sabato, 31 gennaio 2009, ore 21:33

CONCERTAZIONE E SOLIDARIETÀ PER SUPERARE LA CRISI

DISCORSO AI DIRIGENTI DELLA CONFEDERAZIONE
ITALIANA SINDACALE DEI LAVORATORI (CISL)

Sala Clementina,
sabato 31 gennaio 2009



Illustri Signori, gentili Signore!

Con vivo compiacimento accolgo in voi e cordialmente saluto i membri del gruppo dirigente della Confederazione Italiana Sindacale Lavoratori: saluto in particolare il Segretario Generale, e lo ringrazio per le parole che mi ha indirizzato a nome di tutti. Egli ha ricordato che proprio 60 anni fa, la CISL muoveva i primi passi prendendo parte attiva alla fondazione del sindacato libero internazionale e recava al nascente soggetto il contributo dell'ancoraggio ai principi della dottrina sociale della Chiesa e la pratica di un sindacalismo libero ed autonomo da schieramenti politici e dai partiti. Questi stessi orientamenti voi oggi intendete ribadire, desiderando continuare a trarre dal magistero sociale della Chiesa ispirazione nella vostra azione finalizzata a tutelare gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici e dei pensionati d'Italia. Come ha opportunamente richiamato il Segretario Generale, la grande sfida ed opportunità che la preoccupante crisi economica del momento invita a saper cogliere, è di trovare una nuova sintesi tra bene comune e mercato, tra capitale e lavoro. Ed in questo ambito, significativo è il contributo che possono apportare le organizzazioni sindacali.

Nel pieno rispetto della legittima autonomia di ogni istituzione, la Chiesa, esperta in umanità, non si stanca di offrire il contributo del suo insegnamento e della sua esperienza a coloro che intendono servire la causa dell'uomo, del lavoro e del progresso, della giustizia sociale e della pace. La sua attenzione alle problematiche sociali è cresciuta nel corso dell'ultimo secolo. Proprio per questo, i miei venerati Predecessori, attenti ai segni dei tempi, non hanno mancato di fornire opportune indicazioni ai credenti e agli uomini di buona volontà, illuminandoli nel loro impegno per la salvaguardia della dignità dell'uomo e le reali esigenze della società.

All'alba del XX secolo, con l'Enciclica Rerum novarum, il Papa Leone XIII fece una difesa accorata dell'inalienabile dignità dei lavoratori. Gli orientamenti ideali, contenuti in tale documento, contribuirono a rafforzare l'animazione cristiana della vita sociale; e questo si tradusse, tra l'altro, nella nascita e nel consolidarsi di non poche iniziative di interesse civile, come i centri di studi sociali, le società operaie, le cooperative e i sindacati. Si verificò pure un impulso notevole verso una legislazione del lavoro rispettosa delle legittime attese degli operai, specialmente delle donne e dei minori, e si ebbe anche un sensibile miglioramento dei salari e delle stesse condizioni di lavoro. Di questa Enciclica, che ha avuto “il privilegio” di essere commemorata da vari successivi documenti pontifici, Giovanni Paolo II ha voluto solennizzare il centesimo anniversario pubblicando l'Enciclica Centesimus annus, nella quale osserva che la dottrina sociale della Chiesa, specialmente in questo nostro periodo storico, considera l'uomo inserito nella complessa rete di relazioni che è tipica delle società moderne. Le scienze umane, per parte loro, contribuiscono a metterlo in grado di capire sempre meglio se stesso, in quanto essere sociale. «Soltanto la fede, però - nota il mio venerato Predecessore - gli rivela pienamente la sua identità vera, e proprio da essa prende avvio la dottrina sociale della Chiesa, la quale, avvalendosi di tutti gli apporti delle scienze e della filosofia, si propone di assistere l'uomo nel cammino della salvezza» (n. 54).

Nella sua precedente Enciclica sociale Laborem exercens del 1981, dedicata al tema del lavoro, Papa Giovanni Paolo II aveva sottolineato che la Chiesa non ha mai smesso di considerare i problemi del lavoro all'interno di una questione sociale che è andata assumendo progressivamente dimensioni mondiali. Anzi, il lavoro - egli insiste - va visto come la «chiave essenziale» dell'intera questione sociale, perché condiziona lo sviluppo non solo economico, ma anche culturale e morale, delle persone, delle famiglie, delle comunità e dell'intera umanità (cfr. n. 1). Sempre in questo importante documento vengono posti in luce il ruolo e l'importanza strategica dei sindacati, definiti «un indispensabile elemento della vita sociale, specialmente nelle moderne società industrializzate» (cfr. n. 20).

C'è un altro elemento che ritorna frequentemente nel magistero dei Papi del Novecento ed è il richiamo alla solidarietà ed alla responsabilità. Per superare la crisi economica e sociale che stiamo vivendo, sappiamo che occorre uno sforzo libero e responsabile da parte di tutti; è necessario, cioè, superare gli interessi particolaristici e di settore, così da affrontare insieme ed uniti le difficoltà che investono ogni ambito della società, in modo speciale il mondo del lavoro. Mai come oggi si avverte una tale urgenza; le difficoltà che travagliano il mondo del lavoro spingono ad una effettiva e più serrata concertazione tra le molteplici e diverse componenti della società. Il richiamo alla collaborazione trova significativi riferimenti anche nella Bibbia. Ad esempio, nel libro del Qoèlet leggiamo: «Meglio essere in due che uno solo, perché otterranno migliore compenso per la loro fatica. Infatti, se cadono, l'uno rialza l'altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi» (4, 9-10). L'auspicio è quindi che dall'attuale crisi mondiale scaturisca la volontà comune di dar vita a una nuova cultura della solidarietà e della partecipazione responsabile, condizioni indispensabili per costruire insieme l'avvenire del nostro pianeta.

Cari amici, la celebrazione del 60° anniversario di fondazione della vostra organizzazione sindacale sia motivo per rinnovare l'entusiasmo degli inizi e riscoprire ancor più il vostro originario carisma. Il mondo ha bisogno di persone che si dedichino con disinteresse alla causa del lavoro nel pieno rispetto della dignità umana e del bene comune. La Chiesa, che apprezza il ruolo fondamentale dei sindacati, vi è vicina oggi come ieri, ed è pronta ad aiutarvi, perché possiate adempiere al meglio il vostro compito nella società. Nell'odierna festa di san Giovanni Bosco, desidero infine affidare l'attività e i progetti del vostro sindacato a questo Apostolo dei giovani, che con grande sensibilità sociale fece del lavoro un prezioso strumento di formazione e di educazione delle nuove generazioni. Invoco, inoltre, su di voi e sulle vostre famiglie la protezione della Madonna e di san Giuseppe, buon padre e lavoratore esperto che si prese quotidiana cura della famiglia di Nazaret. Per parte mia, vi assicuro un ricordo nella preghiera, mentre con affetto benedico voi qui presenti e tutti gli iscritti alla vostra Confederazione.
mdeledda
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sabato, 31 gennaio 2009, ore 21:26

Una “teologia in ginocchio”

di Enrico dal Covolo,
da L'Osservatore Romano (31/01/09)


Stampato su carta vergata di Fabriano e con i caratteri di Giovanni Battista Bodoni, per la cura editoriale di Franco Maria Ricci è stato pubblicato Colligite fragmenta, un volume di confessioni “con intento testamentario
di don Salvatore Arcifa, sacerdote della diocesi di Acireale, che nello scorso mese di settembre ha compiuto ottant'anni di età.

Spero che il Signore mi perdonerà questo desiderio (o vanità?) di lasciare a pochi intimi alcune brevi testimonianze del mio amore al sacerdozio e dei principi di fede, che mi hanno guidato in questi lunghi anni di vita sacerdotale”, scrive l'autore in una lettera all'editore riproposta in apertura del libro. Le pagine successive - dopo la Praefatio - sono articolate in ottanta paragrafi, i cui semplici titoli in lingua latina, anche da soli, basterebbero a delineare un progetto imperituro di vita e di missione sacerdotale.

Infine, a mo' di conclusione, sono collocate dieci pagine, intitolate Etiam minuscula (
Anche le cose più piccole). Ne riportiamo un saporoso asterisco: Quante parole si scrivono e si dicono sul sacerdozio, sul sacerdote! Si studia e si discute sul significato della sua vocazione, sulle sue note qualificanti, su doveri ed esigenze (...) Si discute se sia meglio celibe o coniugato, rivoluzionario o asceta, impegnato o ‘separato’, organizzatore o celebrante, assistente sociale o guida spirituale (...) Se fossimo onesti con noi stessi, almeno noi (sacerdoti) eviteremmo queste chiacchiere inconcludenti, e vedremmo la verità nuda: non vogliamo donarci totalmente a Cristo. Non vogliamo che egli ci prenda tutti interi. Quello che una volta si chiedeva ogni giorno, si chiedeva in ginocchio, nella Gratiarum actio post Missam: Suscipe, Domine, universam meam libertatem (Accogli, Signore, la mia libertà tutta intera. Donami soltanto l'amore di Te con la tua grazia, e io sono ricco abbastanza,  e  non  chiedo  più  nessun'altra cosa).

