mercoledì, 31 dicembre 2008, ore 21:08

TE DEUM

Te Deum laudamus:
te Dominum confitemur.
Te aeternum patrem,
omnis terra veneratur.

Tibi omnes angeli,
tibi caeli et universae potestates:
tibi cherubim et seraphim,
incessabili voce proclamant:

"Sanctus, Sanctus, Sanctus
Dominus Deus Sabaoth.
Pleni sunt caeli et terra
majestatis gloriae tuae."

Te gloriosus Apostolorum chorus,
te prophetarum laudabilis numerus,
te martyrum candidatus laudat exercitus.

Te per orbem terrarum
sancta confitetur Ecclesia,
Patrem immensae maiestatis;
venerandum tuum verum et unicum Filium;
Sanctum quoque Paraclitum Spiritum.

    Tu rex gloriae, Christe.
    Tu Patris sempiternus es Filius.
    Tu, ad liberandum suscepturus hominem,
    non horruisti Virginis uterum.

    Tu, devicto mortis aculeo,
    aperuisti credentibus regna caelorum.
    Tu ad dexteram Dei sedes,
    in gloria Patris.

    Iudex crederis esse venturus.

    Te ergo quaesumus, tuis famulis subveni,
    quos pretioso sanguine redemisti.
    Aeterna fac
    cum sanctis tuis in gloria numerari.

Salvum fac populum tuum, Domine,
et benedic hereditati tuae.
Et rege eos,
et extolle illos usque in aeternum.

Per singulos dies benedicimus te;
et laudamus nomen tuum in saeculum,
et in saeculum saeculi.

Dignare, Domine, die isto
sine peccato nos custodire.
Miserere nostri, Domine,
miserere nostri.

Fiat misericordia tua, Domine, super nos,
quem ad modum speravimus in te.
In te, Domine, speravi:
non confundar in aeternum.
mdeledda
commenti (1)¦ commenti (1)(popup) ¦ Permalink ¦ categoria : preghiera e devozioni

mercoledì, 31 dicembre 2008, ore 21:00

La Chiesa polacca è attaccata da ogni parte, specie dai mezzi di informa- zione. Ma non si piegherà.

di Bruno Volpe,
da Pontifex Roma (31/12/08)


Bilancio di fine anno su una delle Chiese più nobili e forti, quella che, tanto per intenderci, ha  saputo e voluto regalare al mondo Giovanni Paolo II, e figure coma Santa Faustina Kowalska o San Massimiliano Maria Kolbe. Parliamo della Chiesa di Polonia che vive un momento abbastanza agitato, non tanto per problemi interni, quanto per attacchi esterni da parte di politici e giornali. Il nodo del contendere? La fecondazione artificiale in vitro. Ne abbiamo parlato con uno dei Vescovi storici, Monsignor Tadeusz Pieronek (nella foto), rintracciato per telefono nella sua bella ed elegante casa situata nel centro storico di Cracovia.

Eccellenza che si augura per il 2009?

Che una buona volta la smettano di attaccare, vilipendere o aggredire la chiesa della Polonia.

Che cosa accade di tanto grave?

Ormai è di moda offendere o peggio ancora linciare la Chiesa solo perché coerente e fedele al suo Magistero. Ma lo scriva chiaro: noi non ci faremo intimidire da niente e da nessuno.

Qual è il problema?
Anche in Polonia, grazie al processo di globalizzazione, viviamo  processi di secolarizzazione, paganesimo e forme di laicismo che attentano alle radici stesse della fede e della tradizione cattolica. Movimenti politici modernisti vogliono o meglio, pretendono, sovvertire la natura umana.

In che senso?
Al centro del contendere vi è la fecondazione in vitro. La Chiesa polacca, i Vescovi ed io personalmente siamo fermamente contrari. Ma non per capriccio personale, ma solo per rispettare fedelmente il Magistero della Chiesa, ultimamente ribadito anche dalla Congregazione per la Dottrina della fede, con un documento che  definisco esemplare per chiarezza e correttezza dogmatica.

Chi vi attacca?
Intanto gli organi di informazione, o meglio alcuni, che da sempre sono prevenuti ed ostili alla Chiesa e al suo Magistero. In un certo senso, tutto questo non rappresenta una grande novità. La rappresenta, invece, il tono aggressivo che riteniamo iintollerabile. Queste trasmissioni televisive o articoli di stampa influenzano negativamente l’opinione pubblica. Non resta che pregare ed avere fiducia.

Intanto si avvicina a grandi falcate il 2009. Che regalo attende la chiesa di Polonia?

Azzardo e dico la elevazione alla gloria degli altari del Servo di Dio Giovanni Paolo II.

Pensa che sia imminente?
Non lo so, lo spero. Del resto bisogna dare a Roma il tempo per lavorare in serenità senza forzare la mano.

Da un punto di vista teologico pensa che Giovanni Paolo II rappresentò l’ideale di santità?
Questo, senza dubbio. Da tale punto di vista è già santo. Le ricordo che tutti sono chiamati alla santità e che, quindi, non è necessaria la dichiarazione canonica per essere santi in  vita. Insomma, la schiera dei santi è molto più numerosa di quelli canonicamente nominati tali.

Vorreste che il corpo di Giovanni Paolo II riposasse in Polonia?
No, guardi sta bene a Roma nel Vaticano e lui stesso ha voluto così. Non alimentiamo polemiche che non hanno senso e contenuto. Piuttosto preghiamo per la sua causa di beatificazione, che possa maturare al più presto.

***

E allora in terra Polacca sarà festa grande, nel giorno della proclamazione di Giovanni Paolo II Beato o addirittura Santo. In questo caso kremuwky a volontà per tutti. Sarà il dono del 2009? Risulta molto probabile. Preghiamo.
mdeledda
commenti ¦ commenti (popup) ¦ Permalink ¦ categoria : anticomunismo

mercoledì, 31 dicembre 2008, ore 20:52

Vaticano: “Vaglio su leggi italiane”

da Tgcom (30/12/2008)

Il Vaticano non recepirà più automaticamente, come fonte del proprio diritto, le leggi italiane. Tre i motivi principali di questa drastica scelta: il loro numero esorbitante, l'illogicità e l'amoralità di alcune norme con i principi non rinunciabili da parte della Chiesa. Lo riferisce l'Osservatore Romano presentando la nuova legge della Santa Sede sulle fonti del diritto, già firmata da Benedetto XVI, che entrerà in vigore il primo gennaio 2009.

Le leggi italiane sono troppe, mutevoli e spesso contraddittorie tra loro, per non parlare di quelle norme che di fatto contrastano con la morale cristiana. Questo duro giudizio è una delle motivazioni che hanno portato il Vaticano a modificare il meccanismo che quasi automaticamente recepiva nel piccolo Stato le leggi italiane.

Lo scrive l'Osservatore Romano commentando l'entrata in vigore il prossimo primo gennaio della nuova legge sulle fonti del diritto approvata lo scorso primo ottobre dal Papa, in sostituzione della legge, fino a oggi vigente, del 7 giugno 1929. Tra i cambiamenti, precisa il quotidiano della Santa Sede, cambia il meccanismo di ricezione come conseguenza del fatto che "in non poche occasioni i Romani Pontefici hanno riconosciuto la maggioranza o quasi totalità dei sudditi vaticani come cittadini italiani. Mentre nella legge precedente - spiega la nota - operava una sorta di recezione automatica che si presumeva come regola, solo eccezionalmente rifiutata per motivi di radicale incompatibilità con leggi fondamentali dell'Ordinamento canonico o dei trattati bilaterali, nella nuova disciplina si introduce la necessità di un previo recepimento da parte della competente autorità vaticana. Tale norma è vigente anche nei casi nei quali potrebbe presumersi una recezione ope legis".

Per l'Osservatore Romano, "più di un motivo sembra giustificare quest'ulteriore cautela nella recezione della legislazione italiana, rispettata nella sua propria sovranità, ma chiamata nello stesso tempo a rispettare e a confrontarsi con quella vaticana. Ne indichiamo - spiega la nota - solo tre: in primo luogo il numero davvero esorbitante di norme nell'Ordinamento italiano, non tutte certamente da applicare in ambito vaticano; anche l'instabilità della legislazione civile per lo più molto mutevole e come tale poco compatibile con l'auspicabile ideale tomista di una lex rationis ordinatio, che, come tutte le operazioni dell'intelletto, cerca di per sé l'immutabilità dei concetti e dei valori; e infine un contrasto, con troppa frequenza evidente, di tali leggi con principi non rinunziabili da parte della Chiesa".



