lunedì, 31 dicembre 2007, ore 20:52

Ringraziamo il Signore Dio nostro per il 2007: ringraziamolo per i momenti di gioia che ci ha dato, ringraziamolo per il sostegno e la forza che ci ha dato durante le sofferenze.

    Te Deum laudámus:
    te Dóminum confitémur.
    Te ætérnum Patrem,
    omnis terra venerátur.
    Tibi omnes ángeli,
    tibi cæli
    et univérsæ potestátes:
    tibi chérubim et séraphim
    incessábili voce proclámant:
    Sanctus, Sanctus, Sanctus,
    Dóminus Deus Sábaoth.
    Pleni sunt cæli et terra
    maiestátis glóriæ tuæ.
    Te gloriósus
    apostolòrum chorus,
    te prophetárum
    laudábilis númerus,
    te mártyrum candidátus
    laudat exércitus.
    Te per orbem terrárum
    sancta confitétur Ecclésia,
    Patrem imménsæ maiestátis;
    venerándum tuum verum
    et únicum Fílium;
    Sanctum quoque
    Paráclitum Spíritum.
    Tu rex glóriæ, Christe.
    Tu Patris sempitérnus es Filius.
    Tu, ad liberándum susceptúrus hóminem,
    non horrúisti Virginis úterum.
    Tu, devícto mortis acúleo,
    aperuísti credéntibus regna cælórum.
    Tu ad déxteram Dei sedes,
    in glória Patris.
    Iudex créderis esse ventúrus.
    Te ergo quae'sumus,
    tuis fámulis súbveni,
    quos pretióso sánguine redemísti.
    Ætérna fac cum sanctis tuis
    in glória numerári.
    Salvum fac pópulum tuum, Dómine,
    et bénedic hereditáti tuæ.
    Et rege eos, et extólle illos
    usque in ætérnum.
    Per síngulos dies benedícimus te;
    et laudámus nomen tuum
    in sae'culum, et in sae'culum sae'culi.
    Dignáre, Dómine,
    die isto sine peccáto nos custodíre.
    Miserére nostri, Dómine, miserére nostri.
    Fiat misericórdia tua,
    Dómine, super nos,
    quemádmodum sperávimus in te.
    In te, Dómine, sperávi:
    non confúndar in ætérnum.

mdeledda
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lunedì, 31 dicembre 2007, ore 20:43

San Silvestro I (Papa)

31 dicembre

m. 335


È il primo Papa di una Chiesa non più minacciata dalle terribili persecuzioni dei primi secoli. Nell’anno 313, infatti, gli imperatori Costantino e Licinio hanno dato piena libertà di culto ai cristiani, essendo Papa l’africano Milziade, che è morto l’anno dopo. Gli succede il prete romano Silvestro. A lui Costantino dona come residenza il palazzo del Laterano, affiancato più tardi dalla basilica di San Giovanni, e costruisce la prima basilica di San Pietro.

In pace con l’autorità civile, ma non tra di loro: così sono i cristiani del tempo. Il lungo pontificato di Silvestro (ben 21 anni) è infatti tribolato dalle controversie disciplinari e teologiche, e l’autorità ordinaria della Chiesa di Roma su tutte le altre Chiese, diffuse ormai intorno all’intero Mediterraneo, non è ancora compiutamente precisata.

Costantino, poi, interviene nelle controversie religiose (o i vescovi e i fedeli lo fanno intervenire) non tanto per “abbassare” Silvestro, ma piuttosto per dare tranquillità all’Impero. (Tanto più che lui non è cristiano, all’epoca; e infondata è la voce secondo cui l’avrebbe battezzato Silvestro).

Costantino indice nel 314 il Concilio occidentale di Arles, in Gallia, sulla questione donatista (i comportamenti dei cristiani durante le persecuzione di Diocleziano). E sempre lui, nel 325, indice il primo Concilio ecumenico a Nicea, dove si approva il Credo che contro le dottrine di Ario riafferma la divinità di Gesù Cristo («Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre»).

Papa Silvestro non ha alcun modo di intervenire nei dibattiti: gli vengono solo comunicate, con solennità e rispetto, le decisioni prese. E, insomma, ci appare sbiadito, non per colpa sua (e nemmeno tutta di Costantino); è come schiacciato dagli avvenimenti. Ma pure deve aver colpito i suoi contemporanei, meglio informati di noi: tant’è che, appena morto, viene subito onorato pubblicamente come “Confessore”.Anzi, è tra i primi a ricevere questo titolo, attribuito dal IV secolo in poi a chi, pur senza martirio, ha trascorso una vita sacrificata a Cristo.

Silvestro è un Papa anche sfortunato con la storia, e senza sua colpa: per alcuni secoli, infatti, è stato creduto autentico un documento, detto “donazione costantiniana”, con cui l’imperatore donava a Silvestro e ai suoi successori la città di Roma e alcune province italiane; un documento già dubbio nel X secolo e riconosciuto del tutto falso nel XV.

Un anno dopo la sua morte, a papa Silvestro era già dedicata una festa al 31 dicembre; mentre in Oriente lo si ricorda il 2 gennaio.
mdeledda
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lunedì, 31 dicembre 2007, ore 20:37

Solennità di Maria Santissima Madre di Dio

1° gennaio 2008

Prima lettura: Nm 6,22-27;
Salmo 66;
Seconda lettura: Gal 4, 4-7;
Vangelo: Lc 2, 16-21.


Maria è colei che cerca di comprendere i progetti di Dio, pronta a mettersi a disposizione come umile «serva del Signore»: è questo l’unico titolo che ella si attribuisce. Non è facile per lei capire suo figlio Gesù. Lo segue con materna premura, condivide con lui la povertà di Betlemme, l’esilio in Egitto, la quiete nascosta di Nazaret, lo strazio del Calvario. Infine è presente, a Gerusalemme, quando sulla prima comunità cristiana scende lo Spirito Santo. Insomma Maria vive i momenti decisivi: Natale, Pasqua, Pentecoste, i momenti che segnano l’inizio, il compimento, la comunicazione della salvezza. Mentre suo Figlio è l’immagine personale di Dio salvatore, lei è il modello dell’umanità salvata, tanto che in lei la Chiesa trova la sua più perfetta realizzazione, perché ella è dentro la Chiesa, ma incomparabilmente più vicina a Cristo di tutti gli altri credenti. Del resto, ripercorrendo il cammino della sua esistenza, si comprendono meglio le sue prerogative, che in definitiva si fondono sul mistero della sua maternità.

La divina maternità è il fondamento della posizione singolare di Maria nel mistero della salvezza. Ella ha portato nel suo grembo, per nove mesi, il Signore della vita, intessendo con lui un dialogo profondo, fatto dei silenzi e dell’intensa comunione che si instaura tra ogni madre con il suo figliolo. Perciò il movimento di gente che si avvicendava e chiacchierava intorno alla mangiatoia, nel giorno del Natale, non distraevano Maria, che meditava "nel suo cuore" gli avvenimenti di cui era protagonista, cercando in essi la logica e la volontà divine. Del resto la maternità di Maria non è soltanto una generazione biologica, ma una relazione di grazia, vissuta nella fede e nella carità. Più che per aver portato il Figlio in grembo e averlo allattato al seno, infatti, Maria è beata per aver creduto alla parola del Signore. «Ha concepito Cristo prima nel cuore che nel grembo», dice sant’Agostino.

