domenica, 30 novembre 2008, ore 21:13

«Fede! Abbiate fede!
Dio è medico e medicina»


(San Leopoldo Mandic)
mdeledda
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domenica, 30 novembre 2008, ore 21:06

Mobilitazione spirituale per Eluana e per tutte le persone che soffrono

Un Rosario a Roma in Santa Croce in Gerusalemme.

di Angela Maria Cosentino*,
da Zenit (30/11/2008)


È la seconda volta in tre anni che per due donne, a seguito di un incidente che le ha portate in uno stato vegetativo da diversi anni, viene decisa la morte da un tribunale, dopo una richiesta insistente e ripetuta di un congiunto. Per Therry Schiavo, nel 2005, per Eluana Englaro, oggi.

L'interruzione della nutrizione e dell’idratazione, a cui la sentenza della Cassazione autorizzerebbe, configura un abbandono eutanasiaco (eutanasia omissiva) e una morte inflitta e anticipata. Poiché alcune ricerche pubblicate su riviste scientifiche evidenziano una possibile sensibilità neurologica del dolore in questa lunga agonia si consiglia la sedazione.

Ma non si considerano altri studi compiuti con nuove tecniche, come la risonanza magnetica funzionale, che invitano ad un necessario principio di precauzione che dovrebbe confermare la somministrazione di presidi vitali, come l’idratazione e l’alimentazione.

Questo abuso del potere giuridico, influenzato da ideologie o da malintesa pietà, riferisce monsignor Elio Sgreccia (già Presidente della Pontificia Accademia per la vita e Presidente della Fondazione Ut Vitam Habeant e dell’Associazione Donum Vitae) “non può passare sotto silenzio”, anche di fronte alla supposta volontà di Eluana espressa in vita (che, senza alcun documento, non sarebbe mai accolta come valida in un tribunale che dovesse giudicare sulla volontà testamentaria relativa alla proprietà ).

Dal punto di vista etico, anche qualora tale volontà risultasse espressa non potrebbe essere eseguita, perché l’alimentazione e l’idratazione non rappresentano una terapia, né “accanimento” o “sproporzionalità terapeutica”, ma sostegni vitali (finora ben assorbiti da Eluana) che nessuno, per obbligo morale, potrebbe interrompere.

Tra le possibili alternative, oltre a richiedere, presso una struttura, l'affido assistenziale di Eluana fino alla morte naturale (già le suore che l’hanno assistita finora si sono rese disponibili) è importante segnalare la rivolta morale per una morte indegna e ingiusta, esprimere solidarietà nella preghiera, chiedere aiuto per Eluana e misericordia per tutti.

Infine esiste l'obbligo di preparare una legge che protegga il morente da ogni abuso che possa introdurre, anche in modo subdolo e surrettizio, l’eutanasia, come pure che esprima chiaramente No all’accanimento, No all’abbandono terapeutico, Sì alle cure palliative. Sarà importante convogliare consensi a livello trasversale e vigilare affinché sia rispettata la vita anche nella sofferenza.

Il silenzio di oggi, alla luce delle esperienze passate (i pochi voti mancati per il rigetto della legge 194 del ’78 hanno comportato circa 5 milioni di aborti, in Italia, in questi ultimi 30 anni) configurerebbe una complicità inammissibile.

Ci sono migliaia di persone in Italia e milioni nel mondo in una condizione simile ad Eluana, che possono essere assistite e aiutate a nutrirsi come fa l’adulto con i bambini nei primi mesi di vita.

Per questi motivi in sostegno di Eluana Englaro e per di tutte le persone che soffrono la Fondazione Ut Vitam Habeant e l’Associazione Donum Vitae promuovono una mobilitazione spirituale invitando tutte le persone di buona volontà alla preghiera del Santo Rosario, mercoledì, 3 dicembre 2008 alle ore 17,30, presso la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme.

Seguirà alle 18,30 la Santa Messa presieduta da monsignor Elio Sgreccia.


*Bioeticista, docente ai Corsi estivi di pastorale familiare all'Istituto Giovanni Paolo II e delegata per la Confederazione Centri per la Regolazione Naturale della Fertilità al Forum delle Associazioni Familiari.
mdeledda
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domenica, 30 novembre 2008, ore 21:02

Chi è “persona” e chi non lo è

di Carlo Valerio Bellieni*,
da Zenit (30/11/2008)


Stiamo assistendo in Italia e all’estero al ritorno di un’antistorica divisione tra chi è “persona” e chi non lo è. A certe dichiarazioni di questo tenore rispondono sdegnati soprattutto le persone disabili che sentono sulla propria carne il peso della discriminazione e i genitori dei bambini prematuri che combattono giorno per giorno una lotta solitaria per far riconoscere il diritto alla piena assistenza ai loro piccoli.

In realtà indignarsi è giusto, stupirsi un po’ meno, perché ormai da anni stiamo assistendo a questa erosione del “diritto di cittadinanza” tra gli esseri umani, iniziata con i bambini non ancora nati, seguita poi da tutti coloro che non hanno “capacità di autonomia”, secondo certi filosofi.

Nel 1996 il prof. J. Maroteau, studioso di nanismo, pubblicava sulla rivista Archives de Pédiatrie un editoriale intitolato “J’accuse!”, che aveva come sottotitolo: “La bassa statura ha ancora diritto di cittadinanza?”. Si riferiva proprio agli aborti selettivi fatti in caso di nanismo. Era un primo segnale d’allarme.

Ma bisogna far chiarezza, perché spesso usiamo la parola “persona” senza essere ben coscienti delle implicazioni che questo genera.

Per gli antichi romani la parola persona esisteva, ma significava semplicemente “maschera”, perché indicava la maschera che gli attori mettevano in faccia per amplificare, far risuonare (per-sonare) la loro voce nei teatri. Passò del tempo e il termine si colorò di significato filosofico per opera dei cristiani del Medioevo che Severino Boezio (476-525 d.C.) sintetizzò definendo la parola persona come “l’individuo appartenente a quel livello della natura che possiede razionalità” (Individua substantia naturae rationalis).

Questa definizione, spiega che per essere definito persona, un soggetto deve avere due caratteristiche: deve essere un individuo (e non una parte di un individuo), e deve avere natura razionale. Quest’ultima cosa significa semplicemente che la razionalità deve essere nella natura dell’individuo di cui si parla, ma non necessariamente egli (per l’età, per una malattia, magari perché sta dormendo) deve esprimerla adesso.

La prima conseguenza di questo fu che tutti, ma proprio tutti gli esseri umani si ritrovavano sullo stesso livello: non era mai successo nella storia della filosofia. Uomini e donne, schiavi e liberi, bambini, etnie diverse, malati… tutti ricadevano nella stessa definizione: una delle più grandi rivoluzioni del pensiero occidentale: veniva reso in termini filosofici quanto era scritto nel Vangelo.

Da allora, tutte le persone sono divenute parimenti sacre, cioè con pari diritti e pari intangibilità degli stessi, tanto che per poter nuocere con la violenza ad un’etnia bisognava inventarsi una qualche forma per screditarla in modo così profondo (e inverosimile) da farle perdere il titolo di “persona”. Ne abbiamo esempi tragici nella storia anche recente.

Ma oggi, non potendo negare che dal concepimento siamo di fronte ad un nuovo essere umano (è così chiara l’evidenza scientifica!), si fa passare l’idea che non tutti gli esseri umani sono uguali, ma certuni non meritano il titolo di “persona”, stravolgendo l’idea originaria da cui questo termine era nato. Non più “tutti sono persone”, ma “sono persone solo coloro che hanno autocoscienza” e non un’autocoscienza potenziale, ma solo coloro che l’esercitano di fatto, qui, ora. Chi non è persona, finisce con l’avere meno diritti degli altri, ed ecco i trattamenti scadenti del dolore, ecco la minor attenzione alla depressione (recentemente riportata dal Lancet e da Le Monde), alla sofferenza, e all’interpretazione dei bisogni di chi non si sa esprimere.

È un vento che richiede un cambiamento di rotta, almeno pretendendo che in ogni discussione in cui si afferma che certi individui (spesso questo ragionamento viene fatto per gli embrioni e i feti) non sono persone, chi sostiene queste tesi spieghi chiaramente “chi” è persona per lui. E sarà facile che si assista a discorsi molto fragili che finiscono col colpire certe minoranze o certi tipi di malati, o anche certe età della vita, mostrando l’inconsistenza di un ragionamento “erosivo” del diritto di cittadinanza.

Come ho già spiegato, deve essere difeso dalla retta coscienza un semplice concetto: o tutti siamo una risorsa (cioè delle persone), o tutti siamo da buttar via, perché non esiste a livello ontologico e scientifico una bacchetta magica che faccia diventare “persona” chi non lo è.

