giovedì, 21 febbraio 2008, ore 11:27
Attenzione ai poltici!
di Antonio Socci,
da Libero (19/02/2008)
ATEI, GRAZIE A DIO
Gianfranco Fini, prima della crisi di governo e delle elezioni, ha dichiarato che non è credente. Ma lunedì, con l’incombere delle elezioni, ha rivelato sul Corriere (18/2) che il suo schieramento “difende con intensità valori e programmi cari ai cattolici”. Cosa non si fa per prendere i voti. Però i referendum non gli fanno lo stesso effetto religioso. Infatti alla consultazione sulla legge 40 si schierò vigorosamente contro i cattolici. Ora si dice molto perplesso sulla lista di Giuliano Ferrara, anche lui non-credente che difende i valori cattolici. L’eventuale sodalizio elettorale fra i due farà pensare a una battuta di Woody Allen: “Avevo una ragazza e dovevamo sposarci, ma c’era un conflitto religioso. Lei era atea e io agnostico. Non sapevamo senza quale religione educare i figli”.
A NANDO O O !!
Ferdinando Adornato ha i suoi meriti: è appena sceso da un treno che tutti considerano in procinto di vincere. Cosa rara. Ma una sua recente dichiarazione ha suscitato qualche ironia. Ha detto: “Credo in Gesù Cristo, ma non so se fosse figlio di Dio” (La Repubblica, 17/02/2008). Frase sofferta, ma purtroppo, involontariamente, così ha finito per evocare la celebre battuta di Walter Fontana: «Era un bambino presuntuoso e saccente. Quando la maestra di prima elementare gli chiese: "Ma tu credi in Dio?", lui rispose: "Beh, credere è una parola grossa. Diciamo che lo stimo”». Adornato però è un intellettuale serio, dunque merita una risposta seria. Ecco un folgorante pensiero di Malegue: «Oggi il difficile non è l’accettare che Cristo sia Dio; il difficile sarebbe accettare Dio se non fosse Cristo».
mdeledda
giovedì, 21 febbraio 2008, ore 10:50
LA VERA LAICITÀ E LE COMPETENZE DELLA CHIESA
UDIENZA GENERALE
Aula Paolo VI
Mercoledì, 20 febbraio 2008
Saluto ai pellegrini presenti nella Basilica Vaticana:
Sono lieto di accogliere e di salutare cordialmente tutti voi, cari pellegrini provenienti da varie parti d’Italia. Il cammino quaresimale che stiamo percorrendo sia occasione favorevole di un deciso sforzo di conversione e di rinnovamento spirituale per un risveglio alla fede autentica, per un recupero salutare del rapporto con Dio e per un impegno evangelico più generoso. Nella consapevolezza che l'amore è stile di vita che contraddistingue il credente, non stancatevi di essere ovunque testimoni di carità.
Chers pèlerins de langue française, je vous accueille avec joie auprès de la tombe de Pierre. Que la démarche spirituelle que vous accomplissez ici, en ce temps de Carême, affermisse votre foi au Christ et votre amour de l’Église. En vous confiant à l’intercession de la Bienheureuse Vierge Marie, je vous assure de ma prière pour vous et pour vos familles, et à toutes vos intentions. Avec ma Bénédiction apostolique.
I am pleased to greet all the English-speaking pilgrims gathered here in the Basilica of Saint Peter. Lent is a privileged time for all Christians to recommit themselves to conversion and spiritual renewal. In this way, we rekindle a genuine faith in Christ, a life-giving relationship with God and a more fervent dedication to the Gospel. Strengthened by the conviction that love is the distinguishing mark of Christian believers, I encourage you to persevere in bearing witness to charity in your daily lives.
Mit Freude grüße ich die Audienzteilnehmer aus den Ländern deutscher Sprache hier im Petersdom. Die Fastenzeit, die österliche Bußzeit, bietet eine gute Gelegenheit, den Weg der Umkehr entschieden weiterzugehen und sich um eine geistliche Erneuerung zu bemühen für eine Neubelebung des Glaubens und unserer Beziehung zu Gott sowie für einen großherzigen Einsatz im Geist des Evangeliums. Die Liebe ist der Lebensstil, der den glaubenden Menschen auszeichnet. Werdet nicht müde, überall Zeugnis für die Nächstenliebe zu geben. Euch allen wünsche ich einen gesegneten Aufenthalt hier in Rom.
Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española aquí presentes. Que el camino de conversión cuaresmal sea una ocasión idónea para una auténtica renovación espiritual, a fin de avivar la fe y la relación de amistad con Dios y para un mayor compromiso evangélico. Con la certeza de que el amor es el estilo de vida que distingue a los creyentes, no os canséis de ser testigos de la caridad allí donde estéis. ¡Que Dios os bendiga!
Concludiamo questo nostro incontro cantando la preghiera del Pater Noster.
* * *
Sant'Agostino (4)
Cari fratelli e sorelle,
dopo la pausa degli esercizi spirituali della settimana scorsa ritorniamo oggi alla grande figura di sant'Agostino, sul quale già ripetutamente ho parlato nelle catechesi del mercoledì. È il Padre della Chiesa che ha lasciato il maggior numero di opere, e di queste oggi intendo parlare brevemente. Alcuni degli scritti agostiniani sono d’importanza capitale, e non solo per la storia del cristianesimo ma per la formazione di tutta la cultura occidentale: l’esempio più chiaro sono le Confessiones, senza dubbio uno dei libri dell’antichità cristiana tuttora più letti. Come diversi Padri della Chiesa dei primi secoli, ma in misura incomparabilmente più vasta, anche il Vescovo d’Ippona ha infatti esercitato un influsso esteso e persistente, come appare già dalla sovrabbondante tradizione manoscritta delle sue opere, che sono davvero moltissime.
Lui stesso le passò in rassegna qualche anno prima di morire nelle Retractationes e poco dopo la sua morte esse vennero accuratamente registrate nell’Indiculus (“elenco”) aggiunto dal fedele amico Possidio alla biografia di sant'Agostino, Vita Augustini. L’elenco delle opere di Agostino fu realizzato con l’intento esplicito di salvaguardarne la memoria mentre l’invasione vandala dilagava in tutta l’Africa romana e conta ben milletrenta scritti numerati dal loro Autore, con altri “che non si possono numerare, perché non vi ha apposto nessun numero”. Vescovo di una città vicina, Possidio dettava queste parole proprio a Ippona – dove si era rifugiato e dove aveva assistito alla morte dell’amico – e quasi sicuramente si basava sul catalogo della biblioteca personale di Agostino. Oggi, sono oltre trecento le lettere sopravvissute del Vescovo di Ippona e quasi seicento le omelie, ma queste in origine erano moltissime di più, forse addirittura tra le tremila e le quattromila, frutto di un quarantennio di predicazione dell’antico retore che aveva deciso di seguire Gesù e di parlare non più ai grandi della corte imperiale, ma alla semplice popolazione di Ippona.
E ancora in anni recenti le scoperte di un gruppo di lettere e di alcune omelie hanno arricchito la nostra conoscenza di questo grande Padre della Chiesa. “Molti libri – scrive Possidio – furono da lui composti e pubblicati, molte prediche furono tenute in chiesa, trascritte e corrette, sia per confutare i diversi eretici sia per interpretare le sacre Scritture ad edificazione dei santi figli della Chiesa. Queste opere – sottolinea il Vescovo amico – sono tante che a stento uno studioso ha la possibilità di leggerle ed imparare a conoscerle” (Vita Augustini, 18, 9).
Tra la produzione letteraria di Agostino – quindi più di mille pubblicazioni suddivise in scritti filosofici, apologetici, dottrinali, morali, monastici, esegetici, antieretici, oltre appunto le lettere e le omelie – spiccano alcune opere eccezionali di grande respiro teologico e filosofico. Innanzi tutto bisogna ricordare le già menzionate Confessiones, scritte in tredici libri tra il 397 e il 400 a lode di Dio. Esse sono una specie di autobiografia nella forma di un dialogo con Dio. Questo genere letterario riflette proprio la vita di sant'Agostino, che era un vita non chiusa in sé, dispersa in tante cose, ma vissuta sostanzialmente come dialogo con Dio e così una vita con gli altri. Già il titolo Confessiones indica la specificità di questa autobiografia. Questa parola “confessiones” nel latino cristiano sviluppato dalla tradizione dei Salmi ha due significati, che tuttavia si intrecciano. Confessiones indica, in primo luogo, la confessione delle proprie debolezze, della miseria dei peccati; ma, allo stesso tempo, “confessiones” significa lode di Dio, riconoscimento a Dio. Vedere la propria miseria nella luce di Dio diventa lode a Dio e ringraziamento perché Dio ci ama e ci accetta, ci trasforma e ci eleva verso se stesso. Su queste Confessiones che ebbero grande successo già durante la vita di sant'Agostino, lui stesso ha scritto: “Esse hanno esercitato su di me tale azione mentre le scrivevo e l’esercitano ancora quando le rileggo. Vi sono molti fratelli ai quali queste opere piacciono” (Retractationes, II, 6): e devo dire che anch’io sono uno di questi «fratelli». E grazie alle Confessiones possiamo seguire passo passo il cammino interiore di quest’uomo straordinario e appassionato di Dio. Meno diffuse ma altrettanto originali e molto importanti sono poi le Retractationes, composte in due libri intorno al 427, nelle quali sant’Agostino, ormai anziano, compie un’opera di “revisione” (retractatio) di tutta la sua opera scritta, lasciando così un documento letterario singolare e preziosissimo, ma anche un insegnamento di sincerità e di umiltà intellettuale.