In estrema sintesi, le
confessioni di don Arcifa illustrano efficacemente il progetto della carità pastorale.

La carità pastorale - si legge nell'esortazione apostolica Pastores dabo vobis di Giovanni Paolo II - è
il principio interiore, la virtù che anima e guida la vita spirituale del presbitero, in quanto configurato a Cristo Capo e Pastore. Ancora di più, essa è partecipazione della stessa carità pastorale di Gesù Cristo (n. 23). Di fatto, l'espressione carità pastorale richiama quella grazia di unità fra consacrazione e missione, fra contemplazione di Dio e servizio del prossimo, che ogni presbitero è chiamato a implorare e ad accogliere nella sua vita.

In questa prospettiva, il
testamento spirituale di don Arcifa incrocia alcuni ambiti caratteristici della formazione e dell'identità del presbitero: l'ambito biblico, anzitutto, dove il sacerdote legge dalle radici della fede la storia della sua vocazione; poi la riflessione storico-spirituale, con riferimento privilegiato ai Padri che hanno trasmesso lungo i secoli l'icona del Pastore; in terzo luogo l'approfondimento dell'identità spirituale del sacerdote e della feconda dialettica tra spiritualità battesimale e spiritualità presbiterale; infine, il confronto con la vita stessa del sacerdote nelle sue molteplici relazioni di comunione con Gesù Cristo, di condivisione con il presbiterio e di missione al mondo. Tutto questo - si noti - non attraverso pedanti e ripetitive riflessioni scolastiche, bensì lungo la via esistenziale tracciata dalla teologia in ginocchio, ovvero dalle agostiniane Confessioni.

Oggi più che mai la carità pastorale sollecita il sacerdote a essere immagine viva e trasparente di Cristo buon Pastore. È una sfida paradossale, rispetto al modo comune di ragionare e di agire: una sfida in cui sono vivamente coinvolte - dalla prima all'ultima - le centoquarantaquattro pagine del libro che presentiamo.
mdeledda
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sabato, 31 gennaio 2009, ore 21:16



Un progetto diretto da:
GIANFRANCO RAVASI (Antico Testamento)
BRUNO MAGGIONI (Nuovo Testamento)

Un progetto innovativo frutto dei più recenti studi biblici

Sotto la guida di Gianfranco Ravasi e di Bruno Maggioni, i più qualificati biblisti italiani hanno dato vita a un progetto innovativo, con introduzioni, note e commenti aggiornati ai più recenti studi biblici.

Il linguaggio utilizzato si adatta alle esigenze del fedele, dello studioso e di chi vuole comprendere meglio i testi biblici per motivi di fede o culturali.

Il progetto grafico assicura alta leggibilità e facilità di consultazione, con i rimandi a bordo pagina, gli indici e i glossari, l’atlante biblico a colori.

 

Scopri tutta la ricchezza del testo biblico attraverso le note su tre livelli:

VIA: Note teologiche
Descrivono gli usi e i costumi del tempo; inquadrano il brano nel suo contesto. Presentano i temi principali del testo e il loro significato profondo.

VERITÀ: Note esegetiche
Mostrano le novità della nuova traduzione CEI rispetto alla precedente versione. Spiegano il significato dei termini originali.

VITA: Note liturgiche
Collocano il brano nell’anno liturgico, indicando quando viene letto nella Liturgia. Aiutano la comunità cristiana a tradurlo nella vita quotidiana.



mdeledda
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sabato, 31 gennaio 2009, ore 21:04

Fede e storia devono illuminare la lettura della Bibbia

Arriva in libreria l'edizione San Paolo della Bibbia con la nuova traduzione della Conferenza episcopale italiana (“La Bibbia. Via, verità e vita”, Cinisello Balsamo, 2008, pagine 2672, euro 29). Il progetto editoriale del volume è diretto da Gianfranco Ravasi per l'Antico Testamento e da Bruno Maggioni per il Nuovo. Pubblichiamo stralci dell'introduzione generale.

di Monsignor Gianfranco Ravasi,
da L'Osservatore Romano (31/01/09)


Parola divina e parole umane, Verbo e carne, eternità e tempo, infinito e spazio umano, Dio e uomo. Sono sempre due le prospettive da adottare nella lettura della Bibbia e due sono le luci che devono illuminare il cammino interpretativo del lettore credente.

C'è innanzitutto l'aspetto storico-letterario. Esso esige nel lettore una certa attrezzatura critica fatta di conoscenze specifiche. È questo il lavoro che compie l'esegesi, un termine che nella sua origine greca indica un
tirare fuori dal testo tutta la sua ricchezza di contenuti e di messaggio, identificandone i mezzi espressivi e le sue forme. A quest'ultimo riguardo è importante saper identificare i cosiddetti generi letterari, cioè le varie modalità con cui si esprimono i diversi contenuti: differenti sono, infatti, i linguaggi adottati quando si deve codificare un testo giuridico, si innalza un inno di lode, si descrive un evento storico, si invoca un sostegno nella supplica, si elabora una lettera, si approfondisce con la riflessione un tema, si narra una parabola per illustrare un concetto, si proclama un oracolo sacrale e profetico, si ammonisce e si esorta a scegliere un comportamento morale e così via.

Naturalmente, oltre ai generi, sono molte altre le forme letterarie, i simboli, le tipologie espressive come anche le ricerche di taglio storiografico da condurre così da interpretare correttamente i testi biblici nel loro profilo storico-letterario. Anzi, soprattutto nella seconda metà del Novecento si sono moltiplicati altri metodi di scavo nella pagina biblica per coglierne meglio il suo aspetto letterario e il suo contenuto. Si è attenti, ad esempio, alla dimensione sociale in cui sono vissuti gli uomini e le donne della Bibbia e che è poi riflessa negli scritti sacri.

Si ricorre alla psicologia e alla psicanalisi per meglio decifrare alcune esperienze profetiche o il linguaggio delle immagini e dei simboli biblici e per penetrare nel mondo dei miracoli. Ci sono letture
femministe della Bibbia, preoccupate di non confondere alcuni modelli storici ed espressivi patriarcali della società ebraica antica col messaggio della Sacra Scrittura sulla creatura umana. Altre volte l'attenzione si fissa sull'analisi delle narrazioni bibliche, sulle tecniche di convincimento che in alcuni testi sacri sono sviluppate attraverso la retorica, ossia l'arte della persuasione, come non manca il ricorso a moderni approcci di studio del testo nelle sue strutture (la semiotica).

Due sono gli ambiti nei quali l'esercizio della corretta interpretazione storico-letteraria si accende spesso di interesse vivace, anche perché tocca la nostra sensibilità attuale. Il primo è quello della
verità che la Scrittura vuole comunicarci. In passato si confondevano i piani tra espressione e contenuto e così scattavano forti tensioni tra scienza e fede: tanto per fare un esempio, pensiamo alla teoria dell'evoluzionismo. Certo, l'autore sacro viveva in una cultura nella quale il modello scientifico era quello fissista per cui l'uomo era già compiuto e completo nel suo apparire all'interno di un mondo concepito, tra l'altro, in modo geocentrico. Era questo l'insegnamento che la Bibbia voleva offrire?

In realtà essa non voleva rispondere a domande di scienza riguardanti l'antropologia o l'astrofisica, bensì a interrogazioni esistenziali e religiose sul senso della vita, della creatura umana, dell'essere e del loro legame col Creatore. È per questo che pittorescamente sant'Agostino affermava che «non si legge nel Vangelo che il Signore abbia detto:
Vi manderò il Paraclito per insegnarvi come vanno il sole e la luna. Voleva formare dei cristiani, non dei matematici» (De Genesi ad litteram, 2, 9, 20). Bisogna, dunque, interrogare la Bibbia in modo corretto, senza costringerla a risposte che non vuole offrire e che solo artificiosamente le possiamo strappare.

L'
inerranza della Sacra Scrittura - come si era soliti dire in passato - non riguarda la scienza o la storiografia ma gli asserti religiosi. O meglio, la verità che la Bibbia ci vuole comunicare non è di tipo scientifico ma teologico, come ha sottolineato in modo nitido il concilio Vaticano II: I libri della Sacra Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore, la verità che Dio, a causa della nostra salvezza, volle che fosse consegnata nelle Sacre Lettere (Dei Verbum, 11). Le verità che le pagine sacre ci insegnano sono, perciò, quelle finalizzate alla nostra salvezza.

Non possiamo, però, ignorare che molti testi biblici sono striati di sangue e di violenza, di immoralità di ogni genere, non di rado senza un giudizio negativo, anzi, talora con una tacita o diretta, apparente o implicita approvazione divina. Essi generano reazioni scandalizzate nel lettore che sia sensibile non solo al messaggio dell'amore evangelico ma anche ai puri e semplici valori umani. È, questa, l'altra questione interpretativa, ancor più delicata e lacerante. Basta, infatti, sfogliare i primi capitoli del libro di Giosuè, che descrivono la conquista della terra promessa, per scoprirvi un cumulo di efferatezze e di stermini, posti sotto il sigillo dell'ordine divino. Altrettanto impressionante è la collera furibonda che pervade i cosiddetti
Salmi imprecatori (ad esempio, Salmi, 58; 109; 137, 8-9). È indubbio che l'analisi letteraria fa capire subito che queste pagine risentono del linguaggio e dello stile caratteristici della cultura dell'antico Vicino Oriente che amava l'eccesso verbale, i colori accesi, l'esasperazione dei toni e aveva fiducia nella forza offensiva della parola stessa, fondamentale in una civiltà di tipo orale. L'odio per il male e l'ansia per la giustizia si esercitano, perciò, prima di tutto a livello verbale.

