giovedì, 12 novembre 2009, ore 20:55

COME FAR FRONTE ALL'EMERGENZA EDUCATIVA

DISCORSO AI DOCENTI E AGLI STUDENTI DELLA
LIBERA UNIVERSITÀ MARIA SANTISSIMA ASSUNTA (LUMSA)

Aula Paolo VI
Giovedì 12 novembre 2009


 
Signori Cardinali,
Signor Presidente del Senato e distinte Autorità,
Magnifico Rettore e chiarissimi Professori,
care Missionarie della Scuola,
cari studenti e amici tutti!

Sono lieto di incontrarvi in occasione del 70° anniversario di fondazione della Libera Università Maria Santissima Assunta. Saluto cordialmente il Rettore della vostra Università, Prof. Giuseppe Dalla Torre, e lo ringrazio per le cortesi parole che mi ha rivolto. Mi è gradito salutare il Presidente del Senato, Onorevole Renato Schifani, e le altre Autorità civili e militari italiane, come pure le numerose Personalità, i Rettori e i Direttori Amministrativi presenti. A tutti voi, che formate la grande famiglia della LUMSA, rivolgo il mio caloroso benvenuto.

Il vostro Ateneo, sorto nel 1939 per iniziativa della serva di Dio Madre Luigia Tincani, fondatrice dell’Unione Santa Caterina da Siena delle Missionarie della Scuola, e del Cardinale Giuseppe Pizzardo, allora Prefetto della Congregazione dei Seminari e delle Università degli Studi, con lo scopo di promuovere un’adeguata formazione universitaria per le religiose destinate all’insegnamento nelle scuole cattoliche, iniziò la sua attività nel clima di impegno educativo del mondo cattolico suscitato dall’Enciclica di Pio XI Divini illius Magistri. La vostra Università è nata quindi con un’identità cattolica ben precisa, su impulso anche della Santa Sede, con la quale conserva uno stretto legame. Nei trascorsi settant’anni, la LUMSA ha preparato schiere di insegnanti e si è notevolmente sviluppata, specie dopo la trasformazione, nel 1989, in Libera Università, e la conseguente creazione di nuove Facoltà con l’ampliamento del bacino di utenza. So che oggi essa conta circa 9000 studenti nelle quattro sedi sul territorio nazionale e rappresenta un riferimento importante nel campo educativo. Mentre andava profondamente evolvendosi la situazione culturale e legislativa in Italia e in Europa, la LUMSA ha saputo compiere un percorso di crescita con una duplice attenzione: rimanere fedele all’intuizione originaria di Madre Tincani e, al tempo stesso, rispondere alle nuove sfide della società.

In effetti, il contesto odierno è caratterizzato da una preoccupante emergenza educativa, sulla quale ho avuto modo di soffermarmi in varie occasioni, nella quale assume una rilevanza del tutto particolare il compito di coloro che sono chiamati all’insegnamento. Si tratta anzitutto del ruolo dei docenti universitari, ma anche dello stesso iter formativo degli studenti che si preparano a svolgere la professione di docenti nei diversi ordini e gradi della scuola, oppure di professionisti nei vari ambiti della società. Infatti, ogni professione diventa occasione per testimoniare e tradurre in pratica i valori interiorizzati personalmente durante il periodo accademico. La profonda crisi economica, diffusa in tutto il mondo, con le cause che ne sono all’origine, hanno evidenziato l’esigenza di un investimento più deciso e coraggioso nel campo del sapere e dell’educazione, quale via per rispondere alle numerose sfide aperte e per preparare le giovani generazioni a costruire un futuro migliore (cfr Enc. Caritas in veritate, 30-31; 61). Ed ecco allora che si avverte la necessità di creare nell’ambito educativo legami di pensiero, insegnare a collaborare tra discipline diverse e ad imparare gli uni dagli altri. Dinanzi ai profondi mutamenti in atto, sempre più urgente è poi la necessità di appellarsi ai valori fondamentali da trasmettere, come indispensabile patrimonio, alle giovani generazioni e, pertanto, di interrogarsi su quali siano tali valori. Alle istituzioni accademiche si pongono quindi, in modo pressante, questioni di carattere etico.

In tale contesto, alle Università cattoliche è affidato un ruolo rilevante, nella fedeltà alla loro identità specifica e nello sforzo di prestare un servizio qualificato nella Chiesa e nella società. Risultano quanto mai attuali, in tal senso, le indicazioni offerte dal mio venerato predecessore Giovanni Paolo II nella Costituzione apostolica Ex corde Ecclesiae, quando invitava l’Università cattolica a garantire istituzionalmente una presenza cristiana nel mondo accademico. Nella complessa realtà sociale e culturale, l’Università cattolica è chiamata ad agire con l’ispirazione cristiana dei singoli e della comunità universitaria come tale; con l’incessante riflessione sapienziale, illuminata dalla fede, e la ricerca scientifica; con la fedeltà al messaggio cristiano così come è presentato dalla Chiesa; con l’impegno istituzionale al servizio del popolo di Dio e della famiglia umana, nel loro cammino verso la meta ultima (cfr n. 13).