Da Oltretevere buttano acqua sul fuoco della polemica politica ma Calderoli rincara la dose: “Tutta colpa della sentenza su Eluana Englaro”.

da Petrus (31/12/2008)

Il Vaticano cerca di attenuare i toni della polemica scoppiata nel mondo politico italiano, dopo il severo giudizio espresso da un articolo dell'Osservatore Romano sulle leggi italiane, le quali - tacciate di essere troppe, confuse e in contrasto con la dottrina della Chiesa - non costituiranno più, a partire dal 2009, le fonti principali del diritto giuridico per lo Stato che fa capo alla Santa Sede. La nuova legge sulle fonti del diritto, firmata da Benedetto XVI, in sostituzione di una precedente normativa risalente a Pio XI e al 1929, contiene innovazioni giuridiche, ''ma non va assolutamente letta come un atto polemico nei confronti della giurisprudenza italiana'', ha precisato, in un'intervista alla Radio Vaticana e diffusa anche dalla Sala Stampa della Santa Sede, il professor Giuseppe Dalla Torre, presidente del Tribunale del Vaticano. Il giurista ha spiegato che, in realtà, ''il richiamo alla legislazione italiana è sempre stato in via suppletiva. L'ordinamento vaticano ha sue leggi, ha sue norme, non solo il Diritto canonico, anche se il Diritto canonico è sempre stato la fonte principale''.

Il punto è che il Vaticano ha deciso di crearsi un ordinamento giuridico autonomo, anche in materia di diritto civile, del lavoro, pensionistisco e penale, basato sui principi del diritto canonico, e svincolato da parallelismi con giurisprudenze laiche, come quella italiana. Un progetto di ampio respiro, avviato dalla riforma della ''costituzione'' vaticana voluta da Giovanni Paolo II nel 2000. Tuttavia, nel presentare la nuova normativa su l'Osservatore Romano, Monsignor Josè Maria Serrano Ruiz, presidente della Commissione per la revisione della Legge sulle fonti del diritto Vaticano, aveva usato parole così dure verso la giurisprudenza italiana che inevitabilmente non potevano avere ricadute sulla contingenza politica.

Il ministro per la semplificazione normativa, Roberto Calderoli, ad esempio, si è detto convinto che sulla decisione del Vaticano ha pesato ''il ruolo, a gamba tesa, della magistratura sul diritto alla vita e sul caso Eluana''.



È finita la “luna di miele” tra Vaticano e Governo?

di Bruno Volpe,
da Pontifex Roma (31/12/08)


“Papa Ratzinger? Un genio. Condivido al cento per cento la decisione vaticana di non recepire alcune delle leggi italiane e penso che la luna di miele tra Governo e Vaticano stia finendo”: parole e musica del professor Carlo Taormina, che commenta così la clamorosa, ma assolutamente legittima decisione della Santa Sede di non recepire alcune leggi del Governo Italiano, a cominciare dal prossimo anno 2009. “Dal punto di vista legale ritengo la decisione giusta e fondata, il Governo se l’è cercata”.

Ma che cosa ha scatenato questa decisione?
Ma me lo chiede? Le dichiarazioni del Ministro Brunetta di qualche giorno fa sulla Chiesa che può fare di più sono del tutto inaccettabili ed ingrate. Poi lo stesso Ministro, aggirando furbescamente il vincolo di Ministro, insieme al collega Rotondi, tempo fa presentò una specie di  legge sulle coppie di fatto, ovvio che il Vaticano ha preso la decisione che reputo gravissima ma giusta, unica nella storia, di non recepire certe leggi dello Stato Italiano.

Ma in concreto che cosa potrebbe accedere?
Vi è persino il rischio che si debba rivedere il Concordato o parti di esso e le norme sui beni ecclesiastici. Insomma Papa Ratzinger è un genio.

Scusi, professore, ma che cosa c’entra il Papa in tutto questo?
Ma secondo lei, una decisione tanto rilevante poteva essere adottata senza il consenso del Pontefice, andiamo, non sia ingenuo. Anzi le aggiungo di più e scommetto: Brunetta non durerà tre mesi ancora al Governo, sta creando tanti di quei problemi.

Finita la luna di miele tra Vaticano e Governo?

Certe decisioni vaticane da una parte e dichiarazioni governative mi fanno pensare di sì. Per esempio, Berlusconi avrebbe potuto benissimo dissociarsi e dire qualcosa contro le assurde dichiarazioni del Presidente Fini sul presunto e mai realizzato silenzio vaticano in tema di leggi razziali. No, lo ripeto, il Vaticano ha fatto bene e i problemi legali ci saranno, eccome.

Intanto, ieri è stato presentato alla Procura di Milano un ricorso per revoca relativo al caso Englaro, ottimista?
Non lo ho esaminato, ma comunque mi sembra ammissibile. Non garantisco sull’esito, qualcuno potrebbe sollevare l’eccezione di difetto di legittimazione attiva, ma da quanto lei mi dice si tratta sempre di esponenti di organizzazioni che difendono la vita, quindi credo che ne abbiano facoltà. La vita va sempre difesa, dall’inizio sino alla fine naturale.

***

Intanto, lo riveliamo, il giorno due gennaio il professor Taormina incontrerà il Segretario di Stato Vaticano cardinal Bertone: incarico in arrivo? Possibile.
mdeledda
commenti ¦ commenti (popup) ¦ Permalink ¦ categoria : attualità

mercoledì, 31 dicembre 2008, ore 20:37

Il mistero di una madre che allatta il suo Creatore

di Monsignor Gianfranco Ravasi,
da L'Osservatore Romano (31/12/08)

“Era molto importante che Dio donasse al mondo questo segno: la Vergine che partorisce, la donna senza uomo: ella, che ha aspettato tutto da Dio e ha dato tutto a Dio, ha ricevuto tutto da lui; così può presentare al mondo il bambino re e salvatore, Dio stesso che viene a cercare il suo popolo”. Così Georgette Blacquère, saggista francese, nella sua opera La grâce d'être femme, esaltava la maternità verginale di Maria. E a lei faceva eco un noto teologo suo connazionale, Gustave Martelet, che affermava: “Se Gesù risultasse dall'amore di Giuseppe e di Maria, per quanto grande e santificato fosse questo amore, il futuro sarebbe stato unicamente umano (...) Gesù sarebbe reso figlio da Dio solo per adozione (...) In nessun modo saremmo davanti al mistero che la Scrittura rivela e la fede confessa: quello del Figlio effettivo di Dio fatto uomo con l'Incarnazione”.

In pratica si cadrebbe in un'eresia già attestata nell'antichità, quella dell'adozionismo: Cristo sarebbe, sì, nostro fratello, ma con tutti i limiti della nostra realtà, senza la possibilità di trascendere e salvare la nostra condizione. Sarebbe un figlio tra i figli adottivi di Dio, sia pure con un rilievo maggiore.

Sul tema di Maria vergine incinta abbiamo già proposto una precedente riflessione. Ora vorremmo soffermarci su un aspetto apparentemente molto marginale che però ha lasciato una traccia suggestiva nella storia dell'arte e della pietà popolare cristiana: Maria madre che allatta il suo Bambino. Noi ci fermeremo solo sul versante esegetico-teologico, partendo da una “beatitudine” evangelica che sboccia dall'ammirazione di una donna presente nell'uditorio di Gesù. Racconta l'evangelista Luca: «Una donna alzò la voce in mezzo alla folla e disse: “Beato il ventre che ti ha partorito e il seno da cui sei stato allattato!”» (11, 27).

Luca non usa il termine greco tipico per indicare il latte, gàla, ma ricorre a un verbo squisitamente “femminile”, ethèlasas, da thelàzein, “allattare”, che è generato da thèlys, “donna, femmina”. Il verbo risuona quattro altre volte nel Nuovo Testamento. Fa capolino nell'acclamazione della domenica delle Palme, allorché - sulla base di una citazione del salmo 8, 3 - Gesù stesso accoglie gli “osanna” dei fanciulli, ricordando appunto che “dalla bocca dei bambini e dei lattanti (thelazònton)”, Dio si procura la lode più cara (Matteo, 21, 16). Le altre tre presenze del vocabolo sono parallele e identiche nei tre evangelisti sinottici e sono segnate da un fremito apocalittico: nel giorno del giudizio finale sulla storia, «guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno (thelazoùsais) in quei giorni!» (Matteo, 24, 19; Marco, 13, 17; Luca, 21, 23).

