martedì, 20 maggio 2008, ore 23:38

Monsignor Andrea Gemma: “Non solo i sacerdoti delegati dal Vescovo ma anche i laici possono effettuare preghiere di liberazione e veri e propri esorcismi”.

di Gianluca Barile,
da Petrus (20/05/08)




I laici possono recitare preghiere di liberazione e veri e propri esorcismi nei confronti di persone vessate, infestate, ossessionate o possedute da Satana e dagli Spiriti infernali? La domanda è d’obbligo in un’epoca in cui all’interno stesso della Chiesa si crede sempre meno nell’azione «perversa e pervertitrice» (parole del servo di Dio Paolo VI) del Demonio, tanto che i Vescovi, per primi, negano l’esistenza del «padre della menzogna» e difficilmente conferiscono il mandato di esorcista ai sacerdoti delle proprie Diocesi. Risultato: le vittime del Maligno sono costrette ad affrontare disperati viaggi della speranza alla ricerca di un prete autorizzato dal proprio Ordinario che li possa liberare.

Quella del sacerdote esorcista resta la prima scelta, ma come spiega in esclusiva a Petrus il Vescovo emerito di Isernia-Venafro, Monsignor Andrea Gemma, tra i più grandi e famosi esorcisti d’Europa, anche i laici possono, anzi devono, esorcizzare i fratelli perseguitati da Satana e dai suoi angeli decaduti. È totalmente priva di fondamento, dunque, l’interpretazione delle normative vigenti secondo cui solo ai sacerdoti, e per giunta esclusivamente a quelli delegati dal Vescovo, sarebbe concesso praticare esorcismi. Invece, se fatti con timore di Dio e in nome di Cristo, invocando l’intercessione della Madonna e dei Santi che in vita hanno maggiormente lottato con il Demonio, gli esorcismi e le preghiere di liberazione sono allo stesso modo efficaci pur se recitati da "semplici" laici.

«Noto intanto con soddisfazione - dice Monsignor Gemma - che l’argomento suscita fortunatamente nuovo interesse anche tra il popolo di Dio, nonostante la carenza della predicazione. Posso assicurare che questo fatto dà fastidio al Maligno, il quale amerebbe molto più rimanere e operare nell’ombra. Venendo alla domanda se i laici possano o meno esorcizzare, si deve rispondere certamente in maniera affermativa, tenendo presente quanto è scritto nel Vangelo. Quando Gesù invia i settantadue discepoli (cf Mt 10, 1 ss) - si noti, non solo gli Apostoli - i discepoli al ritorno dicono al Maestro: "Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome" (Mt 10, 17). Gesù, poi, prosegue con la celebre affermazione che costituisce una vivida luce sulla demonologia: "Vedevo Satana cadere dal cielo come la folgore" (ib 10, 18). Tutti i battezzati, dunque, sono "esorcisti"; io stesso ho ricevuto pubblicamente il ministero di esorcista quando ero un semplice laico. Naturalmente, la prudenza della Chiesa ha voluto disciplinare l’esercizio di questo ministero secondo l’attuale vigente normativa, ma ciò non toglie che anche i laici possano pregare su una persona per la sua liberazione dagli spiriti infernali». Ma allora, quando la Chiesa sottolinea che solo il sacerdote autorizzato dal Vescovo può esorcizzare, cosa intende? Puntuale arriva il chiarimento di Monsignor Gemma: «Secondo la vigente normativa solo il presbitero delegato dal Vescovo può pubblicamente - sottolineo, pubblicamente - compiere gli esorcismi ed attuare gesti come l’imposizione della stola, delle mani, l’aspersione dell’acqua benedetta, l’unzione con gli olii sacri - ma in privato - cioè nel chiuso di una stanza e non davanti alle folle - ogni battezzato, come detto, può, e deve, ordinare al Demonio di lasciare in pace un fratello disturbato».

Accennavamo, prima, ai viaggi della speranza che, in particolare in Europa, tanti fedeli devono effettuare alla ricerca di un esorcista, considerato che spesso nelle proprie Diocesi non ve ne sono. Negli ultimi anni, molti esorcisti, laici e religiosi, per andare incontro alle esigenze delle vittime del Maligno, hanno iniziato ad esorcizzare anche al telefono. Per Monsignor Gemma si tratta di un metodo validissimo. «La mia esperienza quotidiana - afferma, infatti, il prelato - mi dice che l’esorcismo fatto per via telefonica è immediatamente efficace, come risulta dalle reazioni dall’altra parte del filo. Del resto, per chi è spirito la distanza locale non conta; conta la forza della preghiera e l’esorcismo, come ripeto sempre, non è nient’altro che una preghiera fatta nel nome di Cristo e della Chiesa. Il demonio si può quindi combattere anche a distanza. Si pensi che il grande Pio XII esorcizzò Hitler direttamente dal Vaticano, anche se, purtroppo, in quel caso, senza effetto».

Molti laici, tra cui la gran parte "carismatici", si frenano nel portare avanti il ministero della liberazione con il timore di trasgredire ad una norma della Chiesa e di cadere in peccato. Un’altra leggenda che Monsignor Gemma tiene a sfatare. «Se tutto avviene in privato, le preghiere di liberazione e anche l’esorcismo imperativo - quello in latino di Leone XIII può essere un ottimo esempio - non costituisce alcun peccato. È, anzi, un atto di carità fraterna, di cui posso testimoniare personalmente l’efficacia». Un atto di carità che non necessita assolutamente dell’approvazione o del mandato del Vescovo diocesano. «Come ho già detto - sottolinea Monsignor Gemma - non c’è bisogno di alcuna autorizzazione: tutto proviene dalla forza del Battesimo ricevuto e, quindi, dall’ontologica appartenenza al Corpo mistico di Cristo».

Eppure, nei confronti dei laici impegnati nel ministero della liberazione, c’è scetticismo da parte di alcuni esorcisti di provincia che, forse gelosi di una prerogativa che pensano sia soltanto loro, invitano i posseduti dagli spiriti infernali a non fidarsi di chi non è un sacerdote. «Questi esorcisti sbagliano a comportarsi così. Si può dire che, in parte, quest’atmosfera è ingiustamente derivata dalla prudenza che la Chiesa ha sempre dimostrato in una materia tanto delicata. Nella vita dei Santi, tuttavia, queste precauzioni e questo timore - penso ad esempio a Santa Gemma Galgani - non hanno avuto ragione di essere. Questi Santi, a cui il Maligno appariva talvolta addirittura in forme umane o angeliche, ordinavano a Satana di abbandonare la sua morsa, e siccome lo facevano in nome di Cristo, lui era costretto a obbedire e ad andarsene. Sono convinto che proprio l’ignoranza della vita dei Santi costituisce la ragione di tanto diffusa diffidenza e di tanto eccessiva precauzione verso i laici». L’esorcismo che unanimemente risulta essere quello più efficace è, senza ombra di dubbio, quello in latino di Leone XIII. Monsignor Gemma ha già spiegato che si può impiegare tranquillamente anche da parte dei laici per ottenere la liberazione di persone possedute dal Demonio. Ma non solo. I laici possono utilizzare tranquillamente le stesse formule dei sacerdoti esorcisti. «Basta aprire il Rituale in vigore, che nella sua seconda parte offre una grande varietà di formule; se non sono immodesto - aggiunge Monsignor Gemma - posso rimandare al mio volume "Il Signore ti libererà" (ed. Dehoniane)».

Accertato che un laico ha la stessa facoltà di un sacerdote delegato dal Vescovo, sia pure in privato e non pubblicamente, cioè nel chiuso di una stanza e non davanti all’assemblea dei fedeli, di ordinare a Satana e ai suoi angeli decaduti di lasciare il corpo (o la casa o l’ufficio) di una persona, i poveri posseduti come possono distinguere una persona seriamente impegnata nel ministero della liberazione da qualche mago o stregone che dice di esorcizzare solo per denaro o fanatismo? «Io credo che il posseduto - evidenzia Monsignor Gemma - specie se è in balìa del Maligno, sappia distinguere immediatamente il vero dal falso esorcista. Comunque, onde evitare cattive sorprese, bisogna andare con estrema precauzione nella scelta di chi può "esorcizzare", diffidando sempre da chi, sacerdote o laico, chiede la corresponsione di danaro. Il danaro, infatti, è lo sterco del Diavolo. E chi esorcizza non può e non deve accettare assolutamente, in cambio delle sue preghiere e del suo impegno, né soldi né altri tipi di ricompense».

L’auspicio è che la Chiesa esorti sempre più i laici ad adoperarsi per i fratelli e le sorelle vittime del Maligno. Monsignor Gemma sottoscrive: «I laici dopo, quello che abbiamo detto, possono supplire, ma solo in qualche modo, alla carenza di esorcisti; possono farlo privatamente, come ho spiegato abbondantemente, o riunirsi in gruppi di preghiera con o senza la presidenza di un ministro sacro - in quest’ultimo caso evitando di compiere pubblicamente gesti rituali, meno che mai toccare il malato, perché ribadisco che ciò si può fare in privato ma non davanti all’assemblea dei fedeli -  proprio allo scopo di aiutare qualche fratello disturbato dal Maligno».
mdeledda

martedì, 20 maggio 2008, ore 23:09

Per il Card. Montezemolo: “Ratzinger è umile, semplice, timido e deciso”.

da Petrus (20 maggio 2008)

Umiltà, semplicità, timidezza e decisione insieme: sono questi i tratti principali della personalità di Benedetto XVI secondo il Cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo (nella foto a lato), arciprete della Basilica di San Paolo fuori le mura, intervenuto alla presentazione del libro Benedictus - Servus servorum Dei. Nonostante non sia intimo al Papa, e abbia avuto poche occasioni di contatto, il porporato ha esposto la sua tesi raccontando un episodio che lo ha visto vicino al Pontefice, ovvero il disegno dello stemma pontificio, di cui è stato incaricato. In quell'occasione, il Papa gli ha illustrato i significati dei simboli inseriti nello stemma e alcune decisioni su di esso, come l'esclusione, dopo secoli, della tiara. Benedetto XVI, pur avendo chiaro cosa mettere, ha mostrato in quell'occasione un tratto fondamentale del suo carattere: «Egli vuole accompagnare l'interlocutore a capire le sue decisioni, senza mai forzare».



L'elogio del Sindaco di Roma, Gianni Alemanno, al Pontefice: “Da Benedetto XVI un esempio di mite rigore”.


da Petrus (20 maggio 2008)




«È importante che in questo momento storico ci sia una figura come quella di Papa Ratzinger. Il fascino che emerge da questo pontificato è quello di un mite rigore e della capacità di trasmettere rigore nella bontà e nella mitezza». Lo ha detto il Sindaco di Roma, Gianni Alemanno (nella foto con il Santo Padre), nel corso del suo intervento alla presentazione del libro “Benedictus”, scritto dal vaticanista Giuseppe De Carli, dedicato appunto al Santo Padre. Alemanno ha proseguito il suo intervento affermando che «se Papa Wojtyla è stato colui che ha sconfitto spiritualmente il comunismo, mi auguro che questo Papa sconfigga l'edonismo, la società molecolare e consumistica che non ha identità da trasmettere ai giovani». Alemanno ha quindi ricordato due momenti che lo legano a Benedetto XV: «Il primo lo ricordo con molto affetto ed emozione: ero con mia moglie Isabella in Piazza San Pietro quando ci fu l’elezione. Ma ho anche un ricordo brutto: quando il consiglio comunale non riuscì a esprimere solidarietà al Papa dopo la vicenda della Sapienza». Alemanno, infine, raccontando la fin qui breve esperienza da Sindaco, ha detto che «questa città sta cercando un'identità profonda che non può essere costruita nella ipocrisia sociale, non ci può essere integrazione senza un baricentro in cui far sentire l'anima di Roma».