Il De civitate Dei – opera imponente e decisiva per lo sviluppo del pensiero politico occidentale e per la teologia cristiana della storia – venne scritto tra il 413 e il 426 in ventidue libri. L'occasione era il sacco di Roma compiuto dai Goti nel 410. Tanti pagani ancora viventi, ma anche molti cristiani, avevano detto: Roma è caduta, adesso il Dio cristiano e gli apostoli non possono proteggere la città. Durante la presenza delle divinità pagane Roma era “caput mundi”, la grande capitale, e nessuno poteva pensare che sarebbe caduta nelle mani dei nemici. Adesso, con il Dio cristiano, questa grande città non appariva più sicura. Quindi il Dio dei cristiani non proteggeva, non poteva essere il Dio al quale affidarsi. A questa obiezione, che toccava profondamente anche il cuore dei cristiani, risponde sant'Agostino con questa grandiosa opera, il De civitate Dei, chiarendo che cosa dobbiamo aspettarci da Dio e che cosa no, qual è la relazione tra la sfera politica e la sfera della fede, della Chiesa. Anche oggi questo libro è una fonte per definire bene la vera laicità e la competenza della Chiesa, la grande vera speranza che ci dona la fede.
Questo grande libro è una presentazione della storia dell’umanità governata dalla Provvidenza divina, ma attualmente divisa da due amori. E questo è il disegno fondamentale, la sua interpretazione della storia, che è la lotta tra due amori: amore di sé “sino all'indifferenza per Dio”, e amore di Dio “sino all'indifferenza per sé”, (De civitate Dei, XIV, 28), alla piena libertà da sé per gli altri nella luce di Dio. Questo, quindi, è forse il più grande libro di sant'Agostino, di una importanza permanente. Altrettanto importante è il De Trinitate, opera in quindici libri sul principale nucleo della fede cristiana, la fede nel Dio trinitario, scritta in due tempi: tra il 399 e il 412 i primi dodici libri, pubblicati a insaputa di Agostino, che verso il 420 li completò e rivide l’intera opera. Qui egli riflette sul volto di Dio e cerca di capire questo mistero del Dio che è unico, l'unico creatore del mondo, di noi tutti, e tuttavia, proprio questo unico Dio è trinitario, un cerchio di amore. Cerca di capire il mistero insondabile: proprio l'essere trinitario, in tre Persone, è la più reale e più profonda unità dell'unico Dio. Il De doctrina Christiana è invece una vera e propria introduzione culturale all’interpretazione della Bibbia e in definitiva allo stesso cristianesimo, che ha avuto un’importanza decisiva nella formazione della cultura occidentale.
Pur con tutta la sua umiltà, Agostino certamente fu consapevole della propria statura intellettuale. Ma per lui, più importante del fare grandi opere di respiro alto, teologico, era portare il messaggio cristiano ai semplici. Questa sua intenzione più profonda, che ha guidato tutta la sua vita, appare da una lettera scritta al collega Evodio, dove comunica la decisione di sospendere per il momento la dettatura dei libri del De Trinitate, “perché sono troppo faticosi e penso che possano essere capiti da pochi; per questo urgono di più testi che speriamo saranno utili a molti” (Epistulae, 169, 1, 1). Quindi più utile era per lui comunicare la fede in modo comprensibile a tutti, che non scrivere grandi opere teologiche. La responsabilità acutamente avvertita nei confronti della divulgazione del messaggio cristiano è poi all’origine di scritti come il De catechizandis rudibus, una teoria e anche una prassi della catechesi, o il Psalmus contra partem Donati. I donatisti erano il grande problema dell'Africa di sant'Agostino, uno scisma volutamente africano. Essi affermavano: la vera cristianità è quella africana. Si opponevano all'unità della Chiesa. Contro questo scisma il grande Vescovo ha lottato per tutta la sua vita, cercando di convincere i donatisti che solo nell'unità anche l'africanità può essere vera. E per farsi capire dai semplici, che non potevano comprendere il grande latino del retore, ha detto: devo scrivere anche con errori grammaticali, in un latino molto semplificato. E lo ha fatto soprattutto in questo Psalmus, una specie di poesia semplice contro i donatisti, per aiutare tutta la gente a capire che solo nell'unità della Chiesa si realizza per tutti realmente la nostra relazione con Dio e cresce la pace nel mondo.
In questa produzione destinata a un pubblico più largo riveste un’importanza particolare la massa delle omelie, spesso pronunciate “a braccio”, trascritte dai tachigrafi durante la predicazione e subito messe in circolazione. Tra queste, spiccano le bellissime Enarrationes in Psalmos, molto lette nel medioevo. Proprio la prassi di pubblicazione delle migliaia di omelie di Agostino – spesso senza il controllo dell’autore – spiega la loro diffusione e successiva dispersione, ma anche la loro vitalità. Subito infatti le prediche del vescovo d’Ippona diventavano, per la fama del loro autore, testi molto ricercati e servivano anche per altri Vescovi e sacerdoti come modelli, adattati a sempre nuovi contesti.
La tradizione iconografica, già in un affresco lateranense risalente al VI secolo, rappresenta sant’Agostino con un libro in mano, certo per esprimere la sua produzione letteraria, che tanto influenzò la mentalità e il pensiero cristiani, ma per esprimere anche il suo amore per i libri, per la lettura e la conoscenza della grande cultura precedente. Alla sua morte non lasciò nulla, racconta Possidio, ma “raccomandava sempre di conservare diligentemente per i posteri la biblioteca della chiesa con tutti i codici”, soprattutto quelli delle sue opere. In queste, sottolinea Possidio, Agostino è “sempre vivo” e giova a chi legge i suoi scritti, anche se, conclude, “io credo che abbiano potuto trarre più profitto dal suo contatto quelli che lo poterono vedere e ascoltare quando di persona parlava in chiesa, e soprattutto quelli che ebbero pratica della sua vita quotidiana fra la gente” (Vita Augustini, 31). Sì, anche per noi sarebbe stato bello poterlo sentire vivo. Ma è realmente vivo nei suoi scritti, è presente in noi e così vediamo anche la permanente vitalità della fede alla quale ha dato tutta la sua vita.
Saluti:
Je salue les pèlerins francophones, en particulier les nombreux jeunes des écoles, collèges et lycées de France, notamment ceux de Fénelon Sainte-Marie et de Gerson. Je vous encourage à fréquenter saint Augustin, afin qu’il vous ouvre à l’intelligence des Écritures et qu’il fortifie votre attachement au Christ. Avec ma Bénédiction apostolique.
I cordially greet all the English-speaking pilgrims present at today’s audience. I extend a particular welcome to parishioners from the Church of Our Lady of Loretto in New York, as well as Benedictines participating in an intensive course on the rule of their order. A blessed Lent to you all!
Einen frohen Gruß richte ich an die deutschsprachigen Pilger und Besucher. Unter ihnen grüße ich besonders die Kirchenrechtsstudenten der Universitäten München, Augsburg und Potsdam. In seinen Schriften zeigt uns Augustinus auch heute den Weg, den Glauben tiefer zu verstehen. Wenn man sie liest, sieht man, daß der Glaube der gleiche geblieben ist und immerfort Gegenwart ist, die uns auch heute den Weg zeigt. So sollen wir wie er nicht müde werden, Gott immer neu zu suchen, um ihn dann auch immer mehr zu lieben und seine Zeugen zu sein. Von Herzen segne ich euch alle.
Saludo a los peregrinos de lengua española, especialmente a las Hijas de María Auxiliadora y a los estudiantes del Colegio Mater Salvatoris y Nuestra Señora del Huerto. Que en esta Cuaresma, el ejemplo de san Agustín, la lectura de sus obras, su mensaje y su camino interior os ayuden a un encuentro personal con Jesucristo que cambie totalmente vuestras vidas. ¡Muchas gracias!
Saúdo os visitantes de língua portuguesa, especialmente os brasileiros de Porto Alegre. Faço votos por que vossa recente peregrinação à Terra Santa sirva de auspício para invocar do Altíssimo abundantes graças que vos façam prosseguir, seguros e concordes, na caminhada penitencial rumo à Páscoa eterna. Que Deus Nosso Senhor abençoe vossas famílias e comunidades.