A questo punto vorremmo idealmente ripercorrere a ritroso la storia biblica di una realtà fisiologica divenuta ben presto un emblema e che potrebbe essere esaminata - come per altro è stato fatto - nell'iconografia mariana. Il latte, in ebraico halab (in arabo leben, “bianco”), produce infatti quasi un filo bianco e dolce che percorre molte pagine anticotestamentarie, legate soprattutto al modello sociale nomadico. Non per nulla il segno più affettuoso dell'ospitalità è nel mondo beduino offrire una tazza di latte fresco, come fa Abramo in quel caldo pomeriggio agli ospiti misteriosi che s'affacciano alla sua tenda sotto le querce di Mamre (Genesi, 18, 8). Attorno al latte si svilupperanno anche tradizioni gastronomiche folcloriche, come quella che darà origine indirettamente alla norma kasher che vieta all'ebreo una dieta che mescoli carne e latticini. Nel libro dell'Esodo si legge, infatti, questa prescrizione: “Non farai cuocere un capretto nel latte di sua madre” (23, 19; il divieto è reiterato in Esodo, 34, 26 e Deuteronomio, 14, 21). Più che a motivi umanitari, come spesso si dice, la proibizione era vincolata al fatto che tale ricetta era in uso presso i cananei, gli indigeni della Terrasanta, nei cui confronti Israele voleva prendere le distanze onde evitare il rischio di sincretismo.

Ma ben presto il latte si trasfigura in simbolo. Incarna, col miele, la rappresentazione della fecondità, della libertà e del benessere, come è attestato da quella celebre formula stereotipata applicata alla terra promessa, “terra ove scorre latte e miele”, formula che risuona nell'Antico Testamento almeno una ventina di volte, a partire da Esodo, 3, 8. Il latte è, poi, il segno ovvio del candore: il capo-tribù Giuda, secondo le parole della benedizione del patriarca Giacobbe, ha “i denti bianchi come latte” (Genesi, 49, 12), così come quelli dell'amato del Cantico dei cantici sono “denti bagnati nel latte” (5, 12), mentre la pelle dei giovani di Gerusalemme è “più candida del latte” (Lamentazioni, 4, 7). Questa caratteristica - in un panorama assolato che produce pelli abbronzate - è un indizio di bellezza e di originalità. Il latte è anche evocazione di dolcezza,  come si dice riguardo alle parole e ai baci della donna del Cantico, che ha “miele e latte sotto la sua bocca” (4, 11) e il suo amato baciandola dichiara di “suggerne il latte” (5, 1).

Il latte diventa, poi, simbolo dell'era messianica quando l'umanità sarà invitata ad accorrere a dissetarsi con acqua, vino e latte “senza spesa
, in un dono che ha al centro i prodotti tipici dell'area mediterranea (Isaia, 55, 1). E alla fine, ecco apparire, solenne e matronale, la personificazione di Gerusalemme come metro-poli, la città-madre che ha il seno turgido e generoso: Voi succhierete al suo petto, succhierete deliziandovi all'abbondanza del suo seno (Isaia, 66, 11). Il latte è, quindi, una componente dell'esistenza che viene assurto a simbolo di benessere, di bellezza, di amore, di speranza e di pienezza. Ed è su questa scia che il latte si affaccia con un suo rivolo anche nel Nuovo Testamento, riproponendosi secondo nuovi profili metaforici.

Abbiamo fatto notare che nel suo grido esclamativo rivolto a Gesù la donna non aveva usato il termine greco gàla,
latte. Questo vocabolo, però, echeggia cinque volte nel Nuovo Testamento e, curiosamente, è solo in un caso che conserva il suo valore di base, realistico e fisiologico. È, infatti, soltanto san Paolo a domandarsi retoricamente: Chi fa pascolare un gregge senza cibarsi del latte del gregge? (1 Corinzi, 9, 7). Ma in quella stessa lettera indirizzata ai cristiani di Corinto si assiste subito a un trapasso allegorico, sorprendentemente negativo, sulla base di un'applicazione metaforica che era nota anche al filosofo giudaico Filone di Alessandria e a Epitteto. Il latte diventa, dunque, il cibo degli immaturi, di coloro che sono ancora carnali, incapaci di un alimento più ricco e raffinato, proprio come accade ai Corinzi neonati nella fede e imperfetti nella loro vita spirituale: Vi ho dato da bere latte - osserva l'Apostolo - non un nutrimento solido perché non ne eravate capaci (3, 1-2).

Analoga è l'applicazione che ritroviamo in quella grandiosa omelia o trattato teologico che è la Lettera agli Ebrei ove l'autore si rivolge ai suoi interlocutori con queste parole esplicite:
Siete diventati bisognosi di latte e non di cibo solido: chi si nutre ancora di latte è ignaro della dottrina della giustizia perché è ancora un bambino. Il nutrimento solido è, infatti, per gli uomini maturi (5, 12-14). Siamo, quindi, in presenza di un'inversione di tendenza, destinata a trasformare questo cibo in un'immagine di limite, di imperfezione, di infantilismo. Tuttavia, proprio sulla stessa base simbolica, san Pietro, nella sua prima lettera, ribalterà il significato e, introducendo il tema della nascita battesimale come evento capitale nell'esperienza cristiana, inviterà i neo-battezzati, come bambini appena nati, a bramare il puro latte spirituale, per crescere con esso verso la salvezza (2, 2). Le dottrine dei misteri e della gnosi pagana esaltavano il cibo pneumatico, ossia spirituale, di cui i loro adepti si nutrivano; Pietro, in contrappunto, celebra invece il latte della parola di Cristo e della salvezza che è offerta ai battezzati: per lui è questo il vero cibo spirituale.

È in questa luce che l'antica arte cristiana catacombale - ad esempio, la cappella di San Pietro nella catacomba romana ad duas lauros, nella seconda metà del III secolo - e quella dei sarcofagi hanno raffigurato Cristo buon pastore che regge tra le mani o depone ai suoi piedi una coppa di latte, destinata al gregge dei fedeli. Ormai il latte si era trasfigurato in un emblema della beatitudine perfetta della vita eterna riservata al cristiano. È a questo punto che ha avvio la successiva tradizione cristiana che, però, abbandonerà la simbologia biblica finora delineata e punterà verso l'immagine centrale della Natività di Cristo, evocata indirettamente dalle parole di quella donna. Si apre, così, un itinerario simbolico e storico che non è nostra intenzione ora percorrere, ma che è già stato perlustrato soprattutto nel suo profilo iconografico.

Certo, una madre che allatta il suo piccolo è un'immagine che appartiene a tutte le culture, soprattutto come simbolo di fecondità. Non per nulla il latte è associato spesso alla luna e alla sua luce
lattiginosa, ma anche alla sua capacità notturna di fertilità. La cosmogonia hindù suppone che la creazione avvenga attraverso la solidificazione - con la zangola cosmica del dio creatore - del mare di latte primordiale. Subentreranno, poi, altre accezioni nella tradizione occidentale: si pensi solo all'iconografia delle due madri antitetiche, quella buona e giusta che allatta creature sante e quella perversa che allatta serpi velenose. Oppure alle curiose raffigurazioni su cui san Bernardo da Chiaravalle riceve da Maria il latte - come, nella mitologia, Eracle da Era - per evocare un segno di adozione filiale da parte della Madre del Signore e forse anche per succhiare un nutrimento di immortalità.

L'elemento radicale e generativo rimane, comunque, il
latte di Maria, espressione di una sacralità umanizzata e di un'umanità santificata. Non bisogna ignorare, infatti, che in particolare nell'arte della miniatura (i Libri d'Ore) non si aveva nessun imbarazzo nel rappresentare Maria in evidente stato di gravidanza: talora Elisabetta, anch'essa incinta del Battista, non esitava a toccare il ventre di Maria durante la celebre scena della Visitazione, quasi per sentire i movimenti del piccolo Gesù in gestazione, mentre una sorta di fumetto citava le parole del Vangelo di Luca: «Benedetta tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!» (1, 42). La Chiesa etiopica usa ancor oggi nella liturgia un genere di inni detto malkee (effigie) nel quale si esaltano le parti del corpo di Maria, arrivando a descrivere fino a cinquantadue organi e benedicendo soprattutto il seno che ha allattato e il grembo che ha generato il Signore.