Il Papa secondo Monsignor Amato: “Un intellettuale con il cuore”.


da Petrus (20 maggio 2008)



Benedetto XVI è «un intellettuale con il cuore, capace di farsi capire anche da quei teologi in erba che sono i bambini». A descrivere così il Papa è l'Arcivescovo Angelo Amato (nella foto in alto, con l'allora Cardinale Ratzinger), Segretario della Congregazione della Dottrina della Fede e in questa veste per anni suo stretto collaboratore.  «La forza del Papa - ha spiegato Amato - è data dalla ragionevolezza dei suoi discorsi. Una ragionevolezza unita alla fermezza nella difesa dell'uomo e della verità». Secondo il suo ex “numero due”, «l'elezione a Papa ha come trasfigurato Joseph Ratzinger, ma la sua realtà intima è rimasta quella che abbiamo conosciuto in Congregazione. Poi i media ne hanno dato una lettura sbagliata, presentandolo come un uomo rigido e distante. Tanto che in Brasile, durante la visita dell'anno scorso, un quotidiano titolò “Il Papa ha riso”, come se fosse un fatto strano e insolito. E invece non c'e' di Ratzinger una foto che non lo riprenda mentre sorride».





Titolo: Benedictus - Servus servorum Dei.
Autore: De Carli Giuseppe.
Prezzo: € 60,00.
Dati: 2008, 243 p., ill., rilegato.
Editore: RAI-ERI. 
mdeledda
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martedì, 20 maggio 2008, ore 22:35

HUMANAE VITAE

LETTERA ENCICLICA DEL SOMMO PONTEFICE PAOLO PP. VI

 

1. Il gravissimo dovere di trasmettere la vita umana, per il quale gli sposi sono liberi e responsabili collaboratori di Dio creatore, è sempre stato per essi fonte di grandi gioie, le quali, tuttavia, sono talvolta accompagnate da non poche difficoltà e angustie. In tutti i tempi l’adempimento di questo dovere ha posto alla coscienza dei coniugi seri problemi, ma col recente evolversi della società, si sono prodotti mutamenti tali da far sorgere nuove questioni, che la chiesa non può ignorare, trattandosi di materia che tanto da vicino tocca la vita e la felicità degli uomini.


I. ASPETTI NUOVI DEL PROBLEMA E COMPETENZA DEL MAGISTERO

2. I cambiamenti avvenuti sono infatti di grande importanza e di vario genere. Si tratta anzitutto del rapido sviluppo demografico, per il quale molti manifestano il timore che la popolazione mondiale cresca più rapidamente delle risorse a disposizione, con crescente angustia di tante famiglie e di popoli in via di sviluppo. Per questo è grande la tentazione delle autorità di opporre a tale pericolo misure radicali. Inoltre, non solo le condizioni di lavoro e di alloggio, ma anche le accresciute esigenze, sia nel campo economico che in quello della educazione della gioventù, rendono spesso oggi difficile il sostentamento conveniente di un numero elevato di figli. Si assiste anche a un mutamento, oltre che nel modo di considerare la persona della donna e il suo posto nella società, anche nel valore da attribuire all’amore coniugale nel matrimonio, e nell’apprezzamento da dare al significato degli atti coniugali in relazione con questo amore. Infine, questo soprattutto si deve considerare, che l’uomo ha compiuto progressi stupendi nel dominio e nell’organizzazione razionale delle forze della natura, così che si sforza di estendere questo dominio al suo stesso essere globale; al corpo, alla vita psichica, alla vita sociale, e perfino alle leggi che regolano la trasmissione della vita.

3. Tale stato di cose fa sorgere nuove domande. Se, date le condizioni della vita odierna e dato il significato che le relazioni coniugali hanno per l’armonia tra gli sposi e per la loro mutua fedeltà, non sia forse indicata una revisione delle norme etiche finora vigenti, soprattutto se si considera che esse non possono essere osservate senza sacrifici talvolta eroici. Ancora: se estendendo a questo campo l’applicazione del cosiddetto " principio di totalità ", non si possa ammettere che l’intenzione di una fecondità meno esuberante, ma più razionalizzata, trasforma l’intervento materialmente sterilizzante in una lecita e saggia regolazione della natalità. Se non si possa ammettere cioè che la finalità procreativa appartenga all’insieme della vita coniugale, piuttosto che ai suoi singoli atti. Si chiede anche se, dato l’accresciuto senso di responsabilità dell’uomo moderno, non sia venuto per lui il momento di affidare alla sua ragione e alla sua volontà, più che ai ritmi biologici del suo organismo, il compito di trasmettere la vita.

4. Tali questioni esigevano dal magistero della chiesa una nuova approfondita riflessione sui principi della dottrina morale del matrimonio: dottrina fondata sulla legge naturale illuminata e arricchita dalla rivelazione divina. Nessun fedele vorrà negare che al magistero della chiesa spetti di interpretare anche la legge morale naturale. È infatti incontestabile, come hanno più volte dichiarato i nostri predecessori, che Gesù Cristo, comunicando a Pietro e agli apostoli la sua divina autorità e inviandoli a insegnare a tutte le genti i suoi comandamenti, li costituiva custodi e interpreti autentici di tutta la legge morale, non solo cioè della legge evangelica, ma anche di quella naturale. Infatti anche la legge naturale è espressione della volontà di Dio, l’adempimento fedele di essa è parimenti necessario alla salvezza eterna degli uomini. Conformemente a questa sua missione, la chiesa ha dato sempre, ma più ampiamente nel tempo recente, un adeguato insegnamento sia sulla natura del matrimonio sia sul retto uso dei diritti coniugali e sui doveri dei coniugi.

5. La coscienza della medesima missione ci indusse a confermare e allargare la commissione di studio che il nostro predecessore Giovanni XXIII, di v.m., aveva costituito nel marzo del 1963. Questa commissione, che comprendeva, oltre a parecchi studiosi delle varie discipline pertinenti, anche coppie di sposi, non solo aveva per scopo di raccogliere pareri sulle nuove questioni riguardanti la vita coniugale, e in particolare una retta regolazione della natalità, ma anche di fornire gli elementi di informazione opportuni, perché il magistero della chiesa potesse dare una risposta adeguata all’attesa non soltanto dei fedeli, ma dell’opinione pubblica mondiale. I lavori di questi esperti, nonché i giudizi e i consigli successivi di un buon numero dei nostri fratelli nell’episcopato, o spontaneamente inviati o da noi richiesti, ci hanno permesso di meglio misurare tutti gli aspetti del complesso argomento. Pertanto di gran cuore esprimiamo a tutti la nostra vivissima gratitudine.

6. Le conclusioni alle quali era pervenuta la commissione non potevano tuttavia essere da noi considerate come certe e definitive, né dispensarci da un personale esame di tanto grave questione; anche perché non si era giunti, in seno alla commissione, alla piena concordanza di giudizi circa le norme morali da proporre, e soprattutto perché erano emersi alcuni criteri di soluzioni, che si distaccavano dalla dottrina morale sul matrimonio proposta con costante fermezza dal magistero della chiesa. Perciò, avendo attentissimamente vagliato la documentazione a noi offerta, dopo mature riflessioni e assidue preghiere, intendiamo ora, in virtù del mandato da Cristo a noi affidato, dare la nostra risposta a queste gravi questioni.


II. PRINCIPI DOTTRINALI

Una visione globale dall’uomo
7. Il problema della natalità, come ogni altro problema riguardante la vita umana, va considerato, al di là delle prospettive parziali - siano di ordine biologico o psicologico, demografico o sociologico - nella luce di una visione integrale dell’uomo e della sua vocazione, non solo naturale e terrena, ma anche soprannaturale ed eterna. E poiché, nel tentativo di giustificare i metodi artificiali di controllo delle nascite, da molti si è fatto appello alle esigenze, sia dell’amore coniugale, sia di una paternità responsabile, conviene chiarire e precisare accuratamente la vera concezione di queste due grandi realtà della vita matrimoniale, richiamandoci principalmente a quanto è stato esposto recentemente a questo riguardo, con somma autorità, dal concilio Vaticano II, nella costituzione pastorale Gaudium et spes.

L’amore coniugale
8. L’amore coniugale rivela massimamente la sua vera natura e nobiltà quando è considerato nella sua sorgente suprema, Dio, che è "Amore", che è il Padre " da cui ogni paternità, in cielo e in terra, trae il suo nome ". Il matrimonio non è quindi effetto del caso o prodotto della evoluzione di inconsce forze naturali: è stato sapientemente e provvidenzialmente istituito da Dio creatore per realizzare nell’umanità il suo disegno di amore. Per mezzo della reciproca donazione personale, loro propria ed esclusiva, gli sposi tendono alla comunione delle loro persone, con la quale si perfezionano a vicenda, per collaborare con Dio alla generazione e alla educazione di nuove vite. Per i battezzati, poi, il matrimonio riveste la dignità di segno sacramentale della grazia, in quanto rappresenta l’unione di Cristo e della chiesa.

Le caratteristiche dell’amore coniugale

9. In questa luce appaiono chiaramente le note e le esigenze caratteristiche dell’amore coniugale, di cui è di somma importanza avere un’idea esatta. È prima di tutto amore pienamente umano, vale a dire sensibile e spirituale. Non è quindi semplice trasporto di istinto e di sentimento, ma anche e principalmente è atto della volontà libera, destinato non solo a mantenersi, ma anche ad accrescersi mediante le gioie e i dolori della vita quotidiana; così che gli sposi diventino un cuor solo e un’anima sola, e raggiungano insieme la loro perfezione umana. È poi amore totale, vale a dire una forma tutta speciale di amicizia personale, in cui gli sposi generosamente condividono ogni cosa, senza indebite riserve o calcoli egoistici. Chi ama davvero il proprio consorte, non lo ama soltanto per quanto riceve da lui, ma per se stesso, lieto di poterlo arricchire del dono di sé. È ancora amore fedele ed esclusivo fino alla morte. Così infatti lo concepiscono lo sposo e la sposa nel giorno in cui assumono liberamente e in piena consapevolezza l’impegno del vincolo matrimoniale. Fedeltà che può talvolta essere difficile, ma che sia sempre possibile, e sempre nobile e meritoria, nessuno lo può negare. L’esempio di tanti sposi attraverso i secoli dimostra non solo che essa è consentanea alla natura del matrimonio, ma altresì che da essa, come da una sorgente, scaturisce una intima e duratura felicità. È infine amore fecondo, che non si esaurisce tutto nella comunione dei coniugi, ma è destinato a continuarsi, suscitando nuove vite. "Il matrimonio e l’amore coniugale sono ordinati per loro natura alla procreazione ed educazione della prole. I figli infatti sono il preziosissimo dono del matrimonio e contribuiscono moltissimo al bene degli stessi genitori".