Cari amici, la LUMSA è un’Università cattolica, che ha come elemento specifico della propria identità questa ispirazione cristiana. Come si legge nella sua Magna charta, essa si propone un lavoro scientifico orientato alla ricerca della verità, nel dialogo tra fede e ragione, in una ideale tensione verso l’integrazione delle conoscenze e dei valori. Si prefigge al tempo stesso un’attività formativa da condursi con costante attenzione etica, elaborando positive sintesi tra fede e cultura e tra scienza e sapienza, per la crescita piena ed armonica della persona umana. Questa impostazione è per voi, cari docenti, stimolante ed esigente. Infatti, mentre vi impegnate ad essere sempre meglio qualificati nell’insegnamento e nella ricerca, vi proponete anche di coltivare la missione educativa. Oggi, come in passato, l’Università ha bisogno di veri maestri, che trasmettano, insieme a contenuti e saperi scientifici, un rigoroso metodo di ricerca e valori e motivazioni profonde. Immersi in una società frammentata e relativista, voi, cari studenti, mantenete sempre aperti la mente e il cuore alla verità. Dedicatevi ad acquisire, in modo profondo, le conoscenze che concorrono alla formazione integrale della vostra personalità, ad affinare la capacità di ricerca del vero e del bene durante tutta la vita, a prepararvi professionalmente per diventare costruttori di una società più giusta e solidale. L’esempio della Madre Tincani fomenti in tutti l’impegno di accompagnare il rigoroso lavoro accademico con un’intensa vita interiore, sostenuta dalla preghiera. La Vergine Maria, Sedes Sapientiae, guidi questo cammino con la vera sapienza, che viene da Dio. Vi ringrazio di questo gradito incontro e di cuore benedico ciascuno di voi e il vostro lavoro.


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mdeledda
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giovedì, 12 novembre 2009, ore 20:48

Chiesa e Stato: divisione o armonia dei ruoli e delle responsabilità?

di Roberto De Mattei,
da Radici Cristiane (11/2009)


Negli ultimi tempi, sia in Europa che negli Stati Uniti, si è accesa una viva e talvolta aspra discussione sui rapporti tra la sfera politica e quella religiosa e morale, soprattutto per quanto riguarda il problema della vita umana, dal momento del concepimento fino alla morte naturale.

In Italia, negli ultimi mesi, il dibattito si è concentrato sulla pillola abortiva RU486 e sul cosiddetto testamento biologico, rivelando profonde spaccature all’interno di un mondo politico che, al di fuori dei temi etici, appare sempre più appiattito e omologato.

Al centro delle polemiche sono spesso i vescovi, i quali quando intervengono su temi politici che abbiano una dimensione etica, vengono accusati di indebita ingerenza nelle cose dello Stato. Gli stessi critici dell’interferenza ecclesiastica chiedono poi ai partiti politici di non prendere posizione sui temi divisivi di natura etica, lasciando ai propri rappresentanti in Parlamento piena libertà di coscienza. Nell’uno come nell’altro caso – si sente ripetere – i problemi morali non vanno proiettati nel dibattito politico ma lasciati al foro della coscienza individuale.

Per impostare giustamente il problema bisogna ricordare un principio di fondo, che sta alla base della nostra tradizione culturale: la distinzione tra la sfera religiosa e quella politica, derivante dalla massima evangelica di «dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» (Mt., 22, 15-22). Questa sentenza distingue due autorità supreme nel proprio ordine, senza tuttavia separarle o metterle in contrasto.

La Civiltà cristiana del Medioevo ha conosciuto momenti di conflitto ma anche di profonda armonia e collaborazione tra questi due poteri. Il mondo moderno ha conosciuto invece un processo di emancipazione della politica dalla morale, che inizia con Machiavelli e prosegue con le grandi Rivoluzioni del XVIII secolo e del XX secolo. L’esito ultimo di questo processo di secolarizzazione della società è stato, nel Novecento, l’assorbimento della sfera religiosa in quella politica, da parte dei sistemi totalitari nazismo e comunismo, eredi della Rivoluzione francese.

L’Islam, apparso alla ribalta del XXI secolo, nega a sua volta la distinzione tra religione e politica, assorbendo la sfera politica in quella religiosa. Lo slogan dei Fratelli Musulmani, “Il Corano è la nostra Costituzione”, esprime efficacemente l’intima unione tra le due sfere. Se il comunismo è stato definito l’Islam del XX secolo, per il suo totalitarismo secolarista, l’Islam può essere definito a sua volta il comunismo del XXI secolo per il suo totalitarismo religioso, che unisce Chiesa e Stato, fede e politica.