Dio non si è servito di Maria in modo puramente passivo; ha sollecitato il suo libero consenso. Questo suo arrendersi e aderire con fede alla chiamata divina ha attirato da sempre lo stupore della Chiesa. L’evangelista Luca la onora chiamandola la Madre del Signore, tenda della divina presenza. Anche i primi cristiani cominciano ad invocarla come Madre di Dio, un titolo che a lei venne attribuito dal Concilio di Efeso nel 431. Con ciò non si intende affermare che Maria è stata principio della divinità, ma che ha generato nella sua umanità il Figlio eterno, che è vero Dio e veramente è diventato uomo. Maria, insomma, è veramente Madre di Dio, nella cui maternità è esaltata al sommo grado la vocazione alla maternità iscritta in ogni donna. Ma Maria è anche modello per la Chiesa, chiamata a essere la madre dei credenti.

La maternità spirituale della Chiesa non si realizza se non nella perenne tensione con le forze del male, che continuano ad attraversare il mondo e a segnare il cuore degli uomini. Ebbene, come la Chiesa anche Maria ha dovuto vivere la sua maternità nel segno della sofferenza (cfr. Lc 2,34-35). Infatti presso la croce di Gesù Maria giungerà a partecipare al dono che il Figlio fa di sé: offre Gesù, lo dona, lo genera definitivamente per l’umanità. Il sì del giorno dell’annunciazione matura in pienezza nel giorno della croce, quando per Maria giunge il tempo di accogliere e di generare come figlio ogni uomo divenuto discepolo, riversando su di lui l’amore redentore del Figlio: «Gesù, allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: Donna, ecco tuo figlio» (Gv 19,26).

«Ogni volta che tu pensi a Maria, Maria pensa per te a Dio. Ogni volta che tu dai lode e onore a Maria, Maria loda e onora per te il Signore. Maria è tutta relativa a Dio, e a me piace tanto chiamarla la pura relatività a Dio, che non esiste se non per rapporto a Dio, o l’eco di Dio, che non dice e non ripete se non Dio. Se tu dici Maria, ella ripete Dio. Quando santa Elisabetta lodò Maria e le disse beata per aver creduto, Maria, l’eco fedele di Dio, rispose col suo Magnificat: "L’anima mia magnifica il Signore". Ciò che Maria fece in quella occasione lo ripete ogni giorno. Quando è lodata, onorata, amata o riceve qualche cosa, Dio è lodato, Dio è amato, Dio è onorato, Dio riceve per le mani di Maria e in Maria» (San L.M. de Monfort, "Trattato della vera devozione a Maria", Centro Mariano Monfortano, Roma, 1981, p. 173, n. 225).


mdeledda
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lunedì, 31 dicembre 2007, ore 20:25

Il Papa porta in scena la gloriosa Tradizione della Chiesa

di Bruno Volpe,
da
Petrus (31/12/2007)

Signori, giù il cappello! Il 2007 ci lascia con un trionfo della bella e nobile liturgia, quella che sa glorificare Dio nel segno della tradizione. Il 2008, a parte le incertezze della vita e della società, si prospetta all'insegna delle Bellezza. Ciò che abbiamo visto e udito alla celebrazione solenne dei Vespri nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio e del tradizionale "Te Deum" di fine anno presso la Basilica vaticana nobilita l'animo e lo rinfranca.

La Barca di Pietro è guidata da un Genio del Buono e del Bello che tutto valorizza. Grazie, Signore, per averci donato Papa Benedetto XVI,un omaggio dello Spirito Santo; grazie, Beata Vergine Maria, perché sempre custodisci il dolce Vicario di tuo Figlio in Terra. Per Lui e per la Chiesa pregheremo senza sosta. E poi, solo da un Genio come Benedetto XVI poteva essere designato Monsignor Guido Marini alla guida delle cerimonie liturgiche. Dopo anni di fantasia al potere, di ornamenti che facevano a pugni con l'eleganza, ecco finalmente il ritorno al gusto e alla nobile Tradizione, quella appunto con la "T" maiuscola, della Chiesa cattolica. Nell’ultima cerimonia del 2007 in San Pietro, abbiamo apprezzato l'eleganza e la solennità dei gesti, delle parole e dei paramenti liturgici del Papa. A parte il fascino indiscusso del latino, che non è un omaggio all'arcaico ma l'affermazione della continuità e dell’Universalità del cattolicesimo, abbiamo toccato con mano la gioia della liturgia eseguita secondo i dettami del Vero e del Bello. Il nuovo cerimoniere (lo avevamo già notato nella Messa della Vigilia di Natale) è assolutamente ineccepibile.

Dagli armadi impolverati del Vaticano, dove per pregiudizi ideologici e culturali erano incredibilmente finiti, Monsignor Guido Marini ha cacciato e mostrato al mondo il piviale appartenuto al Beato Giovanni XXIII e la Mitria di Benedetto XV, paramenti che furono entrambi indossati dallo stesso Giovanni XXIII durante il Concilio Vaticano II. Davanti a tanta utile bellezza, chi ultimamente ha rivolto assurde, vergognose, ributtanti critiche al Motu Proprio sul rito tridentino perché nemico della Tradizione della Chiesa, abbia l'onestà intellettuale di ricredersi: errare è umano, perseverare diabolico. La Bellezza liturgica che nel rito tridentino trova la sua sublimazione e la sintesi, non è affatto nemica del "Novus Ordo".

Piuttosto, rinnegare la liturgia bene eseguita, solenne e gloriosa, si trasforma in volgare blasfemia. In San Pietro abbiamo assistito al trionfo del Bello che non è nemico del gusto. Dio è armonia e Bellezza, quindi ha bisogno di una liturgia alla sua altezza. Lo Spirito Santo ci ha donato un Grande Papa, preghiamo per Lui e per il Suo Cerimoniere: lo Spirito Santo li assista e li protegga, la Madonna li accompagni. Il 2007 è ormai alle spalle, Buon 2008 a tutti nella gloria di Dio e di Benedetto XVI.

Saremo sempre con il Papa. Viva il Papa!
mdeledda
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domenica, 30 dicembre 2007, ore 21:08

I soldi di Lenin e di Mao

di
Antonio Socci,
da Libero (19/12/2007)


Non solo fu una rivoluzione sanguinaria, il “colpo di mano” di una minoranza, quella comunista in Russia, che scatenò i demoni del genocidio su tutto il pianeta. Ma fu anche una “rivoluzione del Kaiser”.

Perché ora – con i documenti pubblicati da “Der Spiegel” – sono finalmente saltate fuori le prove. Si sapeva che la Germania imperiale, in piena Grande guerra, nell’aprile 1917, spedì – col famoso treno – Lenin in Russia per aggredire la neonata democrazia e costringere quel Paese e uscire dal Primo conflitto mondiale (usò il capo comunista come un virus mortale).

Adesso è documentato pure che i comunisti russi furono lautamente finanziati, con milioni di marchi, dal Kaiser. E collaborarono prima fornendo ai tedeschi “utili informazioni” (come scrisse Walter Nicolai, capo dei servizi segreti tedeschi), poi abbattendo la democrazia russa e firmando subito con Berlino la pace di Brest-Litowsk.

Praticamente hanno lavorato al soldo di una potenza che era in guerra con il loro Paese. Der Spiegel l’ha definita “La rivoluzione comprata”.