La paternità responsabile
10. Perciò l’amore coniugale richiede dagli sposi che essi conoscano convenientemente la loro missione di paternità responsabile, sulla quale oggi a buon diritto tanto si insiste e che va anch’essa esattamente compresa. Essa deve considerarsi sotto diversi aspetti legittimi e tra loro collegati. In rapporto ai processi biologici, paternità responsabile significa conoscenza e rispetto delle loro funzioni: l’intelligenza scopre, nel potere di dare la vita, leggi biologiche che riguardano la persona umana. In rapporto alle tendenze dell’istinto e delle passioni, la paternità responsabile significa il necessario dominio che la ragione e la volontà devono esercitare su di esse. In rapporto alle condizioni fisiche, economiche, psicologiche e sociali, la paternità responsabile si esercita, sia con la deliberazione ponderata e generosa di far crescere una famiglia numerosa, sia con la decisione, presa per gravi motivi e nel rispetto della legge morale, di evitare temporaneamente od anche a tempo indeterminato, una nuova nascita. Paternità responsabile comporta ancora e soprattutto un più profondo rapporto all’ordine morale chiamato oggettivo, stabilito da Dio e di cui la retta coscienza è vera interprete. L’esercizio responsabile della paternità implica dunque che i coniugi riconoscano i propri doveri verso Dio, verso se stessi, verso la famiglia e verso la società, in una giusta gerarchia dei valori. Nel compito di trasmettere la vita, essi non sono quindi liberi di procedere a proprio arbitrio, come se potessero determinare in modo del tutto autonomo le vie oneste da seguire, ma, al contrario, devono conformare il loro agire all’intenzione creatrice di Dio, espressa nella stessa natura del matrimonio e dei suoi atti, e manifestata dall’insegnamento costante della chiesa.

Rispettare la natura e la finalità dell’atto matrimoniale
11. Questi atti, con i quali gli sposi si uniscono in casta intimità e per mezzo dei quali si trasmette la vita umana, sono, come ha ricordato il recente concilio, "onesti e degni", e non cessano di essere legittimi se, per cause mai dipendenti dalla volontà dei coniugi, sono previsti infecondi, perché rimangono ordinati ad esprimere e consolidare la loro unione. Infatti, come l’esperienza attesta, non da ogni incontro coniugale segue una nuova vita. Dio ha sapientemente disposto leggi e ritmi naturali di fecondità che già di per sé distanziano il susseguirsi delle nascite. Ma, richiamando gli uomini all’osservanza delle norme della legge naturale, interpretata dalla sua costante dottrina, la chiesa insegna che qualsiasi: atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita.

Inscindibili due aspetti: unione e procreazione
12. Tale dottrina, più volte esposta dal magistero della chiesa, è fondata sulla connessione inscindibile, che Dio ha voluto e che l’uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell’atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo. Infatti, per la sua intima struttura, l’atto coniugale, mentre unisce con profondissimo vincolo gli sposi, li rende atti alla generazione di nuove vite, secondo leggi iscritte nell’essere stesso dell’uomo e della donna. Salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l’atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore ed il suo ordinamento all’altissima vocazione dell’uomo alla paternità. Noi pensiamo che gli uomini del nostro tempo sono particolarmente in grado di afferrare quanto questa dottrina sia consentanea alla ragione umana.

Fedeltà al disegno di Dio
13. Giustamente infatti si avverte che un atto coniugale imposto al coniuge senza nessun riguardo alle sue condizioni ed ai suoi giusti desideri non è un vero atto di amore e nega pertanto un’esigenza del retto ordine morale nei rapporti tra gli sposi. Così, chi ben riflette dovrà anche riconoscere che un atto di amore reciproco, che pregiudichi la disponibilità a trasmettere la vita che Dio creatore di tutte le cose secondo particolari leggi vi ha immesso, è in contraddizione sia con il disegno divino, a norma del quale è costituito il coniugio, sia con il volere dell’Autore della vita umana. Usare di questo dono divino distruggendo, anche soltanto parzialmente, il suo significato e la sua finalità è contraddire alla natura dell’uomo come a quella della donna e del loro più intimo rapporto, e perciò è contraddire anche al piano di Dio e alla sua santa volontà. Usufruire invece del dono dell’amore coniugale rispettando le leggi del processo generativo, significa riconoscersi non arbitri delle sorgenti della vita umana, ma piuttosto ministri del disegno stabilito dal creatore. Infatti, come sul suo corpo in generale l’uomo non ha un dominio illimitato, così non lo ha, con particolare ragione, sulle sue facoltà generative in quanto tali, a motivo della loro ordinazione intrinseca a suscitare la vita, di cui Dio è principio. "La vita umana è sacra, ricordava Giovanni XXIII; fin dal suo affiorare impegna direttamente l’azione creatrice di Dio".

Vie illecite per la regolazione della natalità
14. In conformità con questi principi fondamentali della visione umana e cristiana sul matrimonio, dobbiamo ancora una volta dichiarare che è assolutamente da escludere, come via lecita per la regolazione delle nascite, l’interruzione diretta del processo generativo già iniziato, e soprattutto l’aborto diretto, anche se procurato per ragioni terapeutiche. È parimenti da condannare, come il magistero della chiesa ha più volte dichiarato, la sterilizzazione diretta, sia perpetua che temporanea, tanto dell’uomo che della donna. È altresì esclusa ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione. Né, a giustificazione degli atti coniugali resi intenzionalmente infecondi, si possono invocare, come valide ragioni: che bisogna scegliere quel male che sembri meno grave o il fatto che tali atti costituirebbero un tutto con gli atti fecondi che furono posti o poi seguiranno, e quindi ne condividerebbero l’unica e identica bontà morale. In verità, se è lecito, talvolta, tollerare un minor male morale al fine di evitare un male maggiore o di promuovere un bene più grande, non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male, affinché ne venga il bene, cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell’intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali. È quindi errore pensare che un atto coniugale, reso volutamente infecondo, e perciò intrinsecamente non onesto, possa essere coonestato dall’insieme di una vita coniugale feconda.

Liceità dei mezzi terapeutici
15. La chiesa, invece, non ritiene affatto illecito l’uso dei mezzi terapeutici necessari per curare malattie dell’organismo, anche se ne risultasse un impedimento, pur previsto, alla procreazione, purché tale impedimento non sia, per qualsiasi motivo, direttamente voluto.

Liceità del ricorso ai periodi infecondi

16. A questo insegnamento della chiesa sulla morale coniugale, si obietta oggi, come osservavamo sopra (n. 3), che è prerogativa dell’intelligenza umana dominare le energie offerte dalla natura irrazionale e orientarle verso un fine conforme al bene dell’uomo. Ora, alcuni si chiedono: nel caso presente, non è forse razionale, in circostanze così complesse, ricorrere al controllo artificiale delle nascite, se con ciò si ottiene l’armonia e la quiete della famiglia e migliori condizioni per l’educazione dei figli già nati? A questo quesito occorre rispondere con chiarezza: la chiesa è la prima a elogiare e a raccomandare l’intervento dell’intelligenza in un’opera che così da vicino associa la creatura ragionevole al suo creatore, ma afferma che ciò si deve fare nel rispetto dell’ordine da Dio stabilito. Se dunque per distanziare le nascite esistono seri motivi, derivanti dalle condizioni fisiche o psicologiche dei coniugi, o da circostanze esteriori, la chiesa insegna essere allora lecito tener conto dei ritmi naturali immanenti alle funzioni generative per l’uso del matrimonio nei soli periodi infecondi e così regolare la natalità senza offendere minimamente i principi morali che abbiamo ora ricordato. La chiesa è coerente con se stessa, sia quando ritiene lecito il ricorso ai periodi infecondi, sia quando condanna come sempre illecito l’uso dei mezzi direttamente contrari alla fecondazione, anche se ispirato da ragioni che possano apparire oneste e gravi. Infatti, i due casi differiscono completamente tra di loro: nel primo caso i coniugi usufruiscono legittimamente di una disposizione naturale; nell’altro caso essi impediscono lo svolgimento dei processi naturali. È vero che, nell’uno e nell’altro caso, i coniugi concordano con mutuo e certo consenso di evitare la prole per ragioni plausibili, cercando la sicurezza che essa non verrà; ma è altresì vero che soltanto nel primo caso essi sanno rinunciare all’uso del matrimonio nei periodi fecondi quando, per giusti motivi, la procreazione non è desiderabile, usandone, poi, nei periodi agenesiaci a manifestazione di affetto e a salvaguardia della mutua fedeltà. Così facendo essi danno prova di amore veramente e integralmente onesto.

Gravi conseguenze dei metodi di regolazione artificiale della natalità

17. Gli uomini retti potranno ancora meglio convincersi della fondatezza della dottrina della chiesa in questo campo, se vorranno riflettere alle conseguenze dei metodi di regolazione artificiale delle nascite. Considerino, prima di tutto, quale via larga e facile aprirebbero così alla infedeltà coniugale ed all’abbassamento generale della moralità. Non ci vuole molta esperienza per conoscere la debolezza umana e per comprendere che gli uomini - i giovani specialmente, così vulnerabili su questo punto - hanno bisogno d’incoraggiamento a essere fedeli alla legge morale e non si deve loro offrire qualche facile mezzo per eluderne l’osservanza. Si può anche temere che l’uomo, abituandosi all’uso delle pratiche anticoncezionali, finisca per perdere il rispetto della donna e, senza più curarsi del suo equilibrio fisico e psicologico, arrivi a considerarla come semplice strumento di godimento egoistico e non più come la sua compagna, rispettata e amata. Si rifletta anche all’arma pericolosa che si verrebbe a mettere così tra le mani di autorità pubbliche, incuranti delle esigenze morali. Chi potrà rimproverare a un governo di applicare alla soluzione dei problemi della collettività ciò che fosse riconosciuto lecito ai coniugi per la soluzione di un problema familiare? Chi impedirà ai governanti di favorire e persino di imporre ai loro popoli, ogni qualvolta lo ritenessero necessario, il metodo di contraccezione da essi giudicato più efficace? In tal modo gli uomini, volendo evitare le difficoltà individuali, familiari o sociali che s’incontrano nell’osservanza della legge divina, arriverebbero a lasciare in balia dell’intervento delle autorità pubbliche il settore più personale e più riservato della intimità coniugale. Pertanto, se non si vuole esporre all’arbitrio degli uomini la missione di generare la vita, si devono necessariamente riconoscere limiti invalicabili alla possibilità di dominio dell’uomo sul proprio corpo e sulle sue funzioni; limiti che a nessun uomo, sia privato, sia rivestito di autorità, è lecito infrangere. E tali limiti non possono essere determinati che dal rispetto dovuto all’integrità del corpo umano e delle sue funzioni naturali secondo i principi sopra ricordati e secondo la retta intelligenza del principio di totalità, illustrato dal nostro Predecessore Pio XII.