Il principio della distinzione tra politica da una parte e religione e morale dall’altra, è dunque irrinunciabile. Quali sono le sue conseguenze? La prima è che la Chiesa ha il diritto e il dovere di esprimersi su tutti i temi religiosi e morali che concernono l’uomo, nella sua vita privata, come in quella pubblica. Parlare di quelli che Benedetto XVI ha definito i “valori non negoziabili” – vita, famiglia, educazione – fa parte della missione stessa della Chiesa. L’appello va rivolto a tutti, compresi e in primis, gli uomini politici. I vescovi infatti sono pastori di tutte le anime, comprese quelle degli uomini politici, e devono ricordare loro il dovere di promulgare leggi conformi ai principi dell’ordine naturale e cristiano.

Dal punto di vista di quest’ordine supremo, non vi è differenza fra gli individui e la comunità sociale e civile, poiché gli uomini, uniti in società, sono altrettanto sottomessi all’autorità della legge naturale di quanto lo siano gli uomini singoli.

Lo Stato ha come proprio fine di procurare il bene temporale e, nella sua sfera, è sovrano. Ma la Chiesa ha il diritto di veder rispettata la legge naturale di cui è custode e su cui la società umana si fonda.
I politici, da parte loro, hanno il diritto e il dovere di operare in conformità ai propri principi religiosi e morali. Non è ammessa in loro una scissione tra politica e morale. Non è ammesso cioè che siano onesti, veraci e leali nella loro vita personale e disonesti e menzogneri in quella pubblica. Allo stesso modo non è ammesso che essi seguano in privato la legge naturale o quella del Vangelo e contraddicano questa stessa legge nella loro azione pubblica.

La politica è certamente “l’arte del possibile”. Ciò significa che non sempre si può realizzare il proprio ideale politico e sociale. L’importante per un politico è fare di tutto per introdurre leggi buone, o migliorare le esistenti, e non assumersi mai la responsabilità di favorire o firmare le leggi cattive. Non si chiede ai politici di fare i vescovi, cioè di predicare la legge divina e naturale: essi devono realizzarla nei fatti, nei limiti delle loro possibilità. Allo stesso modo, i vescovi non devono fare i politici, rinunciando a ogni scaltrezza. In particolare essi non devono cimentarsi nell’opera di compromesso e di mediazione tipica del mondo politico, suggerendo leggi meno buone per evitare le pessime. I Pastori hanno il dovere di richiamare sempre il gregge all’ottimo.

Il punto di fondo, insomma, è quella che un tempo veniva definita la distinzione tra la tesi e l’ipotesi. L’ipotesi concreta può essere quella di un compromesso che si è costretti ad accettare. Ma la prima condizione perché ciò avvenga, è che sia sempre richiamata la tesi, cioè la posizione ideale a cui tendere con tutte le proprie forze.

Ieri l’ipotesi poteva essere quella della necessità di un Nuovo Concordato tra la Santa Sede e lo Stato italiano. Ma lo si volle stipulare senza richiamare la tesi “ottima” dello Stato cattolico. Fu anzi detto ai cattolici che uno Stato “neutrale” in materia religiosa era meglio di uno Stato o di una società ufficialmente cattolica. Oggi l’ipotesi può essere quella dell’impossibilità (tutta da verificare) di modificare nel momento presente la legge 194 che legalizza l’aborto. La tesi però che non si deve mai cessare di richiamare è che questa legge è profondamente iniqua e va abolita nel suo principio di fondo.

I cattolici devono desiderare una società in cui l’aborto non sia permesso per nessun motivo e nessuna circostanza. Tacere questa tesi significa introdurre nella mentalità dei cattolici l’idea che una società che rispetti integralmente la legge naturale sia storicamente irrealizzabile. Il che è falso e offensivo nei confronti dei comandamenti divini.

Parlare con chiarezza è missione innanzitutto dell’autorità religiosa, ma anche degli amministratori della vita pubblica, perché ciò che è in gioco sono i principi di legge naturale e divina, da cui dipende, oltre che alla salvezza eterna, il bene temporale della società.
mdeledda
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giovedì, 12 novembre 2009, ore 18:01

L'Unità prima esaltava il Muro, poi la sua caduta, e adesso l'ha dimenticato

di Fabrizio B. Maggi,
da L'Occidentale (11/11/2009)


“Dalle due di questa notte al confine di settore fra Berlino democratica e Berlino ovest sono stati istituiti i controlli che ogni stato sovrano pone alle proprie frontiere”. Inizia così l’articolo apparso sulla prima pagina de l’Unità del 14 agosto 1961, data in cui venne posto il primo mattone a quello che di lì a poco sarebbe diventato il muro della vergogna per eccellenza, il muro di Berlino.

A pochi giorni dalla commemorazione dei vent’anni dalla sua caduta, abbiamo rispolverato le prime pagine di uno dei giornali italiani che hanno fatto la storia, l'Unità, appunto. Lo abbiamo fatto per ricordare come venne descritta enfaticamente la giornata in cui si iniziava a costruire il muro e come, 28 anni dopo, lo stesso quotidiano abbia utilizzato toni molto diversi per descrivere la sua caduta. Senza mai – è bene evidenziarlo – tornare sui suoi passi o fare i conti con la Storia. Neanche al giorno d'oggi.


