienza dell'individuo e per la libertà religiosa'' sono principi irrinunciabili al fine di ''evitare ogni forma di oppressione''. Questi principi rappresentano, ha detto, ''un terreno comune condiviso da tutti noi in quanto cittadini americani. Per questo motivo abbiamo bisogno di regole legislative per garantire la liberta' di coscienza e di religione''.
L'Arcivescovo di Washington, Monsignor Donald William Wuerl, ha spiegato da parte sua che ''medici e infermieri cattolici potrebbero essere convocati a partecipare a interventi a carattere abortivo se dovessero essere abrogate le attuali regole che proteggono il diritto all'obiezione di coscienza''. ha spiegato, durante un discorso rivolto ai membri della John Carroll Society convenuti nella capitale federale per il consueto appuntamento della Rose mass, in cui si invoca la benedizione divina per gli operatori sanitari e le istituzioni cattoliche della arcidiocesi.
Monsignor William Francis Murphy, vescovo di Rockville Centre (NY) e presidente del Comitato per la giustizia interna e lo sviluppo umano dell'episcopato USA, ha spiegato, in un'intervista all'agenzia Catholic News Service, che l'abrogazione delle norme sull'obiezione di coscienza ''solleva una questione importante perché tali regolamenti concernono la protezione di diritti umani, diritto di coscienza e diritto di libertà di religione''. ''Tutti - ha aggiunto - dovrebbero preoccuparsi per il tentativo di abrogare le regole che garantiscono tali diritti. Se i diritti anche di una singola persona possono essere abrogati, anche i diritti di ognuno di noi potrebbero essere in pericolo''.
mdeledda
lunedì, 30 marzo 2009, ore 20:48
La verità su Katyn alla luce di un documento
Come si è giunti all’identificazione dei colpevoli dell’eccidio di diecimila ufficiali polacchi - internati nell’Unione Sovietica e liquidati nel 1940 ad opera dei socialcomunisti russi - in una ricostruzione comparsa con lo stesso titolo in Tygodnik Powszechny, “Rivista Universale”, anno LIII, n. 27 (2088), 2-7-1989, una pubblicazione socioculturale cattolica edita a Cracovia, in Polonia. La traduzione dall’originale è redazionale.
di Leszek Martini,
da “Cristianità” n. 175.

La commissione internazionale [composta da polacchi e da sovietici] che indaga sull’eccidio degli ufficiali polacchi internati nell’Unione Sovietica non riesce a trovare i documenti relativi negli archivi del NKVD [il Commissariato del Popolo per gli Affari Interni, cioè la polizia politica dell’Unione Sovietica dal 1934 al 1946, corrispondente all’attuale KGB, il Comitato di Sicurezza dello Stato, all’opera dal 1954]. Per questa ragione desidero ricordare una piccola parte di una serie di cinque articoli apparsi sul settimanale tedesco 7 Tage, pubblicato a Karlsruhe, fra il 22 giugno 1957 e il 20 luglio dello stesso 1957, nei numeri dal 26 al 30.
Nel numero 26 del citato settimanale, in un articolo intitolato La verità su Katyn, la redazione rivelò di essere riuscita a entrare in possesso di un documento sconvolgente, che veniva pubblicato per la prima volta. Come spiegato nell’introduzione, questo documento era stato portato in Germania a rischio della vita.
Il settimanale si rifà alle ricerche iniziate nel 1946, per incarico del ministero della Giustizia della Repubblica Popolare Polacca, dal procuratore di Cracovia, dottor Roman Martini.
Il dottor Martini, che durante l’occupazione tedesca venne internato in un Oflag [un campo di concentramento per ufficiali], al ritorno in patria occupò l’ufficio di viceprocuratore regionale per gli affari riguardanti la ricerca di criminali hitleriani.
Egli era convinto di riuscire a dimostrare al mondo che l’eccidio di diecimila ufficiali polacchi ritenuti dispersi era stato commesso dai tedeschi e non dai russi, come i tedeschi stessi volevano far credere dopo aver scoperto le fosse comuni a Katyn. Per la sua impresa, il dottor Martini trovò un completo appoggio dei governi polacco e sovietico. Insieme ad alcuni studiosi polacchi, ottenne il permesso di esaminare i resti delle fosse comuni di Katyn e di analizzare i vecchi archivi lasciati dai tedeschi in Unione Sovietica. Risultò che l’affermazione dei tedeschi, secondo cui a Katyn erano stati sepolti circa diecimila ufficiali polacchi, era notevolmente esagerata. In realtà, si potevano trovare appena cinquemila corpi.
Martini e i suoi collaboratori svolsero indagini anche nelle carceri, in cui probabilmente si potevano trovare segni di una presenza di prigionieri polacchi.