La chiesa garante degli autentici valori umani

18. Si può prevedere che questo insegnamento non sarà forse da tutti facilmente accolto: troppe sono le voci, amplificate dai moderni mezzi di propaganda, che contrastano con quella della chiesa. A dir vero, questa non si meraviglia di essere fatta, a somiglianza del suo divin fondatore, " segno di contraddizione ", ma non lascia per questo di proclamare con umile fermezza tutta la legge morale, sia naturale, che evangelica. Di essa la chiesa non è stata autrice, né può, quindi, esserne arbitra; ne è soltanto depositaria e interprete, senza mai poter dichiarare lecito quel che non lo è, per la sua intima e immutabile opposizione al vero bene dell’uomo. Nel difendere la morale coniugale nella sua integralità, la chiesa sa di contribuire all’instaurazione di una civiltà veramente umana; essa impegna l’uomo a non abdicare alla propria responsabilità per rimettersi ai mezzi tecnici; difende con ciò stesso la dignità dei coniugi. Fedele all’insegnamento come all’esempio del Salvatore, essa si dimostra amica sincera e disinteressata degli uomini che vuole aiutare, fin dal loro itinerario terrestre, "a partecipare come figli alla vita del Dio vivente, Padre di tutti gli uomini".


III. DIRETTIVE PASTORALI

La Chiesa “madre e maestra”
19. La nostra parola non sarebbe espressione adeguata del pensiero e delle sollecitudini della chiesa, madre e maestra di tutte le genti, se, dopo aver richiamato gli uomini alla osservanza e al rispetto della legge divina riguardante il matrimonio, non li confortasse nella vita di una onesta regolazione della natalità, pur in mezzo alle difficili condizioni che oggi travagliano le famiglie e i popoli. La chiesa, infatti, non può avere altra condotta verso gli uomini da quella del Redentore: conosce la loro debolezza, ha compassione della folla, accoglie i peccatori; ma non può rinunciare a insegnare la legge che in realtà è quella propria di una vita umana restituita nella sua verità originaria e condotta dallo Spirito di Dio.


Possibilità della osservanza della legge divina

20. La dottrina della chiesa sulla regolazione della natalità, che promulga la legge divina, apparirà facilmente a molti di difficile o addirittura impossibile attuazione. E certamente, come tutte le realtà grandi e benefiche, essa richiede serio impegno e molti sforzi, individuali, familiari e sociali. Anzi, non sarebbe attuabile senza l’aiuto di Dio, che sorregge e corrobora la buona volontà degli uomini. Ma a chi ben riflette non potrà non apparire che tali sforzi sono nobilitanti per l’uomo e benefici per la comunità umana.

Padronanza di sé
21. Una retta e onesta pratica di regolazione della natalità richiede anzitutto dagli sposi che acquistino e posseggano solide convinzioni circa i veri valori della vita e della famiglia, e che tendano ad acquistare una perfetta padronanza di sé. Il dominio dell’istinto, mediante la ragione e la libera volontà, impone indubbiamente una ascesi, affinché le manifestazioni affettive della vita coniugale siano secondo il retto ordine e in particolare per l’osservanza della continenza periodica. Ma questa disciplina, propria della purezza degli sposi, ben lungi al nuocere all’amore coniugale, gli conferisce invece un più alto valore umano. Esige un continuo sforzo, ma grazie al suo benefico influsso i coniugi sviluppano integralmente la loro personalità, arricchendosi di valori spirituali: essa apporta alla vita familiare frutti di serenità e di pace e agevola la soluzione degli altri problemi; favorisce l’attenzione verso l’altro coniuge, aiuta gli sposi a bandire l’egoismo, nemico del vero amore, e approfondisce il loro senso di responsabilità nel compimento dei loro doveri. I genitori acquistano con essa la capacità di un influsso più profondo ed efficace per l’educazione dei figli; la fanciullezza e la gioventù crescono nella giusta stima dei valori umani e nello sviluppo sereno ed armonico delle loro facoltà spirituali e sensibili.

Creare un ambiente favorevole alla castità
22. Noi vogliamo in questa occasione richiamare l’attenzione degli educatori e di quanti assolvono compiti di responsabilità in ordine al bene comune dell’umana convivenza, sulla necessità di creare un clima favorevole all’educazione della castità, cioè al trionfo della sana libertà sulla licenza, mediante il rispetto dell’ordine morale. Tutto ciò che nei moderni mezzi di comunicazione sociale i alle eccitazioni dei sensi, alla sfrenatezza dei costumi, come pure ogni forma di pornografia o di spettacoli licenziosi, deve suscitare la franca e unanime reazione di tutte le persone sollecite del progresso della civiltà e della difesa dei beni supremi dello spirito umano. Invano si cercherebbe di giustificare queste depravazioni con pretese esigenze artistiche scientifiche o di trarre argomento dalla libertà lasciata in questo settore da parte delle pubbliche autorità.

Appello ai pubblici poteri
23. Ai governanti, che sono i principali responsabili del bene comune e tanto possono per la salvaguardia del costume orale, noi diciamo: non lascino che si degradi la moralità dei loro popoli; non accettino che si introducano in modo legale in quella cellula fondamentale dello stato, che è la famiglia, pratiche contrarie alla legge naturale e divina. Altra è la via mediante la quale i pubblici poteri possono e devono contribuire alla soluzione del problema demografico: è la via di una provvida politica familiare, di una saggia educazione dei popoli, rispettosa della legge morale e della libertà dei cittadini. Siamo ben consapevoli delle gravi difficoltà in cui versano i pubblici poteri a questo riguardo, specialmente nei paesi in via di sviluppo. Alle loro legittime preoccupazioni abbiamo consacrato la nostra enciclica Populorum progressio. Ma, con il nostro predecessore Giovanni XXIII, ripetiamo: " Queste difficoltà non vanno superate facendo ricorso a metodi e a mezzi che sono indegni dell’uomo e che trovano la loro spiegazione soltanto in una concezione prettamente materialistica dell’uomo stesso e della sua vita. La vera soluzione si trova soltanto nello sviluppo economico e nel progresso sociale, che rispettano e promuovono i veri valori umani individuali e sociali ". Né si potrebbe senza grave ingiustizia rendere la divina Provvidenza responsabile di ciò che dipendesse invece da minore saggezza di governo, da un senso insufficiente della giustizia sociale, da egoistico accaparramento o ancora da biasimevole indolenza nell’affrontare gli sforzi e i sacrifici necessari per assicurare la elevazione del livello di vita di un popolo e di tutti i suoi figli. Che tutti i poteri responsabili - come certuni già fanno così lodevolmente - ravvivino generosamente i loro sforzi. E non cessi di estendersi l’aiuto vicendevole tra tutti i membri della grande famiglia umana: è un campo quasi illimitato che si apre così all’attività delle grandi organizzazioni internazionali.

Agli uomini di scienza

24. Vogliamo ora esprimere il nostro incoraggiamento agli uomini di scienza, i quali "possono dare un grande contributo al bene del matrimonio e della famiglia e alla pace delle coscienze, se, unendo i loro studi, cercheranno di chiarire più a fondo le diverse condizioni che favoriscono una onesta regolazione della procreazione umana". È in particolare auspicabile che, secondo l’augurio formulato da Pio XII, la scienza medica riesca a dare una base sufficientemente sicura ad una regolazione delle nascite, fondata sull’osservanza dei ritmi naturali. Così gli uomini di scienza, e in modo speciale gli scienziati cattolici, contribuiranno a dimostrare con i fatti che, come la chiesa insegna, "non vi può essere vera contraddizione tra le leggi divine che reggono la trasmissione della vita e quelle che favoriscono un autentico amore coniugale".

Agli sposi cristiani
25. E ora la nostra parola si rivolge più direttamente ai nostri figli, particolarmente a quelli che Dio chiama a servirlo nel matrimonio. La chiesa, mentre insegna le esigenze imprescrittibili della legge divina, annunzia la salvezza e apre con i sacramenti le vie della grazia, la quale fa dell’uomo una nuova creatura, capace di corrispondere nell’amore e nella vera libertà al disegno del suo Creatore e Salvatore e di trovare dolce il giogo di Cristo. Gli sposi cristiani, dunque, docili alla sua voce, ricordino che la loro vocazione cristiana iniziata col battesimo si è ulteriormente specificata e rafforzata col sacramento del matrimonio. Per esso i coniugi sono corroborati e quasi consacrati per l’adempimento fedele dei propri doveri, per l’attuazione della propria vocazione fino alla perfezione e per una testimonianza cristiana loro propria di fronte mondo. Ad essi il Signore affida il compito di rendere visibile agli uomini la santità "e la soavità della legge che unisce l’amore vicendevole degli sposi con la loro cooperazione all’amore di Dio autore della vita umana. Non intendiamo affatto nascondere le difficoltà talvolta gravi inerenti alla vita dei coniugi cristiani: per essi, come per ognuno, è stretta la porta e angusta la via che conduce alla vita". Ma la speranza di questa vita deve illuminare il loro cammino, mentre coraggiosamente si sforzano di vivere con saggezza, giustizia e pietà nel tempo presente, sapendo che la figura di questo mondo passa. Affrontino quindi gli sposi i necessari sforzi, sorretti dalla fede e dalla speranza che "non delude, perché l’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori con lo Spirito santo, che ci è stato dato"; implorino con perseverante preghiera l’aiuto divino; attingano soprattutto nell’eucaristia alla sorgente della grazia e della carità. E se il peccato facesse ancora presa su di loro, non si scoraggino, ma ricorrano con umile perseveranza alla misericordia di Dio, che viene elargita con abbondanza nel sacramento della penitenza. Essi potranno in tal modo realizzare la pienezza della vita coniugale descritta dall’apostolo: "Mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la chiesa (...). I mariti devono amare le loro mogli come il proprio corpo. Amare la moglie, non è forse amare se stesso? Ora nessuno mai ha odiato la propria carne, che anzi la nutre e la cura, come fa Cristo per la chiesa (...). Grande è questo mistero, voglio dire riguardo a Cristo e alla chiesa. Ma per quel che vi concerne, ognuno ami la sua moglie come se stesso e la moglie rispetti il proprio marito".

Apostolato tra i focolari
26. Tra i frutti che maturano da un generoso sforzo di fedeltà alla legge divina, uno dei più preziosi è che i coniugi stessi non di rado provano il desiderio di comunicare ad altri la loro esperienza. Viene così a inserirsi nel vasto quadro della vocazione dei laici una nuova e notevolissima forma dell’apostolato del simile da parte del simile: sono gli sposi stessi che si fanno apostoli e guide di altri sposi. Questa è senz’altro tra tante forme di apostolato una di quelle che oggi appaiono più opportune.

Ai medici e al personale sanitario
27. Abbiamo in altissima stima i medici e i membri del personale sanitario ai quali, nell’esercizio della loro professione, più di ogni interesse umano, stanno a cuore le superiori esigenze della loro vocazione cristiana. Perseverino dunque nel promuovere in ogni occasione le soluzioni, ispirate alla fede e alla retta ragione, e si sforzino di suscitarne la convinzione e il rispetto nel loro ambiente Considerino poi anche come proprio dovere professionale quello d’acquistare tutta la scienza necessaria in questo delicato settore, al fine di poter dare agli sposi che li consultano i saggi consigli e le sane direttive, che questi da loro a buon diritto aspettano.