Non fa fare questo salto l’aria che entra nei polmoni alla nascita, la luce che tocca gli occhi al momento di uscire dall’utero, l’etnia, ma neanche il livello di intelligenza o di autonomia.



*Dirigente del Dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico Universitario “Le Scotte” di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.

mdeledda
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domenica, 30 novembre 2008, ore 20:55

Se il delitto diventa diritto

L’aborto legale è una malattia mortale dell’ordinamento giuridico. Produce i peggiori frutti avvelenati: uccide l’innocente e confonde le coscienze. Ecco come resistere.

di Mario Palmaro,
da Il Timone (05/2008)


L’aborto, cosi come il furto e l’omicidio, è uno del reati più antichi della storia dell’uomo. Le leggi hanno in ogni tempo tentato di contrastarlo, ben sapendo che — come accade sempre nell’ambito del diritto penale — nessuna legge riuscirà mai a eliminare completamente la devianza e l’illegalità.

Negli ultimi quarant’anni abbiamo però assistito ad una trasformazione senza precedenti: nella quasi totalità dei Paesi occidentali si è animato un dibattito che è culminato quasi ovunque con la legalizzazione dell’aborto procurato.

Un tempo, l’aborto per legge era una “esclusiva” dei regimi totalitari, come l’Unione Sovietica comunista e i territori dell’Est occupati dalla Germania nazista; e delle socialdemocrazie scandinave, protagoniste anche di alcuni clamorosi piani di sterilizzazione forzata.

Ben diversa era la situazione ad esempio negli Stati Uniti, dove gli ordinamenti federali consideravano reato grave la soppressione di un nascituro attraverso l’aborto procurato. Allo stesso modo, tutti i codici penali europei — molti dei quali varati nell’Ottocento da giuristi e da parlamenti di orientamento laico-liberale con venature anticattoliche — trattavano l’aborto procurato come un reato.

Solo in seguito, nella seconda metà del Novecento, nel volgere di pochi decenni ciò che prima era unanimemente considerato come delitto è stato trasformato in diritto.

Strategie e argomenti degli abortisti
La stragrande maggioranza dell’opinione pubblica ha mutato radicalmente posizione sull’aborto procurato: si è passati dalla condanna senza eccezioni alla legalizzazione. Il tutto è avvenuto con l’utilizzo di tecniche di “mitridizzazione”: il cambiamento è stato somministrato a piccole dosi, attraverso un processo di spostamento notturno del picchetto che delimita idealmente l’area delle azioni proibite. Dopo molte notti di piccoli spostamenti, alla fine i confini della morale e del diritto risultano completamente stravolti, senza che l’opinione pubblica si accorga dello sconvolgimento.

Questo cambiamento è stato supportato da una serie di argomentazioni che il fronte abortista ha sapientemente diffuso attraverso i mass media. Argomenti che lungo una scala progressiva si possono riassumere così:

a. i casi limite: l’aborto è sbagliato, ma ci sono situazioni come la violenza carnale o l’incesto in cui deve essere consentito;

b. la salute della donna: quando la gravidanza mette in pericolo la salute della madre, è lecito interromperla;

c. la salute del concepito: in caso di malformazioni o malattie genetiche, e giusto permettere alla donna di decidere se non sia meglio abortire;

d. il concepito non è ancora un essere umano: si nega — mentendo — che la vita inizi dal concepimento;

e. la clandestinità: siccome l’aborto esiste comunque, e mette a repentaglio la salute e la vita delle donne, meglio legalizzarlo;

f. l’autodeterminazione della donna: nessuno deve obbligare la donna a diventare madre, e dunque qualsiasi motivo può giustificare la richiesta di aborto;

g. un problema confessionale: se uno è cattolico può restare contrario all’aborto, ma uno Stato laico non può obbligare nessuno a non praticarlo.

La legalizzazione dell’aborto è legata ad alcune svolte storiche. In particolare, l’Abortion Act del 1967 in Gran Bretagna. E la sentenza Roe Vs Wade, pronunciata dalla Corte suprema degli Stati Uniti nel 1973. Sulla scia di queste decisioni, oggi l’aborto e legate in quasi tutti i Paesi occidentali. Inoltre, le nazioni che ancora la considerano un delitto sanzionato dal codice penale — come accade in Sud America, in Africa, in Medioriente — sono oggetto di una poderosa offensiva abortista tesa a legalizzare l’uccisione dei non nati.

Il caso italiano
La legge 194 — una fra le più ipocrite e permissive al mondo in materia di aborto — è stata approvata dal Senato il 18 maggio del 1978. Ma l’aborto volontario ha fatto il suo ingresso nell’ordinamento giuridico italiano qualche anno prima, il 18 febbraio del 1975. In quella data, a Corte Costituzionale aveva scritto una celebre sentenza, la numero 27, nella quale si afferma che il diritto della donna non solo alla vita, ma alla propria salute fisica e psichica, è da ritenersi più importante del diritto alla vita del concepito.

Si consuma qui, per mano dei giudici costituzionali, la svolta epocale che rompe drasticamente la tradizione giuridica precedente. I codici penali degli Stati preunitari, il codice Zanardelli — di ispirazione liberate — e il successivo codice Rocco — varato durante il fascismo — consideravano reato l’aborto. Fino al 1975 l’ordinamento italiano aveva conservato sul problema dell’aborto una posizione integerrima. Che si può riassumere in questi termini:

a. l’atto abortivo è sempre vietato, senza alcun tipo di eccezione;

b. a questo divieto è collegata una sanzione di tipo penale, che colpisce con maggiore severità chi compie tecnicamente l’atto abortivo (la praticona e soprattutto il medico) e con minore durezza la donna;

c. nel caso in cui sorga un conflitto drammatico tra la vita (e non la salute) della madre e la vita del nascituro, il legislatore consente il ricorso al principio generale dello “stato di necessità” (articolo 54 del Codice Penale): non è punibile una persona che commette il fatto al solo scopo di salvarsi dal pericolo attuale di un danno grave, attuale, non causato da sé, non evitabile altrimenti, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo. In pratica, anche in questo caso tragico l’aborto restava illecito, ma era non punibile, lasciando alla coscienza della donna il compito di discernere quale condotta fosse moralmente obbligante.

La sentenza della Carte Costituzionale distruggeva questo equilibrio fondato sulla legge naturale — in base alla quale l’uccisione intenzionale e diretta dell’innocente non è mai lecita — e introduceva l’idea che la salute della donna “valesse di più” della vita del concepito.

Gli effetti della legalizzazione
La legalizzazione dell’aborto comporta una serie di conseguenze estremamente negative, non tutte immediatamente riconoscibili. Varrà la pena di esaminare le più importanti.

a. Eliminazione massiva di esseri umani innocenti: in Italia, trenta anni di legge 194 hanno comportato I’uccisione legale di 4 milioni e 800.000 nascituri. L’aborto clandestino non è scomparso e II numero di aborti per ogni mille nati vivi è costante e supera quota 250.

b. Effetto diseducativo: una norma che rende lecito l’aborto “semina” nella società l’idea che abortire sia, inizialmente, un fatto da tollerare; poi un diritto da rivendicare; in seguito un bene da garantire; alla fine, un gesto perfettamente indifferente. Il delitto diventa un diritto. Scrive Corrado Alvaro: “Non esiste difetto che, alla lunga, in una società corrotta, non diventi pregio; né vizio che la convenzione non riesca ad elevare a virtù”.

c. Assuefazione:
l’opinione pubblica — anche quella che era originariamente contraria — si abitua all’idea che l’aborto sia legale, e tende ad accettare il fatto come ineluttabile.

d. Legittimazione morale dell’aborto:
molti pensano che, se la legge consente l’aborto, significa che non c’è nulla di male nel praticarlo; ciò vale soprattutto per le nuove generazioni, che nascono quando la legge già esiste.

e. Legittimazione giuridica dell’aborto: anche fra coloro che continuano a pensare che l’aborto sia un male morale, si diffonde l’idea che però non spetti allo Stato il compito di vietarlo o, peggio, di punirlo. Si instaura una specie di “partita doppia” della coscienza, che disapprova un comportamento nel “foro interiore”, ma che afferma la necessità (o addirittura la bontà) di leggi come la 194.

f. Rimozione della storia: in questo clima, si tende addirittura a cancellare il ricordo del passato, dimenticando che ci fu un tempo in cui l’aborto era vietato dalle leggi. L’ignoranza invade il dibattito, le leggende rimpiazzano la storia: «il codice Rocco non tutelava la vita umana ma la stirpe italica»; «la legge 194 non è eugenetica»; «l’aborto è legale ma non è un diritto».

g. Autodeterminazione della donna e “uccisione” del padre: anche fra coloro che erano contrari alla legalizzazione, si diffonde l’idea che l’aborto sia “una questione della donna”, e che sia impossibile prescindere dall’esercizio della sua volontà di potenza. Dimenticando così che, se l’aborto è una “scelta della donna”, allora non può che essere legalizzato, e senza sostanziali limitazioni. La figura del padre riceve qui un ulteriore colpo mortale.