A Betlemme, a destra di chi ammira il grandioso complesso della Basilica della Natività e gli annessi conventi greco e armeno, si apre una via che in inglese ha un nome significativo, Milk Grotto Road. Essa ha sul suo lato destro una chiesa francescana recentemente riedificata secondo un nuovo progetto disegnato dall'architetto e artista francescano Costantino Ruggeri, scomparso nel giugno 2007. Essa è unita a una grotta in tufo bianco, denominata appunto
la Grotta del latte. Secondo un'antica leggenda la madre di Gesù si sarebbe qui rifugiata durante la ricerca dei bambini betlemiti da parte di Erode e, mentre allattava il piccolo Gesù, qualche goccia del suo latte cadde sulla pietra imbiancandola tutta. La grotta attuale - che all'epoca dei crociati aveva accanto un convento latino che era considerato come fondato da Paola, la discepola di san Girolamo - è stata ed è ancor oggi meta di pellegrinaggi di madri anche musulmane che implorano da Maria l'abbondanza del latte per nutrire i neonati. Le stesse reliquie del latte di Maria, diffuse in Italia, Francia e Spagna, nascevano probabilmente dalla devozione di pellegrini in Terrasanta che portavano in Europa questa tradizione e forse qualche frammento di quel tufo biancastro. Dal VII secolo si diffuse poi la tradizione che proprio nella grotta del latte fossero stati sepolti i santi Innocenti, assassinati da Erode.

Certo è che il canto alla figura di Maria che allatta il Salvatore, versando latte su quelle labbra che poi riceveranno fiele sulla croce, come esclama Romano il Melode (vi secolo), si diffonderà nei primi secoli cristiani, nella convinzione che quelle
mammelle hanno nutrito col loro latte Dio, come dirà nell'VIII secolo Giovanni Damasceno. Clemente Alessandrino nel suo Pedagogo (I, 6) nel II secolo stabilirà già un parallelo tra la Vergine Madre che allatta Gesù e la Chiesa che allatta e nutre i fedeli con santo latte della parola e del corpo di Cristo. E questo filo poetico e spirituale procederà nei secoli patristici con intensità e passione, come testimonia ad esempio un discorso del V secolo di Fausto, vescovo di Riez in Gallia, che vogliamo idealmente porre a suggello di questa nostra breve analisi tematica: «O Maria, allatta il tuo Creatore! Allatta il pane del cielo, il riscatto del mondo: offri la mammella a lui che la succhia (...) Il piccolo bambino si nutra con il latte del tuo seno».
mdeledda
commenti ¦ commenti (popup) ¦ Permalink ¦ categoria : teologia

mercoledì, 31 dicembre 2008, ore 20:19

«Vorrei essere come polvere per viaggiare con il vento e raggiungere ogni parte del mondo e predi- care la Buona Novella»

San Massimiliano Maria Kolbe
mdeledda
commenti ¦ commenti (popup) ¦ Permalink ¦ categoria : pensiero del mese

martedì, 30 dicembre 2008, ore 21:13

Chi ci aiuta a vivere

di Carlo Di Cicco,
da L'Osservatore Romano (30/12/08)



Nel mezzo di una crisi economica dai contorni devastanti per gran parte dell'umanità si registrano conflitti acuti e persistenti in diverse aree del mondo. Ultimo, denso di incognite ma non improvviso, la rappresaglia di Israele nella Striscia di Gaza. L'anno nuovo che giunge si trascinerà i tanti problemi rimasti insoluti nell'anno che se ne va. È in questo navigare a vista, nell'involuzione della speranza che blinda  il  cuore  di  tanti,  che  Benedetto XVI ha qualcosa di significativo da dire. In tempi difficili emerge meglio l'intensità della sua riflessione sulla fede, mai banale, mai impositiva. Egli è un Papa di pace in tempi di guerra, ossia nelle stagioni - come la nostra - in cui prevalgono le polemiche, le incomprensioni sino al ricorso alle armi invece che alla verità e ai diritti umani.

La fede in Papa Ratzinger è, infatti, discorso sulla speranza che apre a quello sul senso di ogni esistenza. Chi ci aiuta a vivere? È la questione che percorre l'intera riflessione cristiana di Benedetto XVI. Si tratta di una domanda che egli ha posto sempre anzitutto a se stesso, ma che rivolge alla Chiesa e a ogni uomo e donna. È una prospettiva esistenziale, incarnata nella vita di ogni giorno che per tanti, troppi, è impastata di fatica.

È dunque un dialogo sulla vita e le sue vicissitudini che il Papa intende tenere aperto con tutti. Senza segreti obiettivi o ricerca di egemonie. Se si torna a sfogliare il suo discorso di inizio pontificato, si trova una definizione impegnativa e limpida di coloro che - il successore di Pietro in testa - sono chiamati ad annunciare il vangelo: «Noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini».

È un compito non facile dal momento che non sempre viene capito in questi termini. Occuparsi di Dio costringe a rifare i giochi in tutti i campi. È come riprendere da capo una partita a scacchi: cambiano le strategie perché c'è una illuminazione nuova.

Ratzinger ha detto e ripetuto di voler mettere a confronto la vita di ogni giorno con Dio, presentato come un caso serio, l'unico capace di portare gioia duratura.

Più che intransigente, Benedetto XVI appare esigente, a cominciare dalla sua Chiesa, perché il dover mettere Dio al centro le richiede conversione, negli uomini e nelle strutture.

Ma esigente si rivela pure nel rapporto tra fede e ragione a motivo della importanza stessa del dialogo proposto. Quando il colloquio diventa impegnativo per la vita - e il dialogo tra fede e ragione lo diventa sempre - può essere comodo ogni diversivo, e perfino mettere sul banco degli imputati il proprio interlocutore. Capita pure ai papi di trovarsi pregiudizialmente accusati di ogni sorta di responsabilità.

«Chi si occupa della vita e dell'opera di Ratzinger - si legge in proposito nella postfazione del volume Chi ci aiuta a vivere? - incontra un intelligente e saggio pensatore, i cui giudizi possono essere controversi, ma sono sempre differenziati e ben fondati. Si viene a conoscere un pastore che coglie con sensibilità le preoccupazioni e i bisogni dell'uomo di oggi e cerca di dare risposte che servono di orientamento. Appare un uomo di Chiesa che diagnostica con occhi limpidi i problemi della Chiesa e del mondo, si interroga sulle loro cause e cerca le possibili soluzioni. E ci si accosta a un uomo di preghiera, che nella fede fiduciosa in una sorgente che ci fa vivere, cerca di schiudere questa fonte anche ad altre persone».

Che nel Papa sia dominante la preoccupazione per affermare una vita spirituale nella Chiesa e nel mondo appare evidente dai suoi insegnamenti. Si ricordino per tutti le due encicliche sulla carità, all'inizio del pontificato, e sulla speranza. Quest'ultima usciva al termine dello scorso anno e presentava una lettura della storia a partire dalla promessa cristiana di una vita futura. Senza questo orizzonte non si comprende neppure la Chiesa. Ripresa in mano a un anno di distanza, quell'enciclica aiuta a cogliere ciò che sta davvero a cuore a Benedetto XVI, la conversione che richiede ai credenti, le realtà divine che possono avere un'eco universale e sulle quali è sempre attuale, in ogni generazione, riannodare i pensieri di tutti. Al centro della speranza cristiana vi è Cristo, colui che nel pensiero di Ratzinger giudicherà la storia con il metro dell'amore. È una visione ottimistica del futuro: «Nel momento del giudizio sperimentiamo e accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male del mondo ed in noi. Il dolore dell'amore diventa la nostra salvezza e la nostra gioia».