Un retroscena che mostra un altro lato vergognoso di Lenin e compagni.

Uno dei tanti, ma molto significativo. Ed è curioso che la “rivelazione” non sia stata commentata da quanti, dalle nostre parti, ancora oggi inneggiano alla “mitica” rivoluzione.

Si sono sentiti proclami filobolscevichi anche di recente, perfino in Parlamento, pronunciati con la pretesa di delegittimare moralmente chi – nell’anno 2007 - dice la verità su quel colpo di stato.

In questo disgraziato Paese, dove un personaggio tremendo come Lenin è addirittura celebrato in centinaia di vie, e dove vige tuttora una inquietante omertà sui massacri rossi del dopoguerra disseppelliti da Giampaolo Pansa, in questo infelice Paese – dicevo - capita che esponenti della maggioranza di governo, in Senato, insorgano furenti per il solo fatto che in un telegiornale del 24 ottobre, nel 90° anniversario della Rivoluzione d’ottobre, un ottimo (peraltro coltissimo) giornalista come Tommaso Ricci (capo della Cultura del Tg2) ha osato rievocare quell’evento senza celebrarlo con le vecchie baggianate propagandistiche.Ma parlandone per quello che realmente fu e che gli storici hanno da tempo acclarato.

A proposito di “censure”, di libertà di stampa e di “servizio pubblico”, che Fausto Bertinotti dice di avere così tanto a cuore, l’indomani mattina, nell’aula del Senato, sdegnato e furibondo ha preso la parola il senatore Fosco Giannini di Rifondazione comunista, che ha così tuonato: “Signor Presidente, ieri sera, sul Tg2, ore 20.30, è andato in onda un servizio sulla Rivoluzione d’Ottobre.

Affermo in modo determinato, forte e chiaro che questo è stato un servizio vergognoso.

È stato esplicitamente detto – Signor Presidente – che la Rivoluzione d’Ottobre è stata solamente un sanguinoso colpo di stato, che ha messo fine alla vera rivoluzione, quella menscevica; che ha prodotto solo un nuovo zarismo; che ha gettato la Russia nel sangue e nella violenza; che ha esportato con la forza l’orrore nel mondo….”.

Evidentemente il senatore Giannini ignora che tutte queste notizie ormai sono storia documentata.

Per lui sono una provocazione e una calunnia. Si indigna quando gli sembra di sentir dire “che la storia avrebbe dimostrato che comunismo e nazismo sono la stessa cosa” e che “il comunismo avrebbe ‘manipolato’ i contadini e gli operai italiani”.

Il senatore comunista a questo punto lancia il suo anatema: “Io mi sono alzato in piedi, Signor Presidente… per dire a tutti che questo servizio televisivo è stato contro la democrazia, contro la storia e contro la civiltà.

La Rivoluzione d’Ottobre è stata tra i più grandi eventi della storia dell’umanità.

Essa – superando il capitalismo – ha dimostrato, una volta per tutte, a tutti i popoli oppressi, all’intero proletariato mondiale, che i rapporti di produzione capitalistici non sono naturali e dunque eterni ed immutabili.

Ha dimostrato che lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna non è un destino ineluttabile; che i padroni – come l’aristocrazia francese – non sono figli di Dio!

La Rivoluzione d’Ottobre, Signor Presidente, non favorì il fascismo, ma sconfisse il nazifascismo e spinse masse sterminate – sul piano planetario – a liberarsi dal colonialismo, dallo sfruttamento e dalle dittature fasciste!

E le grandi lotte operaie e contadine di questo Paese furono possibili anche grazie all’ideale acceso dalla Rivoluzione d’Ottobre! Il comunismo – si è detto – sarebbe uguale al nazifascismo. Si vergognino!”.

Evidentemente nell’ “Italia dell’est” si continuano a ignorare i miliardi di schiavi fatti dai regimi comunisti. E si continua perfino a negare lo scellerato patto stipulato fra Hitler e Stalin per scatenare l’aggressione alla Polonia e la Seconda guerra mondiale: sì, i due tiranni erano alleati e lo sono rimasti per metà del conflitto.
La Seconda guerra mondiale nasce come una guerra nazicomunista contro le democrazie europee.

Ma torniamo alla filippica del senatore Giannini che concludeva così: “Mi lasci rispondere a tanta vergogna, Signor Presidente, mi lasci parlare con il cuore: viva la Rivoluzione d’Ottobre! viva Antonio Gramsci! viva Giuseppe Di Vittorio! viva i morti di Reggio Emilia! viva il socialismo!”.

Tutto questo nell’anno 2007, nel Senato italiano, dalla viva voce di un parlamentare del centrosinistra al potere, il partito del presidente della Camera.

In pratica, siccome l’attuale esecutivo si regge sulla maggioranza di un voto, il senatore Giannini è decisivo, quindi abbiamo un governo che sta in piedi grazie a politici che inneggiano a Lenin e alla Rivoluzione bolscevica, da cui iniziò l’immane macelleria rossa.

Costoro pretendono pure che nella televisione pubblica nessuno osi parlarne in modo diverso. Anche Bertinotti pensa che quel servizio televisivo di Tommaso Ricci sia “contro la democrazia, contro la storia e contro la civiltà”?

Ricci è stato bersagliato di insulti nei forum internet, con buona pace di chi dice che i comunisti non esistono più. Tutta questa vicenda - a diciotto anni dalla caduta del Muro di Berlino – fa seriamente riflettere sulle condizioni del nostro Paese e della nostra informazione.

D’altra parte i comunisti di casa nostra – che non hanno mai fatto una piega di fronte all’oceano di documenti sui genocidi rossi, ma che avvertono la “questione morale” solo quando corrono soldi – adesso dovrebbero dire cosa pensano di questi “rivoluzionari” russi a libro paga dei tedeschi.

A proposito di pecunia proprio in questi giorni se n’è saputa un’altra.

Il “rivoluzionario” Mao Zedong – quello che aveva abolito la proprietà privata di un miliardo di cinesi – quando morì, il 9 settembre 1976, aveva un conticino in banca di circa 75 milioni di yuan, che equivalgono a 55 milioni di euro e che oggi sono lievitati a 100 milioni di euro. Lo si è appena scoperto.

E – ironia della storia – pare che abbia messo insieme questo immenso patrimonio soprattutto grazie ai diritti del suo “Libretto rosso”, diffuso in un miliardo di copie in Cina e anche in occidente, letto da una generazione di figli di papà sessantottini che così hanno rimpinguato inconsapevolmente le tasche del despota: dal libretto rosso al libretto degli assegni.

Il genocidio di almeno 50 milioni di cinesi – grazie alla rivoluzione di Mao - era allora ed è tuttora tranquillamente snobbato, dai sessantottini di ieri e di oggi.

Quest’opera di propaganda fu un capolavoro del tiranno cinese che riuscì perfino a farsi venerare come simbolo di “libertà” dai rampolli della borghesia occidentale.

Ma riuscire ad arricchirsi come un capitalista con i proventi commerciali di un libretto di baggianate contro la proprietà privata e il capitalismo è una beffa planetaria.
mdeledda
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domenica, 30 dicembre 2007, ore 21:00

Contrordine: evangelizzare si può. Anzi, si deve.

di Sandro Magister,
da www.chiesa (17/12/07)


«È un preciso ordine del Signore e non ammette deroga alcuna. Egli non ci ha detto: Predicate il Vangelo a ogni creatura, tranne i musulmani, gli ebrei e il Dalai Lama». Questo disse il cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna, in un celebre suo discorso tenuto nove giorni dopo l'11 settembre 2001.