Come riconoscere il pensiero abortista
Dopo molti anni di applicazione, perfino coloro che Si erano battuti contro le leggi abortiste rischiano di smarrire l’ortodossia. Regna sovrana la confusione tra ciò che è possibile ottenere politicamente e ciò che e giusto pensare e dire sull’argomento “aborto legale”. Nel maggio del 1981 la legge 194 venne confermata da un referendum popolare. In quell’occasione non mancarono intellettuali cattolici che si schierarono in difesa della legge abortista. Fra questi spicca il nome di Mario Gozzini, senatore eletto nelle liste dell’allora Partito comunista, il cui voto, insieme a quelli di altri senatori come lui — cattolici nel PCI — fu determinante per l’approvazione della 194. Nel 1982 Gozzini rilasciò un’intervista alla rivista Rocca in cui fra l’altro diceva: «È responsabilità anche dei cattolici se la legge 194/78 è stata attuata solo per gli interventi sanitari e non per la parte che riguarda la prevenzione e la dissuasione, così che, contro la lettera e lo spirito della legge stessa, l’aborto è usato come mezzo di controllo delle nascite e le recidive salgono a percentuali inaccettabili. Anche qui si tratta di capire e far capire quanto sarebbe più fecondo, per la Chiesa e per la società, deporre risentimenti, illusioni di rivincita, separatezze, e convertirsi culturalmente e moralmente all’idea che le procedure previste, se correttamente applicate (ora non lo sono) possono ridurre il fenomeno più e meglio della minaccia impotente di una sanzione penale. Vale più l’affermazione di un principio giuridico o l’assidua, disinteressata, disideologizzata, umile presenza nelle strutture pubbliche?».

Un vero manifesto dell’“abortismo gentile”, che faremo bene a tenere a portata di mano per evitare di scivolare, anche in buona fede, dentro questa trappola mortale.


Bibliografia
Giuseppe Garrone, Oltre la morte... la vita. La via di resurrezione dall’aborto, Gribaudi, 2006.
Mario Palmaro, Aborto & 194, Fenomenologia di una legge ingiusta, Sugarco, 2008.
Mario Palmaro, Ma questo è un uomo, San Paolo, III ed. 1998.
AA.W., 194 trent’anni dopo. Situazioni e prospettive, Gribaudi, 2008.
Renzo Puccetti, L’uomo indesiderato. Dalla pillola di Pincus alla RU 486, Società Editrice Fiorentina, 2008.
Carlo Bellieni, Godersi la gravidanza... come una volta, Ancora, 2007.
Francesco Agnoli, Storia dell’aborto, Fede & Cultura, 2008.
Associazione Difendere la Vita con Maria, Veramente un figlio! La vita: un bene inviolabile, Cantagalli, 2005.
Giorgio Maria Carbone, L’embrione umano: qualcosa o qualcuno?, Edizioni Studio Domenicano, 2005.
AA.VV., Aborto, il genocidio del XX secolo, Effedieffe, 2000.


DA NON PERDERE



Titolo: Aborto & 194. Fenomenologia di una legge ingiusta
Autore: Mario Palmaro
Editore: Milano (2008)
Pagine: 256

Descrizione
L’aborto è l’uccisione di un essere umano innocente. Questa verità può esser detta in molti modi e con molte intenzioni diverse: per il gusto un po’ feroce di ferire e umiliare la donna che ha abortito; o per il desiderio sincero e amorevole di salvare un innocente da una fine terribile, e una madre da un rimorso oscuro quanto palpabile. Ma poi, alla fine, contano i fatti. E il fatto rimane sempre quello: con l’aborto si uccide. Questo vuole essere un libro onesto, al punto di trarre con rigore tutte le conseguenze logiche che la ragione ci impone: se l’aborto uccide, e uccide un innocente, non può essere giusto che la legge — in Italia la 194 del 1978 — consenta alla donna di praticarlo. Nessuna persona sana di mente potrebbe affermare contemporaneamente che deportare il popolo ebreo in un campo di concentramento è un’orribile violenza; e che però, d’altra parte, le leggi che lo consentirono sono buone. Lo scandalo non è che una donna possa essere tentata di abortire. Perché ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, un uomo è tentato di uccidere, rubare, tradire, violentare, sfruttare, mentire, uccidersi. Lo scandalo è che una società e uno Stato possano dire a quella donna: «Ecco, accomodati, ti ho preparato un luogo pulito e sicuro dove tu possa farlo gratuitamente».
mdeledda
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domenica, 30 novembre 2008, ore 20:23

Ritorno alla vita - L'abortista pentito

Da recordman di aborti a primo obiettore di coscienza serbo. La parabola di Stojan Adasevic.

di Lorenzo Fazzini,
da Tempi (27/11/08)


Bimbo scampato ad un aborto chirurgico; medico conosciuto in tutto il paese come “recordman” di interruzioni di gravidanza (anche 35 operazioni al giorno, 9 ore quotidiane di «mortifera» sala operatoria); quindi cristiano ortodosso e attivista pro-life convertito da San Tommaso d’Aquino. Se non fosse vera, la vicenda di Stojan Adasevic parrebbe uscita dalla fervida mente di uno sceneggiatore ipercattolico abituato a copioni strappalacrime. E invece la storia di questo medico serbo di Belgrado è tutt’altro che cinematografica. «Non voglio discutere i miei convincimenti teologici o quello che ho sognato, ma solo parlare dei fatti puramente materiali, come i metodi tecnici usati nelle interruzioni di gravidanza» ha scritto Adasevic su Saint Lazarus, pubblicazione della Chiesa ortodossa serba. Adasevic è cresciuto alla scuola marxista per cui l’aborto era solo «l’asportazione di una massa indistinta di tessuti», come recitavano i libri di medicina nella Jugoslavia comunista sui quali si formò l’ex dottor Morte. Dopo 26 anni da grande fautore di aborti – ne ha conteggiati tra i 48 e i 62 mila – Adasevic ha detto basta. E si è tramutato in un alfiere della difesa della vita fin dal suo concepimento.

La sua storia professionale visse uno snodo importante nel giorno in cui, giovane universitario, sentì alcuni ginecologi parlare di un’interruzione di gravidanza riuscita male, operazione che aveva riguardato una donna, dentista in una clinica vicino all’ateneo: in lei Stojan riconobbe la propria madre e nell’aborto «malriuscito» nientemeno che se stesso. «Lei è morta, ma chissà cosa sarà stato di quel bambino?» si chiesero i medici tra un caffè e una sigaretta. «Sono io quel bambino!» gridò Adasevic. Nonostante, o forse proprio per via di quell’episodio, il giovane dottore decise di dedicarsi quasi esclusivamente all’interruzione di gravidanza, nella convinzione – maturata grazie all’educazione di stretta osservanza comunista – che si trattasse «solo di una procedura medica, non diversa dal rimuovere un’appendice. La sola differenza era il tipo di organo asportato: un pezzo di intestino nel primo caso, un tessuto embrionale nel secondo».

I primi dubbi sorsero in Adasevic con l’avvento delle tecniche di diagnosi ad ultrasuoni, approdate nell’allora Jugoslavia negli anni Ottanta: per la prima volta gli fu visibile quello che non aveva mai visto, il feto adagiato nel grembo della madre, che succhiava il dito e si muoveva. La svolta vera, tuttavia, arrivò una notte di 26 anni fa, quando Stojan sognò un campo «pieno di bambini e di giovani che giocavano e ridevano; avevano dai 4 ai 24 anni, scappavano da me con tanta paura» ha raccontato il medico al quotidiano spagnolo La Razon. Fino a quando – sempre nel sogno – Adasevic riuscì ad afferrare un bimbetto, che però gridò: «Aiuto! Un assassino! Salvatemi da questo assassino!». Fu allora che, sempre durante il sonno, comparve al medico di Belgrado «un uomo vestito di nero e di bianco», che si presentò come Tommaso d’Aquino. Ad Adasevic, cresciuto sui libri del regime ateo di Tito, il nome del Dottore Angelico non disse nulla: «Perché non chiedi a questi bambini chi sono?» gli chiese il santo, senza dargli il tempo di rispondere. «Sono quelli che tu hai ucciso quando facevi gli aborti. Vedi questo ragazzo di 22 anni? L’hai ammazzato quando aveva 3 mesi nel grembo di sua madre».