Facciamo un passo indietro. È il giorno prima di Ferragosto del 1961 e l'Unità titola in apertura e a caratteri cubitali: “Misure di sicurezza della RDT ai confini con Berlino Ovest”. Per il quotidiano del PCI le autorità della Germania Est attuavano delle semplici "misure di sicurezza" per contrastare gli “sforzi aggressivi del nemico” (la Germania Ovest). Tra le righe, un chiaro messaggio: le forze occidentali sono disprezzabili, le loro istituzioni sono finte e antidemocratiche (e per questo meritano le virgolette, come nel caso del “Senato” della Germania Occidentale), il muro non è nient’altro che una reazione “legittima” contro l’aggressione e la minaccia di Bonn.

Il quotidiano, che in quei giorni era diretto da Alfredo Reichlin, non usò mezzi termini per sostenere la decisione del “Consiglio dei ministri della Repubblica democratica”. Pomposo e pieno d’orgoglio, l’articolo firmato dall’inviato Giuseppe Conato spiegava che il muro era una misura necessaria a “stroncare le attività ostili delle forze revansciste e militariste della Germania occidentale e di Berlino ovest”, atti di “spionaggio, sobillazione e diversione che, profittando della anormale situazione della città, vengono condotti dalle centrali di Berlino ovest”.

Il giornalista descrive una Berlino in cui la situazione è calma. Ma solo nella RDT, perché nei settori occidentali invece “si notava una certa tensione”. Come a dire che i "compagni" sapevano che tutto era sotto controllo, che la scelta del muro era quella giusta. Il sottotitolo di un altro articolo al centro della prima pagina recita: “i circoli occidentali soffiano sul fuoco della provocazione”. E poco più sotto il pezzo continua “le legittime misure di sicurezza adottate dalla Repubblica democratica tedesca per proteggere i suoi confini occidentali (…) hanno suscitato nella Germania di Adenauer e nelle capitali occidentali immediate prese di posizioni e commenti che vanno da una ipocrita manifestazione di sorpresa e di preoccupazione, fino alla formulazione di aperte minacce e provocazioni”.

Il giornale pubblica anche la dichiarazione indirizzata dal Patto di Varsavia alla RDT per sancire l'alleanza in corso, un modo che il quotidiano utilizza per criticare le potenze occidentali che facevano “cattivo uso dell’attuale posizione del traffico sul confine di Berlino Ovest per sconvolgere l’economia della Repubblica democratica tedesca”. Ed è per questa ragione che verrà impedita l’entrata a Berlino Est “ai politicanti revanscisti e agli agenti del militarismo tedesco occidentale”. L'Unità cita anche le parole del Consiglio dei ministri della RDT: “una grave minaccia per la pace insita nella politica imperialistica e bellicista condotta da Bonn sotto la maschera dell’anticomunismo e con la tesi che ‘la seconda guerra mondiale non è ancora finita”. Nel taglio basso, un articolo loda un incontro della stampa comunista italiana e francese a San Remi durante il quale viene osannato “l’avvento di una nuova società”.


Nel 1989, le cose stavano molto diversamente. Sempre su l'Unità, la caduta del muro – costruito per difendere i cittadini di Berlino Est dai 'capitalisti' della Germania Ovest – viene acclamata come “Il giorno più bello per l’Europa”. Renzo Foa – grande penna del giornalismo italiano che di lì ad un anno avrebbe preso le redini del quotidiano fondato da Antonio Gramsci – descrive una grande festa e “un momento che segna e cambia la Storia di una nazione e di un intero continente”. Non mancano gli elogi alla vittoria di un movimento popolare costituito da chi era sceso in piazza per rovesciare “uno dei bastioni del socialismo reale” e un “modello politico che è franato”. La parola democrazia viene declinata più volte e nei modi più diversi. Il messaggio trasmesso fra le righe è di vittoria e di rivincita, ma ad emergere è soprattutto “la voglia di ricominciare” e di “costruire un nuovo ordine in Europa”. Paolo Soldini, inviato del giornale a Berlino, descrive l’atmosfera di gioia che si respira in città: la speranza di un lungo cammino di cui si intravede un “approdo alla libertà e alla democrazia”, auspicando una nuova cultura che “chiede la libertà politica e cerca i valori della solidarietà”. In particolare, c’è l’invito a investire nel “rinnovamento di un partito che per tanti anni ha soffocato le speranze”.