E questo dice – con parole meno fulminanti ma di uguale sostanza – la Nota dottrinale su alcuni aspetti dell'evangelizzazione diffusa dalla congregazione per la dottrina della fede lo scorso venerdì 14 dicembre.

La nota era in cantiere da diversi anni, da quando Joseph Ratzinger era ancora prefetto della congregazione. Ciò che l'ha resa «necessaria» – si legge nell'introduzione – è stata la "crescente confusione" sul dovere della Chiesa di annunciare Gesù al mondo.

«Una confusione penetrata anche negli istituti missionari
», ha lamentato in un'intervista alla Radio Vaticana il segretario della congregazione, l'arcivescovo Angelo Amato. «Niente più annuncio di Cristo, niente invito alla conversione, niente battesimo, niente Chiesa. Solo impegno nel sociale».

All'origine di questo raffreddamento dello spirito missionario della Chiesa, fino alla sua estinzione, la nota indica varie cause.

Anzitutto l'idea che ogni religione è via di salvezza alla pari della altre.

Poi la convinzione che proporre la verità cristiana ad altri è un attentato alla loro libertà.

Poi una concezione del Regno di Dio non identificato nella persona di Gesù Cristo ma in
«una realtà generica che sovrasta tutte le esperienze o le tradizioni religiose, a cui esse dovrebbero tendere come ad un'universale ed indistinta comunione di tutti coloro che cercano Dio».

Poi ancora l'idea che
«la pretesa d'aver ricevuto in dono la pienezza della Rivelazione di Dio nasconde un atteggiamento d'intolleranza e un pericolo per la pace».

Ad alcuni di questi
«relativismi e irenismi», la congregazione per la dottrina della fede ha già risposto con la dichiarazione Dominus Iesus dell'agosto del 2000.

Altri li ha colpiti con le notificazioni a carico di tre famosi teologi gesuiti processati in questi ultimi anni: Jacques Dupuis, Roger Haight e Jon Sobrino.

Contro le
«significative ambiguità» di un quarto teologo, Peter C. Phan, si è pronunciata proprio in questi giorni la conferenza episcopale degli Stati Uniti, con una dichiarazione del 7 dicembre.

In positivo, la nota della congregazione vaticana sollecita ad obbedire senza riserve al comandamento di Gesù:
«Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Marco 16, 15).

Sebbene anche i non cristiani possano essere salvati da Dio attraverso
«vie a Lui note», resta ai cristiani l'obbligo di far conoscere a tutti «il vero volto di Dio e l'amicizia con Gesù Cristo», senza i quali c'è «oscurità» e «deserto».

Il solo testimoniare con la vita non basta, avverte la nota. Che prosegue citando l'esortazione apostolica Evangeli nuntiandi di Paolo VI: «Anche la più bella testimonianza si rivelerà a lungo impotente, se non è illuminata, giustificata – ciò che Pietro chiamava "dare le ragioni della propria speranza" (1 Pietro 3, 15) – ed esplicitata da un annuncio chiaro e inequivocabile del Signore Gesù».

Nel finale, la nota affronta la questione dell'evangelizzazione
«in paesi dove vivono cristiani non cattolici, soprattutto in paesi di antica tradizione e cultura cristiana».

Il pensiero corre alla Russia ortodossa. Anche in situazioni come questa – si legge nella nota – il dialogo con i cristiani non cattolici deve essere
«non soltanto uno scambio di idee ma di doni, affinché si possa offrire loro al pienezza dei mezzi di salvezza».

E nel caso di conversioni la nota scrive:
«Se un cristiano non cattolico, per ragioni di coscienza e convinto della verità cattolica, chiede di entrare nella piena comunione della Chiesa cattolica, ciò va rispettato come opera dello Spirito Santo e come espressione della libertà di coscienza e di religione. In questo caso non si tratta di proselitismo, nel senso negativo assunto da questo termine».

Più in generale, la nota afferma che l'evangelizzare non è per la Chiesa solo un dovere ma
«è anche un diritto irrinunciabile, espressione propria della libertà religiosa, che ha le sue corrispondenti dimensioni etico-sociali ed etico-politiche. Un diritto che purtroppo, in alcune parti del mondo, non è ancora legalmente riconosciuto e in altre non è rispettato nei fatti».

Qui il pensiero corre ai paesi musulmani. Dove sia la predicazione che le conversioni sono sempre state pericolose e lo sono anche oggi, fino al prezzo della vita. Ma scrive la nota:
«Proprio il martirio dà credibilità ai testimoni, che non cercano potere o guadagno ma donano la propria vita per Cristo. Essi manifestano al mondo la forza inerme e colma di amore per gli uomini che viene donata a chi segue Cristo fino al dono totale della sua esistenza. Così i cristiani, dagli albori del cristianesimo fino ai nostri giorni, hanno subito persecuzione a motivo del Vangelo, come Gesù aveva preannunziato: "Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi (Giovanni 15, 20)"».
mdeledda
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sabato, 29 dicembre 2007, ore 21:39

Comunismo: la terribile carneficina

Oltre 200.000.000 di vittime. Questo il tragico bilancio del Comunismo realizzato. L'ateismo marxista ha combattuto Dio e ucciso l'uomo.

di Eugenio Corti,
da Il Timone (11-12/1999)


«Dai loro frutti li potrete riconoscere» (Mt 7,20). La verità di questa massima evangelica, sempre attuale, ci porta a formulare un giudizio di severa condanna del Comunismo. La considerazione dei frutti, o, perlomeno, dato lo spazio limitato di un articolo, del più tragico di questi: l'altissimo numero di vittime che il comunismo ha provocato ovunque si è instaurato, obbliga ogni spirito libero a condannare nei termini più rigorosi una ideologia che, anziché difendere le classi umili, ha finito con il far pagare, a prezzo della loro vita, proprio a milioni di poveri e di innocenti la follia di un progetto diabolico che pretendeva di costruire una società senza Dio.

Basti ricordare, per fare un primo esempio, la lotta guidata da Stalin ai contadini piccoli proprietari che comportò nel 1929 e 1930 la deportazione-sterminio di 10 milioni di kulaki, più di 5 milioni di subkulaki, cui seguirono 6 milioni di morti di fame nella conseguente carestia 'artificiale' del 1931-32 (con molti casi di cannibalismo). In questa lotta vennero dunque sacrificate complessivamente 21 milioni di persone. Quante furono in totale le vittime in Unione Sovietica? Stando a quanto afferma il professore di statistica Kurganov, tra il 1917 e il 1959, cioè nei primi 42 anni di dominio comunista, le perdite umane dovute alle deportazioni nei campi di sterminio, alle condanne ai lavori forzati, alle fucilazioni di massa o alle carestie provocate dall'arresto e dalla deportazione di milioni di contadini furono più di 60 milioni.

A confermare questo numero spaventosamente elevato di vittime, superiore di oltre dieci volte al numero degli Ebrei perito a causa dell'olocausto, va ricordato che il 28 ottobre 1994, in un discorso al Parlamento russo (Duma), Solgenitsin ha affermato che i morti dovuti al comunismo furono 60 milioni: nessuno, sia in Parlamento che fuori, ha sollevato obiezioni.