Dopo questi sogni Adasevic continuò per qualche tempo a portare avanti la sua attività abortiva. Fino ad un giorno cruciale, quando durante un intervento di questo tipo estrasse dall’utero di una donna i pezzi di un feto: «La mano si muoveva ancora, il cuore pulsava». La donna in questione iniziò ad avere perdite di sangue di notevoli proporzioni e la sua vita era in pericolo: fu allora che, per la prima volta dopo decenni – Adasevic era stato battezzato da bambino, ma era cresciuto come un ateo doc – si ritrovò a pregare: «Signore, salva questa donna, non me!». Quello divenne il suo ultimo aborto.

Dagli anni Novanta Adasevic inizia a viaggiare in tutto il paese, tenendo conferenze e scrivendo articoli pro-life. Per due volte riesce addirittura a far trasmettere sulle televisioni nazionali il celebre video del ginecologo americano Bernard Nathanson, Il grido silenzioso, che a metà degli anni Ottanta denunciava l’atrocità delle vite umane stroncate nel grembo materno. Addirittura l’attivismo dell’ex medico abortista portò il parlamento della Jugoslavia post-Tito ad approvare un decreto a favore dei diritti del concepito: solo il veto dell’allora presidente Slobodan Milosevic bloccò questa decisione a tutti gli effetti pionieristica.

Vicino alle donne
In Serbia, afferma Adasevic, le statistiche dell’aborto fanno paura: «Non abbiamo nessuna cifra ufficiale, ma dai calcoli e le osservazioni che ho potuto fare in base alla mia esperienza, posso affermare che a metà anni Novanta ci sono stati 6 aborti per ogni nato nel paese. Negli anni Duemila la situazione è addirittura peggiorata: i reparti di maternità sono vuoti, le cliniche per aborti strapiene. Praticamente non esiste nessuna famiglia serba che non sia stata toccata da almeno un’interruzione di gravidanza. Questa è una guerra vera, dichiarata da chi è nato contro chi non è ancora nato. In questa guerra io ho passato la linea del fronte più volte: prima come bimbo non ancora nato condannato a morte, quindi come abortista, e ora come attivista pro-life». La scelta di schierarsi dalla parte della vita è costata vari sacrifici ad Adasevic: quando comunicò al suo ospedale di Belgrado che non avrebbe più fatto operazioni di questo tipo, i funzionari lo guardarono straniti: in Serbia nessun ginecologo si era mai rifiutato di compiere un aborto. Dopo la scelta, lo stipendio gli venne decurtato della metà, la figlia venne licenziata dal lavoro, il figlio non fu ammesso all’università.

Per il medico “convertito” alla vita è Madre Teresa di Calcutta ad aver ragione quando diceva: «Se una madre può uccidere il proprio figlio, cosa ci impedirà di ucciderci gli uni gli altri?». «La diffusione dell’aborto in Serbia è determinata anche dalla mancanza di educazione religiosa», annota. E Adasevic, da vero pro-life e sostenitore delle donne punta il dito contro gli uomini, responsabili anch’essi delle vite stroncate prima di nascere: «Troppo spesso hanno stili di vita da playboy. Seducono il maggior numero di donne possibile e dopo, proprio quando la paternità sarebbe la cosa più necessaria per loro e i loro figli, le abbandonano a se stesse».
mdeledda
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domenica, 30 novembre 2008, ore 20:15

Una Santa diplomatica e forse politica: tutta Chiesa e Papa. Su di lei molte inesattezze.

di Bruno Volpe,
da Pontifex Roma (30/11/08)


«Santa Caterina da Siena? Mi sembra giusto, rubando una definizione, chiamarla la Santa diplomatica, come affermava Pajardi o meglio politica. In tutta la sua vita ha sempre amato e difeso Chiesa e Papato, facendone una ragione di vita»: lo dice la religiosa professoressa Diega Giunta, siciliana giramondo, Presidente del CISC, ovvero Centro Internazionale Studi Caterinari. Attenzione, tutti i santi sono importanti perché riflettono la bontà e il volto di Dio. Ma Santa Caterina da Siena è Patrona di Italia e copatrona di Roma, per volontà di Papa Pio IX. Il Centro Internazionale di Studi Caterinari ha voluto quindi dedicare particolare solennità con due grandi e belle manifestazioni (peccato per il diluvio abbattutosi sulla Capitale), per celebrare degnamente il 630 anniversario dell’arrivo di Santa Caterina da Siena a Roma, dove per altro è sepolta nella Basilica della Minerva, retta dal padri domenicani. Ma lasciamo parlare la religiosa: «Era doveroso sottolineare con una netta solennità i 630 anni dell’arrivo della Santa a Roma, una città che sentì sua per l’amore che sempre nutrì verso la Chiesa e verso la figura del Papa, sin da piccola, quando in una visione, scorse sulla Chiesa di San Domenico, a Siena, Cristo vestito da Papa, con i paramenti circondato da San Paolo, San Pietro e la Tiara».

Inoltre vi è una singolare coincidenza tra Santa Caterina ed un’altra grande Santa del nostro tempo, canonizzata da Papa Giovanni Paolo II, la suorina polacca Santa Faustina Kowalska. Santa Caterina, infatti, aveva delle proprie crisi mistiche nelle quali il Signore le dettava dei pensieri, detti orazioni: «Per esempio - dice la religiosa - nella sesta orazione si dice che ella pregò assiduamente per la festa della Cattedra di san Pietro, una ricorrenza tipicamente legata al Papa».

Qualche studioso, effettivamente, ha ritenuto e scritto che esistono punti in comune con Santa Faustina Kowalska e le relative pubblicazione hanno trovato il consenso dell’attuale Arcivescovo di Cracovia. Ma per quale ragione, la si definisce Santa diplomatica e politica, con una definizione di straordinaria attualità?
Bene, lei visse in un periodo storico di grande confusione e nel quale la Chiesa viveva una crisi evidente, sballottata come una nave tra ortodossia ed eresia.

Insomma, storia vecchia e sempre nuova, verrebbe da dire.
Il 28 novembre del 1378, Papa Urbano VI, che era anche vescovo di Bari, la volle a Roma al suo fianco, per essere aiutato sia politicamente che nella preghiera.

Ma che cosa era accaduto di tanto drammatico?
Era in corso uno scisma, molto doloroso e pericoloso, detto lo scisma di Occidente. Il 20 settembre del 1378 i cardinali di Francia, con l’aiuto, non dico connivente, ma comunque silenzioso, di quelli italiani, da veri ribelli, avevano contrapposto a Papa Urbano VI, l’Antipapa Clemente VII. Bene Caterina non si risparmiò, per aiutare il legittimo Successore di Pietro e per la Chiesa Sposa, sino alla sua morte avvenuta  a Roma il 29 aprile 1380 e proprio in via Del Papa, oggi Piazza Santa Chiara. Insomma, Santa Chiara spese tutta la sua vita non solo al servizio della Chiesa, ma al servizio del Papa, sia quale persona, che istituzione. Dunque, una vita per la Chiesa, dal lato ecclesiologico, e per il Papa, amore verso il Successore di Pietro.

Per questa ragione,  il Centro Studi Internazionale di Studi Caterinari, ha dedicato alla Santa due splendide manifestazioni. La prima nella Basilica della Minerva con la lettura di due brani delle sue orazioni, ed in particolare la sesta, e il giorno dopo con una solenne Messa celebrata in Santa Maria in Trastevere dal Cardinal Gorge Cottier. Sul conto di Santa Caterina, per altro, sono state dette cose inesatte e volgari, cioè che soffrisse di anoressia. La Presidentessa fa chiarezza e giustizia una volta per tutte di queste baggianate: «Solo chi non conosce la santità può dire e scrivere simili stoltezze come è stato fatto. In verità, nella sua misticità, Santa Caterina spesso non mangiava e si limitava a cibarsi solo della Santa Comunione. Altro che anoressia, questa è santità, la santità di chi ha sempre amato sino allo stremo la Chiesa e il Papa».
mdeledda
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sabato, 29 novembre 2008, ore 22:05

Vietnamen, la linea politica di Hanoi è quella di eliminare i cattolici

di Thanh Thuy,
da AsiaNews (29/11/08)


C’è l’incomprensione verso l’idea stessa di religione da parte delle autorità politiche vietnamite dietro il continuo tentativo di soffocare cattolicesimo, protestantesimo ed anche altre religioni, che ora si evidenzia col processo che il 5 dicembre sarà celebrato contro otto fedeli della parrocchia di Thai Ha.
 
Se si visita il Vietnam, su molte parrocchie si possono vedere le scritte “prega per la Chiesa del Vietnam” o “prega per la pace e la giustizia”. Questa è una invocazione sempre presente nella preghiera dei cattolici di questo Paese. Cattolici che il governo comunista ha oppresso in modo sofisticato ed a vari livelli. Ma, in questa occasione le autorità non rispettano il Consiglio dei vescovi vietnamiti. Vogliono chiaramente eliminare i cattolici.
 