Nel corso delle lunghe ricerche perlustrarono le cantine degli edifici appartenuti alla Gestapo[la Polizia Segreta Statale del Reich nazionalsocialista] nelle città di Smolensk, di Minsk e di Charkow al tempo dell’occupazione da parte dei tedeschi. Vi trovarono documenti stracciati e accatastati, ma ancora leggibili, abbandonati in fretta di fronte all’incalzare della ritirata. Conoscendo sia il tedesco che il russo, studiarono accuratamente questi documenti e li catalogarono. In mezzo a tante carte poco importanti per la loro ricerca, rinvennero alcune liste in cui erano elencati migliaia di nomi polacchi.
Era la pista giusta perché molti nomi erano identici a quelli degli uomini che avevano trovato la morte nei boschi di Katyn.
A Minsk, in una cantina, rinvennero un documento che né il procuratore Martini né i suoi collaboratori si aspettavano di trovare. E questo documento, dopo che fu rivelato da Martini, fu la causa della sua morte. Infatti, poco tempo dopo, nella tarda sera del 30 marzo 1946, vennero a trovarlo a Cracovia, in via Krupnicza 10, due persone che lo uccisero. I colpevoli vennero scoperti e arrestati. Ma, prima di venire processati, scomparvero dalla prigione in un modo mai chiarito.
Il documento, che indica in maniera definitiva e incontestabile i colpevoli dell’eccidio di Katyn, è una copia di un rapporto segreto del Comando del NKVD di Minsk, inviato al Comando Generale del NKVD di Mosca (1). Eccone la traduzione:
SEGRETO!
Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche
Commissariato del Popolo per gli Affari Interni
Comando del NKVD Distretto di Minsk
Dipartimento (?)
10 giugno 1940
Al Comando Generale
NKVD Mosca
Rapporto di servizio
In conformità con l’ordine del Comando Generale del NKVD del 12 febbraio 1940, sono stati liquidati i tre campi di prigionieri di guerra polacchi, nei distretti delle città di Kozielsk, Ostaszkow e Starobielsk. L’operazione di liquidazione dei tre campi è stata portata a termine il giorno 6 giugno. Il compagno Burianov, inviato dalla Centrale, è stato nominato direttore responsabile. In base al succitato ordine, è stato in primo luogo liquidato il campo di Kozielsk. I reparti della sicurezza del Comando del NKVD di Minsk, nel distretto della città di Smolensk, hanno eseguito la liquidazione, dal 1° marzo al 3 maggio dell’anno corrente. Per assicurare l’operazione sono stati fatti confluire reparti dell’esercito, provenienti in parte dal 190° reggimento. Come ordinato, la seconda operazione si è svolta nel distretto della città di Bologoje. È stata eseguita da reparti della sicurezza del Comando del NKVD di Smolensk, con la protezione di reparti del 129° reggimento Wielkie Luki. L’operazione è stata condotta a termine il 5 giugno dell’anno corrente. La terza operazione di liquidazione del campo di Starobielsk è stata affidata al Comando del NKVD di Charkow. La liquidazione è avvenuta il 2 giugno nel distretto di Degarcze, presenti reparti della sicurezza del 68° reggimento ucraino. In questo caso, direttore responsabile dell’operazione era il colonnello del NKVD B. Kuczkov. Si inviano copie di questo rapporto ai generali del NKVD Rajchman e Saburin.
Direttore del Comando del NKVD, Distretto di Minsk (...) Tartakov
Visto da: (firma illeggibile)
Segretario del dipartimento: (firma illeggibile)
Così il mistero di Katyn è stato chiarito. Non vi è soltanto una Katyn: ve ne sono ben tre.

L’esercito tedesco, che negli anni 1941-1942 era in marcia verso oriente, attraversò i luoghi dove erano stati sepolti i prigionieri dei campi di Ostaszkow e di Starobielsk: allora non scoprirono queste tombe. Si può sperare che in futuro si farà piena luce su questi "punti oscuri".
Note
(1) Questo documento è stato pubblicato anche in numerose opere in inglese. Si possono citare: J. Kazimiers Zawodny, Death in the Forest, Notre Dame 1962, pp. 114-115 [trad. it. La vera storia del massacro di Katyn. Morte nella foresta, 2ª ed., Mursia, Milano 1989, pp. 101-102]; Louis Fitz Gibbon, Unpitied and Unknown, pp. 440-441, Londra 1975. Quest’ultimo libro ha come sottotitolo Katyn... Bologoye... Dergachi, cioè i luoghi del martirio degli ufficiali polacchi dei campi di Kozielsk, di Ostaszkow e di Starobielsk, citati nel rapporto del NKVD.
Collagamenti esterni:
Il massacro di Katyn: un crimine, da NICOLICKBLOG
The Katyn Massacres, da Anticomunist.net
mdeledda
lunedì, 30 marzo 2009, ore 18:53
Caso «Katyn», la Storia boicottata
di Valerio Cappelli,
da CorSera (11/03/09)
«Mi hanno detto che il mio film in Italia non è stato visto quasi da nessuno, che circola in maniera pressoché clandestina. Mi fa paura che in un Paese democratico, che per noi polacchi è un simbolo di storia e civiltà, possa ritornare la censura. È una nuova sofferenza per questo lavoro così difficile. Mi dispiace molto».