Ma tutto questo non basta per giustificare l'
immoralità di quei testi. Decisiva per rimuovere questo ostacolo che si para davanti al lettore della Scrittura è un'altra considerazione. La via maestra per comprendere correttamente simili testi marziali o violenti o immorali è ancora una volta quella di tener presente la qualità specifica della rivelazione biblica: essa è per eccellenza storica. La parola e l'azione divina non sono sospese in cieli mitici e mistici ma sono innescate nella trama tormentata e faticosa della vicenda umana. Esse non sono simili a una serie di tesi o verità astratte, raccolte in un florilegio scritto, ma sono come un seme che germoglia sotto il terreno arido, sassoso e opaco della storia e dell'esistenza. Dio, allora, si fa vicino e paziente, si adatta al limite e persino alla brutalità della creatura umana libera e progressivamente cerca di condurla verso un orizzonte più alto che ha nella legge evangelica dell'amore e del perdono il suo apice, ma che ha già nell'Antico Testamento squarci luminosi: «Tu, padrone della forza, giudichi con mitezza, ci governi con molta indulgenza (...) Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare l'umanità» (Sapienza, 12, 18-19).

Proprio questa dimensione storica e progressiva della rivelazione biblica ci fa comprendere quanto pericolosa e illusoria sia la lettura
fondamentalista della Bibbia, praticata da alcuni movimenti religiosi. Essa vorrebbe presentarsi come esemplare perché la sua fedeltà al testo è letterale, assoluta, ciecamente affidata alle parole e alle frasi così come esse materialmente suonano, senza applicare quella corretta interpretazione che conduce alla scoperta di ciò che veramente l'autore sacro voleva comunicare attraverso un linguaggio connotato e datato, legato a un mondo culturale e sociale concreto e ormai lontano da quello in cui noi ora viviamo.

È, quindi, indispensabile il contributo dell'esegesi e dell'interpretazione - naturalmente ottenuto attraverso un metodo corretto - per essere autenticamente fedeli al senso vero della Sacra Scrittura. Per questa via non si dissolve la
lettera della Bibbia e la sua storicità, ma si riesce a cogliere la verità che essa ci vuole comunicare così da divenire «lampada per i passi e la luce sul cammino» della vita del lettore (Salmi, 119, 105). In questa linea si riesce a comprendere il monito di san Paolo secondo il quale «la lettera uccide, è lo Spirito che dà vita» (2 Corinzi, 3, 6).

È per questo che la Bibbia è nel cuore stesso della liturgia, ove è proclamata, commentata, meditata e attualizzata. Essa è anche l'anima dell'annunzio della fede e della catechesi; è l'alimento della vita spirituale attraverso la lectio divina, ossia la lettura intima e fruttuosa che trasferisce l'appello di Dio nell'esistenza personale del credente. La Bibbia è alla base della teologia che a quella fonte attinge la verità da illustrare e approfondire e la norma morale da seguire nelle scelte personali e comunitarie. La Bibbia è alla radice del nostro legame con l'ebraismo ed è il terreno privilegiato per il dialogo ecumenico tra i cristiani che alla Scrittura guardano come a una stella polare. Anzi, figure, eventi e temi biblici pervadono, sia pure elaborati e trasformati, lo stesso libro sacro dell'islam, il Corano.

La Bibbia è il
grande codice di riferimento della cultura. Per secoli personaggi, eventi, simboli, idee, temi biblici hanno offerto le immagini per le creazioni più alte della pittura e della scultura, sono stati trasfigurati nella musica, sono stati ripresi e ricreati dalla letteratura, hanno stimolato la riflessione filosofica e sostanziato la ricerca morale. Per rendere più disponibili le Scritture ai lettori di nuovi ambiti culturali e spirituali, fin dall'antichità si è proceduto a tradurre in nuove lingue quei libri.

In greco nacque, tra il III e il II secolo prima dell'era cristiana, la versione dei Settanta, così chiamata per una tradizione leggendaria che ne attribuiva la paternità a settanta studiosi riuniti ad Alessandria di Egitto per compiere questa impresa. In latino san Girolamo, tra il 383 e il 406, tra Roma e Betlemme, ove si era ritirato, si dedicò a preparare la Vulgata, cioè la traduzione
popolare che dominerà nella Chiesa cattolica nei secoli successivi; le varie comunità cristiane antiche affrontarono altre versioni nelle loro lingue e così si continuò a fare fino ai nostri giorni, in tutte le lingue del nostro pianeta. Lo stesso accade anche a questa traduzione italiana che è quella ufficiale della Conferenza episcopale italiana, giunta ormai a una definitiva redazione.

Conservata alle origini su papiri, poi su codici di pergamena e persino su cocci di terracotta, divenuta il primo libro stampato (la Bibbia di Gutenberg del 1452), la Sacra Scrittura approda anche nella civiltà informatica sulle pagine elettroniche, testimoniando la sua presenza sempre vitale nella cultura dell'umanità e nella fede dei credenti. Ora è davanti a noi in questa traduzione rinnovata ed efficace, accompagnata da un commento che coniuga essenzialità e ricchezza di contenuti, offrendo spunti preziosi per l'uso liturgico e pastorale, senza però venir meno alle esigenze di una corretta e rigorosa esegesi e interpretazione.

Si ritrovano, così, in azione le due dimensioni della Parola divina e delle parole umane, della fede e della storia, del
Verbo e della carne. La Bibbia potrà, così, diventare la via, la verità e la vita del fedele nel cammino della sua esistenza e nella luce della sua presenza.
mdeledda
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sabato, 31 gennaio 2009, ore 20:50

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO [B]
2009/02/01

Dt 18, 15-20;
Sal 94,1-2.6-9;
1Cor 7,32-35;
Mc 1,21-28






Ascoltiamo la voce di Gesù


di Mons. Tommaso Stenico,
da Pontifex Roma (31/01/09)

Nelle ultime domeniche la liturgia della Parola ha posto in primo piano la chiamata del Signore. Nella festa del battesimo di Gesù abbiamo udito: “Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano…” (Is 42, 6). Nella seconda domenica ci è stata presentata la chiamata di Samuele: “Il Signore chiamò Samuele” (1 Sam 3, 3). «E ai discepoli che gli chiedevano: “Maestro, dove abiti?”. Egli rispose: “Venite e vedrete”» (Gv 1, 38-39). Nella terza domenica Gesù incontra i figli di Zebedeo e dice loro: “Venite con me…” (Mc 1, 17).

Questa quarta domenica del Tempus per Annum è caratterizzata da un annuncio forte che ci fa il salmista: “Ascoltate oggi la voce del Signore” (Sal 95 [94], 7-8). Il tempo è una categoria teologica che entra nella percezione della chiamata come grazia storica: “Signore, Dio, concedimi un felice incontro quest'oggi!” (Gén 24, 12). “Il Signore disse a Mosè: «Va' dal popolo e purificalo oggi e domani: lavino le loro vesti e si tengano pronti per il terzo giorno, perché nel terzo giorno il Signore scenderà sul monte Sinai alla vista di tutto il popolo…»” (Es 19, 10-11). “Oggi il Signore si manifesterà a voi" (Lev 9, 4).

Per percepire che Dio parla al cuore, l’attenzione è imprescindibile! “Oggi”, dice il testo.

Dio può rivelarti la sua volontà in qualsiasi momento. Se ti parla lo farà con autorità. La promessa che Dio ha fatto a Mosè sull’Oreb si compie in Gesù: è Lui il profeta suscitato dal Signore perché noi temiamo di incontrare terribili teofanie, fino a quando non incontreremo la rivelazione della volontà divina attraverso il suo Figlio, che si è fatto uno di noi, che insegna, che chiama in maniera coinvolgente e totalizzante.

In Gesù non vi sono messaggi menzogneri o falsi; i suoi non sono inviti suadenti e bugiardi finalizzati a interessi egoistici; quando dice è la verità per il nostro bene, perché Lui è la Verità. Questa parola è la Parola di Dio, non un semplice suono di voce, che veicola un pensiero, ma parola che opera, e vivifica; è Parola che salva!

Il nostro atteggiamento adeguato è quello di ascoltare la sua parola, di prestare l’ascolto del cuore per accogliere l’invito che Egli oggi può farti. Nella sua parola, nel suo invito è contenuto la migliore prospettiva e la maggio pienezza per la tua vita. Per disporti all’ascolto il salmista suggerisce: “Non indurire il tuo cuore!”. Prostrati, benedici il Signore Dio tuo. Gesù è il Santo di Dio; vale la pena ascoltare la sua voce, la sua Parola.