Il governo ha violato la libertà di religione e si prepara a giudicare gli otto fedeli della parrocchia di Thai Ha per motivi ingiusti, accusandoli di aver danneggiato proprietà e disturbato l’ordine sociale”. Processano gli otto fedeli per minacciare gli altri cattolici ed i fedeli di altre religioni ed in genere hanno l’obiettivo di minacciare le persone che vogliono battersi per la giustizia e la libertà di religione.
 
Ogni cattolico ed ogni parrocchia è stata invitata a pregare per la giustizia, la pace e la libertà religiosa in Vietnam. I fedeli questa volta hanno bisogno della voce dei vescovi per dire la verità, denunciando che il governo si è appropriato dei terreni della Chiesa, ma ha accusato falsamente i cattolici.
 
All’origine della discriminazione delle autorità verso i credenti, non solo cristiani, spiega ad AsiaNews un professore dell’Università nazionale di Hanoi “c’è un pregiudizio. Si spiegano male il concetto stesso di religione. Non capiscono bene e così guidano male il Paese, portando numerose cose negative, come la corruzione nel governo, il cattivo sistema educativo, l’ingiustizia verso i contadini che lavorano per vivere e mangiare”.
 
L’idea dei comunisti vietnamiti sulla religione è che essa “è una forma di coscienza sociale. La coscienza rispecchia il mitico, l’illusione della realtà oggettiva. La religione si basa sempre sulla credenza, una credenza del trascendente. La religione non può essere esaminata dalla realtà”.
 
Così, il governo ha dato istruzione alle autorità di tutti i livelli di “controllare la situazione delle religioni, classificare i fedeli delle religioni per avere soluzioni adatte a convincere le persone a lasciare la loro religione. E la linea politica è di opporsi, escludere e discriminare i cattolici del Vietnam.

mdeledda
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sabato, 29 novembre 2008, ore 21:57

India, i cristiani tra due fuochi

Sono i soli a rifiutare il ricorso alla violenza, in un paese insanguinato da un doppio fondamentalismo in armi, musulmano e indù. Da Mumbai all'Orissa, l'analisi di conflitti interreligiosi che non sembrano aver fine.

di Sandro Magister,
da www.chiesa (29/11/08)


L'attacco terrorista islamico a Mumbai è scattato mentre ancora i cristiani dell'India sono sotto i colpi delle violenze indù in Orissa e in altre regioni. I crudi bilanci delle due offensive sono simili. Più di 190 gli uccisi in un sol giorno nella capitale economica dell'India. Almeno 118 quelli certificati in Orissa in tre mesi, ma alcune fonti spingono la cifra fino a 500. E poi le centinaia di feriti, le chiese distrutte, le migliaia di case bruciate, le decine di migliaia di fuggiaschi.

Stretto tra i due fondamentalismi aggressivi musulmano e induista, il "piccolo gregge" cristiano dell'India si distingue per il rifiuto di ricorrere alla violenza. L'uso della forza lo reclama dall'autorità costituita, che però manca al suo dovere di esercitarlo. Dalla comunità internazionale arriva un conforto anch'esso debole, distratto. Nemmeno tra i cristiani di tutto il mondo si attiva una forte solidarietà a favore delle vittime appartenenti alla propria stessa fede, siano esse in India o in altre regioni del globo. Giovedì 27 novembre, nelle stesse ore in cui Mumbai era sotto attacco, Benedetto XVI ha lanciato un nuovo appello per la liberazione di due suore missionarie rapite due settimane prima da bande musulmane tra il Kenya e la Somalia. Sempre nelle stesse ore, al Cairo, diecimila musulmani hanno assalito impunemente una chiesa gremita di cristiani copti in preghiera, la cui colpa era di aver aperto un nuovo luogo di culto.

Colpendo al cuore Mumbai, i suoi hotel di lusso, la sua clientela occidentale, l'attacco musulmano ha ottenuto una grandissima visibilità sui media di tutto il mondo. Le vittime designate erano americani, inglesi ed ebrei. Ed è bastato questo a dare una scossa alla geopolitica mondiale. Ma ciò non giustifica che si trascurino le quotidiane violenze interreligiose che insanguinano il continente indiano, e che probabilmente avranno una recrudescenza nel futuro prossimo, con nuovi scontri tra musulmani e indù.

La persecuzione che colpisce i cristiani in India non è un fenomeno soltanto locale. Alcuni dei moventi che la generano sono esclusivi di una società divisa per caste. Ma il caso dell'India è specchio di fratture molto più generali, che dividono il mondo intero lungo crinali che sono anche religiosi.

Basti pensare a quanto diversa e confliggente può essere l'idea di martirio: puro dono della vita per gli uni, arma d'uccisione efferata per altri. In questo tormentato paesaggio globale, i cristiani sono in India vittime pacifiche e maltrattate. Sono in Iraq l'unico gruppo religioso non armato e anche per questo il più perseguitato. Sono negli angoli più disastrati e ostili del mondo – la Somalia, ma non solo – quelli che restano accanto agli "ultimi" mentre tutti gli altri sono fuggiti via.

Di ogni situazione di conflitto interreligioso vanno analizzati a fondo sia i connotati generali, sia quelli particolari. Ed è quanto fa qui di seguito, per il caso dell'India, il teologo e gesuita indiano Michael Amaladoss, che opera tra Delhi, Bangalore e Chennai, autore di libri importanti tradotti in più lingue.

La sua analisi – scritta prima dell'attacco terroristico di Mumbai, ma quasi presagendolo – è apparsa sull'ultimo numero della rivista "Il Regno", pubblicata a Bologna dai religiosi dehoniani.


I recenti conflitti tra indù e cristiani in India

di Michael Amaladoss,
da Il Regno (n. 18, 2008)


I conflitti tra indù e musulmani sono stati un fenomeno endemico in India per circa un secolo. Sono stati una caratteristica specifica dei periodi delle feste religiose, quando ogni comunità cerca di manifestare pubblicamente la propria esistenza. Il bersaglio di tali conflitti era costituito solitamente dai musulmani, poiché per la gran parte la polizia e la burocrazia erano favorevoli agli indù. Oggi la situazione sta peggiorando, dal momento che i musulmani preferiscono reagire con attacchi terroristici. Gli indiani di solito incolpavano di tale terrorismo i pakistani. Quest’anno si sono resi conto che i terroristi sono nati e cresciuti in casa propria, anche se possono aver ricevuto un qualche addestramento all’estero.

I conflitti tra indù e cristiani nel passato erano sporadici. Ce n’è stato uno nell’India del Sud circa vent’anni fa. In anni più recenti alcuni cristiani sono stati aggrediti e i loro edifici di culto dati alle fiamme nelle aree tribali del Gujarat. Gli assalti che si sono verificati da agosto nello stato dell’Orissa e in altre regioni sono stati fino ad ora i più gravi, prolungati ed estesi. Il 24 agosto 2008 un sannyasi (dal sanscrito "rinuncia", "abbandono"; è colui che ha raggiunto il culmine del cammino ascetico) indù, lo Swami Laxmananda Saraswati, e quattro dei suoi seguaci sono stati uccisi nel distretto di Kandhamal, nelle regioni montagnose dello stato dell’Orissa. Il corteo funebre per la cremazione della sua salma è stato fatto passare attraverso molti villaggi. Alle popolazioni indù è stato detto che dietro all’uccisione dello Swami c’erano i cristiani. Questo ha spinto le folle indù ad aggredire i cristiani, ad assaltare le loro case, i loro istituti e le loro chiese in tutto il distretto. Molti cristiani per salvarsi sono fuggiti nella giungla. Le loro case sono state saccheggiate e distrutte.

Ecco le cifre della distruzione nell’Orissa tra il 24 agosto e il 4 ottobre 2008: persone uccise 59, chiese o edifici di culto distrutti 151, scuole e orfanotrofi assaltati 13, case date alle fiamme 4.400, villaggi cristiani distrutti 300, feriti 15.000, senzatetto rifugiati in campi profughi 50.000. Una suora è stata picchiata e stuprata. Verso la metà di settembre il conflitto si è esteso allo stato del Karnataka, nel Sud, lungo la costa occidentale: chiese assaltate 22, feriti 20. Sono state attaccate anche 4 chiese nel Madhya Pradesh, 3 nel Kerala, 1 nel Tamil Nadu e 1 a Nuova Delhi.

Un gruppo maoista ha rivendicato la responsabilità dell’uccisione dello Swami e dei suoi compagni, affermando di averlo fatto perché le vittime stavano promuovendo divisioni tra il popolo in nome della religione. Ma gli indù hanno preferito accusare i cristiani di essere i mandanti degli omicidi. Il governo locale ha nominato una commissione giudiziaria per scoprire la "verità", ma ciò richiede solitamente un paio d’anni prima di giungere a una qualche conclusione e questo sistema è un modo per eludere la responsabilità immediata.