Per quanto concerne il numero delle vittima provocate dal Comunismo cinese, disponiamo di informazioni meno dettagliate, e di gran lunga meno documentate che per la Russia. Tuttavia, un calcolo molto vicino alla realtà è possibile. Anzitutto, per il decennio che va dal 1949 (anno della vittoria dei comunisti e della proclamazione della repubblica popolare) al 1958 riportiamo ciò che scrive l'ex ambasciatore d'Italia a Mosca Luca Pietromarchi: "In Cina... il comunismo ha causato la perdita, dal 1949 al 1958, di cinquanta milioni di vite umane... Inoltre 30 milioni di contadini furono inviati in campo di concentramento".

Dopo di queste. negli anni del "Grande balzo in avanti" (1958-1960) e subito successivi, si ebbero le perdite più terrificanti, dovute alla carestia artificiale prodotta dall'espropriazione dei contadini. Secondo il famoso sinologo Lazlo Ladany (che fu per decenni redattore a Hong Kong del notiziario China News Analisys, da cui attingevano materia prima praticamente tutti i giornali occidentali) i morti di fame tra il '59 e il '62 sarebbero stati 50 milioni.

Durante questi stessi anni e in quelli successivi fino al 1966 (anno d'inizio della "Grande rivoluzione culturale"), si ebbe inoltre lo stillicidio sistematico delle vittime dei "campi di rieducazione attraverso il lavoro". Secondo R.L. Walker ed altri sinologhi, il numero dei deportati oscillava allora tra i 18 e i 20 milioni; il che - volendo supporre, con ottimismo, una mortalità nei lager cinesi analoga a quella sovietica, cioè del 7-8% annua - comporterebbe un milione e mezzo circa di morti all'anno, dunque una dozzina di milioni per il periodo 1958-1965. L'unico studio sistematico a nostra conoscenza, relativo all'intera prima fase che va dal 1949 al 1965, è quello effettuato da Richard L. Walker per conto del Senato americano: studio che da - ripartendole per categorie - da un minimo di 34.300.000 a un massimo di 63.784.000 vittime, a seconda delle fonti. Vi mancano, però, quasi del tutto, i dati relativi alle vittime del "Grande balzo in avanti". Nel periodo successivo, cioè negli anni dal 1966 (inizio rivoluzione culturale), al '76 (morte di Mao), si ebbero appunto le vittime prodotte dalla rivoluzione culturale, che ammontano certamente a diverse decine di milioni. Un quadro fondato scientificamente del numero complessivo delle vittime fatte dal comunismo in Cina potrebbe essere suggerito dallo studio statistico di Paul Paillat e Alfred Sauvy, pubblicato nel 1974 sull'autorevole rivista parigina Population (n. 3, pag. 535). Da esso emerge che la popolazione cinese era in quell'anno inferiore di circa 150 milioni di persone a quella che avrebbe dovuto essere statisticamente, cioè in base al suo tasso di crescita pur calcolato in modo prudenziale.

In Cambogia, nel triennio 1975-1978, la percentuale di vittime innocenti da parte del Comunismo raggiunse una proporzione mai conosciuta prima nella storia dell'intera umanità. I capi comunisti Khmer il giorno stesso della presa del potere hanno deportato oltre metà della popolazione del loro sventurato Paese. Aggiungendosi la gente già da essi deportata in precedenza nelle zone in loro possesso, si arriva a circa l'80% della popolazione: in tal modo praticamente tutta la Cambogia venne trasformata in un enorme lager.

Contemporaneamente alta deportazione, i capi Khmer diedero inizio all'eliminazione fisica di tutte le persone in qualche modo "contaminate" dal capitalismo (cioè, in Cambogia, dal colonialismo), procedendo all'annientamento degli ex detentori del potere, ex detentori dell'avere ed ex detentori del sapere. Complessivamente le vittime furono, in circa tre anni, vicine ai 3 milioni, su 7 milioni di abitanti che annoverava il Paese al momento della vittoria comunista (nell'aprile 1975): furono dunque superiori a un terzo dell'intera popolazione. L'obiettivo al riguardo dei capi-ideologi Khmer era contenuto in una terrificante circolare da loro distribuita alle autorità provinciali già nel febbraio del '76, che venne portata in Thailandia da un capo Khmer profugo: "Per costruire la Cambogia nuova un milione di uomini è sufficiente".

Nel frattempo tutti i compiti di qualche importanza nella società venivano, per quanto possibile, affidati a bambini e ragazzi "non contaminati dal capitalismo" a motivo della loro età. Negli altri paesi in cui i comunisti hanno preso il potere si ebbero (secondo il recente calcolo minimale di S. Courtois, ll libro nero del comunismo): in Corea del Nord 2 milioni di vittime, in Vietnam 1 milione, nell'Europa dell'Est 1 milione, in Africa 1.700.000, in Afganistan 1.500.000. Ma finche non emergeranno notizie che possano fondatamente modificare la terribile contabilità dei massacri, si deve rimanere fermi sul totale di 215-220 milioni di vittime circa. Oggi in Italia un così sterminato massacro, di gran lunga il maggiore nella storia dell'umanità, e come se non ci fosse mai stato: ben pochi si sono curati di appurare la verità al riguardo.


Fossa comune in un GULag russo.

Il recente Libro nero del Comunismo non riesce a individuare la causa principale degli eccidi: l'impossibilità di cambiare, usando i mezzi materialistici indicati dal marxismo, la natura e la coscienza dell'uomo. In pratica, fanaticamente determinati com'erano a eliminare il male dal mondo, i comunisti non hanno potuto fare altro che eliminare l'uomo dal mondo, e l'hanno fatto, come s'è detto, su una scala mai vista prima nella storia.

Oggi tanti loro eredi pensano appunto, confusamente, che quegli orribili massacri, se non giustificati, siano stati però nobilitati dalle buone intenzioni iniziali. Va detto che queste stragi non avevano affatto lo scopo di conservare il potere ai comunisti (non sarebbero state necessarie): quelle stragi facevano parte - in parallelo con l'incremento della produzione materiale - del meccanismo che secondo Marx e Lenin avrebbe dovuta produrre una "società di uomini nuovi". Tale meccanismo presupponeva tra l'altro la "violenza come levatrice della società nuova". Si voleva, in pratica, far cambiare a ogni uomo la sua coscienza e la sua natura. Senza tenere nel minimo conto i reali risultati, che consistevano soltanto in montagne e montagne di cadaveri, i comunisti hanno insistito su questa strada perché il fermarsi avrebbe comportato la rinuncia all'utopica società nuova - libera dai mali di tutte le società precedenti - per costruire la quale essi avevano ormai fatto un così sterminato numero di morti.