L’ascolto che esige un clima di silenzio interiore e di attesa, segno del desiderio di conoscenza, nel quale nasce e cresce un atteggiamento di accoglienza: l'accoglienza della parola,
 
Ed è attorno alla parola e all'ascolto che ruota, oggi, il Vangelo di Marco, un brano che parla di stupore, da parte di quanti, nella sinagoga di Cafarnao, avevano udito Gesù di Nazareth commentare i testi della Scrittura: “Erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro, come uno che ha autorità, e non come gli scribi..."

Marco avverte subito che l'insegnamento di Gesù colpisce e fa problema, e non è assimilabile agli schemi conosciuti. Così sorge la domanda: che è mai questo? Insegnamento nuovo non significa semplicemente qualcosa di non mai detto prima o di non mai sentito altrove. Non si tratta semplicemente di una novità cronologica. Nella parola di Gesù si avverte la presenza della novità di Dio, una novità qualitativa: qualcosa che ti rigenera, rinnova e ringiovanisce. La parola di Dio – che risuona nell'insegnamento di Gesù – è nuova, sorprendente, inaspettata, anche se, dopo averla sentita, comprendi che era proprio la parola che andavi cercando, magari senza saperlo.

Dio non voglia che a Gesù che mi parla io non abbia rispondere: “Che vuoi da me, Gesù Nazareno?”.
mdeledda
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sabato, 31 gennaio 2009, ore 20:42

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO [B]
2009/02/01


Dt 18, 15-20;
Sal 94,1-2.6-9;
1Cor 7,32-35;
Mc 1,21-28






Gesù, nostro Maestro, tu che insegnavi con autorità, fa’ che accogliamo docilmente la tua divina parola e la meditiamo assiduamente nel nostro cuore, per ricevere la luce che rischiara il nostro cammino. Donaci anche la capacità di proclamarla con coraggio e generosità, soprattutto con l’esempio della nostra vita, nelle nostre famiglie e dove svolgiamo il nostro lavoro, per cooperare con te alla sconfitta del male e del maligno e rallegrarci per il trionfo del bene.

(Don Mariano Grosso)
mdeledda
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sabato, 31 gennaio 2009, ore 20:34

Santa Inquisizione: sfatiamo la “favola del lupo mannaro”

di Carlo Maria di Pietro,
da Pontifex Roma (31/01/09)


Come promesso nel mio articolo circa gli "Atti del Simposio Internazionale sull'Inquisizione" in questi giorni mi sono dedicato a tempo pieno sullo studio della famigerata “leggenda nera” e, prendendo spunto da svariati testi ufficiali della Chiesa, nonché libri di storia ed enciclopedie, sono riuscito a redigere un piccolo opuscolo abbastanza oggettivo e storicamente fondato. Negare l’esistenza dei misfatti compiuti in nome di Dio sarebbe come mentire a me stesso ed all’umanità, tuttavia negli appunti che seguiranno noterete come non è tutto vero ciò che ci viene raccontato; anzi, la verità storica riportata dalla maggior parte dei testi “di regime” è pura menzogna anticristiana.

Cominciamo facendo un po' di storia: “L'Inquisizione è l’istituzione ecclesiastica fondata dalla Chiesa cattolica per indagare e punire, mediante un apposito tribunale, i sostenitori di teorie considerate contrarie all’ortodossia cattolica”. Questo è quanto afferma l’enciclopedia on-line Wikipedia. Nella realtà l’Inquisizione era un organo di controllo, facente parte dell’organigramma “Vaticano”, deputato alla difesa della fede ed di supporto ai tribunali secolari, nell’analisi dei reati di eresia. Per fare un esempio concreto, è un po' come accade oggi quando, dinanzi ad un reato, c’è un giudice dello Stato che ascolta, un pubblico ministero che formula accuse, un avvocato difensore ed infine una serie di figure (esempio i periti) che intervengono per valutare la veridicità e la fondatezza di accusa e difesa. L’Inquisizione, nel 90% dei casi, era oggettivamente un consulente in materia di fede che interveniva nei processi civili in caso di accuse di eresia.

“Storicamente, l'Inquisizione si può considerare stabilita già nel Concilio presieduto a Verona nel 1184 da papa Lucio III e dall’imperatore Federico Barbarossa, con la costituzione Ad abolendam diversarum haeresum pravitatem e fu perfezionata da Innocenzo III e dai successivi papi Onorio III e Gregorio IX, con l’occorrenza di reprimere il movimento cataro, diffuso nella Francia meridionale e nell’Italia settentrionale, e di controllare i diversi e attivi movimenti spirituali e pauperistici”. “Nel 1252, con la bolla Ad extirpanda, Innocenzo IV autorizzò l’uso della tortura e Giovanni XXII estese i poteri dell’Inquisizione nella lotta contro la cosiddetta stregoneria. Tale Inquisizione medievale si distingue dall’ Inquisizione spagnola, istituita da Sisto IV nel 1478 su richiesta dei sovrani Ferdinando e Isabella, che si estese nelle colonie dell’America centro-meridionale, e dall’Inquisizione portoghese, istituita nel 1536 da Paolo III su richiesta del re Giovanni III, che si estese al Brasile, alle Isole di Capo Verde e a Goa, in India”. Questo paragrafetto, tratto sempre da Wikipedia, tende ad essere fazioso e, in seguito, vi spiegherò nel dettaglio le mie motivazioni a riguardo.

Allo scopo di combattere più efficacemente la Riforma protestante, il 21 luglio 1542 Paolo III emanò la bolla Licet ab inizio, con la quale si costituiva l’Inquisizione romana, ossia la Congregazione della sacra, romana ed universale Inquisizione del Santo Uffizio. Mentre nell’Ottocento gli Stati europei soppressero i tribunali dell’Inquisizione, questa fu mantenuta dallo Stato pontificio e assunse nel 1908, regnante Pio X, il nome di Sacra Congregazione del Santo Uffizio, finché con il Concilio Vaticano II, durante il pontificato di Paolo VI, in un clima profondamente mutato dopo il papato di Giovanni XXIII, assunse nel 1965 l’attuale nome di Congregazione per la Dottrina della Fede.

In questo primo articolo dedicato alla Santa Inquisizione vi riporterò parte della conversazione che Gianpaolo Barra, direttore de Il Timone ha tenuto a Radio Maria giovedì 4 marzo 1999, durante la "Serata Sacerdotale" condotta da don Tino Rolfi, Conservando lo stile colloquiale e la divisione in paragrafi numerati:

Preliminari
1. In questa conversazione affrontiamo un argomento delicato, di cui si parla molto ma di cui si conosce poco: l'Inquisizione.
 
2. Quando parliamo di Inquisizione è proprio il caso di dire: basta la parola. Basta pronunciare il termine Inquisizione ed ecco che noi cattolici restiamo senza parole, ammutoliti.
 
3. "Come è possibile che la vostra Chiesa cattolica sia stata capace di istituire i tribunali dell'Inquisizione?" ci domandano e ci ricordano i laicisti e gli avversari della Chiesa. E noi, spesso, non sappiamo che cosa rispondere. Anzi, molti cattolici si aggiungono al coro di quelli che puntano il dito accusatorio contro la Chiesa del passato e talvolta rincarano la dose, per non sentirsi fuori moda, praticando quella strana disciplina che sta diventando comune nel nostro mondo: quella di dare le colpe di ogni male ai Cristiani del passato.
 
4. Gli amici radioascoltatori sanno bene che l'Inquisizione è un argomento utilizzato per denigrare la storia della Chiesa e sanno bene che denigrando la storia della Chiesa si finisce prima o poi per denigrare la Chiesa tutta intera, quindi anche la fede che essa insegna e trasmette.

5. Stasera, da buoni apologeti, quindi da difensori della Chiesa, tenteremo di fare un po' di chiarezza su alcuni aspetti dell'Inquisizione. Ripeto: su alcuni aspetti, i più utilizzati dalla propaganda anticattolica, non su tutta l'Inquisizione.

Il Rogo
6. Veniamo subito ad un primo punto. Che cosa viene in mente appena si parla di Inquisizione? Viene in mente il rogo, la morte per rogo.
 
7. Nell'immaginario popolare si pensa che i tribunali dell'Inquisizione siano stati istituiti per mandare tutti gli eretici al rogo. Si pensa che tutti gli inquisiti, tutti coloro che cadevano nelle terribili braccia dell'inquisitore finivano al rogo.

8. Questo è quello che si pensa, questo è quanto molto spesso ci viene detto ed insegnato e affermazioni di questo genere zittiscono ogni possibile difesa.
 
9. Noi ci domandiamo: le cose stanno proprio così? Vediamo qualche dato storicamente documentato, che ci aiuti a formulare un giudizio più vicino alla verità storica.

10. Innanzitutto, va precisato che la condanna al rogo per gli eretici era una pena stabilita dal diritto penale e non dal diritto canonico. Non esiste nel diritto canonico la condanna al rogo.

11. Fu uno dei più grandi avversari della Chiesa Cattolica e del Cristianesimo, l'imperatore Federico II di Svevia, che dichiarò per tutto l'impero (1231-2) - e lui era la massima autorità dell'impero e poteva farlo, allora, - l'eresia come crimine di lesa maestà, e stabilì la pena di morte per gli eretici. Ogni sospetto doveva essere tradotto davanti a un tribunale ecclesiastico e arso vivo se riconosciuto colpevole.
 