Il movimento Hindutva
Il gruppo che sta dietro la violenza è il movimento Hindutva, ossia della identità indù. Si tratta di un movimento identitario che sfrutta il sentimento religioso per scopi politici. Non sono veramente dei fondamentalisti dal punto di vista religioso, in quanto la religione è soltanto uno strumento politico. Questo movimento ha circa novant’anni di vita e numerose ramificazioni. Alla base vi è un gruppo chiamato Rashtriya Swayamsevak Sangh, RSS, "Organizzazione nazionale di volontari", che raccoglie gli indù e dà loro un addestramento paramilitare, instillando un forte senso dell’identità e una ferrea disciplina personale.

L’ala politica è il Bharatiya Janata Party, BJP, Partito popolare indiano. Questo partito è stato al potere nel governo centrale prima dell’attuale coalizione di governo, e attualmente è al comando in tre stati: Gujarat, Madhya Pradesh e Rajasthan. Nell’Orissa e nel Bihar fa parte di coalizioni di governo guidate da altri partiti locali. L’ala culturale è il Vishwa Hindu Parishad, VHP, Consiglio mondiale indù. La truppa è il Bajrang Dal, Brigata di Hanuman, ossia del dio-scimmia che stava a capo dell’esercito di Rama, un avatar divino, incarnazione di un essere celeste. Vi sono altre organizzazioni per studenti, lavoratori, sannyasi ecc. Il gruppo nel suo complesso è chiamato Hindu Sangh Parivar, Gruppo della famiglia indù.

L’ideologia dell’Hindutva si autoqualifica come nazionalismo culturale. Ritiene l’induismo una cultura più che una religione, che determina l’identità nazionale indiana. Afferma che le altre religioni indiane come il buddhismo, il giainismo e il sikhismo appartengono al più ampio ceppo indù. Per un indù l’India non è solo la madrepatria, ma anche una terra santa. L’islam e il cristianesimo sono considerati religioni straniere dal momento che le loro terre sante sono al di fuori dell’India. L’India deve diventare una nazione indù. Le religioni straniere saranno tollerate. Sebbene questa ideologia sia nata nel 1920 dal libro intitolato "Hindutva" di Vinayak Damodar Savarkar, il desiderio della libertà indù dalla dominazione musulmana e poi cristiana britannica, che aveva imperato per quasi mille anni, era già presente e vivo nella seconda metà del XIX secolo.

Quando l’India nel 1947 divenne indipendente, la leadership di Gandhi e di Nehru optò per uno stato "laico" che rispettasse equamente tutte le religioni. Tuttavia un certo orgoglio indù e una discreta antipatia verso i musulmani per il loro fondamentalismo e verso i cristiani per il loro proselitismo oggi sono diffusi tra gli indù a tutti i livelli, anche se non la manifestano secondo modalità violente.

Una strategia che il movimento Hindutva segue per affermarsi è alimentare tra gli indù la paura di essere una minoranza. Sebbene gli indù siano in India l’80 per cento della popolazione, viene detto loro che a livello mondiale sono una minoranza rispetto ai più potenti cristiani in Europa e nelle Americhe e ai musulmani in Medio Oriente, Pakistan, Bangladesh, Indonesia, Malaysia ecc. Inoltre la presenza cristiana viene presentata come una continuazione del colonialismo. In una democrazia i numeri contano, ed esponenti dell’Hindutva hanno accusato musulmani e cristiani d’incrementare i loro adepti, i primi mediante il loro più alto tasso di natalità, i secondi mediante le conversioni. Anche le conversioni sono viste come un oltraggio alla loro religione.

Il problema delle conversioni
Convertirsi non è semplicemente cambiare religione, ma ha conseguenze sociali e politiche. Ovviamente musulmani e cristiani non votano per il partito indù. Le poche conversioni al cristianesimo riguardano soprattutto i dalit – gli "intoccabili" che stanno nel gradino più basso della gerarchia delle caste – o i tribali, poveri e sottosviluppati, ma sfruttati e dominati dai più ricchi indù. I tribali seguono anche religioni naturali diverse dall’induismo, tuttavia viene fatto ogni sforzo per integrarli nel ceppo indù. I poveri che si convertono al cristianesimo ricevono un’istruzione migliore e una migliore assistenza sanitaria grazie alle istituzioni cristiane. Diventano consapevoli dei propri diritti e cominciano a richiederne il riconoscimento. In quanto cristiani non appartengono, almeno in senso tecnico, al sistema sociale gerarchico indù. La conversione, di conseguenza, affranca i dalit e i tribali e questo non viene certo apprezzato dagli indù economicamente e socialmente dominanti che li hanno sfruttati fino a oggi. Questo è causa di frizioni e di conflitto.

Sebbene la costituzione indiana garantisca a tutti i cittadini il diritto di praticare e di propagare qualsiasi religione, alcuni stati tra cui il Gujarat, l’Orissa, il Madhya Pradesh e il Rajasthan hanno approvato leggi che proibiscono la conversione sia mediante la forza sia mediante la persuasione. Le persone che vogliono convertirsi devono informare il funzionario del governo locale. Questa legge può essere usata per perseguitare missionari e nuovi convertiti, anche se questo non si è mai verificato su vasta scala. In alcune aree vi è un piano per riconvertire la popolazione all’induismo.

Il BJP non è in grado di raccogliere da solo più del 20-25 per cento dei voti nelle elezioni nazionali, ossia, senza coalizzarsi con partiti regionali. Tuttavia esso per affermarsi segue la strategia di dividere gli indù dagli altri gruppi mediante un’azione di falsa propaganda contro musulmani e cristiani. Essi arrivano a fare uso della violenza contro le minoranze solamente negli stati in cui il partito indù è al potere.

Il governo, che punta al sostegno politico, finge di non vedere le attività di questi indù. La polizia, la cui maggioranza è indù, tende a simpatizzare con loro e a non imporre il rispetto della legge, a meno che non vi sia una energica direttiva da parte del governo. In caso di manifestazioni, la polizia è spesso numericamente molto inferiore e impotente. Essa non intraprende alcuna azione di forza se non quando viene attaccata. Per questo motivo, a volte il governo per imporre la legge e riportare l’ordine deve far arrivare rinforzi da fuori del proprio stato, inviati dal governo centrale.

Il caso dell'Orissa

Questo è lo sfondo di ciò che è accaduto in Orissa. Qui la maggior parte delle violenze ha avuto luogo nel distretto di Kandhamal. La maggioranza della popolazione (650.000) è qui costituita da poveri: tribali (52 per cento) e dalit (18 per cento). I cristiani sono circa il 16 per cento, mentre nell'intero stato sono solo il 2,4 per cento. Il 60 per cento dei cristiani appartiene al gruppo di dalit chiamati panas. L’area è principalmente agricola e sottosviluppata. Si estende all’interno dello stato ed è di difficile accesso. Fra i tribali e i dalit vi è sempre stata tensione sia sul versante economico sia su quello sociale. Economicamente i dalit sembrano stare un po’ meglio. Facendo da intermediari in operazioni di prestiti di denaro da parte ricchi mercanti venuto da fuori hanno approfittato di questo ruolo per impadronirsi di terre appartenenti ai tribali. I tribali ovviamente non lo sopportano e vi si oppongono.

La costituzione prevede programmi di lotta alle discriminazioni delle minoranze, assegnando sia ai tribali sia ai dalit posti riservati negli istituti scolastici e posti di lavoro nell’amministrazione pubblica. Ma i dalit che diventano cristiani non sono classificati più come dalit dal governo, dal momento che il sistema delle caste è considerato un fenomeno essenzialmente indù. I dalit allora si sono mobilitati per essere riconosciuti come tribali, categoria alla quale essi rivendicano di aver appartenuto in origine. Ai dalit indù essere classificati come tribali faciliterebbe il possesso e il controllo delle terre, dal momento che vi sono leggi che cercano di tutelare la proprietà terriera. Ai dalit cristiani permetterebbe di avere accesso ai programmi contro la discriminazione delle minoranze, dal momento che i tribali, a differenza dei dalit, sono riconosciuti come tribali anche quando diventano cristiani. Questo implicherebbe anche un qualche tipo di avanzamento sociale per i dalit perché così non farebbero più parte del sistema castale indù.

Ma i tribali si sono opposti perché ciò significherebbe un dominio nei loro confronti da parte dei dalit, che godono di un maggior livello d’istruzione e di un maggior benessere economico, poiché occuperebbero i posti riservati nelle strutture scolastiche e nel mercato del lavoro nella pubblica amministrazione. Vi sono stati scontri occasionali tra i due gruppi da alcuni anni a questa parte. La novità degli ultimi anni è che i gruppi dell’Hindutva hanno aggiunto una dimensione religiosa a questo conflitto socio-economico, organizzando i tribali come un gruppo indù avversario dei dalit in gran parte cristiani.