Ai sacerdoti

28. Diletti figli sacerdoti, che per vocazione siete i consiglieri e le guide spirituali delle singole persone e delle famiglie, ci rivolgiamo ora a voi con fiducia. Il vostro primo compito - specialmente per quelli che insegnano la teologia morale - è di esporre senza ambiguità l’insegnamento della chiesa sul matrimonio. Siate i primi a dare, nell’esercizio del vostro ministero, l’esempio di un leale ossequio, interno ed esterno, al magistero della chiesa. Tale ossequio, ben lo sapete, obbliga non solo per le ragioni addotte, quanto piuttosto a motivo del lume dello Spirito santo, del quale sono particolarmente dotati i pastori della chiesa per illustrare la verità. Sapete anche che è di somma importanza, per la pace delle coscienze e per l’unità del popolo cristiano, che, nel campo della morale come in quello del dogma, tutti si attengano al magistero della chiesa e parlino uno stesso linguaggio. Perciò con tutto il nostro animo vi rinnoviamo l’accorato appello del grande apostolo Paolo: " Vi scongiuro, fratelli, per il nome di nostro signore Gesù Cristo, abbiate tutti uno stesso sentimento, non vi siano tra voi divisioni, ma siate tutti uniti nello stesso spirito e nello stesso pensiero ".

29. Non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo, è eminente forma di carità verso le anime. Ma ciò deve sempre accompagnarsi con la pazienza e la bontà di cui il Redentore stesso ha dato l’esempio nel trattare con gli uomini. Venuto non per giudicare, ma per salvare, egli fu certo intransigente con il male, ma paziente e misericordioso verso i peccatori. Nelle loro difficoltà, i coniugi ritrovino sempre nella parola e nel cuore del sacerdote l’eco della voce e dell’amore del Redentore. Parlate poi con fiducia, diletti figli, ben convinti che lo Spirito santo di Dio, mentre assiste il magistero nel proporre la dottrina, illumina internamente i cuori dei fedeli, invitandoli a dare il loro assenso. Insegnate agli sposi la necessaria via della preghiera, e istruiteli convenientemente, affinché ricorrano spesso e con grande fede ai sacramenti dell’eucaristia e della penitenza, e perché mai si scoraggino a motivo della loro debolezza.

Ai vescovi
30. Cari e venerabili fratelli nell’episcopato, con i quali condividiamo più da vicino la sollecitudine del bene spirituale del popolo di Dio, a voi va il nostro pensiero riverente e affettuoso al termine di questa enciclica. A tutti rivolgiamo un pressante invito. A capo dei vostri sacerdoti, cooperatori del sacro ministero, e dei vostri fedeli, lavorate con ardore e senza sosta alla salvaguardia e alla santità del matrimonio, perché sia sempre più vissuto in tutta la sua pienezza umana e cristiana. Considerate questa missione come una delle vostre più urgenti responsabilità nel tempo presente. Essa comporta, come sapete, un’azione pastorale concertata in tutti i campi della attività umana, economica, culturale e sociale: solo infatti un miglioramento simultaneo in questi vari settori permetterà di rendere non solo tollerabile, ma più facile gioconda la vita dei genitori e dei figli in seno alle famiglie, più fraterna e pacifica la convivenza nell’umana società, nella rigorosa fedeltà al disegno di Dio sul mondo.


APPELLO FINALE

31. Venerati fratelli, dilettissimi figli, e voi tutti, uomini di buona volontà, grande è l’opera di educazione, di progresso e di amore alla quale vi chiamiamo, basati sulla fermissima dottrina della chiesa, di cui il successore di Pietro è, con i suoi fratelli nell’episcopato cattolico, fedele depositario e interprete. Opera grande in verità, ne abbiamo l’intima convinzione, per il mondo come per la chiesa, giacché l’uomo non può trovare la vera felicità, alla quale aspira con tutto il suo essere, se non nel rispetto delle leggi iscritte da Dio nella sua natura e che egli deve osservare con intelligenza e amore. Su quest’opera noi invochiamo, come su voi tutti, e in modo speciale sugli sposi, l’abbondanza delle grazie di Dio santissimo e misericordiosissimo, in pegno delle quali vi diamo la nostra benedizione apostolica.

Dato a Roma, presso San Pietro,
nella festa di san Giacomo apostolo,
25 luglio dell’anno 1968,
sesto del nostro pontificato.


PAOLO PP. VI
mdeledda
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martedì, 20 maggio 2008, ore 22:24

Un Rosario da meditare

di Rosanna Brichetti Messori
da Il Timone (11-12/2002)


Avevamo programmato, se ricordate, di occuparci questa volta della “Via Lucis”. Ma l’attualità ci sospinge verso un’altra devozione, il Santo Rosario, che comunque, rientrava nei nostri progetti futuri.

Torneremo alla Risurrezione e alle tappe che l’hanno seguita la prossimo volta. Tuttavia, sempre di luce parleremo. È noto, infatti, che nel nuovo documento sul Rosario che il Papa ci ha recentemente donato, sono stati introdotti cinque nuovi misteri detti appunto “luminosi”: il Battesimo di Gesù, le Nozze di Cana, l’Annuncio del Regno, la Trasfigurazione, e l’istituzione della Eucaristia. Essi attengono ad eventi accaduti durante la vita pubblica di Gesù: cioè, quel periodo che sta tra il silenzio e il nascondimento della vita in famiglia e i grandi eventi pasquali. Nel Battesimo, il Padre conferma che quello è davvero il «Figlio diletto». A Cana, Gesù stesso manifesta per la prima volta la potenza miracolosa e salvatrice di cui è dotato.

Annunciando il Regno, e invitando alla conversione, vuoi farci capire che è iniziata un’era nuova nei rapporti tra Dio e le sue creature e che occorre, anche ora come allora, prepararsi e purificare il cuore per questi eventi straordinari perché non avvengano invano. Nella Trasfigurazione, il Soprannaturale si fa visibile, trasparente, inondando tutto con la sua luce, consentendo ai presenti l’esperienza della gioia che accompagna tale manifestazione, anticipo dì quella futura ed eterna. Nella Eucarestia, infine, Gesù “condensa”, se così si può dire, in un segno — il pane e il vino — gli eventi tragici ma insieme salvifici e gloriosi che stanno per compiersi, assicurandoci che quel segno stesso sarà il cibo efficace che ci nutrirà di Grazia e che ci consentirà di giungere personalmente alla redenzione.

Questi misteri della luce sono dunque una novità molto bella ma non, forse, la più interessante dell’intero documento. il centro di questo nuovo testo sul Rosario ci sembra infatti quello di averne sottolineato il carattere di preghiera meditativa, contemplativa: o riusciamo a capirlo e a fare nostra questa sollecitazione od Rosano rischierà di trasformarsi in una preghiera senz’anima, ripetitiva, proprio quel “moltiplicare le parole” condannato da Gesù stesso. Diventa dunque decisivo il modo con il quale avvicinarsi al Rosario e il “cuore” con cui viverlo. È molto bella questa parte del documento, in cui il Papa non solo ci dà delle direttive, ma si confida, facendoci entrare per un momento nella sua intimità, svelandoci che cosa sia stato e sia per lui il Rosario, cercando di trasmetterci la sua esperienza. «Il Rosario mi ha accompagnato nei momenti della gioia e in quelli della prova. Ad esso ho consegnato tante preoccupazioni, in esso ho trovato sempre conforto». Deve aver molto sofferto (questo Papa che non ha paura a mostrare sentimenti ed emozioni) di fronte alla “cattiva fama” che circondava questa preghiera, considerata spesso, in questi ultimi decenni, buona per le vecchiette delle generazioni preconciliari ma non per le nuove generazioni. E, invece, proprio a queste egli ci spinge a proporla senza remore o complessi.

È da questa esperienza interiore del valore e della efficacia del Rosario che nasce la devozione che ha nutrito schiere di santi ma anche di gente comune. Essa non contraddice la liturgia, cuore del mistero cristiano, e nemmeno sostituisce la lectìo divina, cioè la lettura della Scrittura fatta sotto lo sguardo del Padre. No, essa è semplicemente una preghiera buona per tutti, centrata sulla contemplazione dei misteri della vita di Gesù che riguardano la nostra salvezza. Una preghiera fatta alla scuola di Maria perché nessuno contemplò Gesù meglio di lei. Ella, infatti, ci guida con il suo esempio e ci sostiene con la sua forza di Madre che costantemente intercede affinché la Grazia inondi anche i nostri cuori e poco a poco ci trasfiguri alla maniera del Figlio.

Così rivisitata, la tradizione rivive, riprende vigore, mostrandoci un ottimo esempio di come essa debba divincolarsi con coraggio da una fissità piena di paura che vorrebbe ingessarla nel passato, ma anche da snaturamenti che vorrebbero annacquarla, fino al rischio di distruggerla.

Il Papa riconosce che questa rivisitazione si riaggancia ad una necessità, oggi sempre più avvertita, di contemplazione, cita gli stimoli derivanti dall’Oriente cristiano con la sua “preghiera del cuore” e anche “gli influssi di altre religioni” che affascinano molti. Ma mostra anche, e con vigore ne fornisce una testimonianza diretta e personale, come l’Occidente cristiano abbia esso pure, nel Rosario, un percorso spirituale che è un semplice ma efficace itinerario contemplativo. Lo dimostrano le schiere di santi che l’hanno utilizzato. Lo confermano le materne sollecitazioni di Maria che nelle tante apparizioni (sono citate Lourdes e Fatima) si mostra con la corona in mano e invita alla recita del Rosario.

Ma che cosa significa, nella pratica, che il Rosario deve essere preghiera contemplativa? Come dobbiamo di fatto comportarci per giungere a questa meta? Anzitutto, occorre capire che avviarsi sul cammino contemplativo significa diventare, per usare un’immagine evangelica, tralci sempre più coscienti e partecipi della vita divina, cioè sempre più rigogliosi. Perché è Lui che ci trasforma, è Lui che ci trasfigura, è la sua Grazia che ci dona la vita nuova. Così noi dobbiamo sempre più abbandonarci a Lui se vogliamo rinascere nello Spirito. Allora il nostro “io” malato e tronfio, eredità del peccato, acquisterà la sua giusta dimensione, cosicché Dio potrà prendere sempre più spazio nel nostro essere. Lasciarci agire più che agire, farci strumenti docili fino a poter dire con san Paolo: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me».

Ecco, il Rosario può essere uno strumento importante di questo cammino, un angolo di silenzio interiore, di riposo del corpo e della mente perché il cuore, cioè il nostro essere più profondo, penetri e si unisca, attraverso i singoli misteri che via via contempliamo, al grande Mistero della nostra salvezza, della nostra vera vita. Il Padre comune è il punto da cui partiamo. Il Figlio, nelle varie tappe della sua incarnazione, vita, passione, morte e risurrezione, è colui che ci svela il mistero che ci avvolge e che ci penetra fin nell’intimo.

Maria è colei che ci ha preceduto, che conosce il cammino e ci sostiene per via. Fino alla lode finale, fino a quel riconoscimento alla Trinità beata che ad ogni Gloria prende forma ed esplode da un cuore pieno di gioia e di gratitudine.