12. Dunque, è vero che quando il tribunale dell'Inquisizione abbandonava un eretico al braccio secolare, questi veniva condannato a morte dalla giustizia secolare, se non si pentiva, ma non era la Chiesa a condannarlo a morte, né era la Chiesa ad ucciderlo. La Chiesa si limitava a riconoscerlo come eretico che rifiutava ogni pentimento. Era il diritto penale e il braccio secolare della legge che prevedevano la morte ed eseguivano la sentenza.
 
13. Detto questo, entriamo un pò nel merito e qui emergono sorprese: quale stupore ci coglie tutti se esaminiamo quante sono state le condanne al braccio secolare. L'esame dei dati ci indica che i tribunali dell'Inquisizione furono estremamente benevoli, furono molto prudenti nel consegnare gli eretici al braccio secolare.

14. I dati, documentati storicamente, non mancano, basta conoscerli. Facciamo l'esempio di Bernardo Guy, che ha esercitato con una certa severità l'ufficio di inquisitore a Tolosa. Bene: dal 1308 al 1323 egli ha pronunciato 930 sentenze. Abbiamo l'elenco completo delle pene da lui inflitte: 132 imposizioni di croci - 9 pellegrinaggi - 143 servizi in Terra Santa - 307 imprigionamenti - 17 imprigionamenti platonici contro defunti - 3 abbandoni teorici al braccio secolare di defunti - 69 esumazioni - 40 sentenze in contumacia - 2 esposizioni alla berlina - 2 riduzioni allo stato laicale - 1 esilio - 22 distruzioni di case -1 Talmud bruciato - 42 abbandoni al braccio secolare e 139 sentenze che ordinavano la liberazione degli accusati.
 
15. L'Inquisizione di Pamiers ci fornisce i seguenti dati: dal 1318 al 1324 furono giudicati 98 imputati. Due furono rilasciati - per 21 manca ogni informazione e per questo si pensa che non subirono condanne - 35 condannati alla prigione e 5 abbandonati al braccio secolare. I rimanenti 25 furono assolti.

16. Queste proporzioni valgono anche per quella considerata la più terribile delle Inquisizioni, quella spagnola. Lo storico danese Gustav Henningsen ha analizzato statisticamente 44.000 casi di inquisiti tra il 1540 e il 1700 e ha rilevato che solo l' 1°/o fu giustiziato.

17. Soltanto l' 1% ! Questi dati contestano il mito della crudeltà dell'Inquisizione spagnola. E non solo. Lo storico statunitense Edward Peters ha confermato questi dati. Sentiamo che cosa scrive: "La vellutazione più attendibile è che, tra il 1550 e il 1800, in Spagna vennero emesse 3000 sentenze di morte secondo verdetto inquisitoriale, un numero molto inferiore a quello degli analoghi tribunali secolari"'.

18. Come vedete, grazie a questi dati, va sfatata la leggenda che tutti coloro che venivano giudicati dall’Inquisizione finivano a rogo. È una leggenda che gli storici hanno smontato, ma che perdura ancora nell'immaginario popolare. Almeno noi cattolici evitiamo di farci raggirare da essa.

La Tortura
19. Veniamo ad un secondo punto. Dopo il rogo, appena si parla di Inquisizione, l'altra cosa che viene in mente è la tortura.

20. Sappiamo che la tortura veniva applicata dai giudici inquisitori. Vi erano precise disposizioni ecclesiastiche che stabilivano la liceità di costringere l'Inquisito a confessare la sua colpa.

21. La procedura inquisitoriale ha fatto ricorso alla tortura. Essa fu ordinata con la bolla Ad extirpanda di Papa Innocenzo IV il 15 maggio 1252. Leggiamo il passo di questa bolla che ci interessa: "II podestà o il rettore della città saranno tenuti a costringere gli eretici catturati a confessare e a denunciare i loro complici".
 
22. Ora, di solito i denigratori dell'Inquisizione si fermano qui. E noi restiamo senza parole. Ma si dimenticano di dirci che nella stessa bolla si precisa che la tortura degli imputati non doveva "far loro perdere alcun membro o mettere la loro vita a repentaglio e, assolutamente, non doveva prevedere perdita di sangue".

23. Dunque, si prevede una tortura, ma una tortura che non può provocare mutilazioni, non può far morire il torturato. E non solo. Si prevede anche che la tortura non poteva durare, di regola, più di 15 minuti, che si poteva applicare una sola volta, che non poteva essere ripetuta e che la confessione così ottenuta non aveva alcun valore ai fini del processo se non era confermata dall'imputato dopo due giorni e in condizioni normali.
 
24. Ma fermiamoci un momento a riflettere. Ci rendiamo conto che queste disposizioni ecclesiastiche riguardanti la "tortura" avrebbero fatto sorridere i professionisti della tortura del nostro secolo?
 
25. Le testimonianze di coloro che sono finiti sotto tortura dei nazisti o dei loro degni compari comunisti ci hanno descritto veramente che cosa è la tortura e chi ha ascoltato queste testimonianze si accorge subito che la tortura prevista dalle procedure inquisitoriali è semplicemente dilettantesca.

26. Ma andiamo avanti. Sappiamo che la tortura fu applicata con somma cautela e solo in casi eccezionali. I Papi ripeterono più volte che la tortura non poteva essere spinta fino alla perdita di un membro e ancor meno fino alla morte. Si poteva applicare solo quando tutti gli altri mezzi di investigazione erano stati esauriti. Ancora una cosa: non poteva decidere arbitrariamente l'Inquisitore, magari troppo ansioso della ricerca della verità. Doveva esserci anche il parere favorevole del vescovo, e spesso vescovo e giudice inquisitore non andavano d'accordo.
 
27. Oggi abbiamo informazioni precise su quante volte venne applicata la tortura: -nelle 636 sentenze iscritte nel registro di Tolosa dal 1309 al 1323, la tortura fu applicata una sola volta. -A Valertela, dal 1478 al 1530 si celebrarono 2354 processi. La tortura si applicò solo 12 volte.

28. Come si vede da questi dati, non solo la tortura era estremamente più leggera di quelle che la nostra epoca, che non è un'epoca cristiana, ha escogitato, ma veniva applicata raramente, praticamente quasi mai.

Le Garanzie
29. Veniamo ad un terzo punto. Quando parliamo di Inquisizione si pensa sempre a giudici il cui potere sarebbe stato così totale, così assoluto, così insindacabile che può essere paragonato a quello esercitato nei moderni sistemi totalitari.

30. Ora, anche in questo caso bisogna sfatare questa leggenda. Non è affatto vero che i giudici inquisitoriali fossero onnipotenti e che, di conseguenza, l'imputato non avesse alcuna garanzia di un equo processo.

31. Dobbiamo subito precisare che gli inquisitori erano costantemente controllati. Papa Innocenzo IV (1246) e papa Alessandro IV (1256) ordinano ai provinciali e ai generali dei Domenicani e dei Francescani di deporre gli inquisitori dei loro ordini che, a causa della loro crudeltà, avessero provocato proteste popolari.

32. Come si vede, il papa del tempo teneva conto dell'opinione pubblica e ordinava di punire il giudice inquisitore che avesse provocato proteste popolari e fosse andato contro la Parola.
 
33. Non solo. Al Concilio di Vienna, papa Clemente V (1311) fulminò di scomunica - scomunica da potersi togliere solo in articolo mortis e sotto riserva della riparazione del danno - l'Inquisitore che avesse approfittato delle sue funzioni per ottenere guadagni illeciti e per estorcere agli accusati somme di denaro.

34. Andiamo avanti. I Vescovi avevano l' obbligo di segnalare al Papa tutti gli abusi che venivano commessi nel corso della procedura e di denunciare i colpevoli. Lo stesso obbligo era imposto a tutti quelli che, prestando aiuto agli inquisitori, erano in ogni istante testimoni dei loro atti.

35. Capitò anche che i vescovi di Reims e di Sens avvisarono il Papa che Robert La Bougre, un domenicano, era un inquisitore crudele. Roma indagò, questo Inquisitore viene destituito e addirittura incarcerato (1239).

36. Altro che onnipotenza ! Altro che potere insindacabile dei giudici inquisitoriali. Questa leggenda va sfatata.

37. Come va sfatata un'altra leggenda: quella che ci narra di un imputato sempre indifeso, senza garanzie e dunque destinato irrimediabilmente alla condanna.

38. Molte garanzie che le norme canoniche, cioè della Chiesa, prevedevano per l'imputato inventate in quel tempo, al tempo dei tribunali dell'Inquisizione, durano ancora oggi, sono entrate nel nostro sistema giudiziario.

39. Facciamo qualche esempio. Innanzitutto l'Inquisitore non era mai solo, ma formulava il suo giudizio circondato da una giuria, composta da laici ed era questa giuria che decideva in merito al valore da dare ai testimoni e alle testimonianze.

40. Questi laici erano esperti di diritto, e da nessun documento risulta che si accontentassero di svolgere un ruolo da comparse e, soprattutto, costituivano la garanzia che l'Inquisitore non poteva allontanarsi dal diritto a proprio piacimento.