Il sannyasi che è stato ucciso era attivamente impegnato nell’organizzazione politica dei tribali come gruppo indù militante. Quando è stato ucciso, i gruppi dell’Hindutva hanno approfittato dell’occasione per incolpare i dalit cristiani di aver architettato il suo assassinio e hanno spinto i tribali indù a rivoltarsi contro di loro. Tra persone povere, oppresse, in gran parte disoccupate è facile trovare giovani pronti a usare la violenza come mezzo per dare sfogo alle proprie frustrazioni, specialmente se c’è la possibilità di saccheggiare le case dei cristiani.

Dal momento che la regione è piuttosto isolata rispetto alle normali vie di comunicazione e la presenza della polizia è sporadica, è facile per gruppi di predatori distruggere con armi improvvisate e benzina tutto ciò che si para loro davanti. L’unica cosa che i cristiani indifesi possono fare è fuggire nella foresta per salvarsi la vita. Quando vi è soltanto un’unica strada stretta per raggiungere un luogo è facile rallentare l’avvicinamento delle auto della polizia, abbattendo un albero e gettandolo di traverso nella strada.

Anche se la polizia fosse stata presente, sarebbe stata comunque di forze troppo esigue per fronteggiare una sollevazione armata. Il governo dell'Orissa è alleato del BJP e non è stato né pronto, né disponibile, né sollecito né zelante nel tenere a freno la violenza. La legge e l’ordine sono responsabilità di ogni singolo stato stato, per cui il governo centrale non può intervenire in maniera diretta, a meno che questo non sia richiesto dallo stato locale. Anche quando il governo centrale invia alcune forze paramilitari, lo stato deve farne un uso effettivo.

Vi è anche il sospetto che, dal momento che le elezioni per il parlamento nazionale si terranno tra pochi mesi, le forze dell’Hindutva stiano usando tali conflitti come un mezzo per mobilitare il voto indù diffondendo paura e agitazione. Il governo centrale sta più che mai attento a non prestarsi al loro calcolo elettorale, benché abbia fornito consigli e chiesto che il governo locale gli inviasse rapporti sulla situazione, come da norma costituzionale.

Se la situazione dovesse portare a un collasso totale della legge e dell’ordine, il governo centrale potrebbe destituire il governo locale. Ma si tratta di un atto politico e il BJP ha già messo in guardia il governo centrale dall’intraprendere questa strada. Con il pretesto che è un’area turbolenta, diversi organismi ecclesiali e altre ONG indipendenti non sono stati autorizzati a entrare nella regione per portare aiuto alla gente che si trova ancora nei campi profughi. Vi sono leader ecclesiali che vivono sotto minaccia. Il movimento Hindutva sta costringendo i cristiani a riconvertirsi all’induismo se desiderano fare ritorno ai loro villaggi e alle loro case ormai distrutte.

La reazione dei cristiani
Sebbene vi siano state provocazioni anche in precedenza, i cristiani non erano mai andati oltre a delle blande proteste. Mentre la Chiesa cattolica e le principali Chiese protestanti non sono troppo attive nel fare conversioni, le Chiese pentecostali sono molto attive e addirittura aggressive, condannando le altre religioni come diaboliche. Ma gli indù non fanno distinzioni nei loro attacchi. Ora, per la prima volta, tutti i cristiani si sono uniti in un’azione comune di autodifesa.

Tutte le istituzioni cristiane in tutta l’India, in settembre, sono rimaste chiuse per una giornata in segno di protesta, e hanno fatto pressione in vari modi sul governo centrale perché prendesse provvedimenti adeguati. A Delhi i cristiani hanno fatto un pubblico sit-in di protesta per un’intera settimana e l’hanno poi concluso con un corteo alla tomba del Mahatma Gandhi, pregando per l’armonia nella comunità. Questa dimostrazione di protesta è stata condivisa da molti leader di altri gruppi religiosi.

Un altro sviluppo positivo è stato il fatto che i cristiani hanno spostato la questione del conflitto dal piano religioso a quello dei diritti umani e della società civile: il diritto e la libertà di ogni indiano di praticare la propria religione. Grazie a questo, persone di tutte le religioni e ideologie si sono unite alla protesta dei cristiani. Sono state contattate le commissioni per i diritti umani dell'India e delle Nazioni Unite.


Un gruppo di sfollati ha fatto appello alla commissione delle Nazioni Unite per i rifugiati perché li riconosca come rifugiati. Una parte dei media e della magistratura ha dato ampio sostegno. La commissione nazionale per le minoranze ha visitato l’area, ha condannato l’inazione del governo locale e ha chiesto un intervento del governo centrale. Sono state avanzate richieste di vietare alcune delle organizzazioni più attive dell’Hindutva, come il Vishwa Hindu Parishad e la Bajrang Dal. In tal modo la Chiesa sta percorrendo una via non violenta, ma politica, per fare pressione e cercare giustizia. Come potenza mondiale emergente, gli indiani devono essere attenti anche all’opinione della comunità internazionale.

Penso che, se nel paese vi saranno maggiore sviluppo economico, più giustizia, più uguaglianza e meno povertà, vi sarà anche meno violenza perché vi saranno meno soldati impegnati in battaglie per conto di altri. Fino ad allora i politici continueranno a usare temi come la casta, l’appartenenza etnica e la religione per provocare conflitti.

A Mumbai un gruppo si è mobilitato contro immigrati da altre zone dell'India, giunti in città in cerca di lavoro. All’inizio di ottobre sono scoppiati scontri nel Nordest fra tribali del luogo e immigrati musulmani provenienti dal Bangladesh. Un paio di mesi fa nel Kashmir vi è stata una mobilitazione di musulmani, durata un mese, contro il governo perché quest’ultimo aveva concesso in affitto un terreno a un ente pubblico indù per facilitare la sistemazione di grossi gruppi di pellegrini.

Il conflitto tra indù e musulmani sta peggiorando e sta assumendo connotazioni terroristiche. E così questa storia andrà avanti ancora. Che cosa significa "dialogo interreligioso" in una situazione del genere? Non possiamo dialogare con fondamentalisti e identitari. Il dialogo dovrà cominciare dalla risoluzione dei conflitti per poi spostarsi al livello della collaborazione per il rispetto dei diritti umani nella società civile, prima di raggiungere il livello religioso.
mdeledda
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sabato, 29 novembre 2008, ore 21:45

“Sarete come Dio”

di Ernesto Pruneda,
da Pontifex Roma (29/11/08)


Sconcerta e stupisce pensare che Adamo ed Eva, nel Paradiso, possano aver pensato di diventare simile a Dei mangiando del frutto proibito da Dio. Di che cosa li possiamo tacciare? Di invidia o di superbia? Qualsiasi sia la spiegazione, in loro agì l’impulso a trascendere e a peccare, pensando di essere onnipotenti. La conseguenza è dunque la disobbedienza che costringe all’espulsione dal Paradiso e in tal frangente fanno la loro triste apparizione il sudore della fronte, la malattia ed anche la morte. Il peccato dell’uomo, è la sua libera scelta di eliminare Dio dalla propria vita, perderne l’amicizia. Se per disobbedienza l’uomo è stato capace di sperimentare questa spavalderia irrazionale ingannato dal maligno e spinto da indecenti desideri di superbia, ora seguendo ed obbedendo a Cristo che è Via, Verità e Vita, e aiutato dallo Spirito Santo, potrà aspirare a vedere Dio. San Paolo dice: «Non sono io, ma ora è Cristo che vive in me». San Paolo, dunque, ha eliminato il vecchio Adamo sostituendolo col nuovo che è Cristo.
mdeledda
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sabato, 29 novembre 2008, ore 21:37

Inizia l'anno liturgico “B” - Siate pronti anche voi

di Don Marcello Stanzione,
da Pontifex Roma (29/11/08)


Cominciamo oggi il nuovo anno liturgico “B”. L’anno liturgico è il ciclo di tempo nel quale la Chiesa ripercorre tutto il mistero di Cristo, dalla sua nascita al suo ritorno alla fine dei tempi. Dentro questo periodo ci sono periodi più brevi come le quattro settimane di Avvento che iniziano oggi come preparazione al Santo Natale. Il vangelo che verrà proclamato, in questo secondo anno del ciclo liturgico triennale, è quello di san Marco che fu discepolo di Pietro, di cui mise per iscritto i ricordi e la predicazione. Il suo vangelo fu il primo in ordine di tempo ad essere scritto. Per la sua brevità e per il carattere prevalentemente narrativo, il vangelo di Marco è lo strumento ideale per un primo approccio alla figura di Gesù. È la prima Domenica dell’Avvento.

E fin dal primo giorno dell’anno, noi siamo per così dire proiettati in avanti, molto lontano in avanti, poiché il Vangelo ci proietta addirittura all’ultimo giorno alla fine dei tempi. Come inquadriamo noi il nostro avvenire?

