domenica, 31 agosto 2008, ore 23:25
Vittoria dei “pro life”: i piccoli potranno essere iscritti all’anagrafe
da Il Giornale (23/08/2008)

Due decreti del ministero francese della Giustizia pubblicati ieri da Journal Officiel (la Gazzetta Ufficiale transalpina) autorizzano l'iscrizione di un feto, nato privo di vita, ai registri dello Stato civile. Finora tale procedura era riservata ai bimbi nati vivi, anche se gravemente prematuri.
Adesso le autorità hanno preso una decisione che s'inquadra nell'ampio dibattito, esistente anche in Francia, a proposito del momento in cui la vita umana possa essere considerata a tutti gli effetti esistente.
Ormai da parecchi anni numerose associazioni, cattoliche e no, auspicano il varo di misure atte a riconoscere anche giuridicamente l'esistenza a pieno titolo della vita umana nell'utero materno. Quelle stesse associazioni chiedono dunque da tempo l'adozione delle misure che sono state pubblicate ieri dall'organo ufficiale della “République française”. Secondo i responsabili di questi movimenti di cittadini, che ieri hanno plaudito al successo della loro linea, i recentissimi decreti governativi colmano un vuoto giuridico relativamente ai feti di età compresa tra le sedici e le ventidue settimane, morti all'interno dell'utero materno. Le stesse associazioni ritengono che dignità giuridica vada riconosciuta agli stessi feti anche quando cessano di esistere a seguito di un intervento chirurgico, legato o no al proposito di interrompere deliberatamente la gravidanza in questione.
Riunitasi lo scorso febbraio a Parigi, la corte di Cassazione transalpina aveva deciso di consentire l'iscrizione allo Stato civile dei feti umani, indipendentemente dal livello del loro sviluppo. Adesso i decreti governativi raccolgono positivamente l'auspicio formulato dalla Cassazione attraverso tre consecutive deliberazioni e permettono appunto il riconoscimento anche in sede di Stato civile dei feti in questione, dichiarati alle autorità (o comunque dichiarabili, a discrezione dei genitori) alla stregua di persone umane vissute e decedute. Il primo decreto, pubblicato ieri nella capitale francese dal Journal Officiel, stabilisce che «un libretto di famiglia venga consegnato, su loro domanda, ai genitori che desiderino disporne» anche se il loro scopo è quello di dichiarare la nascita di un essere umano che non abbia mai abbandonato lo stato fetale. Un ufficiale giudiziario verrà, in tal caso, incaricato di compilare gli atti di certificazione.
Il secondo decreto stabilisce che «l'atto dell'ufficiale giudiziario venga redatto in presenza di un certificato medico tale da precisare le condizioni in cui il feto è venuto alla luce». Su questo punto le autorità francesi vogliono la massima chiarezza. Se l'ipotetico intervento medico è avvenuto per proteggere la salute della madre o per altre ragioni, ciò deve risultare nell'atto ufficiale dello Stato civile. Finora in Francia la maggior parte degli ospedali e delle cliniche incenerivano i feti di meno di ventidue settimane, ma d'ora in poi i genitori avranno il diritto di rivendicarne il possesso per celebrare il funerale dell'essere umano in questione, il cui nome, come si è detto, potrà risultare sui registri dello Stato civile transalpino.
mdeledda
domenica, 31 agosto 2008, ore 23:14
LA CROCE È UNA MISSIONE DA ABBRACCIARE PER AMORE
ANGELUS
Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo
Domenica, 31 agosto 2008
Cari fratelli e sorelle!
Anche oggi, nel Vangelo, compare in primo piano l’apostolo Pietro. Ma, mentre domenica scorsa l’abbiamo ammirato per la sua fede schietta in Gesù, da lui proclamato Messia e Figlio di Dio, questa volta, nell’episodio immediatamente seguente, mostra una fede ancora immatura e troppo legata alla "mentalità di questo mondo" (cfr Rm 12,2). Quando infatti Gesù comincia a parlare apertamente del destino che l’attende a Gerusalemme, che cioè dovrà soffrire molto ed essere ucciso per poi risorgere, Pietro protesta dicendo: "Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai" (Mt 16,22). È evidente che il Maestro e il discepolo seguono due modi di pensare opposti. Pietro, secondo una logica umana, è convinto che Dio non permetterebbe mai al suo Figlio di finire la sua missione morendo sulla croce. Gesù, al contrario, sa che il Padre, nel suo immenso amore per gli uomini, lo ha mandato a dare la vita per loro, e che se questo comporta la passione e la croce, è giusto che così avvenga. D’altra parte, Egli sa pure che l’ultima parola sarà la risurrezione. La protesta di Pietro, pur pronunciata in buona fede e per sincero amore verso il Maestro, suona per Gesù come una tentazione, un invito a salvare se stesso, mentre è solo perdendo la sua vita che Lui la riceverà nuova ed eterna per tutti noi.
Se, per salvarci, il Figlio di Dio ha dovuto soffrire e morire crocifisso, non è certamente per un disegno crudele del Padre celeste. La causa è la gravità della malattia da cui doveva guarirci: un male così serio e mortale da richiedere tutto il suo sangue. È infatti con la sua morte e risurrezione, che Gesù ha sconfitto il peccato e la morte ristabilendo la signoria di Dio. Ma la lotta non è finita: il male esiste e resiste in ogni generazione, anche ai nostri giorni. Che cosa sono gli orrori della guerra, le violenze sugli innocenti, la miseria e l’ingiustizia che infieriscono sui deboli, se non l’opposizione del male al regno di Dio? E come rispondere a tanta malvagità se non con la forza disarmata dell’amore che vince l’odio, della vita che non teme la morte? È la stessa misteriosa forza che usò Gesù, a costo di essere incompreso e abbandonato da molti dei suoi.
Cari fratelli e sorelle, per portare a pieno compimento l’opera della salvezza, il Redentore continua ad associare a sé e alla sua missione uomini e donne disposti a prendere la croce e a seguirlo. Come per Cristo, così pure per i cristiani portare la croce non è dunque facoltativo, ma è una missione da abbracciare per amore. Nel nostro mondo attuale, dove sembrano dominare le forze che dividono e distruggono, il Cristo non cessa di proporre a tutti il suo chiaro invito: chi vuol essere mio discepolo, rinneghi il proprio egoismo e porti con me la croce. Invochiamo l’aiuto della Vergine Santa, che per prima e sino alla fine ha seguito Gesù sulla via della croce. Ci aiuti Lei ad andare con decisione dietro al Signore, per sperimentare fin d’ora, pur nella prova, la gloria della risurrezione.
Dopo l'Angelus
In queste ultime settimane la cronaca ha registrato l’aumento degli episodi di immigrazione irregolare dall’Africa. Non di rado, la traversata del Mediterraneo verso il continente europeo, visto come un approdo di speranza per sfuggire a situazioni avverse e spesso insostenibili, si trasforma in tragedia; quella avvenuta qualche giorno fa sembra aver superato le precedenti per l’alto numero di vittime. La migrazione è fenomeno presente fin dagli albori della storia dell’umanità, che da sempre, pertanto, ha caratterizzato le relazioni tra popoli e nazioni. L’emergenza in cui si è trasformata nei nostri tempi, tuttavia, ci interpella e, mentre sollecita la nostra solidarietà, impone, nello stesso tempo, efficaci risposte politiche. So che molte istanze regionali, nazionali e internazionali si stanno occupando della questione della migrazione irregolare: ad esse va il mio plauso e il mio incoraggiamento, affinché continuino la loro meritevole azione con senso di responsabilità e spirito umanitario. Senso di responsabilità devono mostrare anche i Paesi di origine, non solo perché si tratta di loro concittadini, ma anche per rimuovere le cause di migrazione irregolare, come pure per stroncare, alle radici, tutte le forme di criminalità ad essa collegate. Dal canto loro, i Paesi europei e comunque quelli meta di immigrazione sono, tra l’altro, chiamati a sviluppare di comune accordo iniziative e strutture sempre più adeguate alle necessità dei migranti irregolari. Questi ultimi, poi, vanno pure sensibilizzati sul valore della propria vita, che rappresenta un bene unico, sempre prezioso, da tutelare di fronte ai gravissimi rischi a cui si espongono nella ricerca di un miglioramento delle loro condizioni e sul dovere della legalità che si impone a tutti. Come Padre comune, sento il profondo dovere di richiamare l’attenzione di tutti sul problema e di chiedere la generosa collaborazione di singoli e di istituzioni per affrontarlo e trovare vie di soluzione. Il Signore ci accompagni e renda fecondi i nostri sforzi!
Je vous salue, chers pèlerins francophones, qui êtes venus saluer et prier avec moi la Mère du Christ, en particulier les jeunes de Chiry-Ourscamp. À quelques jours de la rentrée scolaire, je désire tout spécialement confier à la Vierge Marie les élèves et les professeurs qui s’apprêtent à vivre ensemble une nouvelle année de découvertes, d’apprentissages et d’efforts. Que le Seigneur donne à chacun de faire fructifier les talents qui sont en lui pour le bien et la joie de tous. Avec ma Bénédiction apostolique.
I am happy to greet all the English-speaking pilgrims and visitors present for this Angelus prayer. In today’s Gospel, Jesus reveals to his disciples his coming passion, death and resurrection. He also teaches us that, to follow him, we too must enter into the mystery of the cross. Faithful obedience to God and loving service of our neighbour do not always come easily. But to embrace the cross of Christ is to share in his victory. May the Lord keep us in his love! I wish you all a pleasant stay in Castel Gandolfo and Rome, and a blessed Sunday!