Cos'è rimasto oggi, a vent'anni di distanza dalla caduta di quel muro? Basta guardare la prima pagina del quotidiano attualmente diretto da Concita De Gregorio per farcene un’idea. L'Unità ha dedicato nient’altro che un articolo a fondo pagina alla commemorazione della caduta del muro (20 anni dal Muro. Viaggio virtuale tra sogni e nostalgie), mentre “il papello” del premier Silvio Berlusconi si è guadagnato il (solito) paginone. Una data ormai considerata da tutti storica come l'89, sul quotidiano comunista viene relegata elegantemente nel taglio basso della pagina. Nessun titolo strillato che ricordi la fine del comunismo. Non c’è niente da imparare. Nulla da elogiare. Ma una lezione c’è, dietro tutta questa lunga storia: l'Unità continua ad andare avanti, senza mai guardarsi indietro.
mdeledda
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giovedì, 12 novembre 2009, ore 18:01

Serve un'evangelizzazione a croce: orizzontale per estensione, verticale per profondità

di Roberta Sciamplicotti,
da Zenit (12/11/2009)


In un mondo in cui Internet è ormai uno dei principali veicoli di informazione, la Chiesa non può esimersi dall'esservi presente, perché ha una buona notizia da diffondere, quella di Gesù Cristo.

Su questa base si svolge in Vaticano, da questo giovedì al 15 novembre, l'incontro della Commissione Episcopale Europea per i Media (CEEM), la cui Plenaria è dedicata al tema "La cultura di Internet e la comunicazione della Chiesa".

Nel suo saluto all'assemblea all'apertura dell'evento, il Cardinale Josip Bozanic ha affermato che visto che Internet "non è solo un recipiente che raccoglie diverse culture", ma "produce cultura", "appare evidente chiedersi quale rapporto intrattiene questa 'nuova' cultura con quelle dette 'tradizionali'".

"Quali implicazioni ha la presenza di Internet, oggi, per la missione della Chiesa? Quali ripercussioni ha nell'opera di evangelizzazione delle culture e di inculturazione della fede? Come Internet è entrato nella pastorale ordinaria delle nostre diocesi e delle nostre parrocchie?", si è chiesto.

Il Cardinale ha ricordato che finora Internet è stato considerato "per lo più come uno strumento", ma oggi bisogna prendere atto che è "innanzitutto un mondo".

"Il crescente peso che sta assumendo nella vita delle persone in generale, e non solo dei nostri fedeli, ci impone quindi di annunciare il Vangelo anche in questo altro mondo", ha osservato.

La Chiesa, ha ricordato il porporato, nella sua storia millenaria "ha sempre saputo cogliere la bontà degli strumenti di comunicazione sociale per l'edificazione del genere umano", essendone in non pochi casi anche "una grande promotrice".

Nel contesto attuale, ha di fronte a sé una nuova sfida, "quella innanzitutto di essere presente sulla rete con il suo messaggio di amore".

La presenza ecclesiale in Internet è quasi una necessità per non rimanere "a margine dello sviluppo tecnologico", ma soprattutto perché la Chiesa "ha una Buona Novella da comunicare" e perché "è in Internet che è possibile capire e si sta costruendo il modello antropologico dell'uomo di domani".

Dal canto suo Jean-Michel di Falco Léandri, Vescovo di Gap e di Embrun e Presidente della CEEM, ha dichiarato che non si può fare "lo struzzo" ignorando la realtà: "Internet si trasforma, trasforma la nostra società e non può non trasformare la Chiesa, non può non trasformare il nostro modo di essere e di agire come Chiesa, con il rischio di non essere più testimoni di Cristo nel mondo di oggi".

La cultura digitale, ha ricordato, "si dota di una propria grammatica, di una lingua in costante e veloce evoluzione".

"La nostra generazione soffre di un'eccessiva tendenza a considerare come superficiale tutto ciò che è breve, istantaneo, basato sull'emozione", ma la Chiesa nella sua storia "non ha considerato come vettori di verità soltanto i lunghi trattati di teologia", sapendo "esprimere la sua fede in modo conciso e convincente".

Per questo, deve essere presente anche in Internet, con un sito che dovrebbe "poter mettere in contatto con Gesù Cristo e con una Chiesa viva, una comunità in cui si vivono l'unità e la carità".

Bisogna dunque rivolgere un appello ai sacerdoti a "circondarsi di laici competenti per l'implementazione dei loro siti parrocchiali o di movimenti, una chiamata a collaborare, una chiamata ad accompagnare i laici che si stanno lanciando, o che si sono già lanciati, nell'evangelizzazione via Internet".

"Dobbiamo promuovere una presenza cristiana sul web fatta dunque di operatori, sacerdoti inclusi, che certo conoscano bene le tecniche di comunicazione, ma che sappiano offrire anche degli spazi per la ricerca, l'incontro, il dialogo, la preghiera".

Visto che Internet "fa sempre più parte integrante della vita quotidiana", del resto, "non esservi presenti equivale a tagliare fuori una buona parte della vita delle persone".

Un sito Internet cristiano, ha aggiunto, "deve evitare il politichese, evitare di essere esso stesso un ideologo che cerca di imporre la propria verità", rappresentando un sito "aperto al dialogo e al dibattito", "pur mostrando che non transigerà su certi principi che sono accettati da tutti e dovunque".

Come ogni strumento che moltiplica le capacità umane, ha proseguito, Internet "è portatore tanto di minacce quanto di potenzialità".