41. Un altro esempio, un'altra garanzia per l'imputato. L'imputato poteva dichiarare di avere dei nemici mortali, doveva provarlo, doveva spiegare i motivi e fare i nomi di questi nemici. Da quel momento nessuno di quelli indicati dall'imputato poteva far parte della giuria e se vi era stato incluso veniva allontanato.

42. Un terzo esempio: per togliere ai testimoni la tentazione di approfittare del segreto di cui venivano circondati per accusare degli innocenti, gravissime pene colpivano le false deposizioni. Uno storico protestante, il più fiero avversario dell'Inquisizione, Charles Lea, scrive onestamente: "Quando veniva smascherato un falso testimone costui era trattato con la stessa severità usata per gli eretici".

43. Gli storici hanno dimostrato e qui ci sono veramente delle sorprese che le pene inflitte dall'Inquisizione venivano spesso attenuate o addirittura cancellate nella pratica.

44. I prigionieri ottenevano permessi di congedo da passare a casa. A Carcassonne, il 13 dicembre 1250, il vescovo diede ad una certa Alazais Sicre il permesso di uscire dal carcere dov'era rinchiusa per crimine di eresia e, fino a Ognissanti, di andare dove voleva in tutta libertà. Vi sono molti esempi di questo genere, non si tratta affatto di un caso isolato.

45. Esistevano i congedi per malattia Abbiamo molti casi documentati. L'Inquisizione metteva in libertà provvisoria i detenuti le cui cure erano utili ai genitori o ai figli. Talvolta si giungeva a commutare la pena.

46. Nel 1244 l'arcivescovo di Narbonne e i vescovi di Carcassonne, di Eine, di Maguelonne, di Lodeve, di Adge, di Nimes, di Albi, di Beziers, di Saint Benoit decisero: "Nel caso in cui per l'assenza del carcerato dovesse incombere un evidente pericolo di morte dei figli o dei genitori, procurare di ovviare al pericolo facendo in modo, laddove non ci sia altro rimedio, di commutare prudentemente la pena del carcere in un'altra; occorre infatti in tal caso mitigare il rigore con la mansuetudine".

47. Perfino gli Inquisitori più severi attuarono questa prassi. Bernard de Caux, nel 1246, condannò alla prigione perpetua un eretico recidivo, Bernard Sabatier; ma nella stessa sentenza aggiunse che, essendo il padre del colpevole un buon cattolico, vecchio e malato, il figlio poteva restare presso di lui per accudirlo finché fosse rimasto in vita.

48. Malgrado il suo odio anti-cattolico, Charles Lea riconosce che "questa facoltà di attenuare le sentenze era frequentemente esercitata" e ne cita un considerevole numero di casi.

49. Nei documenti inquisitoriali, abbiamo incontrato condanne alla prigione "perpetua e irremissibile". Ma attenti a non farsi ingannare da certi modi di esprimersi del tempo. Abbiamo condanne al "carcere perpetuo per anni uno". Solitamente "perpetuo" vuoi dire 5 anni, "irremissibile" vuoi dire 8 anni. La pena dell'ergastolo non era prevista: fu inventata nel '700 illuminista, cioè nell'epoca che ha dato il via alla nostra società anticristiana e anticattolica.

50. Facciamo un'ultima considerazione e sfatiamo un'ultima leggenda. Questa leggenda dice, naturalmente, che tutti gli eretici erano buoni cristiani, che si preoccupavano solo di vivere in pace la loro fede diversa da quella ufficiale.
 
51. Ora, diciamo subito una cosa molto scomoda e fuori moda: non si deve pensare come è abbastanza diffuso nell'immaginario popolare che gli eretici fossero pacifici cittadini adibiti a pratiche religiose del tutto innocue.

52. Gli eretici erano puniti anche dal potere civile perché costituivano un autentico pericolo per la pace sociale. Pensiamo ai catari. Negavano il valore del corpo, che consideravano prigione dell'anima. Questa soffre e si può liberare solo sopprimendo il corpo. Talvolta praticavano il suicidio. Condannavano il matrimonio, la famiglia e la procreazione. Non bisogna comunicare la vita. Ma distruggere la famiglia, ricordiamolo era quanto distruggere l'intera società medievale. Aborrivano il giuramento, pilastro dei rapporti personali nel Medioevo: dal giuramento traeva la sua forza ogni autorità. Lottavano anche violentemente contro la Chiesa.
 
53. Per fare un solo esempio: nel 1112, la diocesi di Utrecht viene sconvolta da un eretico chiamato Tanchelmo che negava l'autorità del Papa, occupava e devastava le chiese, bastonava e cacciava i preti, appoggiato da 3.000 uomini organizzati e armati. I vescovi di Utrecht e di Colonia decidono di combatterlo non con l'uso della forza, ma chiamando a predicare San Norberto, il fondatore dei Premostratensi.

54. Tanchelmo fu poi perseguitato da Goffredo il barbuto, duca di Lorena. E noi sappiamo che il duca era un acerrimo nemico e un severo persecutore della Chiesa.
 
55. Credo che per stasera possa bastare. Tante altre cose si dovrebbero dire. Naturalmente, gli amici radioascoltatori si saranno accorti che non ho trattato esaurientemente tutto il tema dell'Inquisizione. Ci vorrebbe ben più di una trasmissione. Ma ho voluto sottolineare solo alcuni punti scelti tra quelli più dibattuti, più utilizzati per contestare in blocco la storia della Chiesa, specialmente della Chiesa medievale, per avvertire di stare attenti, di verificare bene le cose che ci vengono dette, per incoraggiare tutti a non avere paura della verità.

Terminato questo breve articolo, non posso far altro che procedere nell’analisi di atri documenti storici e, come promesso, sarà mia premura studiarli, commentarli, impaginarli e pubblicarli sul sito. Per ulteiori dettagli, per ora, potete leggere questo altro mio articolo.


Bibliografia
Jean-Pierre Dedieu, L'Inquisizione, Edizioni Paoline, 1990.
John Tedeschi, Il giudice e l'eretico, Vita e pensiero, 1991.
Jean-Baptiste Guiraud, Elogio della inquisizione, Leonardo, 1994.
Franco Cardini [a cura di], Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia, Piemme, 1994.
Luigi Negri, Controstoria. Una rilettura di mille anni di vita della Chiesa, San Paolo, 2000.
mdeledda
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sabato, 31 gennaio 2009, ore 20:22

Il Papa Benedetto XVI ha un cuore grande ed ha vinto la sua carità. Un gigante ferito e non compreso come meriterebbe.

di Bruno Volpe,
da Pontifex Roma (31/01/09)


Per spiegare le ragioni della revoca della scomunica ai lefebvriani, Monsignor Ottorino Pietro Alberti (nella foto), Arcivescovo Emerito di Cagliari, sceglie Pascal: “Non le cito la frase testuale del grande pensatore, ma le dico che a volte la ragioni del cuore possono avere la meglio su quelle della razionalità. Bene, credo che Papa Benedetto XVI, Pastore buono ed illuminato del nostro tempo, abbia visto giusto nella revoca della scomunica. Chi lo insulta o lo attacca non ha capito nulla del personaggio”. L’anziano Arcivescovo Emerito solidarizza totalmente col Papa: “La sua decisione, che credo sia stata anche sofferta, nasce da una idea di base nobile: servire la Chiesa. Il Papa ha inteso mettersi al servizio della realtà ecclesiale al fine di garantirne l’unità. Mi sembra questa una idea tipica del Vaticano II, la ricerca dell’unità. Paradossalmente gli sono piovute critiche di ogni risma, da destra e da sinistra”.

Eccellenza, come giudica la revoca della scomunica?
Assolutamente giusta. Intanto i tempi erano maturati, vi era stato un intenso lavorio diplomatico, non creda che questi passi si compiano in tre ore, esiste dietro tutto un processo. Poi erano stati proprio i tradizionalisti a chiederla. Il Papa, dal canto suo, ha accettato e concesso la revoca non come atto di avallo a certe posizioni dogmatiche ancora da limare e correggere, quanto quale atto di misericordia. Dunque, il Vaticano II invita appunto alla misericordia e alla unità dei cristiani.

Quindi, lei apprezza senza alcuna riserva l’operato del Papa.
Certamente e non comprendo le voci critiche di certi teologi ed anche ecclesiastici che ne hanno fatto una tragedia. Credo che sia la solita dialettica, anche accesa che si sviluppa davanti ad un fatto nuovo e di una certa rilevanza, poi prevarranno calma e ragione. In ogni caso a nessuno è permesso di insultare o mancare di rispetto al Papa. Anche le opinioni di critica vanno sempre accompagnate da maniere civili e delicate, bisogna evitare uscite villane e scomposte.

Il teologo Kung, sempre in buona compagnia, ha affermato che il Papa allontana i fedeli dalla Chiesa.
Guardi, mi sembra che quel gesto, ovvero il ritiro della scomunica, tenda esattamente all’opposto cioè a creare unità e non divisione. Ma spesso alcuni osservatori ed organi di stampa sono prevenuti, forse non hanno letto neppure per intero il documento della Santa Sede.