Dalla grande prospettiva finale della storia l'attuale Pontefice trae la scelta di operare per la pace, considerata anticipazione del Regno di Dio. È da quello sguardo sul presente a partire dalla fine dei tempi che egli ha scelto il nome di Benedetto e predica la riconciliazione.
mdeledda
commenti ¦ commenti (popup) ¦ Permalink ¦ categoria : testimoni

martedì, 30 dicembre 2008, ore 21:06

Beatitudini, uno stile di vita
  
L’aspirazione ad essere felice attraversa la storia del mondo. Anzi, questa stessa storia è una lotta continua e talvolta affannosa per giungere alla felicità. Spesso però la vita “beata” viene trasferita dalla realtà concreta al mondo delle favole... dove, alla fine, i protagonisti dopo tante peripezie “vissero felici e contenti”.

di P. Stefano De Fiores,
da Madre di Dio (12/2008)


I cantanti di successo Al Bano e Romina hanno interpretato per molto tempo insieme una canzone che ha riscosso molti consensi: “Felicità”, che “è tenersi per mano e andare lontano”... Purtroppo non sono andati molto lontano perché anche per loro è giunto il tempo della separazione... Felicità sembra una farfalla, quando l’hai afferrata ti accorgi che vola via e non c’è più. Il desiderio della felicità è «innato», quindi di «origine divina: Dio l’ha messo nel cuore dell’uomo per attirarlo a sé, perché egli solo lo può colmare» (CCC 1718).

Profondo desiderio dell’uomo
La felicità, come «stato di soddisfazione dovuto alla propria situazione nel mondo», è diversamente intesa e interpretata nel corso dei secoli e nelle differenti aree culturali.

Nell’antichità greca si sono profilate tre tendenze: la prima, capeggiata da Talete, ritiene che la felicità dice relazione all’anima, consiste nella contemplazione e nel rapporto con Dio e s’identifica con la beatitudine; la seconda, iniziata da Aristippo, vede la felicità in connessione con il corpo e quindi realizzata come «sistema dei piaceri»; la terza vede scendere in campo Platone che connette la felicità con la virtù: «I felici sono felici per il possesso della giustizia e della temperanza e gli infelici, infelici per il possesso della cattiveria» (Diog. L., II,8,87).


Gesù durante il discorso della montagna, miniatura francese
del sec. XIII, Biblioteca nazionale, Parigi (foto Lores Riva).


Lo segue Aristotele che definisce la felicità «una certa attività dell’anima svolta conformemente a virtù» (Et. Nic., I,13,1102 b) ed aggiunge che essa presuppone il possesso di ogni sorta di beni: esterni, del corpo e dell’anima. Gesù rovescerà questa posizione proclamando beati i poveri. Nella grecità (come anche nell’area semita e in genere tra tutti i popoli) questa stima sentita per l’essere umano felice si esprime nel macarismo, un genere letterario «che celebra una persona per la felicità ad essa accordata e in particolare pone in risalto il motivo e la condizione di questa felicità». Il macarismo «erompe in momenti decisivi» e «divampa nel contrasto con una realtà dolorosa; perciò spesso è carico dell’emozione d’un forte sentimento». Esso è rivolto a chi possiede beni e valori, per esempio alle madri «perché i figli sono degni di ammirazione» (cf Lc 11,27).

Nell’epoca moderna si riprendono le indicazioni antiche. Così l’umanesimo si schiera con la corrente epicurea antica e lega la felicità al piacere, come fa Lorenzo Valla nel De voluptate. Immanuel Kant invece riallaccia la felicità alla virtù, precisando che essa implica la soddisfazione di tutte le tendenze, inclinazioni e volizioni umane e diviene perciò inattingibile, salvo nel «regno della grazia» per intervento di un principio onnipotente (Critica della ragion pura, dottrina del metodo, cap. II, sez. 2). Infine Bertrand Russel ritiene indispensabile alla felicità la molteplicità degli interessi, dei rapporti dell’uomo con le cose e con gli altri esseri umani, ossia l’eliminazione dell’egocentrismo, della chiusura in se stessi e nelle proprie passioni (La conquista della felicità, 1930). In questa linea Russel «pone la felicità al polo opposto di quella autosufficienza del saggio in cui gli antichi ponevano il grado più alta di essa».

L’ambiente semitico veterotestamentario
Nell’orizzonte ebraico e biblico le beatitudini sono numerose e se ne fa uso prevalentemente nei libri sapienziali e nei salmi. L’elemento nuovo che introducono rispetto ai macarismi ellenistici è il riferimento religioso a Dio, sicché le beatitudini «significano una particolare condizione di felicità dell’uomo – sia nel campo religioso che in quello antropologico – derivantegli da un grande atto di benevolenza di Dio nei suoi confronti».


La chiesa delle beatitudini: edificata nel 1937 nel luogo in cui Gesù pronunciò
il Discorso della montagna,nei pressi del lago di Tiberiade (foto Tagliabue).


Dio è il dispensatore di ogni beatitudine, perché datore di bellezza, prosperità, fecondità. La prima beatitudine che troviamo nella Bibbia riguarda la maternità: Lia, dopo che la sua schiava ebbe partorito a Giacobbe un secondo figlio, dichiara: «Sono felice, perché le donne mi diranno beata!» (Gn 30,13). L’originalità dell’AT consiste nell’accordare la beatitudine a quanti credono in YHWH, lo adorano e lo amano: «Beato chi in lui si rifugia» (Sal 2,12). Soprattutto è felice chi riceve da lui sapienza di vita, per cui il primo salmo inizia così: «Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti; ma si compiace nella legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte» (Sal 1,1-2).

Sia il popolo che i singoli suoi membri sono dichiarati beati in quanto scelti da Dio e oggetto della sua benevolenza (Dt 33,29; 64,5; 83,5-6). È proprio dell’AT esortare alla virtù sotto forma di macarismi: si è felici solo se si opera secondo giustizia (Sal 106,3), se si cammina nella legge di YHWH (Sal 119,1-2), preoccupandosi per i poveri (Sal 41,1).

Introducendo il salterio Martin Buber osserva: «Il salmista invoca: "Oh, felicità dell’uomo...". Non è un desiderio né una promessa, o che si possa essere certi di diventare felici qui o in una vita futura, ma è un’esclamazione gioiosa, una constatazione entusiasta: che felice è questo uomo! In questa esclamazione, per sé atemporale, è assorbita la dicotomia tra ora e poi, vita terrena e futura... Il salmista proclama: ecco una felicità segreta, nascosta, che compensa ogni sventura. Voi non la vedete, ma è la vera, anzi l’unica felicità».

Dal “Discorso della montagna”...
Gesù, come rabbi e maestro di sapienza, ricorre volentieri all’uso delle beatitudini, a cominciare dal Discorso della montagna (Mt 5,3-12). Giovanni Papini nella sua Storia di Cristo lo definisce «il Diamante unico, rifulgente nel suo limpido splendore di pretta luce in mezzo alla colorata miseria degli smeraldi e degli zaffiri... il Canto dell’uomo nuovo, l’Inno del sorpassamento». Ma «il peristilio “fulgido di fulgore” di tutto il Discorso» è costituito dalle beatitudini.


Martin Buber e Giovanni Papini.

Queste beatitudini, come tutto il Discorso della montagna, non sono di facile intelligenza. Pinchas Lapide, console d’Israele a Milano negli anni ‘60, recensisce «otto interpretazioni errate»: concezione perfezionista, teoria dell’inattuabilità, proposta di etica interinale, visione utopica della vita, discorso metaforico e ingenuo per i discepoli, manuale romantico non impegnativo, guida per il giusto atteggiamento individuale di fronte a Dio, tattica di pacifismo. Lapide legge nelle beatitudini un realismo fondato su Dio, un’utopia da realizzare, poiché «puntare all’irraggiungibile è forse la caratteristica più umana della nostra specie» e nello stesso tempo un programma: «Per me Gesù non è tanto il fondatore del cristianesimo quanto il fautore di un’esistenza cristiana che nel Discorso della montagna ha il suo grande manifesto; un’esistenza cristiana che in fondo è pari a un’esistenza ebraica di fede, anche perché purtroppo entrambe non hanno trovato che pochissimi imitatori».

Il genere letterario delle beatitudini implica formalmente tre elementi:
   1. proclamazione della felicità in forma predicativa (makários),
   2. per un determinato soggetto (con l’articolo),
   3. con espressa motivazione in una frase dipendente (óti).

È quanto troviamo nelle otto beatitudini riferite da Matteo, ma i tre elementi non mancano in nessuna altra beatitudine evangelica, non escluse quelle indirizzate a Maria madre di Gesù.