"Tutto dipende dall'uso che se ne fa. La moralizzazione di Internet non si farà senza la moralizzazione degli uomini, e in primo luogo di noi stessi".

"Così come la croce ha il suo asse verticale e il suo asse orizzontale, così deve essere la nostra evangelizzazione nella rete: orizzontale per la sua estensione, verticale per la sua profondità e la sua qualità", ha concluso.
mdeledda
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giovedì, 12 novembre 2009, ore 18:01

Il Card. Bagnasco rinnova la consacrazione dell’Italia a Maria

di Antonio Gaspari,
da Zenit (12/11/2009)


Questo giovedì, ad Assisi, nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, di fronte ai partecipanti dell’Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), il Cardinale Angelo Bagnasco ha rinnovato l’assoluta fedeltà al Papa e la consacrazione dell’Italia al cuore immacolato di Maria.

Nel corso dell’omelia, nel santuario che custodisce la Porziuncola e che è dedicato a Santa Maria degli Angeli, il Presidente della CEI ha espresso l’affetto e l’ubbidienza al Pontefice Benedetto XVI.

“Nel cuore dell’Eucaristia - ha confessato - il nostro pensiero va al Santo Padre, Benedetto XVI: il ricordo non viene dall’esterno, ma sorge dall’affetto che abbiamo per lui, la sua persona e il suo compito: «Tu sei Pietro e su questa pietra fonderò la mia Chiesa»”.

“Nasce da quel vincolo di radicata e obbediente comunione che il divino Maestro chiede innanzitutto a noi, Pastori della sua Chiesa”, ha sottolineato.

“Davanti all’altare e sotto lo sguardo della gran Madre di Dio - ha affermato l’Arcivescovo di Genova - rinnoviamo il «sì» che abbiamo pronunciato un giorno, quello della nostra Ordinazione episcopale. È affiorato trepidante sulle nostre labbra, coscienti che per essere Vescovi secondo il cuore di Dio avremmo dovuto farci in modo più deciso e amoroso discepoli di Cristo”.

“Siamo qui – ha detto - anche per fare memoria del 50° anniversario della Consacrazione dell’Italia al Cuore Immacolato di Maria, un evento che ha segnato coloro che l’hanno vissuto in prima persona, e che ha segnato altresì la storia religiosa della Chiesa e del Paese”.

Il porporato ha spiegato che i gesti che si compiono nel segno della fede, non restano in superficie come dei gesti esteriori e convenzionali, ma scendono in profondità come dei semi buoni che, una volta deposti, portano frutto secondo i tempi e i modi che Dio solo conosce.

In questo contesto il Presidente della CEI ha raccontato come da un capo all’altro dell’Italia, il numero sconfinato di chiese parrocchiali e santuari, di cappelle ed edicole dedicate alla Madonna, siano come “un grande abbraccio, il segno visibile di una presenza che illumina e rassicura come lo sguardo di una madre”.

Di fronte alla devozione del popolo alla Vergine Maria, alle tradizioni radicate nel cuore della gente, non solo degli adulti e degli anziani ma anche dei ragazzi e dei giovani, l’Arcivescovo di Genova ha sostenuto che i Vescovi sono “testimoni spesso commossi e grati”.

Il Presidente della CEI ha riconosciuto che “la devozione alla Madonna non subisce tracolli col tempo, è sempre fresca e profonda, irriga l’anima e orienta a Dio, supera indenne e feconda le temperie culturali più diverse”.

Successivamente ha reso noto il messaggio del Pontefice Benedetto XVI che al proposito ha scritto: “I Vescovi italiani vollero consacrare l’Italia al Cuore immacolato di Maria. Di tale atto così significativo e fecondo, voi rinnoverete la memoria, confermando il particolarissimo legame di affetto e devozione che unisce il popolo italiano alla celeste Madre del Signore. Volentieri mi unisco a questo ricordo”.

Facendosi guidare dall’esempio di Maria Madre di Cristo, la quale “è stata anche la prima e più fedele discepola”, Bagnasco ha auspicato che “la devozione nostra e del nostro popolo tocchi l’anima e la vita, i sentimenti e le decisioni” di tutto il popolo dei credenti.

“Tutti – ha riconosciuto – siamo esposti alla tentazione di correre sulle cose disperdendo quanto il Signore ci dona di ispirazioni, grazie, incontri, affetti. Anche noi Vescovi corriamo questo rischio pressati da responsabilità molteplici e gravi”.

Il porporato ha però ricordato che ai Vescovi “è dato il compito di custodire integro il Deposito della fede, la storia delle nostre Chiese Particolari perché nulla vada perduto”.

Ma “il cuore della Vergine - ha continuato - non è un semplice e geloso contenitore di ricordi, un puro esercizio di memoria: è anche il luogo della riflessione” perchè “è storia di salvezza. La riflessione di Maria si rivela così desiderio e ricerca della volontà di Dio. Per questo è preghiera”.