Saluto in lingua polacca:
Witam pielgrzymów przyby?ych z Polski i z innych stron s'wiata. Wielki Post, jaki przez.ywamy, jest czasem przemiany serc, rekolekcji, powrotu cz?owieka do Boga. Niech nasza; modlitwe;, dobre postanowienia, oz.ywia zawo?anie s'wie;tego Augustyna: „Niespokojne jest serce nasze, dopóki nie spocznie w Bogu” (por. Wyznania I, 1, 1). Na ten czas odnowy ducha serdecznie b?ogos?awie; wam tu obecnym i waszym bliskim.
Traduzione italiana:
Saluto i pellegrini polacchi giunti dalla Polonia e dagli altri paesi del mondo. La Quaresima è il tempo della conversione dei cuori, degli esercizi spirituali e del ritorno dell’uomo a Dio. Che le nostra preghiera ed i nostri buoni propositi siano animati dall’invocazione di sant’Agostino: “inquieto è il nostro cuore, finché non riposa in Dio” (cfr. Confessiones I, 1, 1). Per questo tempo di rinnovamento dello spirito, a voi tutti qui presenti e ai vostri cari, imparto una benedizione di cuore.
Saluto in lingua ceca:
Srdec(ne( zdravím poutníky ze Slavkovic u Nového Me(sta na Morave(, Radešínské Svratky a Jámy! Drazí, v této postní dobe( prosme Pána o pravé a hluboké obrácení. K tomu ze srdce žehnám vám i vašim drahým! Chvála Kristu!
Traduzione italiana:
Un cordiale benvenuto ai pellegrini di Slavkovice u Nového Me(sta na Morave(, Radešínská Svratka a Jámy! Carissimi, in questo tempo di Quaresima chiediamo al Signore una vera e profonda conversione. Con questi voti benedico di cuore voi e i vostri cari! Sia lodato Gesù Cristo!
* * *
Rivolgo ora un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le Suore Canossiane qui convenute in occasione della loro Assemblea capitolare e le esorto ad essere sempre più presenze significative ovunque operano, distinguendosi per una intensa comunione e attiva cooperazione con i Pastori della Chiesa. Saluto con affetto i Seminaristi del Seminario Vescovile di Lugano, accompagnati dal Vescovo Mons. Pier Giacomo Grampa, e li incoraggio a dedicarsi con serio impegno alla propria formazione spirituale e teologica, necessaria per l’impegno apostolico che li attende. Saluto le Guide della Necropoli Vaticana, accompagnate dal Cardinale Angelo Comastri e da Mons. Vittorio Lanzani, ed esprimo il mio apprezzamento per il competente e generoso servizio che svolgono in favore dei pellegrini provenienti da tutto il mondo. Saluto i fedeli della Parrocchia San Giovanni Battista, in Dossena e i rappresentanti della Federazione Italiana Amici dei Musei.
Saluto poi i fedeli delle Diocesi di Pavia e di Vigevano, guidati dai rispettivi Pastori Mons. Giovanni Giudici e Mons. Claudio Baggini, qui convenuti per ricambiare la visita, che ho avuto la gioia di compiere nel mese aprile dell’anno scorso in terra pavese e lomellina. Cari amici, ancora una volta vi ringrazio per l’affetto con cui mi avete accolto, ed auspico che da quel nostro incontro scaturisca per le vostre Comunità diocesane una rinnovata vitalità spirituale nella fedele e generosa adesione a Cristo e alla Chiesa. Guardate al futuro con speranza e lavorate con appassionata fiducia nella vigna del Signore!
Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati, e agli sposi novelli. L’amicizia nei confronti di Gesù, cari giovani, sia per voi fonte di gioia e spinta a compiere scelte impegnative. L’amore per Cristo vi rechi conforto, cari malati, nei momenti difficili e vi infonda serenità. Cari sposi novelli, alla luce dell’amicizia con il Signore, impegnatevi a corrispondere alla vostra vocazione e missione con un amore reciproco e fedele.
mdeledda
mercoledì, 20 febbraio 2008, ore 22:53
L'allarme del Cardinale Bagnasco: «La società consumistica rischia di crollare come il socialismo».
da Petrus (20 febbraio 2008)
«Il crollo del socialismo reale non è stato determinato dalla decrepitezza della sua economia, ma dal vuoto spirituale, e così sarà anche per la società consumistica». Lo ha affermato il presidente della CEI, Cardinale Angelo Bagnasco, intervenuto all'Università Cattolica del Sacro Cure di Milano per inaugurare i corsi di teologia dell'ateneo.
Nella sua lezione, “L'avvenimento di Cristo, proposta alla ragione dell'uomo”, il presidente della CEI e vescovo di Genova ha ricordato che «il XX secolo appare come un periodo in cui l'umanità ha raggiunto piena coscienza di sé, ha maturato un senso della dignità ma ha fatto fatica a mettere a fuoco la sua identità». Da qui la critica alla società, non solo quella prodotta della ideologie del '900 come il comunismo: «La società opulenta - ha spiegato - vede nell'uomo non un valore in sé ma il destinatario di un consumo. L'uomo è più agito che soggetto da amare». La libertà è un valore assoluto per il pensiero contemporaneo e Bagnasco ha voluto precisare: «Agire nella libertà non vuol dire che tutto è legittimo. La libertà chiama in causa la verità perché se sradicata da essa si rivolta contro l'uomo». I valori della libertà, insieme a quello della solidarietà, ha spiegato il presidente della CEI «stanno alla base della civiltà europea e sono nati con il cristianesimo». I cristiani, ha quindi, spiegato «sono chiamati ad indicare la via del dialogo attraverso la ragione nella quale si deve avere fiducia».
Citando quindi il discorso che il Papa avrebbe dovuto leggere all'università La Sapienza di Roma, “L'uomo vuole conoscere la verità”, Bagnasco ha sottolineato che è proprio il «cristiano a fare emergere il vuoto di tante condizioni esistenziali».
mdeledda
mercoledì, 20 febbraio 2008, ore 22:42
Perché la Cina sì e Cuba no?
Entrambe dittature che non rispettano i diritti dell’uomo e nemmeno la libertà religiosa, hanno avuto sviluppi molto diversi, dovuti all’origine sovietica del modello cubano, alla lunghissima sopravvivenza al potere di Fidel Castro ed al suo essere prigioniero dell’ideologia antiamericana. Pechino, ed anche Hanoi, sono invece entrate nel mercato globale e conoscono una grande crescita economica.
di Padre Piero Gheddo,
di AsiaNews (20/02/08)
Fidel Castro, il dittatore più longevo della storia moderna, ha finalmente abdicato ai suoi poteri di stato e di governo. Lascia ai successori un regime imbalsamato e al popolo cubano la speranza di liberarsi presto della casta dei comunisti “puri e duri”, per poter finalmente respirare e agire in libertà. La sfortuna di Cuba è che Castro è sopravvissuto così a lungo. Mao, per fortuna del popolo cinese, è morto da più di trent’anni e subito dopo di lui il regime è cambiato e pur senza rinunziare alla dittatura del partito, ha avviato radicali riforme economiche, ha spalancato le frontiere, ha innescato un processo virtuoso di sviluppo economico. Lo stesso sta succedendo in Vietnam da una ventina d’anni. Oggi la Cina è una potenza economica mondiale, il Vietnam è fra i paesi più sviluppati dell’Asia. Sono ancora due dittature che non rispettano i diritti dell’uomo e nemmeno la libertà religiosa, ma c’è qualche speranza che il miglioramento dell’istruzione e la crescita del benessere possano portare ad una maggior democrazia e libertà per il popolo. Anche perché al comunismo, sbandierato come religione di stato e insegnato nelle scuole, non ci crede più nessuno e i supposti “ideali” del comunismo, se c’erano in passato, oggi non esistono più. Un missionario che vive in Cina dal 1994 mi ha detto pochi anni fa a Canton: “Credo che oggi non esista un paese più selvaggiamente capitalista della Cina, dove i diritti umani e dei lavoratori non contano nulla”. E cosa contano nell’isola di Fidel Castro?
Cuba sotto Castro è rimasta per mezzo secolo una patetica sopravvivenza del passato. La dittatura e le forti motivazioni ideologiche del Partito comunista, di cui Fidel Castro rimane il segretario, non permettono un graduale passaggio all’economia di mercato e a favorire l’iniziativa privata con la denazionalizzazione di terre e aziende. Perché Cina e Vietnam sì e Cuba no? Sostanzialmente per due motivi. Primo, Cuba è stata impostata secondo il modello sovietico di economia e di società, tutto centralizzato e tutto statalizzato; il maoismo era molto più decentrato in tutti i sensi, naturalmente eccetto l’ideologia, il potere politico e militare, i metodi totalitari. Cuba non ha mai avuto un “bo doi”, come dicono i vietamiti dal 1986, cioè una radicale conversione dell’economia verso il mercato libero e l’apertura ad accordi economici anche con i paesi capitalisti.