Proclamazione della felicità
Non si può dubitare che Cristo lanci un appello alla gioia, alla beatitudine, alla felicità, all’appagamento. Lo spiega egregiamente il filologo domenicano Ceslas Spicq: «...a tal proposito non potremmo mai insistere abbastanza sul significato di makários ripetuto dieci volte (in Mt) e reso ancor più intenso dagli imperativi presenti cháirete kái agalliásthe («Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli», Mt 5,12; Lc 6,23): è significato, infatti, ben più di un semplice contento, ma addirittura una prorompente gioia interiore, un’allegrezza che si traduce in grida, canti, acclamazioni, la cui spiegazione è che la fonte di tale beatitudine sarà Dio».

Gesù rovescia la scala dei valori umani e si dirige – secondo Ceslas Spicq – non a qualsiasi «pezzente» senza fede e ribelle, ma ai poveri di YHWH, la cui «misera condizione favorisce l’apprezzamento dei valori spirituali, che, soli, costituiscono la vera ricchezza»; «la felicità non è più legata alla ricchezza, al benessere, alla buona reputazione, alla potenza, al possesso dei beni di questo mondo, ma alla sola povertà, giacché tutte le beatitudini concernono questo o quell’aspetto dei ptochói dell’AT. Nella loro essenza detti ptochói sono creature religiose, sottomesse alla legge di Dio e docili al suo volere; Dio è il loro unico rifugio, la loro sola speranza, ed esse ne accolgono prontamente i doni. Sono, altresì, esseri profondamente umili, né possiedono un qualunque bene terreno, al contrario sono affamati e piangono. Non li avvilisce il solo disprezzo, bensì anche lo sfruttamento dei potenti e dei ricchi, di cui costituiscono la preda e dai quali vengono oppressi e perseguitati».

Nella loro situazione di bisogno i poveri comprendono che i beni terreni scompaiono di fronte all’unico e supremo valore: il regno dei cieli, cioè di Dio.
mdeledda
commenti ¦ commenti (popup) ¦ Permalink ¦ categoria : teologia

martedì, 30 dicembre 2008, ore 20:47

Il triste Dossier dell'Agenzia Fides: “Venti i missionari cattolici uccisi nel 2008 in odio alla Fede”

da Petrus (30/12/08)

Sono 20 i missionari uccisi nel 2008. Il dato emerge dal dossier di fine anno pubblicato dall'agenzia vaticana Fides, che sottolinea come anche nel 2008 sia stata l'Asia il continente con il più alto numero di operatori pastorali assassinati. Tra i nuovi martiri ci sono un Arcivescovo, 16 sacerdoti, 1 religioso e 2 volontari laici. Il prelato ucciso è Monsignor Rahho (nella foto), Arcivescovo caldeo di Mossul, rapito dopo la celebrazione della Via Crucis e poi assassinato. Nell'Orissa è stato ucciso padre Bernard Digal, vittima dell'ondata di violenze anticristiane compiute da estremisti indù. In Sri Lanka, terra scossa da continui scontri tra esercito e ribelli, è stato ucciso padre Xavier Karunaratnam, che si è sempre impegnato per fornire assistenza psicologica alle vittime del conflitto. Nella martoriata Repubblica Democratica del Congo ha trovato la morte anche il volontario laico Boduin Ntamenya, originario di Goma, ucciso mentre stava svolgendo il proprio lavoro in una zona di guerra.

Molti operatori pastorali sono stati uccisi in apparenti tentativi di rapina, come padre Brian Thorp assassinato nella sua parrocchia a Lamu, in Kenya. Altri sono morti perché opponevano tenacemente l'amore all'odio. Altri ancora sono stati assassinati mentre erano immersi nella preghiera, come padre Reynaldo Roda, raggiunto da colpi di arma da fuoco nella cappella di una missione nelle Filippine. Tutti, sottolinea l'agenzia Fides, "senza eroismi o proclami solenni, non hanno esitato a mettere quotidianamente a rischio la loro vita per non far mancare a quanti li circondavano il soffio vitale della speranza". Ci sono poi vittime della follia omicida come i due gesuiti, padre Otto Messmer e padre Victor Betancourt, uccisi nella loro abitazione a Mosca da uno psicopatico.
mdeledda
commenti ¦ commenti (popup) ¦ Permalink ¦ categoria : attualità

martedì, 30 dicembre 2008, ore 20:27

Storia di un bambino che non doveva nascere e che oggi sarà battezzato

di Roberto Persico,
da “Il Foglio” (27/12/08)




Beatrice abita in un paesello all’imboccatura d’una vallata alpina, non lontano da dove la montagna sfocia nel piano. Ha un marito e quattro figli. Il secondo, Giovanni, cinque anni, soffre di una grave e rara malformazione cardiaca: ipoplasia del ventricolo sinistro. Gli manca la metà sinistra del cuore, ha solo la destra. All’epoca della nascita di Giovanni, su Internet, in italiano, non si trovava quasi niente (oggi ci sono anche blog di mamme che si raccontano le rispettive esperienze). Per saperne qualcosa di più Beatrice e il marito dovevano navigare sui siti americani. Negli Stati Uniti, da tempo si cura con un certo successo la “hypoplastic left heart syndrome”, a differenza di quel che accade in Inghilterra e in Francia, dove pressoché tutte le donne ai cui figli viene diagnosticata quella malattia abortiscono.

Beatrice e suo marito l’hanno scoperta durante una ecografia di routine. “A vostro figlio manca la croce”, si sono sentiti dire. La croce che segna la separazione dei quattro settori del cuore: due atri, due ventricoli, due destri, due sinistri. Nel centro di ecografia specializzato di una grande città, la sentenza viene confermata. “Non ne ho mai visto uno vivo”, commenta il medico. All’uscita una gentile dottoressa spiega loro che c’è una “via d’uscita”, con tanto di accompagnamento psicologico a carico dell’ASL. Quando Beatrice e il marito, senza un attimo di esitazione, rifiutano (la via d’uscita è l’aborto) la dottoressa non ci vuol credere: “Ripensateci, tra una settimana ne riparliamo”.

Non ci ripensano. Cercano altri specialisti. Al centro di ecografia di Monza, il medico è una donna. La prima zona su cui punta i macchinari non è il cuore, è il viso: «Questo è Giovanni». I due non riescono a trattenere la commozione, e saranno per sempre grati a quella dottoressa. Poi approdano da un’altra cardiologa, a cui rivolgono la solita domanda: «C’è speranza?». «Certo». E spiega che c’è un medico americano, William I. Norwood, che si è specializzato su questa patologia e ha messo a punto – fin dagli inizi degli anni Ottanta – un procedimento che ha portato il tasso di sopravvivenza dal venti all’ottanta per cento dei casi. In cardiochirurgia, spiega la specialista ai genitori di Giovanni, «siamo in media vicino al 99 per cento. La patologia di Giovanni è, tra le malformazioni curabili, quella con la percentuale di successo più bassa».

Nel luglio del 2003 Giovanni viene al mondo. Il primario del reparto di patologia neonatale dove è nato ripete un commento già sentito: “Non ne ho mai visto nessuno vivo”. Al piano di sopra, il cardiochirurgo che il giorno dopo lo opererà conferma invece le statistiche di Norwood. Contraddizioni incredibili, alle quali Beatrice e suo marito cominciano a fare l’abitudine.

L’operazione al secondo giorno di vita riesce perfettamente, così la seconda a otto mesi, così la terza a tre anni e mezzo. Il primo anno è il più duro. Giovanni non deve assolutamente ammalarsi. Un anno di clausura. Per Beatrice, una prova non da poco. La sorregge un’immagine riportata a casa dall’ospedale. Giovanni, come altri bimbi, è troppo debole per succhiare al seno; il latte va estratto col tiralatte e poi somministrato col biberon. In ospedale c’è un apposito lactarium dove le mamme si ritrovano per svolgere il faticoso compito. Beatrice ne ha adocchiata una, è sempre lì prima di lei, se va dopo che lei è andata, ogni volta ne tira pochissimo, non più di dieci millilitri. Rimane impressionata da questa mamma, che si sottopone a quel sacrificio per dare al suo bimbo almeno un po’ del meglio di sé.