Einen frohen Gruß richte ich an alle Brüder und Schwestern deutscher Zunge; unter ihnen grüße ich besonders Pilger aus dem Bistum Rottenburg-Stuttgart. Petrus und die Apostel, so haben wir es heute im Evangelium gehört, müssen lernen, was es heißt, Jünger Jesu zu sein und Ihm nachzufolgen: das wollen, was Gott will; auch dann, wenn es schwer scheint und sogar Leid und Kreuz mit einschließt. Haben wir keine Angst, unseren Weg mit Gott zu gehen. Er gibt uns Kraft und hilft uns, das Gute zu vollbringen. Mit meinem Segen begleite ich euch alle.
Saludo cordialmente a los fieles de lengua española, en particular a los Pastores y fieles de la querida Nación cubana, que ayer inauguraron solemnemente el Trienio preparatorio de la celebración de los cuatrocientos años del hallazgo y la presencia de la venerada imagen de Nuestra Señora de la Caridad del Cobre. A todos los amados hijos e hijas de la Iglesia que vive en ese noble País los encomiendo fervientemente en mi plegaria, para que, a ejemplo de María Santísima, y ayudados por su maternal intercesión, tengan una fe rica en obras de misericordia y amor. Los invito asimismo a acoger cotidianamente en su corazón la Palabra de Dios, a meditarla y llevarla a la práctica con valentía y esperanza para que, como auténticos hijos de Dios Padre, discípulos fieles de Cristo y, con la fuerza del Espíritu Santo, sean misioneros del Evangelio en cualquier circunstancia de la vida. Reciban a la Virgen en sus casas, permanezcan con Ella en oración y encuentren su dicha en hacer lo que su Hijo Jesús les diga. En este hermoso camino los acompaña el afecto y la cercanía espiritual del Papa. Que Dios bendiga a Cuba y a todos los cubanos.
Pozdrawiam wszystkich Polaków. Dzis' w liturgii Chrystus wzywa, abys'my Go nas'ladowali. Nie ukrywa, z.e na tej drodze trzeba wejs'c' w tajemnice; krzyz.a. Zapewnia jednak, z.e kto traci swoje z.ycie z Jego powodu, znajdzie je. Niech ta obietnica umacnia nas, gdy cia;z.y krzyz. codziennos'ci. Niech Bóg wam b?ogos?awi.
[Saluto tutti i polacchi. Nella liturgia odierna Cristo ci chiama a seguirLo. Non nasconde che su questo cammino bisogna entrare nel mistero della croce. Tuttavia assicura che chi perde la propria vita per causa sua, la troverà. Questa promessa ci sostenga, quando pesa la croce della quotidianità. Dio vi benedica.]
Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai Sacerdoti salesiani provenienti da diversi Paesi e alle Suore Domenicane Missionarie di San Sisto. Saluto inoltre i fedeli di Bassano del Grappa, Galliera Veneta, Bedizzole, Boccaleone, Moncalieri e Riposto, i cresimandi di Zané con i loro genitori e il gruppo della diocesi di Lodi. A tutti auguro una buona domenica.
mdeledda
domenica, 31 agosto 2008, ore 23:10
«Io, nel ghetto cristiano dove gli emiri vietano di suonare le campane»
da Il Giornale (31/08/2008)
La sua diocesi copre tutta la penisola arabica. I suoi fedeli parlano tagalog, indi, urdu, arabo, inglese e cingalese. Le sue parrocchie non hanno croci, né campanili: bisogna stare attenti a non "offendere" i vicini musulmani. Niente campane per annunciare la messa. Niente processioni per le strade. È vietato. Si muove in questo contesto l’arcivescovo Paul Hinder, dal 2005 vicario apostolico per l'Arabia, pastore della comunità cattolica in terra d’islam: Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar, Bahrain, Yemen e infine Arabia Saudita. Cappuccino, 66 anni, svizzero, monsignor Hinder guida circa due milioni di cattolici di 90 diverse nazionalità. Vive ad Abu Dhabi. Il suo ufficio è «vicino ad una delle più grandi moschee del Paese». In un momento in cui è ai massimi livelli l’allarme per la persecuzione dei cristiani nel mondo, il vescovo d’Arabia racconta al Giornale la «libertà condizionata» dei cattolici in questo angolo di Medio Oriente. Dove, nonostante divieti e discriminazioni, «la comunità cresce ed è vitale».
Eccellenza, dopo le violenze in India, il Vaticano ha parlato di “cristianofobia” diffusa.
Molto spesso la “cristianofobia” parte da condizioni sociali, economiche e politiche concrete. In tali situazioni la religione può essere strumentalizzata, senza essere la vera ragione di un conflitto. Ci vuole sempre un capro espiatorio. Come in India.
E nel mondo islamico, dove vive?
Qui non parlerei di una “cristianofobia” generalizzata, anche se accomunare una certa politica occidentale con i cristiani può creare danno a tanti come in Irak o in Pakistan. Per questo guardiamo con apprensione ad una possibile guerra contro l’Iran, che potrebbe avere gravi ripercussioni per la convivenza.
Nella penisola araba vi è persecuzione religiosa?
Bisogna fare una distinzione tra libertà religiosa e di culto. In Bahrain, Qatar, negli Emirati i cristiani sono liberi di professare nei compound adibiti al culto, dove si svolgono tutte le attività parrocchiali. Non c'è però libertà religiosa, perché non puoi decidere quale credo seguire: un musulmano non potrà mai convertirsi. Si tratta di una libertà condizionata, ma la comunità cresce.
Nella democratica India si uccidono i cristiani e nell’islamica Arabia il loro numero sale.
In India vi è un movente politico dietro la persecuzione, mentre qui i cristiani non ricoprono alcun ruolo pubblico né hanno potere economico. La comunità è costituita al 90% da immigrati che lavorano nei cantieri dell’Arabia del grande sviluppo edilizio. Quest’anno abbiamo inaugurato la prima chiesa in Qatar. Un evento storico.
Ma in Arabia Saudita si viene arrestati per una Bibbia...
Questo è l’unico Paese dove non esiste neppure la libertà di culto. I cattolici sono circa 800mila. Non si può diffondere o possedere materiale religioso. Il re Abdallah, però, ha concesso la preghiera in luoghi privati, purché non si rechi disturbo.
In che senso, scusi?
Ad esempio non possiamo operare o accettare conversioni e ogni rapporto troppo personale con musulmani è visto come sospetto. Il problema è definire con precisione questo confine tra pubblico e privato. In passato erano frequenti le irruzioni della polizia religiosa nelle case dei cristiani. Ora il governo sta cercando di rassicurarci e il fenomeno è molto diminuito.
Proprio da Ryadh arrivano, però, segnali di dialogo.
Credo nella sincerità del re saudita: la sua visita al Papa, gli incontri promossi a Madrid e a La Mecca sono gesti importanti. Il problema è che l’approccio dell’islam è sempre quello di dialogare per farsi conoscere. Non vi è autocritica e per questo è difficile una riforma. I leader religiosi più illuminati purtroppo sono messi a tacere dai fanatici e costretti a vivere sotto protezione. Il cammino è ancora lungo.
mdeledda
sabato, 30 agosto 2008, ore 22:33
India, in Orissa 6.000 cristiani in fuga: la situazione resta grave
da Petrus (30/08/2008)

In Orissa, "circa seimila cristiani sono attualmente nascosti nella giungla, nel tentativo di sottrarsi a ulteriori atti di violenza". Lo scrive l'Osservatore Romano, sottolineando che "sarebbe salito ad almeno 22 il conteggio dei morti negli attacchi cominciati lo scorso 24 agosto". "Più di quaranta - continua il quotidiano vaticano - sono le Chiese bruciate e oltre 300 case sono state avvolte dalle fiamme".
Inoltre, "due Chiese e tre scuole cattoliche sono state saccheggiate ieri sera a Gwalior, città dello Stato settentrionale indiano dell'Uttar Pradesh: il saccheggio sarebbe opera di attivisti fondamentalisti indù che protestavano sempre per l'omicidio che ha dato il via agli scontri tra induisti e cristiani".
Per saperne di più:
In India la colpa dei cristiani è di battersi contro la schiavitù (di Sandro Magister, www.chiesa)
Orissa: migliaia di sfollati e nuove vittime, continua la strage dei cristiani (AsiaNews)
Alluvioni in Nepal, 60 mila sfollati e interi raccolti distrutti (AsiaNews)
mdeledda
sabato, 30 agosto 2008, ore 22:20
Se il dragone rosso parla per bocca del marxismo
di Matteo Orlando,
da Petrus (30/08/2008)

«Le parole della Sacra Scrittura trascendono sempre il momento storico. E così, questo dragone (quello dell’Apocalisse di Giovanni) indica non soltanto il potere anticristiano dei persecutori della Chiesa di quel tempo, ma le dittature materialistiche anticristiane di tutti i periodi. Vediamo di nuovo realizzato questo potere, questa forza del dragone rosso nelle grandi dittature del secolo scorso: la dittatura del nazismo e la dittatura di Stalin avevano tutto il potere, penetravano ogni angolo, l’ultimo angolo. Appariva impossibile che, a lunga scadenza, la fede potesse sopravvivere davanti a questo dragone così forte, che voleva divorare il Dio fattosi bambino e la donna, la Chiesa. Ma in realtà, anche in questo caso alla fine, l’amore fu più forte dell’odio. Anche oggi esiste il dragone in modi nuovi, diversi. Esiste nella forma delle ideologie materialiste che ci dicono: è assurdo pensare a Dio; è assurdo osservare i comandamenti di Dio; è cosa di un tempo passato. Vale soltanto vivere la vita per sé. Prendere in questo breve momento della vita tutto quanto ci è possibile prendere. Vale solo il consumo, l’egoismo, il divertimento. Questa è la vita. Così dobbiamo vivere. E di nuovo, sembra assurdo, impossibile opporsi a questa mentalità dominante, con tutta la sua forza mediatica, propagandistica. Sembra impossibile oggi ancora pensare a un Dio che ha creato l’uomo e che si è fatto bambino e che sarebbe il vero dominatore del mondo. Anche adesso questo dragone appare invincibile, ma anche adesso resta vero che Dio è più forte del dragone, che l’amore vince e non l’egoismo». Così poco più di un anno fa insegnava il Santo Padre Benedetto XVI durante l’omelia pronunciata nella Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, nel celebrare la Santa Messa nella parrocchia “San Tommaso da Villanova” a Castelgandolfo.