Considerando che, a causa del comunismo, nella nostra epoca abbiamo avuto una straordinaria conferma della fondatezza della visione di S. Agostino, per il quale la storia consiste in un alternarsi continuo delle due "città": la "città terrena" (cioè la società degli uomini che, anche quando partono da propositi encomiabili, poiché escludono Dio dalla loro vita, finiscono inevitabilmente col seguire il "principe di questo mondo", ossia il demonio, il quale come sappiamo è "omicida", "padre di menzogna" e "scimmia di Dio") e la "città celeste" (cioè la società di coloro che nel costruire la vita in comune si rifanno in qualche modo agli insegnamenti di Dio), non ci resta che ribadire una convinzione ormai considerata fuori moda, anche in certo mondo cattolico: il vero bene dell'uomo e delle società, già a partire dalla vita in questa terra, è possibile soltanto a condizione di rispettare la legge di Dio. Altrimenti è il trionfo del demonio. Una terza via non è data.
mdeledda
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sabato, 29 dicembre 2007, ore 21:26

La carità del Papa

di Giuseppe Massari,
da
Petrus (29/12/2007)

Qualcuno, divertito e compiaciuto del suo sarcasmo iconoclasta o del suo umorismo dissacrante, potrebbe, come al solito, dire che la Chiesa ricca ed opulenta trascura i poveri, gli emarginati e i bisognosi. È un ritornello stantio, monotono, noioso e scarso di fantasia. Magari poi aggiunge che la Chiesa non dovrebbe continuare ad ottenere benefici dal Governo italiano, non dovrebbe essere privilegiata a non pagare certe gabelle. Questo potrebbe essere vero, e noi i primi a sottoscriverlo, se la Chiesa non si adoperasse continuamente e giornalmente in opere di bene e di carità.

I recenti dati forniti dall’Elemosineria Apostolica, per bocca del responsabile, Monsignor Felix del Blanco Prieto, ci dicono che nel corso di quest’anno sono stati elargiti
quasi due milioni di euro
per aiuti internazionali. Sicché, a smentita dei saggi e dei dotti e dottori della legge, il Santo Padre ha provveduto a soddisfare le esigenze dei più bisognosi, di coloro che non possono pagarsi la pigione, di coloro che non possono sbarcare il lunario. Contributi a gente indifferentemente discriminata. Elemosine, gesti di carità e beneficenza a favore di intere popolazioni colpite da disastri naturali, da miserie sociali e culturali. Questa è la Chiesa che conserva e racchiude in sé privilegi? Questa è la Chiesa che non sa stare dalla parte dei poveri, così come sovente viene ripetuto da coloro che hanno solo i diavoli in corpo e nella testa? Se un’accusa noi muoviamo all’istituzione ecclesiastica è quella di far sapere alla sinistra ciò che fa la destra, perché la carità deve essere silenziosa, discreta. Però, se questi dati vengono resi ufficiali è un bene, perché vengono messe a tacere le voci del dissenso prevenuto e preconcetto.

È facile e bello lanciare accuse da parte di chi, magari, di nascosto, gode di privilegi e di questi non riesce a dare neanche le briciole al povero che gli sta accanto, che ha fame, che alberga sotto il portone di casa, che costantemente bussa al portone di un cuore indurito e incallito. La carità che la Chiesa evolve nel corso dell’intero anno, attraverso i lasciti che le persone offrono liberamente e gratuitamente, vedasi anche la destinazione dell’otto per mille dalla dichiarazione dei redditi, è una costante che sta a dimostrare come non prevale il sentimentalismo della solidarietà, ma lo strutturalismo della carità. Il convincimento che un’opera benefica non può essere frutto di un momento o di una circostanza particolare. La carità, a differenza della solidarietà, è un valore da praticare sempre e verso chiunque ha bisogno. Anzi, la carità è scoprire il bisogno della gente che soffre, che non sa chiedere, che si vergogna o si umilia a domandare. La forza che Cristo ha dato alla sua Chiesa è quella di praticare il sacramento e non il sentimento dell’amore. Il sacramento della carità fa grande ogni uomo che crede nel Cristo fattosi povero, nudo, affamato, assetato, carcerato, indigente, forestiero.

Non a caso molti di quei contributi elargiti dall’Elemosineria Apostolica sono andati ad extracomunitari che vivono le loro difficoltà esistenziali in Italia o in altre parti del mondo. Il Papa fa la carità e non si vergogna e addita altri a seguirlo. Questo è il senso della notizia diffusa dall’organismo vaticano che si occupa del bene da riservare alle persone sfortunate, che non hanno un tetto o non hanno mezzi per riscaldarsi o per assaporare un piatto caldo di minestra. Questa è la grandezza della fede. Credere nei miracoli che scaturiscono dal bene fatto, per sperare che altri non abbiano ad aver bisogno del necessario o di quello che per molti è addirittura superfluo.
mdeledda
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sabato, 29 dicembre 2007, ore 21:07

Cinquecento fedeli per la messa in latino

di
Andrea Tornielli,
da
Il Giornale
(27/12/2007)

Le firme, più di cinquecento, sono state consegnate alla Curia di Milano il 7 dicembre scorso. Si tratta di una petizione perché anche nella diocesi ambrosiana venga applicato il Motu proprio
Summorum Pontificum, con il quale lo scorso luglio Benedetto XVI ha liberalizzato l’uso del messale preconciliare.

Buona parte della diocesi milanese segue il rito ambrosiano e formalmente nel documento papale si cita soltanto il rito romano (il capo-rito per la celebrazione ambrosiana è il cardinale arcivescovo, Dionigi Tettamanzi). Di per sé, la liberalizzazione si applicherebbe solo alle parrocchie che seguono il rito romano. Anche in questo caso però, una notificazione di monsignor Manganini, vicario episcopale, ha messo le mani avanti sostenendo che in diocesi non esistono gruppi legati al vecchio rito.

La posizione della Curia di Milano ha suscitato qualche malumore ai piani più alti del Vaticano. Per questo è possibile che l’istruzione applicativa del Motu proprio, chiamata a rispondere ad alcune delle obiezioni già sollevate, possa contenere un accenno anche al rito ambrosiano: anche se formalmente ineccepibile, infatti, la decisione della Curia milanese certo non mostra comprensione per l’intenzione del Pontefice, abbondantemente spiegata nella lettera che Papa Ratzinger ha inviato a tutti i vescovi del mondo.

Le oltre cinquecento firme sono state raccolte durante le ultime settimane via Internet. Di queste, informa il network internet
totustuus.net, che ha promosso l’iniziativa, quasi la metà (per l’esattezza il 47 per cento) sono di persone che hanno meno di cinquant’anni. «Da questi numeri appare evidente che non abbiamo firmato animati da “nostalgie”, ma per i motivi che il Papa ha ben descritto con queste parole: “anche giovani persone scoprono questa forma liturgica, si sentono attirate da essa e vi trovano una forma, particolarmente appropriata per loro, di incontro con il Mistero della Santissima Eucaristia”. Non possiamo pertanto essere accomunati a gruppi cripto-scismatici o di “nostalgici”».

«Abbiamo firmato – scrivono ancora gli organizzatori della petizione - perché la decisione della Congregazione del Rito Ambrosiano di non applicare il Motu proprio alle parrocchie e alle comunità di rito ambrosiano rischia di dare l’impressione di una impossibile frattura tra la Chiesa ambrosiana e quella cattolica». L’idea che ha mosso gli aderenti all’iniziativa non è dunque quella della rottura, ma, al contrario, quella della continuità: «Abbiamo firmato perché – come ha scritto monsignor Marco Navoni, dottore della Biblioteca Ambrosiana in un articolo del periodico della diocesi di Milano “il Segno” - il Motu Proprio è la traduzione pratica a livello liturgico dell’importante discorso tenuto dal Papa il 22 dicembre 2005 sul Concilio Vaticano II come momento di continuità con la tradizione precedente e non invece, come vorrebbero alcuni pur da fronti opposti, come rottura inconciliabile all’insegna della discontinuità. In fondo il Papa ha ritenuto opportuno, nel momento attuale, anche a livello liturgico riproporre la logica cattolica dell’et-et e non quella dell’aut-aut. Non dunque: o il Messale del Concilio di Trento, o il Messale del Vaticano II, ma sia l’uno che l’altro, come segni dell’unica tradizione vivente di preghiera e di dottrina».
mdeledda
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sabato, 29 dicembre 2007, ore 21:00

FESTA DELLA SANTA FAMIGLIA

Anno "A" (2007-12-30)
 
Siracide 3, 3-7. 14-17a;
Colossesi 3, 12.21;
Matteo 2, 13-15.19-23.