Adesso parla lui, Andrzej Wajda, il grande vecchio del cinema polacco. È da giorni che si parla del suo film, Katyn, sul crimine rimosso e mai raccontato, l'eccidio di 4500 ufficiali e civili polacchi voluto da Stalin e negato, spedendo la responsabilità al mittente nazista. Solo nel 1990 Gorbaciov ha ammesso la responsabilità: per una volta, Hitler non c'entrava nulla.
Il quotidiano cattolico Avvenire ha denunciato il caso domenica con un editoriale: «Solo pochi fortunati sono riusciti a vedere il film». Le copie ci sono, ma restano in magazzino. Ne circolano 10 in tutta Italia, ne sono disponibili 40. Il presidente dei deputati del PdL Fabrizio Cicchitto ha parlato di «scandalo» e pensa a una proiezione straordinaria «per aprire un dibattito».
Il distributore italiano Mario Mazzarotto al Corriere ha parlato di due boicottaggi: «commerciale e storico-culturale». «Avevo già faticato per riuscire a portare il film...». Ora aggiunge che c'è la fila nei pochi cinema che lo ospitano. Torna all'idea della miopia di un mercato strozzato: «Lo si ritiene scomodo, gli esercenti pensano che non sia appetibile come un cinepanettone. Ma, a parte il suo contenuto, è anche spettacolare, in Polonia è stato visto da 3 milioni e 600 mila spettatori».
Wajda, classe 1926, accetta di parlare da Varsavia per la prima volta del suo ultimo lavoro divenuto un caso internazionale. Non è sorpreso.
Perché il suo film stenta ad affermarsi?
La prima colpa è la mancanza di una competenza professionale nella distribuzione cinematografica da parte del proprietario dei diritti mondiali della pellicola, e cioè la televisione pubblica polacca TVP, che ha venduto il film senza nessuna conoscenza del mercato. Ci sono poi tutte quelle azioni intraprese per rendere più difficile la distribuzione per il soggetto scomodo, e anche qui la tv polacca non è senza colpe. Infine sugli schermi italiani i film stranieri vengono doppiati, la versione con i sottotitoli toglie al mio film la possibilità di una distribuzione più vasta perché non ci sono i mezzi finanziari adeguati. Forse non è il motivo più importante, ma è sufficiente perché Katyn non appaia sugli schermi italiani. Voglio ringraziare il Corriere, l'articolo di lunedì scorso sul boicottaggio in Italia ha avuto ampia eco sui giornali polacchi, siamo molto sensibili alla parola "censura". In Russia c'è stato un boicottaggio più grave: politico. Il film viene comprato da chi in realtà ha interesse a farlo sparire, sia in Russia che negli Usa. Nel contratto hanno scritto che si poteva fallire per ragioni politiche. Dopo l'ammissione di Gorbaciov, non è un mistero che Putin stia ritrattando il crimine di Stalin, tuttora venerato, al primo posto tra gli eroi nazionali.
Tra gli ufficiali trucidati con un colpo alla nuca nel bosco della Bielorussia c'era anche suo padre...
Sì, Jacob Wajda, capitano del 72?reggimento fanteria. Sono stato a Mosca, il procuratore generale mi ha risposto che non esiste una sola carta. In Polonia c'è stato un risveglio di orgoglio nazionale per questa ferita che rimane aperta. Nei tribunali di Mosca stagnano molte cause dei discendenti delle vittime che cercano delle risposte. Mosca o non risponde o dice che non esistono prove. Al centro del mio film non ci sono gli ufficiali assassinati ma le donne che hanno aspettato il loro ritorno: ogni giorno, ogni ora».

L'Occidente come si è comportato?
Non aveva interesse a irritare Mosca, non era interessato a smascherare il crimine di Katyn per non alterare gli equilibri internazionali. Non c'è stata possibilità di realizzare questo film fino al 1989, con la caduta del Muro di Berlino. Ma non voglio che quegli ufficiali muoiano per la seconda volta. Nella capitale russa hanno fatto sparire perfino le copie pirata su dvd. Ho capito l'importanza del mio film nell'unica proiezione a Mosca, 1000 cittadini russi invitati all'ambasciata polacca. Alla fine, dopo un lungo silenzio, si sono alzati in piedi e hanno applaudito. Per favore lo scriva, fatelo sapere in Italia. Questo film non è uno strumento politico ma un obbligo morale verso i miei genitori.
Collegamenti esterni:
Official website
Filmweb
IMDb
Metacritic
Rotten Tomatoes
The movie trailer
Warinfilm
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