Essere sveglio, vigilante
Gesù affermò che gli uomini e le donne del tempo di Noè non hanno saputo prevedere il diluvio, quella inondazione catastrofica che ha ricoperto la regione del Tigri e dell’Eufrate, i due grandi fiumi degli attuali Iran ed Irak. La gente di quel tempo non si sono dotati di nulla, accontentandosi di mangiare, di bere e di sposarsi... giorno per giorno, senza prepararsi abbastanza per il futuro...

La nostra società contemporanea, soprattutto quella degli ultimi trent’anni, ha contribuito, come quella del tempo di Noè, ad addormentare molti uomini col suo progresso materiale. Sopraggiunge un diluvio di tipo moderno - inflazione cronica, fluttuazione delle monete, recessione economica, scioperi interminabili... - ed è il risveglio brutale di un certo mondo che si credeva solido.

L’uomo moderno è stato troppo abituato a rinviare, a rinviare “la fine del mondo” alla fine dei tempi. Così concepita, la nostra fine è un po’ immobilizzante... e si finisce per credere che si ha, davanti a sé, la durata. Di tanto in tanto, un incidente più tragico, la morte di una “vedette”, annunciata dalla radio o dalla televisione interviene a ricordarci che la fragilità radicale della nostra società e di ognuno di noi rimane. E Gesù ci invita a riflettere sulla fragilità di ogni vita. La “fine del mondo” di ognuno di noi... può arrivare in ogni istante, e noi lo sappiamo molto bene, almeno se siamo un poco lucidi. Gesù ce lo ripete. È pericoloso ed infantile “non dubitare di niente”... di fare come se il nostro diluvio non dovesse mai arrivare.

“Prima del diluvio, dice Gesù, si mangiava, si beveva, ci si sposava... non ci si accorgeva di niente...”. Sì, noi prepariamo molte cose: il nostro futuro, i nostri studi, le nostre vacanze, mettiamo dei soldi da parte, ci assicuriamo in vari modi.

E tutto questo non è cattivo! Gesù non rimprovera loro di mangiare, di bere, di sposarsi. Qual è il loro torto? Di non avere previsto l’essenziale.

E se essi avessero previsto l’essenziale, che avrebbero fatto? Essi avrebbero previsto una nave, un’arca di salvataggio, come Noè! Leggiamo il Vangelo con umorismo.

E se il proprietario di una casa sapesse in quale ora il ladro verrebbe, è l’ipotesi umoristica di Gesù, che farebbe questo proprietario?

Prepariamo la visita del “ladro”
Noi indoviniamo bene chi rappresenta questo visitatore che viene all’improvviso. È Dio, il “sorprendente”, colui che viene quando non lo si aspetta. Ebbene, Gesù ci invita molto semplicemente ad essere pronti a questa visita di Dio: perché questo è ben l’essenziale! Non bisogna lasciarsi sorprendere. Che fareste se Dio oggi venisse a casa vostra, nella vostra casa? Che farebbe il proprietario di una casa se sapesse in quale ora arriverebbe il ladro? Voglio dirvelo, dice Gesù : “Egli aprirebbe la sua porta... ed accoglierebbe il ladro !”. Vi è un battere di ciglia in questo Vangelo, come spesso. Gesù non ha mai detto che il ladro verrebbe per fare del male... egli viene “per forare il muro”. Egli viene per aprire questo mondo chiuso in cui ci siamo racchiusi spontaneamente. Noi abbiamo trasformato la nostra casa in un orto chiuso, in prigione. Dio viene per fare una breccia in questo muro. E se il proprietario chiuso in casa avesse saputo che qualcuno veniva a liberarlo dalla sua solitudine, dal suo mondo ammuffito che sente la morte, a forza di mancare di aperture, egli non avrebbe atteso che si “fori il muro”... ve lo dico, egli avrebbe aperto lui stesso al suo visitatore, al suo benefattore.

State pronti... ad aprirvi a questo Dio... che viene per trascinarvi nel suo spazio infinito.



L'Avvento.. è attesa fuori dalla sala parto

di P. Angelo del Favero,
da Zenit (28/11/2008)


Ancora un mese e il parto della Vergine compirà questa speranza, grido dell’umanità e di ogni singolo uomo in ogni luogo e tempo della storia.

Nella “sala parto” della grotta di Betlemme si “squarceranno le acque” del suo purissimo grembo, e Maria darà alla luce Colui che è “Luce da Luce”, il Figlio di Dio divenuto uno di noi.

Sì, Egli è il “Dio-con noi” (Is 7,14) fin dal primo istante della nostra esistenza: “Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù”(Lc 1,31).

In realtà, perciò, già da nove mesi i Cieli si erano aperti sulla terra, da quando  Maria aveva risposto all’Angelo: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga in me quello che hai detto” (Lc 1,38). In quel momento, solo Gabriele fu testimone che “la vita” si era fatta finalmente “visibile” (1Gv 1,2) agli occhi umani, ed Egli “partì da Lei” (Lc 1,38) con il cuore colmo di quella “grande gioia” che nella notte di Natale “sarà di tutto il popolo” (Lc 2,10).

“Tutto il popolo” è ognuno di noi, chiamati a vegliare in questo tempo di Avvento come stando fuori della sala parto, nell’attesa del “lieto evento” del Natale che si fa di giorno in giorno più vicino.

In cosa debba consistere tale vigilanza, lo dice oggi il profeta: “Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie” (Is 63,4). Cosa significano queste parole?

“Praticare la giustizia”, come Gesù stesso ha rivelato domenica scorsa, vuol dire: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere” (Mt 25,35s). Quanto alle Vie da ricordare, sappiamo dall’apostolo Paolo che  si riducono tutte ad una sola: “...e io vi mostrerò una via migliore di tutte….ma di tutte la più grande è l’amore!” (1Cor 12,31; 13,13).  Facendosi eco di questo grido, la piccola Teresa molti secoli dopo scrive: “Compresi che l’Amore racchiude tutte le vocazioni, che l’Amore è tutto, che abbraccia tutti i tempi e tutti i luoghi, in una parola: che l’Amore è eterno!” (Storia di un’anima, manoscritto B, Santa Teresa di Gesù Bambino).

Se vogliamo trovare un luogo e un modello perfetto di un simile amore, sempre vigilante e pronto a dare la vita, del tutto simile all’Amore di Dio, lo troviamo inscritto nel cuore materno di ogni donna, come Dio stesso ha rivelato: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il frutto del suo seno? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io non ti dimenticherò mai” (Is 49,15). Giovanni Paolo II, quasi a sottolineare l’eccellenza femminile della somiglianza con Dio, ha scritto: “La maternità è legata con la struttura personale dell’essere donna e con la dimensione personale del dono” (L. Apostolica Mulieris Dignitatem, 1988, n°18).

Colui che veglia in questo modo concreto, tiene – per così dire – “caricata” la molla della Gioia insita nell’amore, e così permette alla Sorpresa in arrivo di sprigionarla subito nel suo cuore. Dice infatti: “Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte al canto del gallo o al mattino; fate in modo che giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati” (Mc 13,35-36).

Non a caso Marco indica qui quattro precisi momenti: essi hanno tutti a che fare, nei Vangeli, con la Gioia dell’incontro con Gesù. Vediamo:

“Alla sera”, ci ricorda la gioia dei discepoli di Emmaus: “Resta con noi perché si fa sera” (Lc 24,29).

“A mezzanotte”, fa pensare alle “vergini stolte” che per accidia “non presero con sé olio” e furono escluse dal banchetto nuziale privandosi così della gioia dello Sposo (Mt 25,1-13);

“Al canto del gallo”, fa venire in mente Pietro, al quale Gesù restituì la gioia perduta nel tradimento con il perdono;

“Al mattino”, indica il “big-bang” del mattino di Pasqua, quando la Gioia della Vita del Risorto ha avvolto per sempre  il mondo intero.

L’Avvento è di per sé un tempo di Gioia, gioia pre-natalizia, ma solo chi imita l’atteggiamento profondo di Maria nei confronti della Parola ne farà esperienza, un’esperienza “reale” come per una mistica gravidanza dell’anima.

Lo suggerisce Benedetto XVI con questo ritratto della Madre di Dio: “E così vediamo che Maria era, per così dire, 'a casa' nella Parola di Dio, viveva della Parola di Dio, era penetrata dalla Parola di Dio. Nella misura in cui parlava con le parole di Dio, pensava con le parole di Dio, i suoi pensieri erano i pensieri di Dio, le sue parole le parole di Dio. Era penetrata dalla luce divina e perciò era così splendida, così buona, così raggiante di amore e di bontà” (Omelia nella Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, 15/8/2005). 
mdeledda
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