“Maschio e femmina li creò”


di Padre Raniero Cantalamessa

La Domenica dopo Natale si celebra la festa della Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe.

Nella seconda lettura san Paolo dice: “Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come si conviene nel Signore. Voi, mariti, amate le vostre mogli e non inaspritevi con esse. Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, genitori, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino”. In questo testo sono presentati i due rapporti fondamentali che, insieme, costituiscono la famiglia: il rapporto moglie - marito, e il rapporto genitori - figli.

Dei due rapporti il più importante è il primo, il rapporto di coppia, perché da esso dipende in gran parte anche il secondo, quello con i figli. Leggendo con occhi moderni quelle parole di Paolo una difficoltà balza subito agli occhi. Paolo raccomanda al marito di “amare” la propria moglie (e questo ci sta bene), ma poi raccomanda alla moglie di essere “sottomessa” al marito e questo, in una società fortemente (e giustamente) consapevole della parità dei sessi, sembra inaccettabile.

Su questo punto san Paolo è, in parte almeno, condizionato dalla mentalità del suo tempo. Tuttavia la soluzione non sta nell’eliminare dai rapporti tra marito e moglie la parola “sottomissione”, ma semmai nel renderla reciproca, come reciproco deve essere anche l’amore. In altre parole, non solo il marito deve amare la moglie, ma anche la moglie il marito; non solo la moglie deve essere sottomessa al marito, ma anche il marito alla moglie. La sottomissione non è allora che un aspetto e un’esigenza dell’amore. Per chi ama, sottomettersi all’oggetto del proprio amore non umilia, ma rende anzi felici. Sottomettersi significa, in questo caso, tener conto della volontà del coniuge, del suo parere e della sua sensibilità; dialogare, non decidere da solo; saper a volte rinunciare al proprio punto di vista. Insomma, ricordarsi che si è diventati “coniugi”, cioè, alla lettera, persone che sono sotto “lo stesso giogo” liberamente accolto.

La Bibbia pone un rapporto stretto tra l’essere creati “a immagine di Dio” e il fatto di essere “maschio e femmina” (cf. Gen 1, 27). La somiglianza consiste in questo. Dio è unico e solo, ma non è solitario. L’amore esige comunione, scambio interpersonale; richiede che ci siano un “io” e un “tu”. Per questo il Dio cristiano è uno e trino. In lui coesistono unità e distinzione: unità di natura, di volere, di intenti, e distinzione di caratteristiche e di persone. Proprio in questo la coppia umana è immagine di Dio. La famiglia umana è un riflesso della Trinità. Marito e moglie sono infatti una carne sola, un cuore solo, un’anima sola, pur nella diversità di sesso e di personalità. Gli sposi stanno di fronte, l’uno all’altro, come un “io” e un “tu” e stanno di fronte a tutto il resto del mondo, cominciando dai propri figli, come un “noi”, quasi si trattasse di una sola persona, non più però singolare ma plurale. “Noi”, cioè “tua madre ed io”, “tuo padre ed io”. Così parlò Maria a Gesú, dopo averlo ritrovato nel tempio.

Lo sappiamo bene che questo è l’ideale e che, come in tutte le cose, la realtà è spesso assai diversa, più umile e più complessa, a volte addirittura tragica. Ma siamo così bombardati dai casi negativi di fallimento che forse, per una volta, non è male riproporre l’ideale della coppia, prima sul piano semplicemente naturale e umano e poi su quello cristiano. Guai se si arrivasse a vergognarsi degli ideali, in nome di un malinteso realismo. La fine di una società sarebbe, in questo caso, segnata. I giovani hanno diritto di vedersi trasmettere, dai grandi, degli ideali e non solo scetticismo e cinismo. Nulla ha la forza di attrazione che possiede l’ideale.


© Fr. Raniero Cantalamessa, OFMCap



La Bibbia parla della famiglia


di Gianmarco Paris
da Omelie.org


Le letture bibliche proposte per questa liturgia ci fanno comprendere come la Bibbia parla della famiglia, ci danno – per così dire – la visione della Famiglia che esce dalla storia della salvezza. Dobbiamo rinunciare a cercare una corrispondenza diretta tra Bibbia e famiglia, come se il libro dei cristiani offrisse una lista di significati o un prontuario di ricette famigliari. Nella Bibbia incontriamo invece il resoconto scritto di fede della storia di alleanza tra Dio e un piccolo popolo, che era organizzato socialmente attraverso la forma della famiglia allargata (clan).

Possiamo quindi dire che la Bibbia non parla della famiglia direttamente, ma indirettamente, perché riconosce nella rivelazione di Dio che libera il popolo di Israele dalla schiavitù il fondamento divino della vita, e – per questo - anche il fondamento della famiglia con i suoi valori: l’amore fedele tra l’uomo e la donna, l’amore fecondo che genera figli collaborando all’opera della creazione, il rispetto e l’amore dovuto ai genitori, il dovere dei genitori di allevare e educare i figli (notiamo che nel Decalogo, almeno tre dei sei comandamenti relativi ai rapporti tra gli uomini servono per preservare il legame famigliare dal pericolo di sfaldarsi). In questo contesto possiamo comprendere la prima lettura, del Siracide, che manifesta qual è la volontà di Dio (Dio vuole…) circa il rapporto tra figli e genitori. Il quarto comandamento della legge, che ordina di onorare i genitori, si spiega e sviluppa in una serie di altre azioni, come obbedire, assistere e sopportare nella vecchiaia, avere carità; a questo comandamento è associata la benedizione del Decalogo, anch’essa sviluppata e ampliata: chi fa ciò non solo avrà una lunga vita, ma riceverà il perdono dei peccati, avrà gioia nei suoi figli, vedrà la sua preghiera ascoltata… Appare evidente la relazione tra obbedienza al comandamento e con sequenza: dal modo come trattiamo i nostri genitori Dio ci tratterà. Dalla Bibbia veniamo a sapere che nei rapporti famigliari sta in gioco il nostro rapporto con Dio, cioè la possibilità di una vita realizzata, che raggiunge il suo scopo. Il Salmo 127 medita e canta questa stessa fede, ma – per così dire – in senso contrario: la fede in Dio (che in linguaggio biblico si chiama timore di Dio) che si esprime nell’obbedienza ai comandamenti, ha come ricompensa una vita felice, e l’immagine di questa felicità è una famiglia realizzata, espressa con immagini della natura: la moglie, feconda come una vite, i figli, forti e sani come virgulti di ulivo. Questa felicità è una benedizione, non è solo frutto dello sforzo e della buona volontà umana: è la grazia che Dio concede a chi lo teme, cioè confida in Lui.
In controluce la Rivelazione biblica mette in evidenza alcune forme di egoismo umano che si manifestano nei “peccati famigliari”: l’adulterio, la ricerca di soddisfazioni amorose fuori dalla famiglia, la prostituzione, il divorzio, l’abbandono dei figli, l’ingratitudine verso i genitori. L’esperienza umana del peccato, che significa errare l’obiettivo giusto della vita, trova nei rapporti famigliari un campo grande di manifestazione. Come il buon rapporto con Dio si manifesta nella famiglia, così anche il fallimento di questo rapporto ha un riscontro inevitabile nella vita famigliare.