Una seconda causa spiega questa anomalia di paesi comunisti che vanno verso un maggior sviluppo economico o verso un sempre maggior sottosviluppo è questa: Castro è rimasto prigioniero fin dall’inizio dell’ideologia anti-americana: il nemico assoluto di Cuba e del Sud del mondo è l’America. Per la Cina e anche per il Vietnam non è stato così: la Cina ha stretto accordi commerciali con gli Stati Uniti fin dagli anni settanta e il Vietnam dagli anni novanta: oggi i due paesi sono integrati nel mercato mondiale globalizzato e si sviluppano rapidamente anche per questa scelta. Cuba no, è rimasta orgogliosamente e assurdamente anti-americana e anche dopo il fallimento del tentativo di impiantare missili sovietici a Cuba nel 1962 ha continuato nella sua linea ideologica anti-occidentale, mandando militari cubani in appoggio ai governi “socialisti” (o supposti tali) e a sostegno delle “guerre di liberazione” che si combattevano in Africa negli anni settanta e anche ottanta, come ho visto in Angola, Etiopia, Guinea-Bissau e Mozambico. Che Castro sia anti-americano a causa dell’embargo americano, che avrebbe impedito lo sviluppo economico di Cuba, è una di quelle panzane che si continua a ripetere senza fondamento nella realtà dei fatti. L’incantevole isola dei Caraìbi ha sempre avuto aperti grandi mercati per le sue importazioni ed esportazioni: Urss, Spagna, Canadà, Cina, quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale, Italia compresa.
Ma i danni peggiori del “castrismo” sono stati fatti in America Latina e anche in Africa. Ancor oggi, visitando vari paesi in questi due continenti (ma anche in Asia), fa pena sentire sempre ripetere che gli Stati Uniti e l’Occidente europeo sono la causa della loro povertà. Dopo il fallimento di tutti i regimi comunisti (su una trentina al potere fino al 1989 non uno ha prodotto il bene del popolo) c’è ancora chi sogna una società egualitaria nella quale lo stato pensa a tutto. Credo che il mito anti-occidentale e anti-americano sparso da Cuba in modo militante, con tanti opuscoli, giornaletti e fumetti in tutte le lingue, fra i popoli più deboli e meno istruiti li deresponsabilizzi (la colpa è sempre gli altri), mentre dovrebbero avere coscienza di impegnarsi per prendere in mano il loro paese e orientarlo in modo onesto e rispettoso dei diritti del popolo, primo dei quali la libertà. Ero in Bangladesh nel settembre 2001. L’11 del mese, quando sono crollate le Due Torri a New York per un attentato terroristico, non ne avevo avuto notizia subito. Ma quando il giorno dopo mi portavano in auto dal lebbrosario di Dhanjuri a Dinajpur, incontravamo nei villaggi e città maree di bengalesi che gridavano di gioia, manifestavano non si capiva bene per quale motivo. Sono poi venuto a sapere cos’era successo ma anche, mi diceva un confratello, che il bilancio dello stato del Bangladesh è coperto per circa il 70% dai paesi occidentali, primi fra tutti Inghilterra e Stati Uniti! Ma fra il popolo bengalese è comune il pensare che molti dai mali nazionali vengono dall’Occidente e dagli Stati Uniti!
mdeledda
mercoledì, 20 febbraio 2008, ore 21:20
La presa per i fondelli della Legge 194
di LDCaterina63,
da Crismon (20/02/08)
... quanta confusione E QUANTE BUGIE E MENZOGNE!!!!!!
Chiariamo una verità che la sinistra e i radicali non vogliono divulgare...
LA CHIESA NON VUOLE AFFATTO ELIMINARE LA 194 in sé...
La difesa di questi giorni, nelle varie manifestazioni è una strumentalizzazione politica... per portare gli elettori CONTRO I SUGGERIMENTI DELLA CHIESA VERSI I CATTOLICI E LE PERSONE DI BUONA VOLONTÀ a favore della Vita umana...
La Legge 194 è ovvio A NOI CATTOLICI (piccoli, non adulti, semplici...) NON PIACE, MA È TOLLERATA, ciò che invece la Chiesa chiede e che questi abortisti NON dicono è che venga APPLICATA LA PRIMA PARTE DELLA 194 CHE CHIEDE DI PREVENIRE L'ABORTO...
Diverso è LA MORATORIA CONTRO L'ABORTO... questa moratoria se mai si farà e dovesse vincere... saranno i Parlamenti e le future legislature ad occuparsene...
Cosa dice questa Legge 194?
Legge 194/78
Articolo 1.
Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L'interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.
riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.
ora... se lo Stato riconosce, garantisce e TUTELA LA VITA UMANA DAL SUO INIZIO... la Chiesa e noi... si chiede più semplicemente che venga applicato QUESTO DIRITTO E CHE VENGA TUTELATA QUESTA VITA COME STA SCRITTO IN QUESTA LEGGE CHE TANTO VOGLIONO DIFENDERE...
Seppure è vero che il resto della Legge è per noi inaccettabile, la tolleriamo... e chiediamo che prevalga quel senso di RESPONSABILITÀ DESCRITTO NELLA STESSA LEGGE:
riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.
se invece si continua a difendere solo la parte ABORTIVA della Legge, allora CI STANNO PRENDENDO IN GIRO... E COLORO CHE DIFENDONO LA LEGGE 194 NON HANNO LETTO QUESTO PASSO O FANNO FINTA DI NON LEGGERLO...
Può lo Stato scrivere in una Legge che
riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.
E POI UTILIZZARLA ESCLUSIVAMENTE PER ABORTIRE???
Usate la ragione, non l'ideologia...
Fraternamente,
CaterinaLD
mdeledda
martedì, 19 febbraio 2008, ore 22:51
A Lourdes la fede arde da 150 anni
di Vincenzo Sansonetti,
da “Oggi” del 14/02/2008
Alle origini di Lourdes c’è esclusivamente la testimonianza di una ragazzina di 14 anni ignorante, malata, povera. Non è possibile che si sia trattato solo di allucinazioni?
Bernadette Soubirous, la pastorella di Lourdes, è stata sottoposta a numerose visite di specialisti e commissioni di medici, molti dei quali non credenti o non cattolici. Non è mai sorto un solo dubbio sulle sue condizioni psichiche. Per tutta la vita ebbe il carattere schivo, solido, pragmatico, delle sue origini contadine. Prima e dopo le apparizioni del 1858 non ebbe altre manifestazioni mistiche. Anzi, si schermiva, talvolta con durezza, se la trattavano come una carismatica, una veggente, dicendo: «La Signora mi ha già detto tutto quel che c’era da dire. Da allora sono di nuovo come tutte le altre, non ho più visto né sentito niente”».
Può esserci stato allora un interesse economico, o magari il bisogno di protagonismo di una adolescente emarginata?
Bernadette disse che la Signora le aveva affidato tre segreti, cioè tre indicazioni che riguardavano soltanto lei e che dunque doveva tenere per sé. In effetti, non ne volle mai parlare ma, da molti indizi, sembra che uno di quei segreti a uso personale riguardasse la proibizione di accettare denaro. In effetti, ogni volta che qualcuno cercò di metterle in mano o nella tasca del grembiule qualche moneta, o anche solo un dono modesto, pur essendo di solito mite e timida ebbe reazioni dure di rifiuto immediato, radicale. Non soltanto: dovette scongiurare i suoi parenti, anche qui con severità insolita in lei, perché essi pure non approfittassero in alcun modo della imprevista notorietà. «A proposito di notorietà, Bernadette la cercò così poco che, per sfuggirle, prima si ritirò come addetta alla cucina e alle pulizie in un convento di suore di Lourdes, implorando che non la mostrassero ad alcuno, nemmeno ai vescovi e ai cardinali che volevano vederla. Poi, resasi conto che, mentre nasceva il grande pellegrinaggio, era impossibile restare nella sua città senza essere coinvolta, chiese di essere accolta in un monastero di clausura a Nevers, a centinaia di chilometri di distanza».
È vero che suor Marie-Bernard (questo il nome che assunse da religiosa) non parlò più con nessuno delle apparizioni?
Sì. Varcando la porta del monastero disse: «Sono venuta qui per nascondermi». E, in effetti, per tutti gli anni che le restarono, rimase celata, subendo spesso umiliazioni dalle stesse consorelle e rifiutando sempre di parlare della apparizioni, avendo già detto tutto quanto c’era da dire. Non dimentichiamo che Bernadette è stata proclamata beata e successivamente santa attraverso lunghi e severi processi canonici: ogni aspetto della sua vita è stato scrutato e vagliato. Il risultato fu che, in lei, non fu trovata traccia né di spirito visionario, né di interesse materiale, né di tentazioni esibizionistiche.