Ricorda
«Il Rosario, infatti, pur caratterizzato dalla sua fisionomia mariana, è preghiera dal cuore cristologico. Nella sobrietà dei suoi elementi, concentra in sé la profondità dell’intero messaggio evangelico, di cui è quasi un compendio. In esso riecheggia la preghiera di Maria, il suo perenne Magnificat per l’opera dell’Incarnazione redentrice iniziata nel suo grembo verginale. Con esso il popolo cristiano si mette alla scuola di Maria, per lasciarsi introdurre alla contemplazione della bellezza del volto di Cristo e all’esperienza della profondità del suo amore. Mediante il Rosario il credente attinge abbondanza di grazia, quasi ricevendola dalle mani stesse della Madre del Redentore» (Govanni Paolo II, Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae, n. 1).
mdeledda
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martedì, 20 maggio 2008, ore 18:31

Il nome di Dio e la storia dell'uomo

da L'Osservatore Romano (19 e 20 maggio 2008)

È stata esemplare la visita di Benedetto XVI alla Chiesa della Liguria.
Esemplare perché, nella concentrazione sull'essenziale che è caratteristica del vescovo di Roma, ha mostrato il volto di pastore del successore di Pietro. In un viaggio breve ma che ha saputo fortemente esprimere e mostrare, nella festa della Trinità, «l'essenza del cristianesimo». Questa, ha detto il Papa a Savona, si riassume nel nome di Dio: «Misericordia, che è sinonimo di amore, di grazia». E questo nome, «così antico e sempre nuovo», non è una lontana astrazione; al contrario - ha ripetuto Benedetto XVI a Genova - «dal nome di Dio dipende la nostra storia».

Non sono state parole disperse al vento, ma un insegnamento - tratto da quello di Gesù che, appunto,
«non fa giri di parole»; e questo insegnamento il Papa ha voluto seminare con fiducia e amicizia nel cuore di quanti lo hanno voluto ascoltare. Come è avvenuto soprattutto nell'incontro con i giovani, vera e propria meditazione sul significato del futuro e sull'importanza di Dio, riflessione che non è stata impedita nel suo svolgimento da una pioggia insistente, figura anzi di quella che bagna la «terra secca delle nostre anime».

In questo nuovo viaggio nel Paese di cui è primate, Benedetto XVI ha voluto recarsi in due città legate in modo speciale a Roma e ai suoi vescovi, entrambe radicate nella devozione a Maria, che
«non parla mai di sé, ma sempre di Dio».

E in questo intrecciarsi di simboli il Romano Pontefice ha voluto mostrare l'esempio di due suoi grandi predecessori - Benedetto XV e Pio VII - che in modo diverso seppero affrontare i poteri del mondo: il primo,
«Papa della pace» durante la prima guerra mondiale, e il secondo che con il coraggio dimostrato di fronte alla bufera napoleonica, «pagina oscura della storia dell'Europa», ci insegna ad «affrontare le sfide del mondo: materialismo, relativismo, laicismo, senza mai cedere a compromessi».

Il guardare alla trasmissione vitale e aperta della fede cristiana, cioè alla tradizione, ha permesso al Papa di unire le vicende passate della Chiesa ligure - con figure rilevanti nella storia come i due pontefici della Rovere, Sisto IV e Giulio II, ed esemplari nella testimonianza quali sono stati le sante e i santi ricordati nella cattedrale genovese - a quelle attuali, sintetizzate da tre cardinali arcivescovi metropoliti genovesi che Benedetto XVI ha voluto espressamente ricordare per il servizio alla loro comunità ma anche alla Chiesa universale: da Giuseppe Siri a Tarcisio Bertone, oggi suo segretario di Stato, fino ad Angelo Bagnasco, che presiede la Conferenza episcopale italiana.

Nella continuità ininterrotta tra passato e presente il cammino della Chiesa guarda al futuro, sicura delle promesse di Gesù:
«Chi ha scelto Dio ha ancora nella vecchiaia un futuro senza fine e senza minacce davanti a sé». E scegliere Dio significa per i cristiani prendere le decisioni quotidiane di sempre: la preghiera, soprattutto «uno stile semplice di preghiera domestica», la riscoperta della radice cristiana della domenica, la confessione, le opere di carità che ritrovano il volto di Cristo nelle persone sofferenti ed escluse, la testimonianza dei sacerdoti che devono andare «in cerca della gente» come faceva il Signore, una vita spirituale da coltivare, «una formazione “sostanziosa” più che mai necessaria» per maturare «una fede pensata capace di dialogare in profondità con tutti»: non cattolici, non cristiani e non credenti.

Queste scelte di ogni giorno comportano sempre
«il coraggio di andare controcorrente». Sicuri che Dio, anche nelle difficoltà e nel dolore, «non ci abbandona mai». Nella fiducia che risplende davanti al mondo la testimonianza del primato di Dio e della presenza del suo nome nella storia degli uomini.


Galleria fotografica del viaggio del Papa a Genova (© sito dell'Arcidiocesi di Genova)
mdeledda
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lunedì, 19 maggio 2008, ore 21:55

Ma davvero quelli di sinistra sono “i migliori”?

di Antonio Socci,
da “Libero” (14/05/08)


Al
Sunday Times, Gianni Alemanno, nuovo sindaco di Roma, ha dichiarato: «Non sono fascista, né ex fascista, né post-fascista”. E il domenicale britannico ha titolato: “L’Italia aveva bisogno del fascismo, dice il nuovo Duce». Quando si dice l’obiettività della stampa inglese. Del resto Alemanno è nato molti anni dopo la fine del ventennio. Dunque non può essere stato né fascista, né ex fascista. Semmai può essere definito ex missino che è altra cosa. Ex fascisti sono coloro che aderirono al PNF durante il regime, magari da giovani, ai Littoriali. E talora, arrivata la democrazia, diventarono grandi firme, intellettuali o politici, anche di sinistra. Il Sunday dovrebbe intervistare loro.

Prendiamo Eugenio Scalfari che ha appena pubblicato un libro di meditazioni autobiografiche, esaltato su tutti i giornali (domenica, per dire, da Barbara Spinelli sulla Stampa) e celebrato anche alla Fiera del libro di Torino. Un capitolo comincia così: “Sono stato balilla a sei anni, balilla moschettiere a dieci, avanguardista a quattordici, fascista universitario a diciassette. Fui espulso dal GUF nel gennaio del 1943. Fino a quel momento, cioè per undici anni di seguito dall’infanzia all’adolescenza sono stato fascista e mi sono sentito fascista. Ho aderito senza particolari difficoltà agli slogan sulla giovinezza, sulla romanità, sul destino eroico della nazione, sulla lungimiranza politica del Duce e sulla sua funzione storica”. A parte alcuni particolari di questa autobiografia su cui ci sarebbe da “divertirsi”, Scalfari ricorda, sia pure di sfuggita, che proprio in quegli anni e con quelle idee e parole d’ordine entrò nella professione giornalistica, scrivendo su “Roma fascista”, e con articoli molto brillanti che già mostravano il suo notevole talento: “pensavo di essere uno dei pochi veri e sinceri fascisti…”.

Alemanno ha oggi dichiarato al giornale inglese che odia «tutti i totalitarismi» e che il fascismo «deve essere condannato». Ma al Sunday non basta. Lo mette nel mirino per aver detto che il fascismo ebbe dei caratteri modernizzatori perché, ad esempio, bonificò le paludi e costruì un quartiere come l’Eur. Il giornalista inglese - che dev’essere di scarse letture - non sa che questa è una semplice constatazione che si ritrova nelle pagine dello storico serio. E non implica affatto l’essere fascisti. Tanto è vero che il già citato Scalfari, nel suo libro, oggi fa la stessa analisi per quanto riguarda l’aspetto politico-comunicativo: “Nacque con il fascismo il partito di massa, un’intuizione moderna (come parecchie altre, a cominciare dalla personalizzazione della politica e del partito nella figura del Capo) fondata su alcuni strumenti di notevole efficacia di carattere culturale e di un tipo specifico di scenografia”. Dunque Scalfari attribuisce a Mussolini “un’intuizione moderna” della politica. A nessuno verrebbe in mente oggi di criminalizzare questa semplice constatazione. Peraltro non è affatto detto che la “modernità” significhi per forza positività. Così come, non si può giudicare il leader del comunismo sovietico, Lenin, come un “fascista” o un “filofascista” per aver detto ai comunisti italiani che “In Italia c’era un solo uomo capace di compiere la rivoluzione, Mussolini, e voi ve lo siete lasciati scappare”.

È curioso. Abbiamo avuto un presidente della Camera, Bertinotti, che ancora si dice comunista e nessuno ha avuto da ridire quando è stato eletto alla terza carica dello Stato. È arrivato Fini che non è mai stato fascista (neanche era nato nel ventennio), è stato solo del MSI, anzi è stato quello che ha liquidato il MSI, e ne viene fuori un caso, pur essendo considerato da tutti un convinto democratico. Abbiamo un presidente della Repubblica che è stato comunista, anzi dirigente del PCI al tempo dell’Unione sovietica, ma nessuno ha da eccepire. Perché nessuno discute oggi la sua sicura fede democratica. Così per Veltroni, che ha il suo bel passato comunista. Se però il nuovo sindaco di Roma militò in gioventù nel MSI (ripeto: non ex fascista, ma ex missino), allora si parla di fascismo.

Certo, Alemanno è figlio di una stagione nella quale i giovani di destra e di sinistra ricorsero anche alle mani. “D’Alema può concedersi frivolezze come ‘sono un vecchio bolscevico’, e confessare di aver tirato una bottiglia molotov negli anni duri” (Edmondo Berselli, La Repubblica, 3/2/2005). Ma Alemanno no. D’Alema ha fatto il presidente del Consiglio e il ministro degli esteri senza che il Sunday Time lanciasse allarmi. Il bello è che c’è perfino da dubitare che D’Alema abbia mai veramente lanciato quella molotov. Per esempio, Luigi Manconi (che in gioventù fu in Lotta continua e poi è stato classe dirigente di questo Paese) dice che la molotov di D’Alema è “cosa della quale dubito seriamente” (Corriere della sera, 4/1/2001). Ma perché per un politico diessino-democratico è quasi un titolo d’onore, o almeno una simpatica civetteria, il ricordo di una monelleria, aver tirato una molotov in gioventù e per Alemanno dev’essere una colpa indicibile?

A chi – come il sottoscritto – ha sempre detestato le ideologie e allora non ebbe mai simpatia né per il comunismo, né per il fascismo, militando in Comunione e liberazione che fu il bersaglio di tante violenze degli estremisti, questo doppiopesismo dà la nausea. Mi sembra che riveli – questo sì – una discutibile cultura democratica.



Sedicenti Brigate Rosse

di Antonio Socci,
da “Libero” (13/05/08)


Che il Presidente della Repubblica abbia pronunciato la parola “comunista” parlando delle Brigate rosse, è un avvenimento. Tanto più che il presidente è Giorgio Napolitano (La Repubblica, 10/5). Finora ben pochi lo hanno fatto. Ha subito reagito con durezza lo storico Luciano Canfora (La Stampa, 10/5) sostenendo che i BR “si autoproclamavano” comunisti, ma erano solo “quattro imbecilli, incolti e forse prezzolati”. Canfora torna dunque alle “sedicenti” Brigate rosse? Quanta “canfora” c’è ancora nella Sinistra italiana? Ma lo storico interviene pure (Corriere della sera, 12/5) su Alemanno che dichiara di non essere fascista: “Può darsi anche che si sia pentito, ma una persona adulta non cambia repentinamente i propri convincimenti profondi”. E dunque, se questo è vero, che dobbiamo pensare di tutti coloro che sono stati militanti e dirigenti del PCI, addirittura negli anni dell’Urss o di quelli che hanno militato nell’estrema sinistra inneggiando a Mao, Castro o Stalin e oggi sono politici, intellettuali e giornalisti? Ma soprattutto di chi si dice ancora comunista, professor Canfora, che si deve pensare?

mdeledda
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lunedì, 19 maggio 2008, ore 21:32

Fede e verità

di G. Cottier,
da
L'Osservatore Romano (17/05/08)

Un rapporto fondamentale con la verità appartiene alla coscienza cristiana. Questo si situa nel prolungamento dell'alleanza di Israele, che è alleanza con il Dio unico, ossia il solo vero Dio, che si è fatto conoscere da Israele.