Il compimento della Rivelazione, che avviene nella vita, morte e Risurrezione di Gesù, approfondisce il rapporto simbolico tra alleanza divina e alleanza umana della famiglia: Gesù è nato e cresciuto in una famiglia umana; ad una festa di nozze compie il primo segno con il quale si fa conoscere come Messia e in altra occasione si presenta come lo sposo, alla presenza del quale non si può digiunare; molte volte racconta storie di famiglia per rappresentare il volto di Dio; parla della relazione tra sé e i suoi discepoli come di una nuova famiglia; dalla croce affida la madre al discepolo amato e viceversa, per indicare che la chiesa è una famiglia, le cui relazioni dipendono dalla morte/risurrezione di Gesù. In questo Egli non soltanto usa l’esperienza della famiglia per parlare del rapporto Dio-uomo, ma rivela che il fondamento di ogni vita umana e di ogni relazione tra gli uomini (come la relazione famiglia) sta nell’alleanza d’amore che Dio da sempre ha progettato con l’umanità e che Gesù compie in modo definitivo. In questo contesto possiamo comprendere la seconda lettura, di Colossesi: le ultime frasi contengono inviti specifici per i rapporti famigliari tra marito e moglie, tra genitori e figli: Paolo ordina di vivere in famiglia in un modo che è “gradito al Signore”. Ciò che è detto per la famiglia è in realtà la concretizzazione di un appello che vale per tutti i rapporti e per tutti i cristiani: rivestitevi di sentimenti di misericordia, bontà, umiltà, soprattutto di carità. La ragione di questi rapporti è Cristo: come il Signore vi ha perdonato…, fate tutto in nome del Signore… La condizione e lo stile è Cristo: la pace di Cristo regni…, la Parola di Cristo abiti con abbondanza tra voi… L’origine e il fine di questi rapporti è Dio: come eletti di Dio, santi e amati… dando grazie a Dio Padre. È troppo poco fermarsi alla ultime righe della lettura per insistere chiedere sottomissione alle mogli, bontà ai mariti, obbedienza ai figli, pazienza ai genitori: la rivelazione cristiana non è un insieme di norme famigliari, ma l’annuncio che è possibile un modo diverso di relazionarsi e di amare, quello che contempliamo in Cristo. È credendo nella croce di Cristo, scoprendo in essa la rivelazione ultima dell’amore di Dio e la misura della risposta umana, che il marito amerà la moglie, questa starà sottomessa al marito, i figli ai genitori… La croce di Cristo spezza le misure egoistiche dell’amore famigliare e lo apre alla grazia della conversione, perché diventi manifestazione concreta, continua e credibile dell’amore di Dio per l’uomo.

Seguendo questo percorso biblico sul tema della famiglia arriviamo alla fine a contemplare l’icona della Santa Famiglia di Nazaret. Si, in realtà essa arriva alla fine: può essere assunta come il modello della vita famigliare dei cristiani non per uno spontaneo o romantico confronto con le nostre famiglie, ma perché è la proiezione (all’indietro) del senso della vita di Gesù e del discepolato al quale egli chiama tutti gli uomini. Matteo e Luca ci hanno lasciato alcuni “quadri” della vita della Santa Famiglia che hanno dipinto con i tratti della predicazione di Gesù (chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me; chi non rinuncia al padre, madre, moglie, figli, e alla sua propria vita, non può essere mio discepolo…) e con i colori della sua passione, morte e risurrezione: Maria e Giuseppe hanno realizzato la loro vita e il loro amore fecondo rinunciando totalmente a se stessi e mettendosi al servizio del progetto di Dio, come Gesù, che ha realizzato la sua vita obbedendo al Padre fino al dono di sé sulla croce. In questa ottica possiamo comprendere il vangelo scelto per la liturgia della Santa Famiglia. È il quadro che segue l’adorazione dei Magi (in cui Matteo afferma che Gesù è vero re): la vita di Gesù è già minacciata dal piano umano del re Erode, che cerca di eliminare il nuovo re apparso in Giudea. Un angelo, avvisa Giuseppe di questo pericolo, gli ordina di mettere in salvo la sposa e il bambino, fuggendo in Egitto. Le parole dell’angelo fanno accenno ad un altro avviso, aprono ad un futuro di speranza. Ma perché questo si realizzi ora è necessaria l’obbedienza di Giuseppe. E questa non si fa attendere. Con la sua obbedienza conosciamo anche l’esito di questa storia: Erode muore in poco tempo, il piano di Dio trionfa. Il pittore Matteo non si accontenta di rappresentare la scena in primo piano ma dipinge anche uno sfondo che fa risaltare il senso profondo dei fatti. Lo sfondo è la storia di Israele, la prima alleanza di Dio con il suo popolo: come Israele, così Gesù scende in Egitto e di là compie il cammino dell’esodo per poter entrare nella terra promessa. Gesù è il rappresentante del popolo di Israele che Dio vuole liberare dalla schiavitù dell’Egitto. Gesù non è soltanto il figlio che risponde a questa offerta di liberazione, ma è il nuovo cammino attraverso il quale tutta l’umanità può essere salvata dalla schiavitù del peccato (Gv capitolo 8). Come è successo per Israele così avviene nella storia di Gesù: Dio non elimina il male, ma si mostra superiore e se ne serve per realizzare il suo piano. Perché questo piano si realizzi Dio chiede la collaborazione umana, che nel nostro quadro è rappresentata dall’obbedienza di Giuseppe. Guardando a Giuseppe (e a Maria nei quadri dipinti da Luca), ogni padre e madre cristiana possono comprendere, possono credere alla promessa di Dio che il loro amore si realizzerà, se non si sentiranno padroni l’uno dell’altra e dei loro figli, ma se staranno sempre aperti a riconoscere nella loro storia famigliare i segni del piano divino, che chiede uomini e donne innamorati della vita per poter continuare anche oggi. Chiede uomini e donne coraggiosi, che sappiano sentirsi padri e madri non solo dei loro figli ma anche di tutti i figli abbandonati e soli, minacciati nella loro esistenza, come lo fu Gesù, senza famiglia e senza futuro, ma che Dio ama come suoi figli, come ha amato Gesù.

Si può allora comprendere il “vangelo della famiglia”: essa è per la Bibbia l’immagine più feconda per parlare dell’alleanza di Dio con il suo popolo, perché ad essa sono legati i valori dell’amore, della fedeltà, della fecondità, della vita. Ma se Dio si rispecchia nei rapporti famigliari per farsi conoscere all’umanità, la famiglia si deve rispecchiare nella vita e nel messaggio di Gesù per diventare ciò che è chiamata a diventare: vero cammino di amore, verso la realizzazione della vita, cammino per la santità. E affinché questo si realizzi… la parola di Cristo abiti tra voi con abbondanza.
mdeledda
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