Oggi Giovanni conduce una vita sostanzialmente normale, gioca, va all’asilo. Con qualche limitazione. Non può salire oltre mille metri con il padre, appassionato montanaro. Lo attende un trapianto verso i dieci anni, quando il ventricolo destro, che ora fa anche il lavoro del compagno mancante, cederà. Il cuore nuovo durerà una decina d’anni; poi, verso i venti, nuova sostituzione. Poi, chi lo sa: il cardiochirurgo che li segue sa di un solo caso che, finora, ha raggiunto la soglia del terzo cambio di cuore.

Nel luglio del 2008 a casa di Beatrice squilla il telefono. È Maddalena, giovane mamma di una città del centro Italia. Ha una figlia di tre anni e attende un bimbo con una patologia simile a quella di Giovanni. L’ha rintracciata per una serie di circostanze assolutamente casuali, per via di parentele lontane. Maddalena aveva già chiaro in testa cosa fare. Poi ci ha ripensato e ha chiamato Beatrice. “Domani parto per Barcellona. Ho prenotato l’aborto lì perché in Italia sono già troppo vicina al limite previsto dalla legge. Abortisco perché non posso mettere al mondo un bimbo infelice, non posso condannare l’altra mia figlia e mio marito all’infelicità”. Non chiede consigli, ha già deciso, vuole solo comunicare la sua risoluzione a qualcuno che la possa capire. Beatrice la ascolta: «Guarda, io sono una donna felice, Giovanni è un bimbo di cinque anni felice, fa le capriole nei prati, salta, corre, va all’asilo. Dopo di lui abbiamo avuto altri due figli». Maddalena rimane senza parole. Ma come avete fatto? «Per me e per mio marito la vita è una cosa buona. Vorremmo che anche Giovanni capisse che la vita è una cosa buona. E come facciamo a farglielo capire? Gli abbiamo dato altri due fratellini». Beatrice dà a Maddalena i recapiti della cardiologa di cui sopra. Si salutano.

L’indomani sera il telefono squilla di nuovo. È Maddalena. “Siamo in aeroporto, stiamo aspettando l’aereo per Barcellona. Viene con noi anche Maria, l’altra figlia. No, non andiamo ad abortire, andiamo a farci una vacanza. No, non è stata la cardiologa. Avevo già deciso dopo la chiacchierata con te. Eravamo da parenti, molto lontano da casa. Stamattina mio marito mi ha detto: prendo il biglietto anche per Maria. A Barcellona andiamo, ma in vacanza”.

Al ritorno, le due continuano a sentirsi. Maddalena è un po’ in ansia, ma ormai decisa. Beatrice decide di andare a trovarla. Si mettono d’accordo per incontrarsi a Roma. Maddalena e il marito la accompagnano a fare un giro per la città, piazza Navona, Fontana di Trevi, pranzo in trattoria. Ridono, piangono, scherzano, come si conoscessero da sempre. Beatrice tira fuori una poesia. L’hanno scritta insieme per il nascituro mamma e figlio, Giovanni adora giocare alle rime. Maddalena e il marito la accompagnano in aeroporto. Al momento di salutarsi Maddalena si scioglie in lacrime: «Tu hai dato la vita a mio figlio. Non voglio perderti». Beatrice non sa cosa dire, vorrebbe sdrammatizzare, alla fine le esce solo un «non piangere». Sull’aereo, ripensando all’episodio, ha un sussulto. Le viene in mente un passo del Vangelo di Luca su cui tante volte si è soffermata. «Poco dopo, egli si avviò verso una città chiamata Nain, e i suoi discepoli e una gran folla andavano con lui. Quando fu vicino alla porta della città, ecco che si portava alla sepoltura un morto, figlio unico di sua madre, che era vedova; e molta gente della città era con lei. Il Signore, vedutala, ebbe pietà di lei e le disse: “Non piangere!”. E, avvicinatosi, toccò la bara; i portatori si fermarono, ed egli disse: “Ragazzo, dico a te, alzati!”. Il morto si alzò e si mise seduto, e cominciò a parlare. E Gesù lo restituì a sua madre». Quante volte si è sentita dire da un amico prete: «Ma come è possibile? Come si può dire a una madre, a una vedova che ha perso l’unico figlio: “Donna, non piangere”? Come può Gesù dire una cosa così? Solo perché è in grado di restituirglielo». A Beatrice corre un brivido lungo la schiena: anche lei ha reso il figlio a Maddalena, anche lei le ha potuto dire «non piangere».

A fine ottobre il bimbo di Maddalena è nato, nei giorni successivi è stato operato, secondo la prassi. L’operazione è riuscita: un breve periodo di suspense, poi si è ripreso alla grande: addirittura, ha già cominciato a succhiare da sé. Beatrice ha spedito a trovare Maddalena una sua amica dei dintorni, una mamma di sei figli di cui uno gravemente autistico. Maddalena vede che la gente convinta che la vita è buona non è poi così rara, si rincuora sempre più. «Adesso che c’è – telefona a Beatrice – l’unica cosa che desidero è che rimanga». Il piccolo di Maddalena viene battezzato oggi, 27 dicembre, festa di san Giovanni apostolo. Il santo eponimo del piccolo Giovannino.
mdeledda

lunedì, 29 dicembre 2008, ore 21:02

LA FAMIGLIA, MODELLO D'AMORE E DI SOLIDARIETÀ PER OGNI SOCIETÀ

ANGELUS

Piazza San Pietro,
Festa della Santa Famiglia,
Domenica, 28 dicembre 2008




 
Cari fratelli e sorelle!

In questa domenica, che segue il Natale del Signore, celebriamo con gioia la Santa Famiglia di Nazaret. Il contesto è il più adatto, perché il Natale è per eccellenza la festa della famiglia. Lo dimostrano tante tradizioni e consuetudini sociali, specialmente l’usanza di riunirsi insieme, in famiglia appunto, per i pasti festivi e per gli auguri e lo scambio dei doni; e, come non rilevare che in queste circostanze, il disagio e il dolore causati da certe ferite familiari vengono amplificati? Gesù ha voluto nascere e crescere in una famiglia umana; ha avuto la Vergine Maria come mamma e Giuseppe che gli ha fatto da padre; essi l’hanno allevato ed educato con immenso amore. La famiglia di Gesù merita davvero il titolo di “santa”, perché è tutta presa dal desiderio di adempiere la volontà di Dio, incarnata nell’adorabile presenza di Gesù. Da una parte, è una famiglia come tutte e, in quanto tale, è modello di amore coniugale, di collaborazione, di sacrificio, di affidamento alla divina Provvidenza, di laboriosità e di solidarietà, insomma, di tutti quei valori che la famiglia custodisce e promuove, contribuendo in modo primario a formare il tessuto di ogni società. Al tempo stesso, però, la Famiglia di Nazaret è unica, diversa da tutte, per la sua singolare vocazione legata alla missione del Figlio di Dio. Proprio con questa sua unicità essa addita ad ogni famiglia, e in primo luogo alle famiglie cristiane, l’orizzonte di Dio, il primato dolce ed esigente della sua volontà, la prospettiva del Cielo al quale siamo destinati. Per tutto questo oggi rendiamo grazie a Dio, ma anche alla Vergine Maria e a San Giuseppe, che con tanta fede e disponibilità hanno cooperato al disegno di salvezza del Signore.

Per esprimere la bellezza e il valore della famiglia, oggi si sono date appuntamento a Madrid migliaia di persone. Ad esse voglio ora rivolgermi in lingua spagnola.

Dirijo ahora un cordial saludo a los participantes que se encuentran reunidos en Madrid en esta entrañable fiesta para orar por la familia y comprometerse a trabajar en favor de ella con fortaleza y esperanza. La familia es ciertamente una gracia de Dios, que deja traslucir lo que Él mismo es: Amor. Un amor enteramente gratuito, que sustenta la fidelidad sin límites, aún en los momentos de dificultad o abatimiento. Estas cualidades se encarnan de manera eminente en la Sagrada Familia, en la que Jesús vino al mundo y fue creciendo y llenándose de sabiduría, con los cuidados primorosos de María y la tutela fiel de San José. Queridas familias, no dejéis que el amor, la apertura a la vida y los lazos incomparables que unen vuestro hogar se desvirtúen. Pedídselo constantemente al Señor, orad juntos, para que vuestros propósitos sean iluminados por la fe y ensalzados por la gracia divina en el camino hacia la santidad. De este modo, con el gozo de vuestro compartir todo en el amor, daréis al mundo un hermoso testimonio de lo importante que es la familia para el ser humano y la sociedad. El Papa está a vuestro lado, pidiendo especialmente al Señor por quienes en cada familia tienen mayor necesidad de salud, trabajo, consuelo y compañía. En esta oración del Ángelus, os encomiendo a todos a nuestra Madre del cielo, la Santísima Virgen María.