A questo proposito, dopo aver ricordato le anime di grandi mistici quali san Francesco d’Assisi, santa Teresa d’Avila, il Santo Curato d’Ars e Madre Teresa di Calcutta, il Cardinale Bagnasco ha concluso invocando la Madonna affinché “ci faccia crescere come Pastori secondo il cuore di Cristo ricordando le parole del Curato d’Ars: «il sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù»”.

“Ci doni di essere uomini di speranza, seminatori della gioia evangelica e sacerdotale nei nostri sacerdoti, messaggeri miti e forti di quel Dio che l’uomo cerca, a volte senza saperlo, e che in Gesù Cristo si è fatto il Dio dal volto umano”, ha detto infine.
mdeledda
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giovedì, 12 novembre 2009, ore 18:01


Ridateci l’Europa che vogliamo

di Renato Farina,
da Il Sussidiario (12/11/2009)


La petizione qui pubblicata va stampata, diffusa, propagandata, firmata, spedita.

Amata, soprattutto amata. C’è dentro il respiro dell’Europa così com’è stata pensata dai suoi fondatori: un respiro oggi soffocato da un’istanza europea che fa torto proprio alla sua origine, come un figlio che uccida la madre. Senza quella croce non ci sarebbero né diritti umani, né Europa.

La petizione allora rappresenta il modo più semplice, chiaro, forte per far valere le ragioni della nostra libera volontà. Qualche volta il popolo ha diritto di ribellarsi, fa parte anche questo dei diritti umani. E la petizione è il modo più civile, ma non si sottovaluti alla lunga questo primato dato alle burocrazie rispetto alla volontà della gente.

Quando ci si ribella persino alle Alte Corti? Accade quando si sente conculcata la propria anima da un potere sentito come estraneo. È il nostro caso. La citata decisione della Corte europea dei diritti umani, che ha multato l’Italia perché espone i crocifissi sulle pareti delle aule scolastiche, pretende di estirpare dal petto la fotografia di chi ci è caro, il più caro di tutti. E lo fa in nome della giustizia, come nel nome della giustizia quel Tale fu messo in croce.

Un’assurdità che pretende di avere il sigillo della legalità più alta.

Per questo Cristiana Muscardini e Mario Mauro, del Pdl, e David Sassoli, del Pd, lanciano la petizione popolare perché sia restituito al popolo il diritto di essere se stesso, di poter scegliere i simboli in cui riconosce se stesso e la propria storia. I due eurodeputati hanno preso questa iniziativa dal luogo decisivo dell’Europa unita, là dove l’ideale europeo di democrazia ha i suoi rappresentanti eletti dai cittadini dei 27 Paesi. Non c’è bisogno di disquisizioni sottili. La petizione ha una eloquenza che non va addolcita o interpretata.

Di certo i diritti umani non possono più essere esclusiva prerogativa di magistrati che ragionano sulla base della loro ideologia, dove la libertà è intesa come appartenente al singolo individuo al quale viene assegnato il diritto di veto sui simboli di una società. Sarà interessante quando ci sarà qualcuno che si sentirà offeso dalla croce che dà forma e consistenza alle bandiere di molti Paesi europei, come la Svezia, la Danimarca. Tra i 47 Paesi del Consiglio d’Europa, su cui ha giurisdizione la Corte di Strasburgo, c’è la Svizzera che ha la croce in cielo, sulle ali degli aerei. Che si fa, li si abbatte?

E solo una piccolissima minoranza può sentirsi in realtà offesa da quella visione, ma lo fa perché odia la nostra stessa essenza europea. “Europa, ricordati il tuo battesimo”, ammoniva Giovanni Paolo II. Per questo chiedeva nella Costituzione la citazione delle radici cristiane, non per vuoto nominalismo, ma per lealtà verso noi stessi, e come garanzia perché non ce le strappino con le tenaglie dei falsi diritti umani, che da quel simbolo tra l’altro non possono prescindere.

Per rispettare il senso di fastidio di chi odia il nostro stesso cuore, va spogliata la nostra vita dall’icona di Cristo, lavare le nostre pareti dalla memoria? Bisognerebbe allora per coerenza purificare il panorama dalle croci, ripulire i quadri dei musei, i libri di arte, strappare dal petto le medagliette dei bambini e dei vecchi.
Questo fa capire che razza di mondo assurdo, senza fremiti, senza passione e amore, si figurino come culla dei diritti questi magistrati la cui bilancia deve avergli schiacciato il cuore e la testa quand’erano piccoli.

Intanto mandiamo la petizione. Facciamoci sentire.


Il testo della petizione popolare al presidente del Parlamento europeo

da Il Sussidiario (12/11/2009)

PETIZIONE POPOLARE AL PRESIDENTE DEL PARLAMENTO EUROPEO

Il crocifisso va rispettato

Signor Presidente,

la recente sentenza della Corte europea dei diritti umani turba, inquieta e disturba la nostra coscienza di cittadini europei. Se l’Europa, con una sentenza del potere giudiziario, elimina il crocifisso, immagine dell’uomo-Dio in cui credono milioni di cittadini, dalle scuole, il nostro essere europei riceve un colpo mortale. Non potremmo più riconoscerci in un’Europa che cancella per via giudiziaria i valori ed i simboli che hanno contribuito a fare dei nostri Paesi ciò che essi hanno rappresentato per la civiltà universale.