Prendendo spunto da questo discorso del Papa, conoscendo le nefandezze che il nazifascismo ha prodotto in giro per l’Europa e i partiti che almeno in Italia per legge non possono essere ricostituiti, analizziamo l’altra grande dittatura del secolo scorso, il comunismo, che ancora esiste ed agisce nella società internazionale. Molti, purtroppo, non conoscono la natura e la storia del comunismo, che ha in Carlo Marx la sua mente primigenia, né la natura e la storia della Chiesa. Perciò mettono sullo stesso piano il comunismo e la Chiesa che, si dice (al pari del comunismo), “ha ucciso (vedi le crociate) per tanti e tanti anni”. Dall’epoca dell'Illuminismo in poi la storia che si studia nelle nostre scuole è stata scritta ed è scritta dagli anticlericali, dai massoni, dai liberali, dai marxisti, dagli atei e dagli agnostici, i quali presentano la Chiesa come nemica della società, oscurantista e retrograda.
La verità è che non si possono mettere sullo stesso piano comunismo e Cristianesimo. La distanza è abissale. Se si conoscessero bene il comunismo e la Chiesa, si capirebbe che il comunismo è la menzogna su Dio e l’uomo: esiste solo la materia; l’uomo è solo materia, un frammento della società: se non sta ai parametri marxisti lo si può uccidere, perché quel che conta é il partito, la classe operaia nel suo insieme: perciò gli oltre 100 milioni di morti ammazzati dal comunismo reale, ancora esistente in tanti Stati del mondo. La Chiesa è la Verità: proclama la verità su Dio e sull’uomo, il “Vangelo della Vita”. L’uomo è creatura di Dio, redento dal Sangue del suo Figlio incarnato: Gesù Cristo. L’uomo è persona, con diritti inalienabili sin dal concepimento. L’uguaglianza, la fraternità, la libertà sono valori evangelici che la Chiesa ha infuso nella società religiosa e civile.
La Chiesa ha sempre rifiutato la violenza secondo il comandamento di Cristo; l’ha, invece, sempre subita perché perseguitata sino ai nostri giorni: infatti, ci sono ancora tanti martiri. Ha dato al mondo tutti gli uomini migliori, coloro che sono stati i veri benefattori della società. Certo, la Chiesa non è fatta di angeli, ma di uomini che possono sbagliare e sbagliano. Neppure la comunità degli Apostoli, formata da Gesù stesso, fu perfetta: ne uscì anche un traditore, Giuda. Quindi, ci possono essere stati, e ci sono, nella lunga storia della Chiesa, uomini di Chiesa, preti e laici, che possono avere sbagliato e sbagliano; ma essi sono condannati dalla stessa dottrina della Chiesa: il Vangelo. Tali sbagli non possono essere paragonati a quelli comunisti di Lenin, di Stalin, di Mao, di Pol Pot… I loro sbagli mastodontici, le loro stragi di una grandezza e crudeltà mai notata nella storia dei popoli, sono sbagli e crudeltà assoluti davanti alla realtà del Vangelo. Ma essi non sono considerati sbagli per la dottrina comunista, per Marx, per Lenin, per Stalin e così via, ma frutti logicamente scaturiti dalla loro dottrina e dalla loro ideologia. La dottrina di Carlo Marx che sta alla base del comunismo è una filosofia fallace e profondamente anticristiana. Se vogliamo, diabolica; una filosofia che nella sua realizzazione pratica risulta, quasi nella sua totalità, contro la legge morale naturale e, di conseguenza, contro la morale rivelata. Perché?
In sintesi, per il Marxismo:
- Esiste solo la materia, in evoluzione finché non giunge alla produzione dell’uomo razionale;
- Lo Stato è una sovrastruttura borghese, destinata a scomparire il giorno in cui il Proletariato celebrerà il suo definitivo trionfo sulla borghesia;
- L’uomo, il singolo, è una mera sovrastruttura, un’astrazione, un’illusione di realtà che, sottratto ai rapporti economici del corpo sociale, si dissipa, si volatilizza;
- La vera realtà è il ‘corpo sociale’, il Proletariato, il Partito, che è il depositario e il custode della verità;
- Il comunista si regola secondo quanto ordina il Partito; moralità è uguale a fare l’interesse del Partito, della Classe operaia... ad occhi chiusi.
La religione? “È l’oppio dei popoli!”. E poi fra tutti i sistemi rivoluzionari ideati dagli uomini nel corso dei secoli, e aventi, purtroppo, il fine di contrastare o addirittura distruggere i valori della civiltà spirituale, il più perfetto, efficiente e spietato è senza dubbio il sistema comunista. Esso rappresenta la tappa più avanzata della rivoluzione mondiale, i cui postulati puntano non soltanto alla distruzione di determinate istituzioni politiche, sociali, economiche o morali, ma anche alla distruzione della Santa Chiesa Cattolica o quantomeno di tutte le manifestazioni della cultura cristiana, cultura che costituisce e rappresenta l'ossatura e il fulcro della nostra civiltà. Basta questo? Evidentemente no se milioni di persone, ancora oggi, nella stessa Italia, non hanno alcuna remora nel definirsi (forse anche perché fa tendenza o perché è un lascito di generazione in generazione) “comunisti”. Situazione che raggiunge il culmine della contraddizione in quelli che, forse per scarsa conoscenza degli ideali in gioco, o per malafede, o per reazione (sbagliata) ai mali di questo mondo, lasciandosi abbindolare si dichiarano “comunisti perché cattolici”.
Purtroppo, il comunismo non è solo un partito politico o una setta filosofica: il comunismo è anche un vizio intellettuale e morale di cui gran parte degli uomini moderni, e non soltanto i comunisti dichiarati, finiscono per essere preda. Ecco perché il compito del cristiano anticomunista odierno è quello di trasformarsi in controrivoluzionario, in combattente che colpisca il drago (il comunismo) al cuore (la sua ideologia materialista) attraverso una chiave vittoriosa: la completa conversione dei cuori all’amore di Gesù Cristo. Il marxismo (poi “attualizzato” dal leninismo) non è una astratta teoria filosofica, né un semplice metodo storiografico, e neppure un limitato campo di dottrine economiche e politiche, ma una completa concezione del mondo poggiante sul materialismo dialettico e storico, in cui tutti questi aspetti sono presenti in un tutto organico che deve essere considerato sempre nel suo insieme. Considerazioni del tipo "accetto l'analisi economica del marxismo ma non la filosofia", "accetto questa singola parte e rifiuto quest'altra", denunciano una fondamentale incomprensione del carattere globale del marxismo, e denunciano, perché non dirlo, un certo grado di ignoranza nello pseudo-comunista che ha pronunciato queste parole. Il comunismo è una vera e propria utopia che falsa le leggi necessarie della natura, falsa l'ordine che è stato dato da Dio e a cui l'uomo deve conformarsi. L'odio per Dio porta a negare la Sua creazione, cioè la natura. Così l’uomo non può realizzarsi.
La famiglia, come la religione e la proprietà, è per il comunismo una realtà di storia e non di natura: quindi "che l'abolizione dell'economia sia inseparabile dall'abolizione della famiglia è cosa che s'intenda da sé". Secondo Marx, il comunismo finirà per introdurre "una forma superiore del rapporto tra i due sessi" fondata sulla "composizione del personale operaio combinato con individui d'ambo i sessi e delle età più differenti". Secondo Engels, “la famiglia monogamica è nata con la proprietà privata e col diritto del padre di trasmettere il capitale. Nell'epoca primitiva l'orda originaria viveva non solo nel comunismo primitivo, ma anche nella completa promiscuità sessuale. Soltanto successivamente nella società di classi nata con la proprietà privata, nasce la famiglia, dove la donna è vittima e l'uomo sfruttatore: anzi, c'è un rapporto fra l'alienazione familiare e lo sfruttamento della classe oppressa, il proletariato. Il passaggio al comunismo comporterà dunque la liberazione della donna mediante la soppressione della famiglia”. Sempre secondo Engels, “il comunismo sopprimerà la duplice base dell'odierno matrimonio, e cioè la dipendenza della donna dall'uomo e dei figli dai genitori”. Le due soppressioni sono collegate. Infatti, emancipare la donna per il marxismo vuol dire emanciparla dal lavoro domestico e toglierle l'educazione dei figli, che sarà effettuata dallo Stato socialista: "Col passaggio dei mezzi di produzione in proprietà comune la famiglia singola cessa di essere l'unità economica della società. L'amministrazione domestica privata si trasforma in una industria sociale. La cura e l'educazione dei fanciulli diventa un fatto di pubblico interesse; e la società ha cura in eguale modo di tutti i fanciulli". Tutto questo dovrebbe portare all'abolizione del matrimonio e al libero amore. ''I rapporti dei due sessi diventeranno rapporti del tutto privati che riguardano soltanto le persone direttamente interessate e nei quali la società non avrà minimamente di che immischiarsi".