Le apparizioni mariane riconosciute dalla Chiesa sono state numerose. Come mai proprio Lourdes è divenuto il maggior santuario mondiale, con sei milioni di pellegrini in media all’anno?
Stando, ovviamente, solo sul piano umano, si potrebbe osservare che questo fu il primo santuario collegato alla ferrovia che permise pellegrinaggi di massa, per giunta con malati al seguito. Non si deve dimenticare, poi, che la Francia era allora (e lo restò per molti decenni) il Paese più ricco e più sviluppato d’Europa, con un cattolicesimo molto intraprendente, che di quel luogo fece il punto di incontro e di preghiera prediletto. Proprio in Francia, poi, era più viva la polemica contro la Chiesa, con governi massonici che la perseguitavano e con un ambiente intellettuale che affermava che, nella nuova luminosa età della Scienza, non c’era più posto per le superstizioni religiose. Le apparizioni, dunque, furono colte dai credenti come un prezioso appoggio del Cielo alla loro resistenza contro l’incredulità e furono valorizzate come meritavano. Inoltre, fu decisivo il fatto che, da subito, la fede della gente comprese che questo era anche un luogo di guarigione, un luogo dove una Madre consolava i suoi figli infermi non soltanto nello spirito, ma anche nel corpo.
Ma la fama di Lourdes non è un po’ abusiva? In fondo, in 150 anni sono passati centinaia di milioni di pellegrini, molti ammalati. Eppure i miracoli, le guarigioni “scientificamente inspiegabili”, come vengono definite, sono solo 67...
Bisogna intendersi: i dossier di guarigioni conservati negli archivi del Santuario sono molte migliaia. Tra questi casi, ne sono stati scelti soltanto 67, che valgono come “esempi” assolutamente sicuri. In effetti, Lourdes è il solo santuario del pianeta (non solo nel mondo cristiano, ma di tutte le religioni), che abbia una struttura specializzata, il celebre Ufficio di constatazione medica, che prende in esame i casi denunciati di guarigione prodigiosa.
Come si arriva a riconoscere il “miracolo”?
Per arrivare sino alla dichiarazione di “scientificamente inspiegabile” da parte dei medici, e poi alla proclamazione del miracolo da parte della Chiesa, occorrono anni di studi, di interrogatori, di esami, di visite, di consulti, da parte di una Commissione i cui membri non vengono scelti per la loro religione, ma per la loro competenza. Basta un minimo dubbio perché casi anche clamorosi siano scartati.
Qual è a Lourdes il significato della guarigione fisica?
È importante ricordare che la guarigione fisica, nella prospettiva cristiana, è solo un segno della guarigione vera, che è quella dell’anima, liberata dal male del peccato. In questo senso si può dire che non c’è pellegrino di Lourdes che non torni “sanato”, anche se i suoi guai fisici continuano: essi, però, acquistano un nuovo significato alla luce della fede. Alla Grotta si trova la serenità, si comprende che il cristiano è chiamato a partecipare alla croce di Gesù e che Egli può consolarci. Non a caso, tra i tanti primati Lourdes ha anche quello di luogo dove c’è il maggiore numero di confessioni e dove di più ci si accosta all’eucaristia.
Qual è l’atteggiamento della Chiesa verso questo santuario?
È certamente quello cui la Santa Sede ha dedicato negli ultimi due secoli più attenzione e incoraggiamento. Intendiamoci: per la Chiesa tutto ciò che il cristiano può e deve sapere sta nella Sacra Scrittura e nella Tradizione. La Rivelazione è chiusa una volta per tutte con la morte dell’ultimo Apostolo e non sono ammesse aggiunte. Dunque, credere nelle apparizioni mariane e nei loro messaggi (che, peraltro, se comunicassero cose “nuove” sarebbero certamente da respingere) non è un obbligo per un cattolico. Quando il vescovo del luogo, dopo una seria indagine, proclama che un simile evento misterioso è davvero avvenuto, nessuno è tuttavia obbligato ad andarvi in pellegrinaggio. Anzi, si rimarrebbe un buon cattolico anche se, dopo avere ben studiato il caso, si arrivasse in coscienza alla conclusione che il fatto non è autentico. Difficile giungere a questo, viste tutte le precauzioni e le inchieste della Chiesa prima di esporsi. Ma, almeno in teoria, sarebbe possibile questo “rifiuto”.
Qual è stata la posizione dei Papi verso le apparizioni?
I Papi hanno sempre molto amato Lourdes. Anche Benedetto XVI vi si recherà di certo quest’anno, nella seconda metà di settembre. Nei Giardini Vaticani vi è addirittura una riproduzione perfetta, in grandezza naturale, della Grotta, ed è tradizione dei Pontefici recitarvi ogni giorno il rosario.
Per gli uomini d’oggi, il pellegrinaggio è ancora attuale?
Più che mai. Non a caso, negli ultimi decenni hanno subito un calo le vocazioni, il numero dei praticanti e molte devozioni religiose. Una sola cosa non ha subito flessioni. Anzi, è sempre aumentata: l’afflusso dei pellegrini ai santuari. Soprattutto mariani. E, direi, soprattutto a Lourdes.
mdeledda
martedì, 19 febbraio 2008, ore 18:06
Il Papa dice stop alla “Fabbrica dei Santi”: regole più severe per le Cause di beatificazione e canonizzazione.
di Gianluca Barile,
da Petrus (18/02/08)
Benedetto XVI vuole mettere la Chiesa Cattolica al riparo dal rischio di errori negli accertamenti relativi alla vita dei candidati all'onore degli altari e dei miracoli da loro compiuti. Con un documento intitolato “Sanctorum Mater” e pubblicato in queste ore, la Congregazione per le Cause dei Santi chiede infatti ai vescovi diocesani che nelle prime fasi dei processi di beatificazione «sia salvaguardata la serietà delle inchieste» riguardo ai presunti prodigi, «le cui procedure di esame hanno fatto emergere negli ultimi vent'anni elementi problematici». Maggiori garanzie sono fissate anche riguardo la “fama di santità”. Senza di essa, cioè senza un'esemplarità di vita cristiana già riconosciuta come tale da un gran numero di fedeli, non sarà più avviato nessun processo di beatificazione.
Altre norme stringenti riguardano la raccolta dei documenti e delle testimonianze. Le domande andranno rivolte ai testi in modo semplice e puntuale, così «da sollecitare risposte che evidenzino la conoscenza di fatti concreti e le fonti della sua conoscenza». Saranno perciò da evitare formulazioni «capziose, subdole, suggerenti le risposte». Fermo restando che, perché la causa proceda, «deve risultare l'assoluta assenza di elementi contro la fede e i buoni costumi» del candidato all’onore degli altari ed è fatto obbligo di mettere nel giusto rilievo «eventuali ritrovamenti contrari alla fama di santità». Il documento raccomanda inoltre ai vescovi di evitare «qualsiasi atto che possa indurre i fedeli a ritenere a torto» che l'inchiesta intrapresa comporti necessariamente la beatificazione o la canonizzazione. Prima della chiusura della causa diocesana, anzi, va assicurato e certificato che il servo di Dio «non sia già oggetto di culto indebito». Cautela ed accuratezza: sono questi, dunque, i criteri che il Papa e la Congregazione vogliono siano osservati maggiormente nei processi di beatificazione.
In un'intervista a L'Osservatore Romano e in una nota pubblicata sullo stesso giornale, il Cardinale Josè Saraiva Martins (nella foto a lato), prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, aveva sottolineato, nei giorni scorsi, che il testo traduce in norme precise le indicazioni date da Benedetto XVI. È noto, del resto, che una delle primissime decisioni di Joseph Ratzinger, dopo la sua elezione a Papa, fu quella di riservare a sé solo le canonizzazioni e di delegare ad altri le beatificazioni, generalmente nei Paesi d'origine del nuovo beato. Secondo un vaticanista esperto come Sandro Magister, «e facile leggere in queste norme una correzione rispetto a una prassi tendenzialmente inflazionistica di beatificazioni e canonizzazioni invalsa negli ultimi decenni». «Alla Chiesa interessa la verità: accertare con serietà e rigore i fatti è agire a favore e non contro i candidati alla beatificazione, perché li mette al riparo da possibili polemiche successive», ha precisato intanto il Cardinale Saraiva durante la conferenza stampa di presentazione delle nuove norme per i processi diocesani di beatificazione. «Si è parlato - ha detto il porporato - di un maggiore rigore della prassi per la canonizzazione. Posso affermare che tale irrigidimento non esiste, se per esso si intende una modifica delle norme in vigore da più di venticinque anni, la quale avrebbe richiesto uno strumento legislativo di ben più ampia portata di una semplice istruzione, vale a dire una legge vera e propria emanata dal Romano Pontefice».