[Rivolgo ora un cordiale saluto ai partecipanti che si trovano riuniti a Madrid in questa commovente festa per pregare per la famiglia e impegnarsi a lavorare in favore di essa con forza e speranza. La famiglia è certamente una grazia di Dio, che lascia trasparire ciò che Egli stesso è: Amore. Un amore pienamente gratuito, che sostiene la fedeltà senza limiti, persino nei momenti di difficoltà o di abbattimento. Queste qualità si riscontrano in modo eminente nella Santa Famiglia, nella quale Gesù è venuto al mondo ed è cresciuto ricolmo di sapienza, con le cure premurose di Maria e la custodia fedele di san Giuseppe. Care famiglie, non lasciate che l’amore, l’apertura alla vita e i vincoli incomparabili che uniscono il vostro focolare si indeboliscano. Domandatelo costantemente al Signore, pregate uniti, affinché i vostri propositi siano illuminati dalla fede e corroborati dalla grazia divina sulla via verso la santità. In tal modo, con la gioia del vostro condividere tutto nell’amore, darete al mondo una bella testimonianza di quanto sia importante la famiglia per la persona umana e per la società. Il Papa sta al vostro fianco, pregando specialmente il Signore per quanti in ogni famiglia hanno maggiori necessità di salute, lavoro, conforto e compagnia. In questa preghiera dell’Angelus, vi affido tutti alla nostra Madre del cielo, la Santissima Vergine Maria]

Cari fratelli e sorelle, parlando della famiglia, non posso poi non ricordare che, dal 14 al 18 gennaio 2009, avrà luogo a Città del Messico il VI Incontro Mondiale delle Famiglie. Preghiamo sin d’ora per questo importante evento ecclesiale, e affidiamo al Signore ogni famiglia, specialmente quelle più provate dalle difficoltà della vita e dalle piaghe dell’incomprensione e della divisione. Il Redentore, nato a Betlemme, doni a tutte la serenità e la forza di camminare unite nella via del bene.


Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle, la Terrasanta, che nei giorni natalizi è al centro dei pensieri e degli affetti dei fedeli di ogni parte del mondo, è nuovamente sconvolta da uno scoppio di inaudita violenza. Sono profondamente addolorato per i morti, i feriti, i danni materiali, le sofferenze e le lacrime delle popolazioni vittime di questo tragico susseguirsi di attacchi e di rappresaglie. La patria terrena di Gesù non può continuare ad essere testimone di tanto spargimento di sangue, che si ripete senza fine! Imploro la fine di quella violenza, che è da condannare in ogni sua manifestazione, e il ripristino della tregua nella striscia di Gaza; chiedo un sussulto di umanità e di saggezza in tutti quelli che hanno responsabilità nella situazione, domando alla comunità internazionale di non lasciare nulla di intentato per aiutare israeliani e palestinesi ad uscire da questo vicolo cieco e a non rassegnarsi – come dicevo due giorni fa nel messaggio Urbi et Orbi – alla logica perversa dello scontro e della violenza, ma a privilegiare invece la via del dialogo e del negoziato. Affidiamo a Gesù, Principe della Pace, la nostra fervida preghiera per queste intenzioni e a Lui, a Maria e Giuseppe, diciamo: “O famiglia di Nazareth, esperta del soffrire, dona al mondo la pace”. Donala oggi soprattutto alla Terrasanta!

Nella notte di Natale di 1968 il Papa Paolo VI celebrò la Santa Messa nello stabilimento dell’Italsider – oggi ILVA – di Taranto. Per commemorare quell’evento, l’Arcivescovo di Taranto, Mons. Benigno Luigi Papa, ha presieduto stamani nel medesimo luogo la Celebrazione eucaristica. A lui e a tutti i lavoratori rivolgo il mio caloroso saluto. Colgo l’occasione per esprimere preoccupazione per l’aumento di forme di lavoro precario, e faccio appello affinché le condizioni lavorative siano sempre dignitose per tutti.

Je vous salue avec joie, chers pèlerins francophones. En ce temps de Noël, l’Église nous invite à fêter la Sainte Famille. L’amour et la tendresse, la disponibilité et la confiance, la patience et le dévouement discret étaient au cœur du foyer de Marie et de Joseph. Aujourd’hui rendons grâce pour toutes les familles qui sont heureuses, et confions au Seigneur toutes les familles qui sont dans la difficulté, afin qu’elles puissent trouver accueil, aide et réconfort. Avec ma Bénédiction Apostolique.

I welcome all the English-speaking pilgrims at this Angelus. Today we recall how Mary and Joseph, after presenting Jesus in the temple, took the child to Nazareth and began their life as a family. May all families strive to imitate their faith, hope and charity, so as to bear greater witness to the singular importance of the "domestic church" for the life of the universal Church and for society. God bless you all!

Einen weihnachtlichen Gruß richte ich an die deutschsprachigen Pilger und Besucher. Das Evangelium des heutigen Sonntags der Heiligen Familie führt uns die Kindheit Jesu vor Augen. Bei seinen gottesfürchtigen Eltern Josef und Maria wuchs das Kind Jesus heran, es wurde kräftig und Gott erfüllte es mit Weisheit. Das Beispiel der Heiligen Familie sei uns allen ein Vorbild für echte Frömmigkeit, Respekt vor dem Nächsten und aufrichtige Hilfsbereitschaft. Der Herr schenke euch dazu seine Gnade.

Doy mi bienvenida a los peregrinos de lengua española que participan en el rezo del Ángelus, en este domingo en el que celebramos la Sagrada Familia. Pidamos por todas las familias del mundo para que en sus hogares se viva y transmita la fe, siendo así testigos del amor en el mundo. ¡Feliz día del Señor!

Serdecznie pozdrawiam Polaków. Dzis', w niedziele; s'w. Rodziny kontemplujemy mi?os'c' Maryi, Józefa i Jezusa. Ta wzajemna mi?os'c', umocniona ?aska; Boz.a;, pomaga?a przetrwac' wszelkie przeciwnos'ci i by?a fundamentem ich rodzinnego szcze;s'cia. Oby i dzis' jednoczy?a ma?z.onków, rodziców i dzieci, na chwa?e; Boz.a; i ku pomys'lnos'ci wszystkich. Niech Bóg wam b?ogos?awi.

[Saluto cordialmente i polacchi. Oggi, nella domenica di Santa Famiglia contempliamo l’amore di Maria, di Giuseppe e di Gesù. Quest’amore reciproco, rafforzato con la grazia di Dio, li ha aiutati a sostenere ogni avversità ed è stato il fondamento della loro felicità famigliare. Unisca anche oggi i sposi, i genitori e i bambini, per la gloria di Dio e per la prosperità di tutti. Dio vi benedica.]

Ricorre oggi il centenario del tragico terremoto che colpì Messina, radendola quasi totalmente al suolo e mietendo migliaia di vittime. I messinesi però non si lasciarono abbattere e, sostenuti da una straordinaria solidarietà, si risollevarono. Il mio predecessore San Pio X, che avrebbe voluto recarsi personalmente a Messina, inviò ingenti aiuti e ospitò a Roma i seminaristi. A distanza di cento anni, desidero inviare ai messinesi un affettuoso pensiero, con l’augurio che nei loro cuori arda sempre la speranza cristiana.

Saluto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i gruppi giovanili venuti da Domegliara, da Bellagio e da Lugo per approfondire la conoscenza dell’Apostolo Paolo e visitare la sua Tomba. Saluto poi i cresimandi di Gemona del Friuli, gli operatori pastorali di Meta di Sorrento e gli amici della Fraterna Domus. A tutti auguro una buona domenica e una serena fine d’anno, nella gratitudine a Dio per tutti i suoi benefici. Auguri di ogni bene!
mdeledda
commenti ¦ commenti (popup) ¦ Permalink ¦ categoria : catechesi