Così nell’allora Unione Sovietica ci sono stati atteggiamenti diversi:
- Tentativo di distruggere il vecchio tipo di matrimonio, con l’introduzione immediata del divorzio e, per la prima volta nella storia, dell'aborto (1° dicembre 1917); negazione della validità del matrimonio religioso (20 dicembre 1917); nuovo diritto di famiglia (settembre 1918);
- Nuovo Codice Civile del 1926 (in vigore dal 1° gennaio 1927). Viene riconosciuto il "matrimonio non registrato", cioè l'unione libera, accanto al matrimonio registrato. È il momento del libero amore; la promiscuità sessuale viene incoraggiata. Di fronte alle necessità, industriali e belliche, gli allora capi dell'Unione Sovietica sentono il bisogno di una certa integrità psico-fisica della popolazione e decidono di arrestare il processo dissolutivo del "libero amore". Le "unioni libere" vengono scoraggiate; ma l'abolizione del matrimonio resta il fine della società.
Anche la proprietà privata è, per il marxismo, un’altra realtà storica e non naturale: "La proprietà privata dovrà essere abolita e sostituita dall'uso in comune di tutti i mezzi di produzione e dalla distribuzione di tutti i prodotti secondo un'intesa generale, cioè dalla comunanza dei beni. L'abolizione della proprietà privata é anzi la più significativa sintesi della trasformazione dell'intero ordinamento sociale, come necessariamente deriva dallo sviluppo dell'industria, ed è quindi a ragione messa innanzi dai comunisti quale rivendicazione principale". Dunque, abolizione della proprietà privata, per gradi, mediante varie tappe. Per esempio: - limitazione della proprietà privata per mezzo di imposte progressive, imposte sull'eredità, ecc -, graduale espropriazione della proprietà fondiaria, dei proprietari di fabbriche e di ferrovie e degli armatori di navi, accentramento del credito nelle mani dello Stato per mezzo di una banca nazionale con capitale di Stato e soppressione di tutte le banche private, concentrazione dei mezzi di trasporto sotto il controllo dello Stato.
Quanto alla religione, il marxismo, presentandosi come materialismo e negando quindi l'esistenza di Dio, nega di conseguenza la religione come rapporto necessario che lega, attraverso il rito, l'uomo a Dio. La religione è una sovrastruttura: "L'uomo fa la religione e non la religione l'uomo". La religione è “la realizzazione fantastica dell'essenza umana", "essa è l'oppio del popolo". "La religione - aggiunge Lenin - è una specie di acquavite spirituale, nella quale gli schiavi del capitale annegano la loro personalità umana e le loro rivendicazioni di una vita in qualche misura degna di uomini". Insomma, la religione è antisocialista per definizione, e costituisce il frutto dell'impotenza e dell'ignoranza umana. La religione è dunque un male sociale che la rivoluzione comunista deve combattere: "La nostra propaganda comprende necessariamente anche la propaganda dell'ateismo". Secondo l'articolo 124 della allora costituzione sovietica: "La libertà di culto e la libertà di propaganda antireligiosa sono riconosciute per tutti i cittadini". Quindi, mentre la propaganda religiosa e l'insegnamento religioso erano proibiti, era, invece, favorita la propaganda ateistica e antireligiosa.
Come ogni forma di pensiero rivoluzionario, il marxismo vuole sostituire il culto dell'uomo al culto di Dio. L'uomo è Dio dell'uomo, e l'utopia del paradiso che la rivoluzione creerà sulla terra sostituisce la fede nella vita eterna. Molti pensano che l'obiettivo del comunismo sia stato e sia l'instaurazione di una società perfetta, da cui tutte le ingiustizie siano eliminate: e la Rivoluzione sarebbe un mezzo per raggiungere questo fine. Nulla di meno marxista! Lo scopo è fare la Rivoluzione: e i mezzi sono le contraddizioni che si incontrano (o che il Partito crea) nella società. "Marx non si rifece... dal proletariato, dai suoi bisogni e dalle sue sofferenze, dalla necessità di liberarlo, per trovare poi, come unica via della salvezza del proletariato, la Rivoluzione. Al contrario, egli camminò proprio all'inverso... Nel cercare la possibilità della Rivoluzione, Marx trova il proletariato". Il marxismo non ha come scopo l'eliminazione della miseria: "Il marxismo non arreca un umanitarismo sentimentale e piagnucoloso. Marx non si è chinato sul proletariato perché esso è oppresso, per lamentarsi della sua oppressione... Il marxismo non si interessa al Proletariato in quanto esso è debole ma in quanto esso è una forza... In una parola, il marxismo vede nel proletariato il suo avvenire e le sue possibilità". "Lo scopo della riforma agraria non è di dare delle terre ai contadini poveri né di alleviare le loro miserie: questo è un ideale da filantropi, non da marxisti... Il vero scopo della riforma agraria é la liberazione delle forze rivoluzionarie nel Paese". Anzi, il marxismo si serve della miseria come strumento: senza la miseria del proletariato non sarebbe possibile la rivoluzione; essa non è dunque un male da eliminare, ma un mezzo da sfruttare per il fine. Al contrario, "la prosperità industriale determina i tentativi di comprare gli operai e di allontanarli dalla lotta: questa prospettiva in genere demoralizza gli operai". Così, nei loro scritti sull'India e sulla Cina, Marx ed Engels si rallegrano cinicamente della miseria generata dai tentativi inglesi di industrializzazione forzata dell'Oriente: essa alimenterà la Rivoluzione.
Anche dal sistema del libero scambio e degli eccessi del capitalismo nascente Marx si rallegra. Quindi, il marxismo non ha per fine la riforma, ma la rivoluzione. Ma quale Rivoluzione? Quella che si compie in due fasi:
- Una fase negativa: la distruzione di tutte quelle realtà e quegli istituti che, essendo naturali, sono stabili, tendono a permanere nel proprio essere, a restare uguali a se stessi, e di conseguenza sono colpevoli di "lesa evoluzione". Per questo la Rivoluzione deve abbattere la famiglia, la religione, la proprietà, la stessa natura umana;
- Una fase positiva dopo l'instaurazione della società comunista: il lavoro collettivo, corale, incessante di tutti gli uomini per ottenere la propria auto-evoluzione attraverso la modificazione della natura esterna e interiore. La Rivoluzione perciò non è un semplice rivolgimento storico; per il proletariato la liberazione e la vittoria politica sono soltanto l'inizio della Rivoluzione". La società rivoluzionaria é la società della contraddizione incessante, la società della negazione della natura, della negazione di Dio nella sua opera, e il marxismo è l'adorazione filosofica del divenire, una setta filosofica che attraverso un'organizzazione sovversiva si propone la conquista del mondo. La pseudo-crisi del marxismo di oggi è solo apparente. Si parla tanto di crollo del comunismo, della sua trasformazione e della sua conversione in una forza politica nuova.
Cosa vi è di vero in questo? Nulla! Se si scoprono le origini del comunismo, se si tengono presenti le finalità e le direttive che i suoi burattinai gli hanno tracciato e imposto, allora, si può concludere che le metamorfosi del comunismo odierno non sono altro che l’inesorabile svolgersi di un copione già scritto da registi occulti che, tramite gli attori di turno, deve essere recitato fino in fondo! Nata dall’odio contro Dio e la sua Chiesa, la strategia comunista non ha mai mutato i suoi intenti e non ha mai subìto deviazioni. Questa costante e insidiosa strategia va semplicemente compresa nelle sue diverse fasi, tutte, però, necessarie per raggiungere lo scopo finale. Per conoscere a fondo la "strategia comunista" non vi è metodo migliore che cedere la parola agli stessi ideatori e burattinai del comunismo: gli alti iniziati e i Capi Incogniti della Massoneria! Tanto per citare solo due passi: “Falce e martello sono entrambi simboli massonici, presenti nel "quadro di loggia" già nel 1° grado di iniziazione, quello di "Apprendista", in forma separata di martello e falce di luna. Altro che alleanza tra operai e contadini! Il martello simboleggia il potere e la forza con lo stesso significato del pugno chiuso. La falce, invece, è l’emblema della filosofia, intesa come surrogato assoluto alla religione”. Ed ancora: “In una circolare massonica del 1905 è riportato il seguente programma: I cristiani si sciupino prima del matrimonio (immoralità sessuale); Non giungano al matrimonio (non sentano il bisogno, si tolgano loro i mezzi); Se vi giungono, lo frantumino (divorzio facile e protetto); Non facciano figli (contraccettivi); Se i figli arrivano, li ammazzino (aborto facile e gratuito); Se li fanno, non li possano allevare (sfavorire le famiglie numerose, difficoltà per la casa); Se li allevano, non li educhino cristianamente (guerra agli Istituti Religiosi e alla Religione nella scuola); Se qualcuno scampa, non arrivi all’università (in tutto l’Est comunista i cristiani non potevano accedere alle università, ndr.); Comunque, venga escluso dalla direzione sociale”. La marcia storica del comunismo, dunque, è incominciata ufficialmente con il Manifesto del Partito Comunista nel febbraio del 1848, scritto da Marx e da Engels.