Tuttavia, «non si può negare che l'Istruzione mira a promuovere l'osservanza puntuale di quanto prescritto nelle norme vigenti e, in questo senso, è ovvio e auspicabile che il documento che presentiamo avrà come conseguenza una realizzazione più accurata delle disposizioni di legge». In particolare, il documento dispone quali debbano essere le procedure da seguire inderogabilmente per le istruttorie relative ai miracoli, e in proposito Saraiva ha ricordato che non sono né i beati né i Santi che li compiono, ma solo il Signore attraverso la loro intercessione. «Il miracolo - ha sottolineato il Cardinale portoghese - è il sigillo che Dio appone alla santità: se Padre Pio, ad esempio, ottiene un miracolo, vuol dire che è con Dio».
Nessuna corsia privilegiata, intanto, è stata intrapresa per portare il Servo di Dio Giovanni Paolo II sugli altari. Infatti, il Cardinale Saraiva ha chiarito che «Benedetto XVI ha concesso la dispensa perché il processo di beatificazione di Giovanni Paolo II potesse iniziare con anticipo rispetto alla norma canonica che prescrive di attendere cinque anni dalla morte. Ma non ha autorizzato altre deroghe alla procedura, che procede dunque regolarmente». Nella storia recente della Chiesa, ha ricordato Saraiva, la deroga per l'avvio anticipato del processo di canonizzazione è stata concessa solo in due altri casi: per Madre Teresa, che ora è già Beata, e nei giorni scorsi per Suor Lucia Dos Santos, la veggente di Fatima scomparsa tre anni fa. Il porportato ha parlato anche di altri quattro Pontefici, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo I.
Il Cardinale Saraiva ha sottolineato che quello di Papa Pacelli sulla Shoah «non fu silenzio ma prudenza». «Certamente non è stato un martire», ha precisato Saraiva, «ma quest'anno ricorre il 50esimo della morte di Pio XII e si è ritenuto opportuno promuovere iniziative per fare luce sul suo Pontificato. Tra queste iniziative», ha spiegato il Cardinale, «c'è ad esempio un convegno che chiarisce bene la figura di Pacelli. C'è, poi, una commissione - ha aggiunto il porporato portoghese - che sta studiando e approfondendo questo Papa. Penso che tali iniziative siano molto utili e belle conoscere sempre di più una figura che ha marcato la storia della chiesa».
Per quanto riguarda Giovanni XXIII, invece, Saraiva ha specificato che «la sua causa merita di essere sempre più approfondita e studiata perché non c'è ancora un nuovo miracolo per procedere alla canonizzazione», mentre per Giovanni Paolo I «elaboreremo un programma di studio». Infine, per Paolo VI «stanno elaborando la “positio”».
A 28 anni dall'uccisione in Chiesa del vescovo di San Salvador, Oscar Arnulfo Romero, la sua causa di beatificazione è ferma e il Vaticano sta ancora studiando i documenti che riguardano il caso di martirio. Lo ha ammesso lo stesso Cardinale Saraiva parlando di una delle figure più interessanti della Chiesa dell’ultimo trentennio. «Si stanno studiando i documenti, bisogna arrivare alla certezza assoluta sul motivo del martirio», ha detto il Cardinale, precisando di non parlare solo di Romero, ma più in generale. «Per il martirio - ha specificato il Prefetto delle Cause dei Santi - il fedele cattolico deve essere stato ucciso per odio della fede». «In molti casi - ha invece chiarito Saraiva - ci possono essere motivi politici, personali o sociali. Se non appare chiaro il motivo, bisogna chiarire tutto fino in fondo. Ecco perché talvolta lo studio è così lungo». Ad ogni buon conto, ha garantito il Cardinale, nel caso di Romero non vi è nessuna volontà di «ostacolare».
Si è quindi parlato di un laico italiano, Giorgio La Pira, il sindaco di Firenze, morto nel 1977 in odore di santità, che «sarebbe un bel modello per tanti laici impegnati in politica oggi», la cui causa di beatificazione sta procedendo «veloce». «Non saremo certo noi - ha detto il Cardinale Saraiva - a bloccare il cammino di La Pira verso gli onori degli altari. Tutt'altro».
Il porporato ha anche accennato alla causa del carabiniere Salvo D'Acquisto, facendo capire che e' allo studio ma che per essa i tempi sono più lunghi.
Intanto, a sorpresa, si apprende che nei primi anni di pontificato di Benedetto XVI le beatificazioni e le canonizzazioni non hanno rallentato il loro ritmo rispetto a Giovanni Paolo II, anzi sono aumentate: ad oggi sono 577 i Santi e i beati portati agli onori degli altari con decreti firmati da Papa Ratzinger, un terzo del totale dei 27 anni di pontificato di Wojtyla. Le cifre, riferite alla presentazione del nuovo documento vaticano sulle norme per i processi di beatificazione, confermano la «grande sensibilità» di Benedetto XVI per la «santità della Chiesa», ha spiegato lo stesso prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi. «Le cause di beatificazione - ha evidenziato il Cardinale Saraiva - non sono diminuite. Anzi sono aumentate. Le cerimonie poi, che non si svolgono più solo a Roma, si sono quintuplicate».
Da Pio XII a de Balaguer: quelle scelte contestate
di Vittorio Messori,
da CorSera (19/02/08)
C’è un segnale inquietante - anzi, la constatazione di una realtà amara - in una delle ragioni della pubblicazione della Istruzione “Sanctorum Mater”. Ha detto, nella conferenza stampa di ieri (18/02/2008, nda), il cardinal José Saraiva Martins, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi: “Non sempre una diocesi può contare su persone specializzate e con esperienza pratica per i diversi compiti inerenti a una causa di canonizzazione: quelli cioè del delegato vescovile, del promotore di giustizia, dei teologi per l’esame degli scritti, dei periti in materia storica e archivistica ai quali è affidata la ricerca dei documenti relativi alla causa”. In effetti, decenni di scarsità di vocazioni e rinuncia all’esercizio del sacerdozio di una parte consistente del clero, hanno diradato a tal punto il personale ecclesiale da far ipotizzare la soppressione di molte diocesi e l’accorpamento di molte altre, così da far sopravvivere almeno i servizi essenziali richiesti alle Curie. C’è poi il declino della qualità della formazione nei seminari superstiti, tanto che sembra ormai la norma l’ordinazione di chi ignora il latino e ha una conoscenza sommaria delle discipline ecclesiastiche.
Anche da queste carenze viene la difficoltà, se non l’incapacità, per numerosi episcopi, di condurre con il rigore necessario il lavoro della prima fase dei processi, quella su cui è poi chiamata a lavorare Roma. Dunque, il documento presentata ieri è una sorta di bignamimo ad uso di un personale periferico sempre più anziano, sempre più ridotto, forse sempre più inesperto. Per dirla ancora con le parole del Cardinale: “L’Istruzione è un vademecum completo e sistematico, che fornisce orientamenti chiari e precisi per i passi che si devono compiere dall’inizio dell’istruttoria fino all’invio degli atti alla Congregazione delle Cause dei Santi”.
Tra i primati di Giovanni Paolo II ci fu, com’è noto, anche quello di essere stato il pontefice che ha proclamato più beati e santi. È probabile (anche per questo, tra le righe del documento odierno, c’è qualche cauta ammissione) che alla quantità del lavoro svolto non si sia sempre accompagnato il massimo della qualità. Lo stesso cardinal Ratzinger si lasciò sfuggire un commento perplesso sulla accelerazione inaudita alla “fabbrica dei santi”. Il rigore del teologo divenuto papa intende applicarsi anche in questa direzione. Ed è fuorviante la cifra di 577 tra beatificazioni e canonizzazioni attribuite a Benedetto XVI. In realtà, lo scorso ottobre furono fatti beati, in un colpo solo, 498 spagnoli martirizzati durante la guerra civile: fu la maggiore elevazione di massa agli altari, al termine di un processo iniziato da molti anni, sotto Giovanni Paolo II. Così è avvenuto per altre beatificazioni e canonizzazioni che papa Ratzinger non ha fatto che concludere. In realtà, il ritmo è destinato a rallentare, anche qui lo stile è diverso rispetto a quello del pur amato e venerato predecessore.