Di fronte a Lui, gli dei delle nazioni sono vanità, idoli fabbricati dalla mano degli uomini: sono falsi dei. Si vede che esiste un legame intrinseco, o meglio un'identità, fra Dio e la verità. Dio è verità. È Dio che, di libera iniziativa, si fa conoscere da noi, ci illumina con il suo mistero. L'accettazione in noi e mediante noi di questa luce è la fede.

Ecco in poche parole il tema che vi propongo di sviluppare.

Nel Prologo, si parla essenzialmente di questo Figlio unigenito; è Lui ad aprirci la via, è Lui stesso la via (cfr Giovanni, 14, 6). Egli viene presentato da un duplice punto di vista: quello dell'eternità divina e quello della storia della salvezza.

Il Verbo - questo è il nome che il Vangelo di san Giovanni dà al Figlio unigenito - è al centro della storia; il passato era teso verso la sua venuta; il presente e il futuro vivono nell'attesa della sua glorificazione finale, che segnerà anche il compimento della storia.

Il Verbo è dunque il nome del Figlio unigenito. Consideriamo ora il primo aspetto. In effetti, fin dall'inizio il Prologo ci dice qual è l'identità del Figlio.

"In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio" (1). Il principio (archè) stabilisce un parallelo con l'inizio della Genesi. Designa l'origine, la nascita eterna del Figlio, che precede il tempo e la storia.

La parola latina Verbum traduce il greco lògos che, a sua volta, corrisponde al termine ebraico che significa "parola". Il vecchio e il nuovo Testamento utilizzano il termine "parola" per dirci che Dio parla agli uomini. Questa parola divina è efficace e interviene in diversi modi. Essa è parola creatrice, per far sì che la creatura canti la gloria del Creatore. I suoi interventi, dovuti alle sovrane iniziative del suo amore per il suo Popolo, segnano i momenti importanti di una storia guidata dalla sua Provvidenza. Egli parla ancora a noi attraverso i Profeti e infine attraverso suo Figlio (cfr Ebrei, 1, 1-2).

Osserviamo qui che l'incontro della Parola, così come l'intende la tradizione giudeo-cristiana, e del pensiero greco, nel quale il lògos ha un posto centrale, è al centro della cultura occidentale e, come vedremo, di ogni cultura che incontra il cristianesimo. Da parte sua, in effetti, il pensiero greco darà al lògos ricchi sviluppi semantici. Designando all'inizio la parola pronunciata, la locuzione, lògos, significherà a partire da lì la parola interiore, poi la ragione, il pensiero. Si sa quale fecondità avrà il tema del lògos nella filosofia greca. Tuttavia, prima di occuparci di questo punto, ritorniamo alla lettura del Prologo.

La rivelazione non è il risultato di uno sforzo umano, non è un'autorivelazione. È una luce ricevuta, un dono accolto; la sua origine è in una libera iniziativa di Dio. La rivelazione manifesta quello che di Dio è inaccessibile, lo fa conoscere. Ciò che è rivelato e che, secondo la fede cristiana, lo sarà in pienezza dopo la morte, ha dunque nella nostra mente una condizione particolare. La nostra mente che lo riceve e vi aderisce, non si trova tuttavia sul suo stesso piano. Ciò che è rivelato e a cui il credente ha accesso non perde la sua trascendenza, il che sarebbe un'enorme falsificazione e un'enorme impostura, ma resta avvolto nel mistero, un mistero illuminatore e pacificatore, nutrimento per la ragione. Questo è l'ambito sia della mistica cristiana sia della teologia cristiana.

Il mistero significa la condizione che ha l'oggetto della rivelazione nella mente del credente. Questa condizione è tuttavia provvisoria e cederà il posto al definitivo. L'involucro del mistero si strapperà e noi ci ritroveremo faccia a faccia con Dio. La prima lettera di Giovanni ci dice: "Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è" (1 Giovanni, 3, 2).

Cristo, che è lui stesso oggetto della rivelazione, è il rivelatore. Egli è chiamato, con un termine che ne spiega il senso, "il testimone fedele" (Apocalisse, 1, 5).

Nella trasmissione della rivelazione, la testimonianza ha una funzione determinante. Il nostro intelletto aspira a vedere direttamente il suo oggetto; aspira all'evidenza. Là trova la sua perfezione. Nella maggior parte dei casi, però, l'immediatezza dell'evidenza non è possibile. È necessaria una mediazione. Un ragionamento giunge a una conclusione apodittica quando mostra il vincolo necessario che collega questa conclusione a principi colti immediatamente nella loro evidenza. Sebbene nessuna dimostrazione abbia questa perfezione, è tuttavia possibile stabilire il suo livello di probabilità e la qualità di una ipotesi plausibile.

In quanto modo di accesso alla verità, la testimonianza ha una natura particolare. In effetti, qui, un altro ha visto per me ciò che non mi era possibile vedere da solo, un altro sa e intende farmi condividere quello che sa, non dimostrandomelo, ma facendosi personalmente garante di ciò che annuncia. S'impegna di persona, poiché mi chiede di avere fiducia in lui, di fondarmi sulla sua veridicità, di credere a ciò che dice.

Un ragionamento è falso quando vi si inserisce un errore; una testimonianza è falsa quando il testimone mi inganna.

Quello che è stato detto vale per ogni testimonianza, in generale. Nel caso di una rivelazione che si fonda su realtà divine, va però fatta una nuova e fondamentale considerazione.

Dal momento che si tratta di una testimonianza puramente umana, posso, attraverso il pensiero, mettermi al posto del testimone: quello che ha visto, avrei potuto vederlo io stesso o un'altra persona.

Nel caso della rivelazione del mistero, che di per sé è per me inaccessibile, solo il Figlio unigenito, poiché è nel seno del Padre, può rivelarmela. Ciò significa che Lui stesso, in ciò che costituisce la sua identità, è avvolto nel mistero. Significa anche che sarebbe ragionevole crederci, come nel caso della testimonianza fondata sulle cose puramente umane, poiché contiene una certa intensità e plausibilità e perché potrebbe, di diritto, essere verificato per altre vie.

Qui la testimonianza si fonda su "cose nascoste", soprannaturali, per cui la domanda diviene: è ragionevole credere in misteri sovraragionevoli?

La domanda sulla credibilità ha una portata esistenziale poiché interpella sul senso del destino fino alla sua dimensione di eternità. Avendo esaminato il livello di credibilità, la mente misura meglio la trascendenza del mistero. San Paolo parla di follia (cfr 1 Corinzi, 1, 17 e seguenti), la follia delle iniziative dell'amore divino. Pascal ha sottolineato ammirevolmente questo paradosso: se si guarda alla natura della grazia divina che spinge a credere, la nostra religione è follia; se si guarda ai segni mediante i quali mostra la sua origine divina, è saggezza. La prova è umana, la fede è un dono di Dio. Introdurrei qui la considerazione della distinzione introdotta da alcuni esegeti fra il Gesù della storia e il Gesù della fede, distinzione che certuni hanno spinto fino alla rottura e all'opposizione. Il significato e i limiti di questa distinzione sono affrontati nel bel libro di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI, Gesù di Nazareth (2007).

Accontentiamoci di indicare che il problema è di ordine epistemologico. Il tipo di questione che si pone alla storia, o al testo, è determinante per la risposta che si riceverà. Non vi è qui alcun soggettivismo, ma la consapevolezza che la questione dipende da un punto di vista; non è dunque esaustiva anche in considerazione di ciò che Rudolf Bultmann ha chiamato la precomprensione.

La credibilità denota i titoli che presenta il messaggio rivelato per essere giudicato accettabile dalla ragione. La fede, che è un dono di Dio, apre alla comprensione del mistero. Per questo il Nuovo Testamento, quando parla di testimonianza, menziona il ruolo decisivo che svolge la testimonianza dello Spirito Santo, fondamento della certezza e illuminatore. La fede consente di conoscere; essa ha penetrato il mistero. È ciò che dice Gesù a Filippo: "Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi dire "mostraci il Padre"? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?" (Giovanni 14, 9-10).

L'avvicinamento fra vedere e credere è sorprendente. La fede, nella sua oscurità, è una conoscenza. Lungi dall'esigere l'accantonamento della ragione, la fede è per essa all'origine di una vitalità nuova. È quello che esprime la celebre formula di sant'Agostino: fides quaerens intellectum. Il mistero non esclude mai radicalmente la ragione. È sovraintelligibilità, eccesso di luce rispetto alle sue capacità naturali.

La ragione, riflettendo su se stessa, sa di non essere il proprio fondamento, ma di partecipare a una ragione superiore, che è ragione nella pienezza del significato, ossia ragione divina. Scopre contemporaneamente i propri limiti e anche uno slancio, un desiderio, che la porta a raggiungere il suo principio. In virtù di questa parentela originale e dell'aspirazione che le è connaturale quando giunge a essa la rivelazione del lògos divino, si ritrova stimolata: è per essa come un nuovo risveglio. Da qui la seconda formula di sant'Agostino, complementare a quella che abbiamo citato prima: intellectus quaerens fidem.

La teologia corrisponde così a un'esigenza naturale dell'intelletto credente. Si sforza di penetrare, con gli strumenti concettuali di cui dispone, nell'intelligibilità del mistero, di scoprirne le armonie nascoste, di illuminare con la sua luce superiore e di unificare la sua conoscenza del mondo, dell'uomo e della sua storia.

Dio è la verità assoluta. Nell'atto di fede mi appoggio su Dio stesso, prima verità che rivela il mistero.

Questo confronto immediato con l'assoluto può sembrare spaventoso e pericoloso. Notiamo che senza la relazione con l'assoluto, svaniscono l'identità e la dignità dell'uomo come persona trascendente il mondo materiale.

I due pericoli sono: l'intolleranza e il fanatismo. Sull'intolleranza il pensiero cristiano ha sempre sostenuto che il teologo che tratta delle questioni dell'assoluto deve riconoscere tutte le vie della ragione naturale e la verità delle sue conclusioni.

Il fanatismo è legato al problema dell'uso della violenza. L'atto di fede è un impegno personale di ciascuno per questo, una fede imposta con la forza non è fede. Il Concilio Vaticano II ha dato il principio che illumina tutta la questione quando nella dichiarazione Dignitatis humanae sulla libertà religiosa dice: "La verità non si impone che per la forza della verità stessa, la quale si diffonde nelle menti soavemente e insieme con vigore".
mdeledda
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lunedì, 19 maggio 2008, ore 21:29

ROMA, venerdì, 16 maggio 2008

ZENIT.org

La Corte Europea con
sentenza del 21 febbraio scorso ha condannato la Grecia per aver costretto l'avvocato Arret Alexandridis a manifestare i propri convincimenti religiosi in occasione della prestazione del giuramento previsto per l'inizio della sua attività forense (la formula del giuramento, infatti, era predisposta in modo tale da far supporre che il giurante fosse di fede cristiano-ortodossa). [...]