Già prima di quella data il comunismo era stato condannato da Papa Pio IX il 9 novembre del 1846 con l’Enciclica ‘Qui pluribus’ con queste parole: “Quella nefanda dottrina del così detto comunismo è sommamente contraria allo stesso diritto naturale; una volta ammessa, porterebbe al radicale sovvertimento dei diritti, delle cose, e della stessa società umana”. Il Manifesto incomincia con la frase: “Uno spettro s’aggira per l’Europa: lo spettro del comunismo”, e si conclude con l’appello: “Proletari di tutti i Paesi, unitevi!”. La realizzazione della società comunista esige, come conditio sine qua non, l’eliminazione della religione: “Oppio dei popoli”. Leone XIII, il 28.12.1878, nell’Enciclica ‘Quod Apostolici muneris’, definiva il comunismo “peste distruttrice, la quale, intaccando il midollo della società umana, la condurrebbe alla rovina”. E fu profeta! Anche dal Cristianesimo il comunismo mutuò alcuni elementi. Eccone alcuni: - Ecumenismo: “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”. - Prassi: quinte colonne di “apostoli” sparsi per tutto il mondo. - Un redentore: Marx, “il leader proletario che guida il resto d’Israele”; - Un redento: il proletariato - Quattro vangeli... economici: Marx, Engels, Lenin, Stalin; con una sola interpretazione ortodossa: quella di Stalin, pontefice massimo di assoluta integrale infallibilità (infinitamente più estesa di quella del Papa…) in tutti i campi teorici e pratici - Eresie (di Bucharin, Deborin, Zinoviev, ecc.) inesorabilmente condannate; i loro capi giustiziati, anche dopo le abiure più umilianti - Un culto delle reliquie: il corpo di Lenin esposto alla venerazione dei popoli. Un catechismo, il Politgrammota, per le scuole popolari - Dieci comandamenti (1948: Bolscevik): tra i quali si legge (nonostante la conciliazione avvenuta con la Chiesa ortodossa, durante la guerra, in funzione antitedesca): “Stalin è il capo dei senza Dio di tutto il mondo: un buon comunista deve essere ateo militante; l’ateismo è indissolubilmente legato al comunismo”. Con un certo subdolo compromesso culturale, mediante una lenta e accorta penetrazione di tutte le sue strutture (scuola, economia, magistratura, parte dello stesso mondo cattolico), il marxismo redivivo cerca, lentamente, di infiltrarsi all'interno della società. Non si capisce che il comunismo, negando la religione, la famiglia e la proprietà, nega le istituzioni naturali, riflesso a loro volta di una legge naturale che ha in Dio il suo autore, e si qualifica come una delle manifestazioni storiche di quel rifiuto che la società moderna opera di Dio. La negazione di Dio comporta immediatamente la negazione dell'essere, che il marxismo vorrebbe dissolvere nel movimento e nel divenire. Con un grazie speciale da parte di Satana.

mdeledda
sabato, 30 agosto 2008, ore 21:49
mdeledda
sabato, 30 agosto 2008, ore 21:29
mdeledda
sabato, 30 agosto 2008, ore 21:23
Bisogna contrastare la cristianofobia
di S. E. Mons. Dominique Mamberti*,
da “L'Osservatore Romano” (30/08/08)
Tutti sappiamo che, proprio in questi giorni, sono scoppiate gravi violenze contro le comunità cristiane nello Stato indiano dell'Orissa, in seguito al deplorevole assassinio di un leader indù. Alcune persone sono state uccise, diverse altre sono state ferite; vari centri di culto, proprietà della Chiesa e abitazioni private sono stati distrutti. Per questo motivo, mercoledì scorso il Santo Padre ha condannato con fermezza ogni attacco alla vita umana - la cui sacralità esige il rispetto di tutti - e ha voluto esprimere spirituale vicinanza e solidarietà ai fratelli e alle sorelle nella fede indiani, così duramente provati.
Il tema della libertà religiosa è dunque di grande attualità. Anche per questo, ho ascoltato con attenzione le parole del Vice-Presidente del Parlamento Europeo, Mario Mauro, promotore di una Risoluzione che ha avuto vasta risonanza, "sui gravi episodi che mettono a repentaglio l'esistenza delle comunità cristiane e di altre comunità religiose". Tale documento passa in rassegna numerose violazioni e gravi violenze contro i Cristiani e i membri di altre religioni, proponendosi non tanto di essere esaustivo, quanto piuttosto di lanciare un messaggio politico ai responsabili di tali efferati episodi e alle stesse istituzioni europee, non sempre immuni da una sorta di pregiudizio antireligioso e, in particolare, anticristiano. La Risoluzione, infatti, oltre a menzionare problemi, situazioni ed episodi, chiede al Consiglio e alla Commissione di prestare particolare attenzione alla situazione delle comunità religiose, comprese quelle cristiane, nel momento dell'elaborazione e implementazione dei suoi programmi di cooperazione e di aiuto allo sviluppo di Paesi dove dette comunità sono minacciate. La Risoluzione, pertanto, è diventata un utile punto di riferimento, nella doverosa vigilanza del rispetto della libertà religiosa.
Ovviamente tutti sappiamo - e l'onorevole Mauro è fra i primi ad avvertirlo - che le sfide alla libertà religiosa non si trovano solo fuori dal "giardino" della nostra "casa occidentale", nonostante una delle sue "strutture portanti" sia proprio la libertà, intesa come bisogno fondamentale della persona. L'odierna cultura occidentale rischia, però, di contrapporre la libertà alla verità e alla giustizia. La libertà, invece, ha bisogno di un fondamento che le permetta di svilupparsi, senza mettere a rischio la dignità umana e la coesione sociale. Tale fondamento non può che essere trascendente, perché soltanto esso è così "alto" da consentire alla libertà di espandersi al massimo e, contemporaneamente, così "saldo" da poterla orientare e qualificare in qualunque circostanza. Solo la fede nell'Assoluto trascendente è garanzia dai falsi assoluti terreni. Laddove Dio è considerato una grandezza secondaria, che si può temporaneamente o stabilmente mettere da parte, in nome di cose più importanti, allora falliscono proprio queste presunte cose più importanti. Lo dimostra l'esito tragico di tutte le ideologie politiche, anche di segno opposto.
Alla luce di quanto ho osservato, è facile comprendere che l'impegno in favore della libertà religiosa, in qualche modo, soggiace a quasi tutte le pratiche quotidianamente trattate dalla Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, che ho l'onore di presiedere. Si potrebbe aggiungere che la Santa Sede se ne occupa da sempre, anche se ovviamente in modalità e in direzioni diverse, in forza del legame strettissimo che intercorre fra la sua natura e missione e, appunto, la libertà religiosa.
La natura religiosa della Santa Sede e la sua vocazione universale fanno sì che la sua diplomazia non determini le proprie priorità sulla base d'interessi economici o politici e che non abbia ambizioni geo-politiche. Le priorità "strategiche" della diplomazia pontificia sono, anzitutto, l'assicurazione di condizioni favorevoli all'esercizio della missione propria della Chiesa cattolica in quanto tale, ma anche alla vita di fede dei suoi membri e, quindi, al libero esercizio dei loro diritti umani e delle loro libertà fondamentali.
Nella riflessione della Chiesa - e qui penso, anzitutto, ai documenti più recenti e autorevoli, come la Dichiarazione Dignitatis humanae del Vaticano II - la libertà religiosa è un diritto soggettivo insopprimibile, inalienabile e inviolabile, con una dimensione privata e un'altra pubblica; una individuale, un'altra collettiva e una anche istituzionale.
In tale prospettiva, mi preme segnalare l'errore in cui incorrono quanti, oggi, interpretano la libertà religiosa come libertà dalla religione. Essi, infatti, presuppongono che la religione sia un pericolo o un nemico, piuttosto che un'esigenza insopprimibile di ogni persona, in ogni luogo e in ogni tempo; più profondamente, negano la dimensione trascendente della persona. Senza dire che, per difendere la libertà, ne esprimono in realtà una concezione riduttiva, perché la intendono solo come esenzione da coercizioni esterne, vere o presunte, ma non come possibilità di aderire al vero e al bene e di agire di conseguenza.
Nell'ambito delle Nazioni Unite, il tema della libertà religiosa è affrontato ogni anno, in modo specifico, a New York e a Ginevra. A New York, nel Terzo Comitato dell'Assemblea Generale, la Santa Sede partecipa ai negoziati sulla risoluzione concernente tale argomento e pronuncia sempre un intervento.
Anche a Ginevra si discute regolarmente sulla libertà religiosa, durante le sessioni del Consiglio dei Diritti Umani. In tali circostanze, la Santa Sede è solita prendere la parola sui temi della libertà, dell'intolleranza religiosa e della diffamazione delle religioni. Inoltre, segue il tema nell'ambito dei negoziati informali sulle Risoluzioni che verranno adottate dal Consiglio.
Per quanto riguarda il sistema onusiano, è oggetto di particolare attenzione anche la relazione annuale sul rispetto della libertà religiosa nel mondo. Il Rapporteur ha visitato due volte la Santa Sede, per approfondire vari temi afferenti al suo mandato.
Sia nell'ambito delle Nazioni Unite che in quello dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce), come si dirà più avanti, la Santa Sede non si stanca di sottolineare che il fondamento del diritto alla libertà religiosa si trova nella pari dignità di tutte le persone umane. Di conseguenza, per promuovere tale dignità in modo integrale, si deve combattere con efficacia, tanto la cosiddetta cristianofobia, come l'islamofobia e l'antisemitismo.