Qualche polemica sopra le righe, però, la hanno scatenata anche i lefebvriani, specialmente il Vescovo Williamson che ha negato l’esistenza della camere a gas, poi chiedendo scusa al Papa.
Ecco, io partirei dalle scuse. Mi sembra un atto di presa di coscienza e di umiltà. Gli stessi lefebvriani, per amore verso la Chiesa, evitino di alzare i toni, le dichiarazioni che al posto di unire dividono e rispettino il Papa. Sono certo che Lefebvre, uomo di Chiesa, non avrebbe gradito questo baccano.

Secondo lei i tradizionalisti lefebvriani rientreranno nella piena comunione con Roma?

Io spero di sì. In un certo senso il problema liturgico alla base dello scisma è venuto meno, come la scomunica. Ora resta il Vaticano II, facciano uno sforzo. L’intelligenza sta nel compromesso. Facciano prevalere le ragioni del cuore, come ha fatto il Papa, un uomo dal cuore grande come una casa. Lo fanno soffrire, una vergogna.

***

Gli ebrei? Ogni tre giorni minacciano di rompere il dialogo.

di Bruno Volpe,
da Pontifex Roma (31/01/09)


Da buon apologeta, di quelli che si rispettano, il siciliano Rino Cammilleri (nella foto) analizza le cose con la forza dei nervi distesi e della fede, senza indulgere al pietismo o a falsi sentimenti di solidarietà.

Dunque, Cammilleri, a giorni alterni, Santa Sede e mondo ebraico arrivano ai ferri corti e da parte ebraica si minaccia la rottura del dialogo.

Lo sa che cosa le dico?

No, avanti.
Io non gli risponderei neanche.

Per quale ragione adotta questo metodo?
Ma, di grazia, ogni tre giorni una parte del mondo ebraico cambia idea. Un giorno no, un altro sì, poi, ni, alla fine vedremo, chi pretende scuse pubbliche e via discorrendo. Le ribalto la frittata: le sembra questa una cosa normale? Poi quale diritto hanno gli ebrei di sindacare nella cose della Chiesa chiedendo scuse, rettifiche, sanzioni?

Indubbiamente, ma Mons. Williamson la ha detta grossa davvero ed è in buona compagnia.
Io non condivido le tesi storiche del Vescovo, sia ben chiaro. Ma affermo che le ha dette non come atto del Magistero, ma a titolo personale, dunque quelle affermazioni non fanno parte della Chiesa. Ricordo a me stesso che esiste e va difeso, il principio della libertà di espressione. Sarà il pubblico a valutare e decidere, ma ognuno era e resta libero di esprimere quello che ritiene giusto. Lo ribadisco, io non condivido, ma Williamson è responsabile delle sue affermazioni, non la Chiesa. Poi il Papa aveva chiuso l’incidente, bypassandolo.

Ora ci si è messo un prete tradizionalista del triveneto.
Guardi, se andiamo a correre dietro ad ogni intervista, omelia o frase stiamo sempre a litigare. Buona colpa la hanno anche i giornalisti che li vanno a punzecchiare e provocare, se ognuno badasse all’essenziale e a non fare il colpo, forse le cose andrebbero meglio. Nella Chiesa parlano tutti, ma i tradizionalisti non possono. Insomma, ritengo che vi sia gente che ci marci sopra.

Va bene, ma le dichiarazioni di Mons. Williamson sembrano davvero imbarazzanti.
Sono inopportune, certo. Ma ora mi chiedo e le chiedo, anche il tempo nel quale sono venute fuori è sicuramente sospetto. Dovete riconoscere che la controversa intervista risale allo scorso ottobre e per un curioso caso del destino è stata pubblicizzata nello stesso giorno della firma della revoca della scomunica. A pensare male si fa peccato, ma spesso si indovina.

Scusi, ma chi avrebbe paura della revoca della scomunica?

Non parlo di paura, bensì di fastidio. A non pochi settori progressisti della Chiesa e del giornalismo la revoca della scomunica ha dato fastidio,insomma rosicano come si dice a Roma. Vorrei segnalare, inoltre, che molti di coloro che scrivono sui tradizionalisti sono a dir poco mal informati. Il mondo dei tradizionalisti è variegato, va da coloro che si ritengono sedevacantisti, a quelli moderati. Dunque prima di effettuare valutazioni ed analisi, bisognerebbe conoscere bene il fenomeno che si va a discutere, con rigore.

Ma qual è la causa di tanta prevenzione nei confronti dei lefebvriani?
Potrei dire, per esempio, negli Usa la forza mediatica ed economica, di certi mezzi informativi nelle mani di lobbies giudaiche. Per quanto riguarda la Santa Sede non invidio davvero il Papa. Una persona buona che ha compiuto un gesto di misericordia, attaccato tanto barbaramente. Mi sembra oggi come un coccio di creta tra vasi di ferro. Penso che la storia del dialogo abbia molto a che fare anche con la questione dei beni presenti in Terra Santa.

Ma le proteste ebraiche sorsero anche dopo la promulgazione del Motu Proprio.
Le ho detto, agli ebrei non va mai bene niente. E ogni tre giorni minacciano di rompere il dialogo. Domanda: è un dialogo questo, o un monologo?
mdeledda
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venerdì, 30 gennaio 2009, ore 22:52

IL MONDO HA BISOGNO DI SEGNI VISIBILI DI UNITÀ

DISCORSO AI PARTECIPANTI ALLA RIUNIONE DELLA COMMISSIONE
MISTA INTERNAZIONALE PER IL DIALOGO TEOLOGICO TRA LA CHIESA
CATTOLICA E LE CHIESE ORIENTALI ORTODOSSE

Venerdì 30 gennaio 2009


Cari fratelli in Cristo,

porgo un cordiale benvenuto a voi, membri della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese orientali ortodosse. Al termine di questa settimana d'intenso lavoro possiamo insieme rendere grazie al Signore per il vostro fermo impegno nella ricerca della riconciliazione e della comunione nel Corpo di Cristo, che è la Chiesa.


Certamente ognuno di voi contribuisce a questo compito non solo con la ricchezza della propria tradizione, ma anche con l'impegno delle Chiese partecipanti a questo dialogo per superare le divisioni del passato e per rafforzare la testimonianza comune dei cristiani dinanzi alle enormi sfide che i credenti devono affrontare oggi.


Il mondo ha bisogno di un segno visibile del mistero di unità che lega le tre Persone divine e che ci è stato rivelato duemila anni fa, con l'Incarnazione del Figlio di Dio. La concretezza del messaggio evangelico viene espressa in modo perfetto da Giovanni, quando dichiara la sua intenzione di annunciare ciò che ha udito, che i suoi occhi hanno visto e che le sue mani hanno toccato, affinché tutti possano essere in comunione con il Padre e con Suo Figlio Gesù. La nostra comunione attraverso la grazia dello Spirito Santo nella vita che unisce il Padre e il Figlio, ha una dimensione percepibile in seno alla Chiesa, Corpo di Cristo, «la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose» (Ef 1, 23), e tutti noi abbiamo il dovere di impegnarci perché questa dimensione fondamentale della Chiesa si manifesti al mondo.


Nel vostro sesto incontro si sono compiuti passi importanti soprattutto nello studio della Chiesa come comunione. Il fatto stesso che il dialogo sia proseguito nel tempo e venga ospitato ogni anno da una delle diverse Chiese che rappresentate è di per sé un segno di speranza e d'incoraggiamento. Dobbiamo solo volgere la nostra mente verso il Medio Oriente - da dove provengono molti di voi - per vedere che sono urgentemente necessari semi autentici di speranza in un mondo ferito dalla tragedia della divisione, del conflitto e dell'immensa sofferenza umana.


La Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani si è appena conclusa con la cerimonia nella Basilica dedicata al grande apostolo Paolo, alla quale molti di voi hanno partecipato. Paolo è stato il primo grande difensore e teologo dell'unità della Chiesa. I suoi sforzi e le sue lotte sono stati ispirati dalla costante aspirazione a mantenere una comunione visibile non solo esteriore, ma reale e piena, tra i discepoli del Signore. Pertanto, per l'intercessione di Paolo, chiedo la benedizione di Dio per tutti voi e per le Chiese e i popoli che rappresentate.
mdeledda
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venerdì, 30 gennaio 2009, ore 22:45

A quale don Bosco vogliamo ritornare?

di Francesco Motto,
da L'Osservatore Romano (30/01/09)


Centocinquant'anni sono passati da quel 18 dicembre 1859, allorché in un'umile cameretta di Torino, don Giovanni Bosco, con un prete e sedici giovani fondava la società salesiana "allo scopo ed in un spirito di promuovere e conservare lo spirito di vera carità che richiedesi nell'Opera degli Oratorii per la gioventù abbandonata e pericolante". Ha avuto un seguito quella seduta?

La risposta non può essere che positiva. Oltre 30.000 persone hanno speso la vita nell'attuazione del progetto salvifico di Dio proposto da don Bosco. Oggi i salesiani sono 15.750 presenti in 1.870 case, sparse in 129 Paesi. A essi andrebbero aggiunte quasi altrettante Figlie di Maria Ausiliatrice, senza contare lo stuolo dei Cooperatori e quella che è oggi la famiglia salesiana. Ma occorre anche guardare avanti.