C’è da chiedersi se, nella schiera ridotta di “glorificazioni”, Benedetto XVI introdurrà le più contestate: innanzitutto, quella di Pio XII, avversata da chi gli attribuisce presunti silenzi e omissioni di fronte al nazismo. C’è poi quella, ancora più spinosa, di Isabella di Castiglia, contro la quale militano musulmani (per la cacciata dei moriscos), ebrei (per la cacciata dei marranos), liberal e
massoni (per la istituzione della inquisizione). Wojtyla stesso, che pure ruppe gli indugi e beatificò Pio IX, congelò questa beatificazione, per la quale tutto, da molto tempo, è già pronto e per la quale si moltiplicano gli appelli, soprattutto dal Sudamerica, dove la regina è molto venerata. Ci si chiede se la causa sarà sbloccata da colui che, per quasi un quarto di secolo, è stato Prefetto dell’antico Sant’Uffizio. Nel dossier di papa Ratzinger non c’è invece il caso difficile di uno dei santi più avversati ed amati, sant’Escrivà de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei. Un caso definitivamente chiuso, con le grandiose cerimonie in piazza san Pietro presiedute da Giovanni Paolo II, grande amico della mitica “Obra”.
mdeledda
martedì, 19 febbraio 2008, ore 17:31
I cattolici di fronte alla caduta del “prodismo”
di Alessandro Pagano e Domenico Bonvegna,
da Legno Storto (16 febbraio 2008)
Con Prodi non è caduto soltanto il governo o la sua coalizione, è fallita una cultura politica, la politica azionista e dossettiana, di cui Prodi è stato il migliore esemplare. Il “dossettismo” ha lavorato per far incontrare i cattolici e i comunisti, per poi realizzare in seguito una forma culturale e politica superiore sia al comunismo che alle democrazie occidentali. Una sintesi generale che doveva portare ad "una abiura parziale del comunismo tradizionale, del liberalismo tradizionale e del cattolicesimo tradizionale. Avrebbero potuto incontrarsi fra loro solo un nuovo comunismo, un nuovo liberalismo ed un nuovo cattolicesimo. Da questo presupposto discende, fra l’altro, la interpretazione dossettiana del Concilio Vaticano II come rottura assoluta con il passato cattolicesimo, bollato in blocco come interista". (Rocco Buttiglione, "Il fallimento del dossettismo", 26/01/08, Liberal). Questi dossettiani, chiamati anche cattolici democratici, come se gli altri non fossero democratici, si erano autoinvestiti per fare una riforma religiosa e teologica del Paese, infatti, “i vescovi italiani sarebbero teologicamente in ritardo”, secondo Castagnetti, “rispetto alla novità non solo politica ma anche religiosa dell’Ulivo”, come ha affermato la Bindi.
I cattolici democratici scrive Stefano Fontana su L’Occidentale del 23 gennaio «hanno sempre pensato che il Papa e il cardinale Ruini dovrebbero richiamare le coscienze e nulla più. Meno che meno invitare a disertare un referendum, radunare a Roma un milione di persone per opporsi ad un disegno di legge governativo. Dentro di loro i cattolici democratici avrebbero preferito che il Papa non fosse invitato alla Sapienza, perché non c’è posto per le talari nei luoghi pubblici. Dentro di loro avrebbero preferito che Ferrara non avesse mai lanciato la proposta della moratoria, dando l’idea che il decalogo abbia a che fare con la politica».
Con la nascita del Partito Democratico i cattolici democratici non potevano che confluire in questo grande contenitore che dovrebbe portare a quella sintesi di cui faceva riferimento sopra Buttiglione. Anche se il nuovo partito del “buonista” Veltroni, mette alla porta gli estremismi alla Pannella, credo che un cattolico non possa appoggiare il Pd, a meno che i loro membri rinneghino la loro storia, filosofia, cultura, convincimenti personali a proposito di argomenti caldi, quali: “aborto”, “famiglia”, “vita umana”, “eutanasia”, “suicidio assistito”, “sperimentazioni genetiche”, “clonazione”, “morale sessuale”, “uso di droghe”, etc.
Riteniamo che la crisi istituzionale del nostro Paese debba necessariamente trovare un momento di confronto serio e responsabile fra i 2 partiti che maggiormente rappresentano il corpo elettorale e cioè il Popolo della Libertà (PDL) e il Partito Democratico (PD). Addirittura l’auspicio è che nasca un vero e proprio patto generazionale per riscrivere le regole su molte materie: economia, sanità, pensioni, salari, immigrazione, ordine pubblico, riforme elettorali, grandi opere pubbliche e quant’altro. Ma difficilmente si potranno trovare accordi su quei Valori, che il Papa definisce, «non negoziabili». La prova è sotto gli occhi di tutti. Appena la Chiesa ha accennato a difenderli, è stata aggredita con inaudito accanimento dagli epigoni della cultura “radicale” o “neomarxista” che ancora resiste e che in fondo costituisce la parte più forte del nuovo Pd. Basta leggere le loro dichiarazioni sui giornali dopo qualche discorso del Papa o del cardinale Ruini.
Qualcuno sostiene che si tratta di frange estreme, certo ci sono anche, ma in verità, si tratta di una cultura dominante, di una mentalità che è presente ad ogni livello: dall’editoria alla scuola, dal mondo della cultura alla magistratura, e che, con diversa intensità, informa di sé tutta la sinistra, il “partito radicale di massa” e contagia molti uomini e donne anche della destra. La sua filosofia è il relativismo etico e l’assoluta libertà individuale che portano al nichilismo e all’autodistruzione della società. Sicuramente il Pd si muoverà con moderazione, Veltroni è un finissimo politico. Faranno prodigi per smussare, troncare e sopire i contrasti, magari quando conviene omaggeranno il santo Padre o qualche vescovo. Useranno la tattica dei tre passi avanti e due indietro, ma appena i «valori non negoziabili» verranno al pettine, allora non potrà che riemergere il fondo dell’antica ideologia, cosa che sta puntualmente accadendo in questi giorni dopo la famosa richiesta di “moratoria” contro l’aborto lanciata dal laico Giuliano Ferrara.
mdeledda
martedì, 19 febbraio 2008, ore 09:49
Quel tocco di Gesù
di Sergio Rolando,
da Petrus (19/02/08)

In tanti, meglio di me, avranno meditato sulla pagina del Vangelo di Matteo che descrive la trasfigurazione di Gesù. Molti avranno approfondito il tema della manifestazione della natura divina di Cristo in quell'evento ponendo l'accento sugli aspetti, per così dire, più mirabili e misteriosi della trasfigurazione di Nostro Signore: «Il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce», o si saranno soffermati sull'apparizione di Mosè ed Elia o ancora sulle celeberrime parole: «Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo!».
Io, invece, vorrei approfondire l'aspetto di grande umanità della figura di Gesù che, pur nel momento dell'evidenza della sua natura divina, resta pur tuttavia umano, di un'umanità intrisa di immensa tenerezza verso Pietro, Giacomo e Giovanni. Vengo al punto: Matteo ci dice che all'udire la voce che proclamava Gesù Figlio prediletto, «i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore». Quale essere umano avrebbe avuto una reazione diversa di fronte al manifestarsi della potenza divina? Ci è facile pertanto immedesimarci nel grande timore dei discepoli. La narrazione evangelica continua però precisando che allora Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: «Alzatevi e non temete». Ecco, il mio approfondimento è tutto qui: in quel “toccatili”; un gesto che, pur venendo dal Figlio di Dio Uno e Trino, non poteva essere più umano di così, nella sua bonaria e fraterna semplicità. Un gesto che rivela la tenerezza immensa di Gesù sulla quale forse non ci si sofferma mai abbastanza. Gesù non si limita a quelle parole pur così regali e rassicuranti, «alzatevi e non temete», ma le accompagna con un gesto di fratellanza e di intimità tutta umana verso i suoi discepoli.
Si direbbe che pur nel momento della sua gloria, del suo splendore divino, della sua investitura celeste, resta profondamente uomo tra gli uomini e teneramente vicino ad essi ed alle loro paure. Ecco perché mi è piaciuto evidenziare che pure nella pagina della trasfigurazione, che vede il manifestarsi della natura divina di Gesù, la sua natura umana, la sua vocazione all'incarnazione, la sua vicinanza all'umanità si palesa e viene descritta da Matteo in quel “toccatili”.
Il corpo e l'aspetto di Cristo sono trasfigurati nello splendore abbagliante della divinità, ma Gesù neppure nella trasfigurazione resta distante e ieratico, anche in quella circostanza resta vicino all'uomo con quel gesto, quel tocco. Senza quel suo tocco, che fa da tramite tra la nostra umanità e la terribile Potenza Divina, noi tutti resteremmo come Pietro, Giacomo e Giovanni, con la faccia a terra nel timore e lo sgomento, mentre invece ci consola la speranza che Lui possa toccare anche noi dicendoci: «Alzatevi e non temete».
mdeledda
martedì, 19 febbraio 2008, ore 09:42
Argomenti da sacrestano - L’anticlericalismo démodé di Marco Politi
di Baronio,
da Petrus (18/02/08)
Marco Politi è vaticanista di Repubblica: sarebbe sufficiente questo per inquadrare la sua militanza politica e ideologica, se non dovessimo ricordare gli sgradevolissimi libelli Io, prete gay e La confessione. Un prete gay racconta la sua storia, grazie ai quali ha meritato e merita tutt’oggi d’essere invitato a tutti i programmi e le conferenze in cui si attacca l’odiata Nemica del progresso e il suo tiranno che siede in Roma.