L'espressione "cristianofobia" è stata introdotta per la prima volta nel 2003, in una Risoluzione del Terzo Comitato della 58 Assemblea Generale dell'Onu. In tale circostanza, il termine venne associato all'islamofobia e all'antisemitismo e, da allora, è comparso in vari Documenti Onu e di altri Organismi internazionali, senza tuttavia essere mai stato definito. Tutto considerato, mi pare che esso consista in un insieme di comportamenti, raggruppabili in tre ambiti: l'erronea educazione, o addirittura la disinformazione sui Cristiani e sulla loro religione (specie attraverso i media); l'intolleranza e la discriminazione subita dai cittadini cristiani, segnatamente a causa della legislazione o di provvedimenti amministrativi, rispetto a quanti professano altre religioni, oppure non ne seguono alcuna; le violenze e la persecuzione.
Come si vede, la discriminazione e l'intolleranza verso i Cristiani rappresentano problematiche di speciale rilievo, a livello umano, politico e sociale, oltre che religioso. Esse vanno affrontate con la stessa determinazione con cui si combattono l'antisemitismo e l'islamofobia, se si vuole porre rimedio a ciascuna di tali questioni, che purtroppo restano di grande attualità. Per quanto riguarda la Chiesa Cattolica, basterà ricordare che, nel 2007, i missionari uccisi sono stati ventuno.
In Iraq si calcola che, prima del 2003, i cittadini cristiani fossero approssimativamente un milione. Adesso, circa la metà di loro ha lasciato il Paese, rifugiandosi soprattutto in Siria e in Giordania. I fattori delle aggressioni sono molteplici: economici, ma anche specificamente religiosi, ossia violenze inflitte a motivo della fede. Di qui, la necessità di porre fine a esse e di assicurare un aiuto umanitario ai Cristiani rifugiatisi nei territori limitrofi, nonché a coloro che, invece, sono sfollati all'interno del Paese. Inoltre, occorrerebbe normalizzare lo status di quanti si trovano in vari Stati europei, quali immigrati irregolari.
In numerosi altri Paesi, poi, i Cristiani sono vittime di pregiudizi, di stereotipi e d'intolleranze, magari di carattere culturale.
A fronte di tale situazione, ben si comprende che l'efficacia dell'azione internazionale dipenda, in buona misura, dalla sua credibilità e, pertanto, anche dal suo carattere "inclusivo". In altre parole, sarebbe paradossale omettere di adottare misure concrete per garantire ai Cristiani di godere della libertà religiosa senza alcuna forma di discriminazione, oppure creare una sorta di gerarchia fra le intolleranze, proprio mentre si cerca di eliminare la discriminazione e l'intolleranza. D'altro canto, sarebbe pure sbagliato che le comunità religiose strumentalizzassero qualsiasi misura legale o amministrativa nei loro confronti, tacciando di discriminazione ogni legittimo rilievo mosso in merito alle loro attività.
Nell'ambito delle Nazioni Unite, le Delegazioni della Santa Sede cercano inoltre di focalizzare il dibattito sul valore e sulla portata della libertà religiosa in se stessa, per evitare che sia considerata esclusivamente in rapporto ad altri diritti e quasi come se fosse un ostacolo, anziché una garanzia per il loro esercizio. Il problema è che, talvolta, si spacciano semplici pretese come veri diritti, oppure si assolutizzano alcuni diritti negandone altri o, almeno, stabilendo delle priorità arbitrarie tra i diritti e ostacolando il pieno esercizio di alcuni di essi.
Infine, la Santa Sede non manca di seguire con attenzione le iniziative promosse nell'Onu, ma anche in altre Organizzazioni internazionali, per dare impulso al dialogo interculturale e interreligioso. Come ha ricordato il 7 gennaio scorso Benedetto XVI al Corpo diplomatico, "per esser vero, questo dialogo deve essere chiaro, evitando relativismi e sincretismi, animato da un sincero rispetto per gli altri e da uno spirito di riconciliazione e di fraternità". Il dialogo interreligioso, pertanto, non serve a "livellare" le religioni, o per lo meno a "sfumarne" le differenze e, di conseguenza, a porre fine alla loro incompatibilità e alla loro pretesa di verità. Nemmeno "consiste nell'aiutarsi reciprocamente, per esempio, a divenire migliori Cristiani, Ebrei, Musulmani, Induisti o Buddisti. Questa sarebbe la più completa assenza di convinzioni, in cui - magari con il pretesto di convalidare ciò che ciascuno ha di meglio - non prenderemmo sul serio né noi né gli altri e rinunceremmo definitivamente alla verità" (J. Ratzinger, La Chiesa, Israele e le religioni del mondo, Cinisello Balsamo 2000, p. 73). Tale dialogo, piuttosto, può favorire la collaborazione delle religioni su temi di comune interesse, come la dignità della persona umana e la costruzione della pace; incoraggia il rispetto profondo per la fede dell'altro e la disponibilità a cercare, in ciò che s'incontra come estraneo, la verità che può aiutare ogni persona a progredire. In nessun caso, però, può avvenire nella rinuncia alla verità; anzi, è possibile solo mediante il suo approfondimento. Il relativismo, infatti, non unisce. E nemmeno il puro pragmatismo. La rinuncia alla verità e alla convinzione non innalza l'uomo e neppure lo avvicina agli altri. Inoltre, dette iniziative internazionali debbono essere consapevoli che la religione ha caratteristiche specifiche, che vanno rispettate.
Per quanto riguarda le Organizzazioni internazionali di carattere regionale, va ricordato che la Santa Sede è membro a pieno titolo dell'Osce. Per merito della Santa Sede, infatti, l'Atto Finale di Helsinki annovera espressamente la libertà religiosa fra i diritti umani che gli Stati firmatari si sono impegnati a rispettare, per assicurare pace e sicurezza ai propri cittadini. La Santa Sede è sempre stata un punto di riferimento sull'argomento, anche perché si è presentata come portatrice di interessi religiosi generali e non soltanto confessionali cattolici.
Nello sviluppo del processo di Helsinki, in merito alla libertà religiosa ci si è mossi lungo una duplice linea. Nei primi anni, ci si è sforzati di ottenere il riconoscimento del contenuto di tale diritto e ciò è stato raggiunto, in modo soddisfacente, con il documento conclusivo della Riunione di Vienna del 1989. Negli ultimi anni, invece, si è sottolineato, anzitutto, che il tema della libertà religiosa non può essere incorporato dentro quello della tolleranza. Se, infatti, questa fosse il supremo valore umano e civile, allora ogni convinzione autenticamente veritativa, che escluda le altre, sarebbe intolleranza. Per giunta, se ogni convinzione fosse altrettanto buona di un'altra, si finirebbe per essere tolleranti anche nei confronti di aberrazioni. Portando all'estremo quest'aporia, Engelhardt è giunto a denunciare il seguente paradosso: "Se non si riesce a dimostrare l'immoralità di certe linee di condotta, allora l'assistenza sanitaria fornita da Albert Schweitzer e quella prestata nei campi di concentramento nazisti saranno ugualmente difendibili (...) il comportamento degli individui moralmente repellenti sarà giustificabile o ingiustificabile, né più né meno di quello dei santi" (H. T. Engelhardt, Manuale di bioetica, Milano 1999, p. 22).
La dignità dell'uomo si fonda sulla sua capacità di verità. Assolutizzare la tolleranza è, invece, ritirarsi davanti a tale dignità. Assolutizzare la tolleranza, infatti, significa trasformarla in valore supremo, ma ciò inevitabilmente mette la verità in secondo piano e la relativizza. La rinuncia alla verità, a sua volta, consegna l'uomo al calcolo del più forte, dell'utile o dell'immediato, privando la persona della sua grandezza.
Alla luce di tale convinzione, la Santa Sede ha inoltre ottenuto che, nell'ambito del cosiddetto "programma sulla tolleranza" dell'Osce, non ci si occupi esclusivamente dei pur gravi fenomeni di antisemitismo e di discriminazione contro i Musulmani, ma anche dei parimenti inaccettabili episodi di intolleranza contro i Cristiani. La Santa Sede è stata poi l'artefice dell'istituzione di un Rappresentante Speciale del Presidente in esercizio dell'Osce, con il compito di monitorare e riferire circa gli episodi di razzismo e di discriminazione, con un "focus" particolare su quelli contro i Cristiani e i membri delle altre religioni. In seguito, ci si è adoperati perché, in alcune Conferenze internazionali promosse dall'Osce, il tema in parola fosse affrontato in modo specifico durante le sessioni di lavoro, creando così un precedente importante, a livello multilaterale.
Per restare nell'ambito internazionale regionale, è noto l'apporto dato dalla Santa Sede affinché il cosiddetto Trattato di Lisbona, firmato nel dicembre scorso, contenesse l'attuale art. 2, 28. Senza entrare nel merito di questo Trattato, perché non è questa la sede per valutarlo, segnalo che detta disposizione afferma che l'Unione rispetta e non pregiudica lo statuto di cui le Chiese e le comunità religiose godono nelle legislazioni nazionali degli Stati membri. Questa garanzia si appoggia sul principio di sussidiarietà, caro alla dottrina sociale della Chiesa, e prende atto del fatto che, in Europa, la configurazione dei rapporti tra lo Stato, le Chiese e le comunità religiose è assai variegata: basti pensare alla diversità della situazione in Grecia, in Francia, in Inghilterra o in Polonia! Inoltre, l'articolo impegna l'Unione europea a mantenere un dialogo aperto, trasparente e regolare con le confessioni religiose, fondato sul riconoscimento della loro identità e del loro contributo specifico. Tale dialogo è necessario, tra l'altro, per rispettare i principi di un autentico pluralismo e per costruire una vera democrazia. Del resto, non fu Alexis de Tocqueville (La democrazia in America, i, 9) a sottolineare "che il dispotismo non ha bisogno della religione, la libertà e la democrazia sì"?