Il recente Capitolo generale dei salesiani (2008) ha invitato a "ritornare a don Bosco", "ad amarlo, studiarlo, imitarlo, invocarlo e farlo conoscere, applicandosi alla conoscenza della sua storia e allo studio delle origini della congregazione, in costante ascolto delle attese dei giovani e delle provocazioni della cultura odierna". In pratica ha ripreso il motu proprio postconciliare Ecclesiae Sanctae che nel 1966 aveva invitato tutti i religiosi a ritornare alle fonti per un'accommodata renovatio della loro vita, in riferimento alle mutate condizioni dei tempi.

L'appello va ben compreso. Il pur apprezzabilissimo ritorno a don Bosco rivela infatti uno sfondo ideologico, quale quello di recuperare lo spirito di don Bosco e del suo primo manipolo di seguaci, nella certezza di trovare in esso uno stimolo e una guida per l'aggiornamento della propria vita religiosa nei nuovi contesti. Ma se lo osserviamo dal punto di vista storiografico - quello che interessa in questo momento - esso mette in ombra quella continuità di vita della società salesiana avutasi dopo don Bosco, quella che, con gli inevitabili adattamenti, ha permesso di arrivare fino a oggi. Soprattutto oscura il fatto che anche le origini di una congregazione sono parte di un ciclo evolutivo che ha avuto un inizio, ma poi si è sviluppato in varie direzioni. Don Bosco non è tutto, anche se è stato l'inizio di tutto; il suo Sistema preventivo ha un'anima, ma anche una storia. Un'attenta riflessione ermeneutica si impone necessariamente.

Del resto oggi ci possiamo chiedere:  a quale don Bosco vogliamo ritornare? A quello delle fiction e dei recital? A quello del mito? A quello della storia? E se tante sono le immagini del don Bosco storico, ancor più sono quelle del don Bosco attualizzato dalla continuità, senza scissioni, della società salesiana, grazie proprio alla fedeltà al fondatore; fedeltà che è stata la sollecitudine permanente di tutti i grandi rettori maggiori - due beatificati - che non sono mancati in questi centocinquanta anni. Dunque un anniversario non può solo ricordare la data dell'evento fondativo, ma anche la lunga storia nata da esso.

Fase iniziale è stata quella del fondatore, che è riuscito ad avviare un movimento che alla sua morte aveva ormai coinvolto oltre 700 salesiani (e 400 Figlie di Maria Ausiliatrice), presenti in una cinquantina di case sparse per 4 Paesi europei e 5 sudamericani.

Nel 1888, mentre esponenti della gerarchia ecclesiastica pensavano che l'opera salesiana non potesse sopravvivere al fondatore, don Michele Rua ne prese in mano le redini e, con l'aiuto di un manipolo di salesiani cresciuti con lui accanto a don Bosco, la rilanciò in tutte le sue potenzialità. La società salesiana fu ritenuta ovunque moderna, efficiente, utile, tanto per le società civili che chiedevano educatori e istruttori della gioventù nella nuova fase di sviluppo economico-sociale di fine ottocento, quanto per la Chiesa che doveva lottare contro molte forze a lei avverse.

Dal 1890 al 1897 i salesiani si raddoppiarono - da 1.000 a 2.000 - e negli altri tredici anni, fino alla morte di don Rua (1910), fecero altrettanto - da 2.000 a 4.000. Intanto le case erano cresciute da 58 a 387, sparse per una trentina di Paesi in quattro continenti.

Nel secondo decennio del secolo xx lo sviluppo continuò, sia pure rallentato. Alla morte del Rettor maggiore don Paolo Albera (1921), i salesiani risultavano comunque cresciuti "solamente" di 600 persone e di 130 case. Evidentemente la guerra mondiale si era fatta pesantemente sentire, nonostante i novizi fossero sempre stati centinaia.

Nel ventennio fra le due guerre i salesiani  divennero  12.000, con un incremento medio annuo di 370 unità e il raddoppio delle case. E nel ventennio seguente al conflitto, la demografia salesiana s'impennò ancor di più:  con un incremento annuo di 400 persone e di 15 case, i 13.500 soci del 1947 divennero 21.600 nel 1967 - il massimo storico - operanti in un'ottantina di Paesi.

Di fronte a un tale impressionante sviluppo Papa Paolo VI poteva definire quello salesiano "uno dei fatti più notevoli, più benefici, più esemplari, più promettenti del cattolicesimo del secolo scorso e del nostro".

Quali le ragioni? Ovviamente moltissime. Con molta approssimazione, si potrebbe dire che la società salesiana aveva vissuto della luce riflessa di un fondatore che godeva di immensa simpatia nell'immaginario collettivo. I salesiani avevano continuato a essere considerati ottimi educatori di giovani nei loro oratori e centri giovanili; nelle loro scuole umanistiche e professionali; nelle loro parrocchie e missioni; nei loro centri culturali ed editoriali. Il "sistema salesiano" in tutte le sue dimensioni spirituali, pedagogiche, organizzative, aveva funzionato quasi alla perfezione.

Ma con il 1968 ebbe inizio la crisi, che vide il numero dei salesiani ridursi in un decennio di oltre 5.000 unità. Non riuscì a fermare l'emorragia il Capitolo generale XIX del 1965, le cui potenzialità di una vera svolta vennero compromesse dall'invito a tutti i religiosi di rinnovare, tramite un "Capitolo speciale", le proprie Costituzioni conformemente ai suggerimenti conciliari. Ma prima che esso avesse luogo, scoppiò il famoso Sessantotto con tutto quello ha significato, in bene e in male. La grande assise Capitolare del 1971 comunque produsse una mole di documenti condensandoli nelle Costituzioni rinnovate. Nel volgere di qualche anno il tasso di decremento, grazie anche all'allungamento della vita media, tese a stabilizzarsi, tant'è che nel trentennio 1978-2007 il numero dei salesiani si mantenne quasi costante, con un minimo di 16.300 nel 1982 e 2002. Nello stesso periodo le opere continuarono però a crescere annualmente di una decina di unità (1.877 attualmente), mentre il numero dei novizi in 30 anni rimase quasi sempre oltre i 500.

L'ottimismo dei numeri viene però ridimensionato se si considera il trend negativo, più lento in America e molto più rapido in Europa, dove con il 44 per cento del totale dei salesiani si ha solo il 14 per cento dei novizi. È evidente che, salvo un auspicabile cambio di tendenza di cui non si percepiscono ancora i segni, il futuro prossimo nelle aree europee e americane si presenterà con un saldo sempre in rosso. La società salesiana a 150 anni dalla sua nascita - il ricordo comincia il 30 gennaio e si concluderà il 18 dicembre prossimo - sembra dunque avviarsi a una svolta molto significativa, a un cambio del colore della pelle, ubicandosi su nuove frontiere geografiche e operative.

Ma il problema non sono tanto i numeri o le statistiche; la domanda più inquietante non è tanto di indole sociologica - se i salesiani siano di più o di meno, dove crescano e dove calino - ma di carattere carismatico: se siano adatti, capaci e preparati oggi a stare significativamente in mezzo ai giovani.

La presenza salesiana, così capillarmente diffusa nel mondo intero, dimostra quel che può fare "un uomo mandato da Dio". La santità di oltre 100 salesiani dimostra quel che può fare Dio. L'evento don Bosco non è quindi un fatto compiuto, viene portato a compimento dai suoi "figli" come lui "carismatici", perché "a disposizione di Dio". Dare spazio alla creatività, uscire dagli uffici, stare con i giovani, ascoltare le intuizioni, leggere attentamente i "segni dei tempi" aiuta a non rifare quel che si è sempre fatto e che oggi non funziona più qui, e domani là.

I giovani devono ritrovare l'identità salesiana non sulle carte, nelle mozioni di convegni e delle assemblee, ma negli educatori che dovrebbero stare e vivere con loro e per loro. Il Sistema preventivo non fa sconti:  se l'educatore non è presente, i giovani emigrano da soli; se l'educatore non arriva prima di loro, raccoglierà solo i cocci; se arriverà fuori tempo massimo, sarà emergenza. L'insegna la storia di questi 150 anni. È cambiata la società, la famiglia, il giovane; i salesiani devono cambiare, ma paradossalmente restando sempre loro, presenti in cortile, a scuola, in strada, al cinema, in teatro, in internet, ovunque ci siano i giovani.

Punto di non ritorno sarà recuperare la grazia d'unità fra azione e contemplazione. Il concentrarsi non su tutto in ordine sparso, ma tutti e tutto su punti vitali del carisma è essenziale, pena la vanificazione di esso, anche se rimane vero che su un tronco secco lo Spirito Santo potrà sempre far sbocciare nuovi germogli. Il "progetto Europa" si gioca soprattutto sulla sponda della rivitalizzazione endogena, come sostiene il rettor maggiore don Pascual Chávez. È questa la sfida che 150 anni di storia lanciano alla società salesiana, che ne uscirà vincitrice solo se saprà affrontarla con la consapevolezza, il coraggio, l'umiltà e la fede dei suoi inizi.
mdeledda