Sulla base di questa sentenza dal Ministero dell'Interno dovrebbero essere inoltrate diffide alla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) affinché si astengano dall’esercitare simili pratiche, con minaccia di azioni legali per il ristoro del danno derivante dalla lesione del diritto di libertà religiosa [...]

Intervistato da ZENIT, Giorgio Salina, Presidente dell’Association pour la Fondation Europa (AFE) ha commentato che “questa sentenza, così come il recente pronunciamento del Consiglio d’Europa sul diritto all’aborto sicuro e gratuito confermano un progressivo cedimento alla deriva relativista e un subdolo tentativo di legiferare attraverso la Magistratura, eludendo i limiti di competenza di ciascun organismo”.

Questo mi ricorda certi ministri del fu-governo Prodi...

Secondo il Presidente di AFE “non vi è dubbio che la convergenza di Deputati europei appartenenti a diversi gruppi politici, gli intergruppi Gay e Lesbiche e analoghe Organizzazioni europee, potenti lobby come Catholics for the free choice, determinano una forte pressione relativista nelle varie Istituzioni”.

A questo proposito Salina ha raccontato che in un Convegno organizzato da queste realtà presso il Parlamento europeo, l’on. Miguel Angel Martínez Martínez, del Partido Socialista Obrero Español, in uno degli interventi conclusivi ha confessato: “Diciamolo chiaro, noi siamo relativisti. La verità non la possiede nessuno; la verità non esiste, esistono opinioni diverse, tutte legittime, tutte da rispettare”.

Il rispetto per le opinioni (e la sovranità) altrui, però, sembra non valere per i socialisti spagnoli... ah, la coerenza! che rara virtù.

Lo stesso onorevole spagnolo ha accusato le Chiese strutturate gerarchicamente, come quella cattolica, di “praticare la dittatura culturale”. [...]

Ovvero il bue che dice cornuto all'asino...

È urgente fare pressioni sul governo italiano perché la ratifica del Trattato di Lisbona sia condizionata al rifiuto del valore vincolante della "Carta dei diritti fondamentali", che appare sempre più un grimaldello ideologico per scardinare in senso relativista le legislazioni nazionali su temi estremamente delicati.
Passate parola.

mdeledda
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lunedì, 19 maggio 2008, ore 21:26

Il rapporto annuale USA rileva una mancanza di impegno

di Padre John Flynn, LC,
da
I segni dei tempi (18/05/08)

Il 2 maggio, la Commissione USA sulla libertà religiosa internazionale (USCIRF - U.S. Commission on International Religious Freedom) ha pubblicato il rapporto annuale 2008 e le raccomandazioni per il Segretario di Stato Condoleezza Rice sui “Paesi di particolare preoccupazione” (CPC - countries of particular concern).

La Commissione è stata istituita dalla legge sulla libertà religiosa internazionale del 1998, con il compito, tra gli altri, di individuare quei Paesi i cui governi si siano resi responsabili o abbiano tollerato sistematiche e gravi violazioni della libertà religiosa.

“Le violente repressioni dello scorso anno ai danni delle comunità religiose in Paesi come Cina, Birmania e Sudan, confermano che la libertà religiosa è un diritto umano vulnerabile, che deve essere tutelato dalla comunità internazionale”, ha affermato in un comunicato stampa il Presidente della Commissione, Michael Cromartie.

La raccomandazione della Commissione per il 2008 include nell’elenco dei Paesi CPC la Birmania, (ufficialmente Myanmar), la Corea del Nord, l’Eritrea, l’Iran, il Pakistan, la Cina, l’Arabia Saudita, il Sudan, il Turkmenistan, l’Uzbekistan e il Vietnam.

L’effettiva designazione come Paese CPC avviene poi con una decisione del Dipartimento di Stato USA.

La Commissione non ha apportato modifiche sostanziali rispetto alla sua raccomandazione del 2007, tra cui anche la richiesta al Dipartimento di Stato di mantenere nell’elenco dei Paesi CPC il Vietnam che nel 2006 era stato rimosso.

Nel comunicato stampa la Commissione riconosce che il Vietnam ha compiuto “significativi progressi”, ma rileva al contempo il persistere di “abusi, discriminazioni e restrizioni”.

Nella sua lettera indirizzata a Condoleezza Rice, la Commissione riporta maggiori dettagli in merito alla situazione nel Vietnam, affermando di aver rilevato, nel corso di una visita compiuta nell’ottobre del 2007, un miglioramento piuttosto incostante. La Commissione afferma, contrariamente a quanto sostenuto dal Dipartimento di Stato, che in Vietnam continuano ad esserci “prigionieri sensibili” (“prisoners of concern”). Inoltre, secondo la Commissione, le autorità esercitano una restrizione generalizzata dei diritti umani.

Infatti la Commissione esprime apertamente, nella sua lettera al Dipartimento di Stato, l’insoddisfazione per le scarse misure adottate nei confronti dei Paesi che limitano gravemente la libertà religiosa. La lettera osserva che il Dipartimento di Stato, dal novembre 2006, non ha modificato l’elenco dei Paesi CPC.

Questa inerzia “potrebbe far pensare che il Governo USA non sia abbastanza impegnato” nel tentativo di ottenere miglioramenti nei Paesi che violano gravemente la libertà religiosa, dichiara la Commissione nella stessa lettera.

La situazione in Iraq

La Commissione pubblica inoltre una “lista di guardia” (“Watch List”) di Paesi in cui le violazioni sono gravi, anche se in misura minore rispetto ai CPC. La lista si compone dei seguenti Paesi: Afghanistan, Bangladesh, Bielorussia, Cuba, Egitto, Indonesia e Nigeria

Oltre a questi Paesi, secondo la Commissione rimangono molto preoccupanti le condizioni della libertà religiosa in Iraq. Nel 2007 l’Iraq era compreso nella Watch List, ma quest’anno la decisione sull’Iraq sarà preceduta da una visita che la Commissione vi effettuerà prossimamente e che sarà oggetto anche di uno specifico rapporto.

Intanto la Commissione rileva le “condizioni particolarmente difficili in cui versano i non musulmani in Iraq”, affermando che le minoranze subiscono violenze da parte di ribelli sunniti e di estremisti provenienti dall’estero, ma anche persecuzioni e discriminazioni per mano delle autorità di governo.

Un altro Paese su cui il rapporto della Commissione esprime insoddisfazione per la posizione del Dipartimento di Stato è l’Arabia Saudita. In seguito alla raccomandazione della Commissione del 2004, l’Arabia Saudita era stata inserita nell’elenco dei Paesi CPC. Tuttavia, nel 2006, il Dipartimento di Stato ha deciso di espungerla.

Nel rapporto del 2008 la Commissione osserva che dopo le due visite in Arabia Saudita, effettuate nel 2007, il gruppo di lavoro rimane preoccupato per la carenza di libertà religiosa. Le promesse fatte dalle autorità, sulle misure che sarebbero state prese per consentire una maggiore libertà religiosa, rimangono incompiute. Non solo: durante le visite della Commissione, il Governo saudita si è rifiutato di concedere incontri con una serie di dirigenti chiave.

Una delle conclusioni della Commissione è che le autorità saudite continuano a imporre gravi restrizioni ad ogni forma di espressione pubblica religiosa che non sia quella dell’islam sunnita ufficiale. “Questa politica viola i diritti di molte comunità musulmane appartenenti alle diverse scuole islamiche che risiedono in Arabia Saudita”, afferma il rapporto.

La Commissione rileva inoltre che il Governo saudita finanzia quelle scuole religiose e quelle pubblicazioni che sostengono l’intolleranza, e talvolta la violenza, nei confronti dei non musulmani e dei musulmani non conformi alla religione ufficiale.

Crescita nonostante le repressioni
Per quanto riguarda l’Asia il rapporto stigmatizza le gravi violazioni della libertà religiosa in Cina, ma osserva anche che nonostante la repressione le comunità stanno crescendo rapidamente. Le autorità tentano di limitare il fenomeno religioso alle associazioni approvate dallo Stato, ricorrendo talvolta anche alla violenza contro i gruppi non registrati, osserva la Commissione.

Le chiese domestiche protestanti e i preti cattolici clandestini continuano ad essere fortemente perseguitati, secondo il rapporto. Le autorità cinesi proseguono anche nella demolizione delle strutture e delle statue buddiste tiebetane, ammettendo che più di 100 monaci e monache buddisti tibetani si trovano attualmente sotto detenzione, afferma il rapporto.

Violazioni della libertà religiosa sono presenti anche in Myanmar, dove secondo la Commissione la situazione sarebbe ulteriormente peggiorata nell’ultimo anno.

Tra i recenti avvenimenti, il rapporto cita le violenze perpetrate dalla giunta militare per reprimere le pacifiche manifestazioni dei monaci buddisti nel settembre 2007. Almeno 30 sono i morti accertati, anche se alcune stime sono molto più elevate, osserva la Commissione. Migliaia di persone sono state arrestate e centinaia si trovano attualmente ancora in detenzione.

Le cose non sono migliori nella Corea del Nord, dove “la libertà di pensiero, di coscienza e di religione o di credo non esiste”, afferma il rapporto. Nello scorso anno non si sono registrati elementi di miglioramento delle condizioni di libertà religiosa, secondo la Commissione. Alcuni rifugiati parlano di circa 6.000 cristiani detenuti in un campo nel Nord del Paese.

Il più violento
Per quanto riguarda l’Africa, la Commissione ricorda che in passato aveva indicato il Sudan come il Paese responsabile delle “violazioni più violente al mondo del diritto alla libertà di religione o di credo”. La situazione è migliorata negli ultimi tempi, ma principalmente solo nel Sud del Paese.

A Nord è cambiato ben poco e tutti i cittadini, compresi i cristiani e i fedeli delle religioni africane tradizionali, sono soggetti alla Sharia. I musulmani godono di trattamenti privilegiati nei servizi pubblici, mentre la conversione dall’Islam rimane un reato soggetto alla pena di morte.

Un altro Paese africano esaminato nel rapporto della Commissione è la Nigeria, dove la risposta del governo alle persistenti preoccupazioni per la libertà religiosa viene definita “inadeguata”.

Tra i problemi sollevati dal rapporto vi è l’introduzione di elementi della legge islamica nei codici penali di diversi stati nigeriani del Nord, e la discriminazione ai danni delle minoranze cristiane e musulmane.

In Nigeria si sono verificate gravi violenze etniche e religiose negli anni passati. Nello scorso anno la situazione è lievemente migliorata, ma ciò nonostante il rapporto parla di dozzine di persone uccise e altrettante chiese e moschee distrutte in diversi paesi e villaggi del territorio nazionale.

Tra gli ultimi Paesi considerati dal rapporto figura la Russia, che non viene inserita in alcuna lista della Commissione, ma che è comunque considerata con preoccupazione per la sua fragile situazione dei diritti umani che, secondo il rapporto, influisce sulle condizioni della libertà religiosa.

Le minoranze religiose continuano a subire restrizioni alle proprie attività, rileva il rapporto, e uno dei maggiori problemi è la carenza di una chiara politica nazionale sulle questioni religiose. Questo significa che lo stato della libertà religiosa varia enormemente da regione a regione.

Come dimostra chiaramente il rapporto, la libertà religiosa è minacciata in molti luoghi del mondo. Ma riuscire a convincere i governi a prendere le misure necessarie a cambiare la situazione purtroppo non è un compito facile.
mdeledda
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