Per quanto concerne l'azione della Santa Sede in Europa, credo poi opportuno segnalare che, in spirito costruttivo, essa fa fronte a due gravi attacchi alla libertà religiosa: il distacco della religione dalla ragione, che relega la prima esclusivamente nel mondo dei sentimenti, e la separazione della religione dalla vita pubblica.
Per quanto riguarda il primo profilo, va ribadito con forza che non è possibile eliminare la questione della verità dalla religione: ciò, proprio per rispettare la dignità umana, sulla quale è fondata la stessa libertà religiosa. Essa, del resto, come ogni libertà non è mai fine a se stessa ma orientata alla verità e l'uomo non può rassegnarsi a restare, per ciò che è essenziale, un "cieco nato". L'ordinamento intrinseco della libertà alla verità e la verità della libertà oggi trovano un decisivo terreno di verità nella libertà di conversione, intesa come aspetto della libertà religiosa. Se si vuole vivere in modo responsabile, infatti, non ci si può sottrarre all'obbligo di cercare la verità su Dio, quale fine ultimo dell'uomo. Il diritto alla libertà religiosa, pertanto, presuppone il dovere di cercare la verità su Dio con una volontà esente da coazioni e con una ragione immune da pregiudizi.
Anche la libertà religiosa esige, allora, discernimento: sia fra le forme di religione, per identificare quelle che rispondono pienamente alla sete di verità di ogni persona, sia all'interno stesso della religione, in direzione della sua autentica identità e realizzazione. Per ogni credente e per la religione, ciò rappresenta una sfida. In particolare, postula che le religioni "provvedano di senso" la vita, nel contesto di una società secolarizzata, e non si riducano a semplici agenzie di solidarietà sociale. Solov'ëv attribuisce all'Anticristo un libro, La via aperta alla pace e al benessere del mondo, che ha come contenuto essenziale l'adorazione del benessere e della pianificazione razionale. La religione certamente non può non svolgere una funzione sociale. Tuttavia, ciò avviene, anzitutto, tenendo vivo il senso di Dio e della trascendenza. La solidarietà, l'accoglienza e i valori civili sono cioè fattori essenziali, che la religione da sempre promuove, proprio perché vive del senso di Dio. Riferendosi alla Chiesa cattolica, Benedetto XVI ha scritto nella Deus caritas est (28): "La Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile (...) Ma non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia. Deve inserirsi in essa per la via dell'argomentazione razionale e deve risvegliare le forze spirituali, senza le quali la giustizia, che sempre richiede anche rinunce, non può affermarsi e prosperare".
D'altra parte, una sana laicità comporta la distinzione tra religione e politica, tra Chiesa e Stato, senza che ciò renda Dio un'ipotesi privata, o escluda la religione e la comunità ecclesiale dalla vita pubblica, precisamente a motivo della dimensione sociale della fede. Fra l'altro, il criterio di uguaglianza civile non è rispettato, laddove ai credenti s'impone l'onere aggiuntivo di argomentare “etsi Deus non daretur”: mentre le ragioni teiste non potrebbero essere invocate pubblicamente, lo potrebbero gli argomenti razionalisti e secolari.
Non dobbiamo nasconderci che, nell'odierna società globalizzata, il contatto con le "differenze" può creare un'incomunicabilità di fondo e la tentazione di imporre lo spazio pubblico come "neutrale". Tuttavia, se si vuole estendere al massimo la libertà di tutti senza recidere i legami che consentono di essere non soltanto più vicini, ma soprattutto più uniti, occorre riconoscersi pubblicamente in un codice etico comune. Ma perché ciò avvenga pienamente, è indispensabile riconoscere la dimensione pubblica della libertà religiosa. Questa libertà, infatti, è portatrice di valori etici capaci di fecondare la democrazia e di fare cultura.
La libertà religiosa possiede un'intrinseca dimensione pubblica, perché ciò che crede non è da nascondere, ma, invece, da partecipare. Qualsiasi tradizione religiosa solida esige l'esibizione della propria identità; non vuole, cioè, restare nascosta o essere mimetizzata. E il volto migliore della laicità sa accogliere e tutelare il patrimonio di spiritualità e di umanesimo presente nelle varie religioni, respingendo quanto in esse dovesse essere in contrasto con la dignità umana. Del resto, i valori che appartengono alle autentiche convinzioni di fede non sono estranei a quelli che la natura conserva e la ragione raggiunge: pertanto, sono condivisibili con tutti.
Questa concezione della laicità, poi, non può che facilitare un incontro pacifico con tante culture non europee, oggi presenti in questo continente, per le quali la religione è essenzialmente un fatto pubblico. D'altra parte, il rispetto della libertà religiosa deve essere reciproco. Pertanto, in Europa va garantito alle minoranze non cristiane, come fuori dell'Europa dovrebbe esserlo alle minoranze cristiane.
Concludendo le riflessioni sull'odierna attività internazionale della Santa Sede a tutela della libertà religiosa, è quasi superfluo precisare che esistono anche altri aspetti sui quali ci si potrebbe soffermare. Tuttavia, il contesto specifico di questo incontro mi ha suggerito di accennare soltanto a quei profili più vicini e, quindi, di maggiore interesse per voi.
Nella mia doppia veste di vescovo e di diplomatico, desidero terminare con un incoraggiamento. L'esito dell'impegno politico e diplomatico in favore della libertà religiosa è legato, in buona misura, a una cultura che promuova la libertà autentica e la verità. Il vigore di questi valori, a sua volta, dipende dalla passione individuale e sociale per essi. Pertanto, se volete la libertà religiosa di tutti, accettate in prima persona il rischio della libertà e siate testimoni della verità!
La libertà religiosa aiuta l'esercizio del credo religioso di ogni persona. Tuttavia la fede cristiana dona una libertà più profonda di quella semplicemente religiosa. “Ubi fides, ibi libertas”, diceva sant'Ambrogio (Epistulae, 65, 5). E, quasi a commento, don Giussani ci ha insegnato che è la libertà l'idea forte dell'uomo cristiano. Cristo si rivela come il compimento della nostra libertà. Egli, però, non si svela prima che noi ci decidiamo liberamente per Lui. Cristo, cioè, non ci risparmia la fatica della libertà: d'altronde, come ha scritto Péguy (Il Mistero dei santi innocenti, in I Misteri, Milano 1997, p. 321): “Che cosa sarebbe una salvezza che non fosse libera?”. Allora consegnatevi senza riserve a Cristo e diventerete più uomini! Affidatevi a lui e aiuterete anche gli altri a vivere in libertà!
*Segretario per i rapporti con gli Stati della Santa Sede
mdeledda
sabato, 30 agosto 2008, ore 21:12
XXII Domenica [A]
2008-08-31
Geremia 20, 7-9;
Romani 12, 1-2;
Matteo 16, 21-27
Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso
di P. Raniero Cantalamessa

Nel Vangelo di questa Domenica ascoltiamo Gesù che dice: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà».
Che significa “rinnegare se stessi”? Prima ancora, perché rinnegare se stessi? Conosciamo l'indignazione che suscitava nel filosofo Nietzsche questa richiesta del vangelo. Comincio a rispondere con un esempio. Durante la persecuzione nazista molti treni carichi di ebrei partivano da ogni parte dell'Europa verso i campi di sterminio. Erano indotti a salire con false promesse di essere portati in luoghi migliori per il loro bene, mentre erano condotti alla loro rovina. Succedeva a volte che a una fermata del convoglio qualcuno che sapeva la verità, gridasse di nascosto ai passeggeri: scendete, fuggite, e qualcuno ci riusciva.
L'esempio è un po' forte, ma esprime qualcosa della nostra situazione. Il treno della vita su cui viaggiamo va verso la morte. Su questo almeno non ci sono dubbi. Il nostro io naturale, essendo mortale, è destinato a finire. Quello che il vangelo ci propone quando ci esorta a rinnegare noi stessi, è di scendere da questo treno e salire su un altro che conduce alla vita. Il treno che conduce alla vita è la fede in lui che ha detto: «Chi crede in me, anche se morto, vivrà».
Paolo aveva realizzato questo "trasbordo" e lo descrive così: «Non sono più che vivo, Cristo vive in me». Se assumiamo l'io di Cristo diventiamo immortali perché lui, risorto da morte, non muore più. Ecco cosa vogliono dire le parole che abbiamo ascoltato: «Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà». Allora è chiaro che rinnegare se stessi non è un'operazione autolesionistica e rinunciataria, ma il colpo di audacia più intelligente che possiamo realizzare nella vita.
Dobbiamo però fare subito una precisazione. Gesù non chiede di rinnegare "ciò che siamo", ma ciò che "siamo diventati". Noi siamo immagine di Dio, siamo perciò qualcosa di "molto buono", come ebbe a dire Dio stesso, subito dopo aver creato l'uomo e la donna. Quello che dobbiamo rinnegare non è quello che ha fatto Dio, ma quello che abbiamo fatto noi, usando male della nostra libertà. In altre parole, le tendenze cattive, il peccato, tutte cose che sono come incrostazioni posteriori sovrapposte all'originale.
Anni fa vennero scoperti nel fondo del mare, al largo delle coste ioniche, due masse informi che avevano una vaga somiglianza con corpi umani, ricoperte, come erano, di incrostazioni marine. Furono riportate a galla e pazientemente ripulite e liberate. Oggi sono i famosi "Bronzi di Riace", nel museo di Reggio Calabria, tra le sculture più ammirate dell'antichità.