Gli scoop monotematici di Politi sono mossi da un’avversione teologica alla concezione tradizionale della Chiesa Cattolica e - lungi dal denunciare l’immoralità del clero di cui squaderna con compiacimento le miserie - cercano di accreditare la tesi di una chiesa parallela, moderna e progressista, libera da vincoli di dottrina e di morale, una setta pauperista e sodomita che lotta fieramente contro la Gerarchia, sorda alla voce del secolo. Ovviamente questa “chiesa” vagheggiata da Politi altro non è se non un’accolita di ribelli e viziosi di varia estrazione, che adattano la fede e la disciplina cattolica al proprio gusto e ai propri difetti: l’indocile rifiutando l’obbedienza ai Sacri Pastori, l’impuro negando il Sacro Celibato e addirittura il Sesto Comandamento, l’eretico dando alle fiamme il Magistero infallibile dei Pontefici. Queste deviazioni hanno piagato il Corpo Mistico a iniziare da Simon Mago per finire con Vito Mancuso, trovando nei Sommi Pontefici, da San Pietro a Benedetto XVI, i difensori dell’ortodossia cattolica e i custodi del “depositum fidei”.
Non fa stupore che un sostenitore di questi antichi e nuovi ribelli abbia in odio l’indomito Pio IX, il Papa del Sillabo, dell’Immacolata Concezione, della condanna del laicismo massonico ottocentesco: anche Garibaldi e Carducci non lo potevano sopportare e si scagliavano con turpe linguaggio contro il cittadino Mastai, eccitando gli animi dei sediziosi fino a cercar di gettarne le spoglie nel Tevere durante i funerali. Anche quei personaggi non agivano con purezza d’intenti, ma al solo scopo di appropriarsi di quel potere temporale che volevano usurpare al Pontefice: non per negarlo tout court, ma per usarlo a proprio vantaggio. Così la violenza contro il Papa Re riuscì a usurpargli il regno, imponendo la tirannia del pensiero massonico nelle scuole, nelle istituzioni, nell’esercito; un pensiero farcito della ributtante retorica del Risorgimento perseguito a colpi di baionetta contro i popoli fedeli al Papa e a colpi di gazzette nelle province di un’Italia da unire sotto la stella capovolta dei Savoia. Anche San Giovanni Bosco fu oggetto dei furibondi attacchi dei liberali e dei massoni, allora aiutati dai seguaci di Valdo e di Lutero e finanziati da banchieri e mercanti desiderosi di metter le mani sul patrimonio della Chiesa: le soppressioni della legge Rattazzi (1855) misero all’asta conventi, monasteri e Chiese, profanandoli e facendone stalle, officine, caserme.
Così Marco Politi rispolvera il repertorio anticlericale di quell’epoca vergognosa e si scaglia contro Benedetto XVI: “Benedetto XVI si è presentato nella basilica vaticana con la mitria di Pio IX e il piviale di Giovanni Paolo II. Assiso sul trono, non evocava l’immagine di un pellegrino della fede, bensì l’icona di un papato imperiale. Nei pesanti paramenti aurei era riflessa l’ostinata volontà di tenere insieme la Chiesa del Sillabo e la Chiesa del "mea culpa", il papato che riaprì il ghetto di Roma e il papato che a Gerusalemme nel 2000 ha domandato perdono per l’antisemitismo, il cattolicesimo dell’assolutismo papale e quello del "popolo di Dio" celebrato nel concilio Vaticano II”. È tipico dei nemici di Cristo - esterni ed interni al mondo cattolico - cercare un’opposizione artefatta tra i Papi, secondo la dottrina ereticale che individua una Chiesa preconciliare soppiantata da una presunta chiesa postconciliare ad essa contraria. Dice Politi: “Torna continuamente, insomma, la volontà di negare il carattere di svolta e, per certi aspetti, di rottura del Concilio Vaticano II”, ed è chiaro che il Magistero di Benedetto XVI ha condannato senza equivoci questa teoria, fatta propria anche da non pochi ecclesiastici indottrinati alla scuola del modernismo. Ma senza nulla togliere alla gravità delle accuse di Politi, dobbiamo riconoscere che almeno in alcuni ambienti il Concilio Vaticano II sia stato proposto come la prima assise di una nuova religione, per la quale era anche stato predisposto un nuovo rito.
Certo è che il cuore del vaticanista di Repubblica batte all’unisono con quello di chi, fino allo scorso anno, si adoperò per demolire nelle celebrazioni “l’icona del papato imperiale”, confinando i “pesanti paramenti aurei” negli armadi e proponendo svolazzanti paramenti plasticei, icona di un papato democratico e collegiale, contro la dottrina del Primato Petrino proclamata infallibilmente dal Concilio Vaticano I. “Ma l’operazione può riuscire soltanto affidandosi all’apologetica o rifugiandosi nella rimozione. Pio IX aborriva la democrazia, il Vaticano II l’ha fatta propria”. Un’affermazione temeraria, se vogliamo, anzitutto perché il Magistero di Pio IX in materia fu dogmatico, a differenza del valore meramente pastorale del Vaticano II; in secondo luogo perché è falso che Pio IX aborrisse la democrazia in quanto tale: egli metteva in guardia dal pervertimento della democrazia, usata per negare ogni gerarchia anche divinamente istituita, come quella della Chiesa di Cristo. Il Beato Mastai Ferretti condannò la libertà di stampa perché era usata dai nemici della religione per diffondere vergognose menzogne sul Papato e sulla Chiesa; condannò il laicismo perché negava i diritti sovrani di Cristo Re sulle società e le Nazioni; condannò l’ecumenismo irenista perché insinuava pari diritti per la Verità e l’errore: cose inaccettabili tanto per Pio IX quanto per Benedetto XVI.
Lungi dall’entrare nel merito teologico e dall’argomentare seriamente le proprie tesi, nell’articolo "Se Ratzinger rivaluta Pio IX", apparso su Repubblica il 16 Febbraio (significativamente rilanciato dal sito della Margherita), Marco Politi si cimenta in osservazioni da sacrestano sui paramenti di Benedetto XVI: “La sagrestia di San Pietro non è un magazzino di costumi teatrali, a cui si attinge per mero gusto estetico”, rivaleggiando in imperizia con il proprio direttore, che aveva criticato l’orientamento dell’altare della Cappella Sistina. Politi insiste: “La mitria di Pio IX appartiene al pontefice che ha dichiarato guerra all’Ottocento, che ha esecrato la libertà di coscienza e la libertà di religione, che ha permesso che i suoi seguaci si servissero al concilio Vaticano I di manovre totalitarie per imporre l’infallibilità papale”. Ma come? Del Concilio Vaticano II si tacciono i maneggi e le manovre totalitarie per imporre dottrine al limite dell’ortodossia, frettolosamente corrette a colpi di Nota prævia, mentre del Vaticano I si citano casi episodici al limite dell’aneddoto, quasi i Padri si fossero organizzati in bande pro e contro il dogma dell’infallibilità? Non ricorda Politi le copie ciclostilate delle bozze dei documenti conciliari modificate dalle Commissioni senza l’avvallo dei Padri, e poi fatte approvare con l’inganno a Paolo VI? Non è al corrente dell’abissale differenza tra i documenti preparatori approvati da Giovanni XXIII e quelli che un manipolo di progressisti impose ai Padri? Ignora le votazioni organizzate all’alba, senza informare i membri più conservatori delle Commissioni, in modo da far passare deliberazioni senza il numero legale? Dimentica come fu umiliato il Cardinale Alfredo Ottaviani, messo a tacere con arroganza mentre protestava sulle deviazioni dottrinali insinuate in certi documenti, con lo spegnimento del microfono in piena aula conciliare? Si potrebbe osservare che un conoscitore imparziale della storia e della dottrina della Chiesa non dovrebbe mostrare una tale miopia; ma è chiaro che stiamo parlando di un giornalista di Repubblica, per cui l’imparzialità è un optional, quando si tratta di propagandare “l’opposizione frontale alla modernità di Pio IX e l’apertura ai segni dei tempi di Giovanni XXIII, l’infallibilità papale da un lato e la gestione collegiale della Chiesa con l’insieme dei vescovi dall’altro”.
Bene ha fatto Politi ad uscire allo scoperto: ora conosciamo la sua scelta di campo e possiamo comprendere cosa lo muove nell’attaccare il Santo Padre. Rimangono ad intra da chiarire non pochi equivoci - libertà di coscienza, libertà religiosa, ecumenismo, liberalismo - ai quali si appigliano gli indocili pennivendoli di ieri e di oggi. Ma basta la rabbia scomposta di Politi per un piviale per farci capire quale sia il valore dei segni nella liturgia di questo Pontificato.
mdeledda