Sono esempi che ci aiutano a capire l'aspetto positivo che c'è nella proposta evangelica. Noi somigliamo, nello spirito, a quelle statue prima del restauro. La bella immagine di Dio che dovremmo essere, è stata ricoperta da sette strati che sono i sette vizi capitali. Forse non è male richiamarceli alla memoria se li avessimo dimenticati. Sono: superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia e accidia. san Paolo chiama questa immagine deturpata "l'immagine terrestre", in opposizione alla "immagine celeste" che è la somiglianza con Cristo.
“Rinnegare se stessi” non è dunque un'operazione per la morte, ma per la vita, per la bellezza e per la gioia. È anche un imparare il linguaggio del vero amore. Immagina, diceva un grande filosofo del secolo scorso, Kierkegaard, una situazione puramente umana. Due giovani si amano. Però appartengono a due popoli diversi e parlano due lingue completamente diverse. Se il loro amore vuole sopravvivere e crescere, è necessario che uno dei due impari la lingua dell'altro.
Altrimenti non potranno comunicare e il loro amore non durerà.
Così, commentava, avviene tra noi e Dio. Noi parliamo il linguaggio della carne, lui quello dello spirito; noi quello dell'egoismo, lui quello dell'amore. Rinnegarsi è imparare la lingua di Dio per poter comunicare con lui, ma ed è anche imparare la lingua che ci permette di comunicare tra di noi. Non si è capaci di dire dei "sì" all'altro, a partire dal proprio coniuge, se non si è capaci di dire dei "no" a se stessi. Per rimanere nell'ambito del matrimonio, tanti problemi e fallimenti nella coppia dipendono dal fatto che l'uomo non si è mai preoccupato veramente di imparare il modo di esprimere l'amore della donna, e la donna quello dell'uomo. Anche quando parla di rinnegamento di sé, il Vangelo, come si vede, è assai meno remoto dalla vita di quanto si crede.
mdeledda
venerdì, 29 agosto 2008, ore 22:28
Ecco com'era il “professor” Ratzinger
Il libro di Gianni Valente ricostruisce il “magistero” teologico di Benedetto XVI attraverso le testimonianze, inedite, dei suoi studenti.
di Andrea Tornielli,
da Il Giornale (25/08/2008)
C’è chi continua a leggere la figura di Joseph Ratzinger secondo i logori cliché che utilizzano le categorie di destra e di sinistra, di progressismo e conservatorismo, entusiasmo e “pentitismo” conciliare, considerando l’attuale Pontefice l’emblema della restaurazione, dello sguardo rivolto al passato che ripristina impolverate liturgie e paramenti vintage.
C’è chi, d’altra parte, applica al Papa tedesco uno schema nuovo di zecca che, esaltandolo come il grande intellettuale dell’Occidente, il leader spirituale di uno schieramento in lotta che vuole dare lezioni a tutti dividendo gli animi con le sue idee, finisce per chiuderlo nel ghetto di battaglie culturali poco consone alla natura universale della Chiesa. Proprio ieri (24/08/2008, nda), del resto, usando parole che stridono con quest’ultima univoca e strumentale interpretazione, Benedetto XVI ha detto all’Angelus Domini che il servizio «indispensabile» del successore di Pietro è far sì che la Chiesa «non si identifichi mai con una sola nazione, con una sola cultura, ma che sia la Chiesa di tutti i popoli».
È, invece, una lettura al di fuori degli schemi quella che propone Gianni Valente nel bel libro Ratzinger professore (San Paolo, pagg. 210, euro 17), volume che sarà distribuito da settembre ma che è presente, da ieri, nella libreria del Meeting di Rimini. Questo saggio basato su testimonianze inedite degli alunni di Ratzinger, ripercorre le tappe della carriera accademica del futuro Papa, il quale proprio dall’esperienza di docente universitario ha tratto quella «semplicità limpida» del linguaggio e quella «esigenza avvertita» di dare sempre ragione delle cose che caratterizzano, oggi, il suo pontificato. Le pagine, documentatissime ma accessibili a tutti, sono uno spaccato della vita della Chiesa della seconda metà del secolo scorso: Ratzinger «teenager teologico», vive a Bonn e poi a Münster la sua intensa partecipazione al Concilio, al quale prende parte come perito di fiducia del cardinale di Colonia Joseph Frings; è a Tubinga, collega di Hans Küng, durante la rivolta del Sessantotto, quindi approda a Regensburg, nel nuovo ateneo da lui – ancora del tutto ignaro del cambiamento decisivo che imprimerà alla sua vita la nomina a cardinale arcivescovo di Monaco – considerato come punto d’approdo definitivo. Fin dai primi passi di studioso, il professor Ratzinger rivela, spiega Valente, «due tratti distintivi del suo modo di fare teologia: l’insofferenza verso le contrapposizioni dialettiche apparenti e posticce, e l’attitudine metodologica a integrare tutto ciò che può essere integrato», secondo il criterio tipicamente cattolico dell’«et et». Colui che una certa vulgata vorrà dipingere come il «panzerkardinal», in realtà non ama lo scontro, preferisce convincere che imporre, usa e valorizza tutto ciò che può essere valorizzato del pensiero moderno, senza preclusioni né confini prefissati: «Lui affrontava tutte le questioni senza timori – racconta l’allievo Peter Kuhn –. Non aveva paura di spingersi al largo, mentre altri professori non uscivano mai fuori dai binari di una pedissequa autocelebrazione». È punto di riferimento non soltanto per chi ne seguiva le lezioni, ma per lo stesso gruppo di teologi europei il cui contributo sarà decisivo per gli sviluppi del Vaticano II.
Il lettore, abituato alle recenti polemiche seguite alla pubblicazione del Motu proprio “Summorum Pontificum” con il quale Benedetto XVI ha inteso liberalizzare l’antica liturgia preconciliare, probabilmente rimarrà stupito nel leggere le puntuali e seguitissime conferenze che il professor Ratzinger teneva all’università in chiusura di ogni sessione del Concilio, quando definiva come «sviluppo veramente importante» la decentralizzazione delle decisioni in materia liturgica, plaudendo al fatto che adesso «la formulazione delle regole liturgiche è, entro certi limiti, responsabilità delle varie conferenze di vescovi». O quando diceva che era necessario «forzare il muro del latino» affinché la liturgia tornasse a essere annuncio e invito alla preghiera, ripulita dalle «cose superflue» e ampliata nella selezione dei testi biblici per «soddisfare le necessità della predicazione». Per Ratzinger, «rinnovamento è semplificazione. Non nel senso di un decurtare o di uno sminuire, ma nel senso del divenire semplice, del rivolgersi a quella vera semplicità che è il mistero di tutto ciò che vive. Divenire semplici, questo sarebbe il vero rinnovamento per noi cristiani, per ciascuno di noi e per la Chiesa intera». Come si coniuga il Ratzinger che vuole «forzare il muro del latino» con il Papa del Motu proprio? Certo, non sarebbe corretto attribuire alle parole del semplice teologo lo stesso valore di quelle pronunciate dal Pastore universale della Chiesa, ed è evidente che sono cambiate molte circostanze: certe speranze dell’epoca conciliare si sono scontrate con la bufera del postconcilio. Ma sarebbe altrettanto improprio credere all’esistenza di due diversi Ratzinger. Il futuro Papa, infatti, non teorizzerà mai alcun dietro-front rispetto alla strada indicata dal Vaticano II, manifestando però fin da subito alcune perplessità sugli sviluppi della riforma liturgica. Già nel luglio 1966, meno di un anno dopo la chiusura del Concilio, in una conferenza tenuta a Bamberg, è lo stesso teologo-professore ad affrontare il tema degli altari girati chiedendosi se «è proprio realmente necessario che la messa sia celebrata versus popolum? È poi tanto importante poter guardare in faccia il sacerdote, o non è anche spesso salutare pensare che anch’egli è un cristiano con gli altri e ha ogni buon motivo per rivolgersi a Dio insieme a loro e per dire con loro “Padre Nostro”?».
Dal libro di Valente emerge dunque un Ratzinger convinto assertore delle riforme conciliari, ma anche critico, già allora, verso quell’eccesso di ottimismo che sembra trasparire dagli schemi della costituzione Gaudium et spes: «Se c’è qualcosa – diceva il futuro Papa – che si debba dire estraneo, anzi contrario alla Sacra Scrittura, è il presente ottimismo nei confronti delle religioni, che le concepisce come fattori di salvezza». Emerge un Ratzinger che prende le distanze «da falsi tentativi di riforma di destra o sinistra», sia da quanti «cercano di salvare la Chiesa salvando la quantità del tramandato, e che in ogni devozione messa in crisi, in ogni frase del Papa messa in discussione avvertono la distruzione della Chiesa», sia da coloro che credono nel «malinteso liberalistico, che tenta di avvicinare la fede al mondo, sfrondandola di ciò che al mondo può non piacere». Grazie alle pagine di Ratzinger professore, insomma, si comprende meglio quella che Benedetto XVI ha presentato come la corretta ermeneutica del Concilio Vaticano II, e la risposta che, ancora cardinale Prefetto della dottrina della fede, diede a Vittorio Messori il quale gli chiedeva conto del suo lavoro a fianco dei teologi progressisti negli anni Sessanta: «Non sono cambiato io, sono cambiati loro».
Per saperne di più:
Tradizione e libertà: le lezioni del giovane Joseph (30 Giorni)
mdeledda