Non siamo contro i valori rappresentati da altre visioni del mondo, ma desideriamo che la nostra cultura e le nostre tradizioni vengano rispettate e tutelate. Non possiamo accettare, come cittadini europei, che l’Unione mortifichi ed annulli le differenze. La nostra “differenza” va convintamene salvaguardata e l’iconografia che tradizionalmente esprime i nostri valori va assolutamente rispettata.

Il Parlamento europeo, che è l’espressione della volontà popolare, deve garantire il rispetto della nostra tradizione, altrimenti l’Europa sarebbe percepita soltanto come una organizzazione mercantile, senza anima e vuota di senso. Non erano queste le ragioni e le finalità che hanno spinto i Padri fondatori a dar vita alle Comunità europee.

Essendo un diritto umano anche quello che pretende il rispetto di sé, della propria storia, della propria cultura e della propria tradizione, facciamo appello alla sua autorità perché questo nostro diritto non venga così volgarmente calpestato.


Primo Firmatario: Cristiana Muscardini
Mario Mauro





Il crocifisso è anche simbolo di libertà laica

di Dennis Verdini,
da
Libero (11/11/2009)

La Corte di Strasburgo ha dato di fatto ragione ad Adel Smith, quell'amabile stilnovista islamico che definì il crocifisso, in un animato dibattito televisivo, come «un cadaverino» appeso a due pezzi di legno, un'oscenità dunque da nascondere perché suscettibile di turbare gli animi sensibili degli integralisti musulmani come lui.

I giudici, che incarnano alla perfezione l'ottusità della burocrazia comunitaria, hanno infatti stabilito che l'esposizione del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche infrange la Convenzione europea dei Diritti e delle Libertà fondamentali.

Una sentenza, insomma, emessa paradossalmente in nome della libertà. Aggiungerei: della libertà di farci invadere, di calpestare le nostre radici, di scoprire il fianco alle intolleranze di ogni risma e al dilagare del relativismo che è il male senile di cui soffre il Vecchio Continente. Lunedì i leader europei hanno festeggiato il ventennale della caduta del Muro di Berlino, e mi viene da ridere a pensare a cosa sostennero, allora, tanti autorevoli commentatori, laici e cattolici, che fecero a gara nell'enfatizzare il ruolo della Chiesa nelle trasformazioni politiche dell'Est europeo. «Sotto spinte religiose di massa sono crollati i satelliti dell'Est», scrisse Cavallari, mentre Bobbio parlò di «successione religiosa al comunismo».

Altri arrivarono ad applicare alla perestrojka sovietica la profezia di Fatima sulla conversione della Russia. Insomma, fu preconizzata una sorta di rinascita religiosa. Nulla di più sbagliato, visto che l'Europa sorta sulle macerie del Muro di Berlino ha ripudiato le radici cristiane nella sua nuova Costituzione, fino a impedire, appunto, i crocifissi nelle scuole. Non fu certo a caso che il cardinale Ratzinger scrisse con grande lucidità che «il Vecchio Continente rischia il congedo dalla storia».

Da laico incallito che non ha mai aderito al laicismo integralista, non riesco a vedere nel crocifisso solo un simbolo di devozione né, come ha detto Sansonetti, il simbolo del potere temporale della Chiesa. Il crocifisso è certamente un simbolo, ma un simbolo di libertà sotto il quale alla fine si è affermata una civiltà in cui c'è la separazione tra Stato e Chiesa, tra Stato e società e dove, a differenza dell'Islam, un precetto religioso non diventa legge e un peccato non diventa reato. Ritengo quindi laicamente sacrosanto il ricorso presentato dal governo italiano contro una sentenza -quella di Strasburgo - di stampo totalitario anche se pronunciata in nome della libertà ed espressione della nuova religione laicista che rifiuta la religione come storia. Una sentenza, se si vuole, anche grottesca, che per estensione potrebbe avere conseguenze altrettanto grottesche.

Facciamo qualche esempio. Nelle nostre città sono scomparsi quasi dappertutto gli incroci, sostituiti da altrettante rotonde: non sarà che dava fastidio a qualche anima bella, nelle foto dall'alto che compaiono su Google, la presenza di troppe "croci" di asfalto? Con le rotonde invece che vanno tanto di moda saranno visibili tante mezzelune contenti?

E con i campanili come la mettiamo, con quelle croci che sovrastano quasi tutte le piazze, che fino a prova contraria sono pubbliche? Oppure sarà inevitabile far togliere la croce dalle bandiere nazionali di molti Stati, tra cui la Finlandia (croce azzurra in campo bianco) o la Svizzera (croce bianca in campo rosso)? E con le doppie croci della Gran Bretagna?

E potranno restare nei musei statali i quadri che raffigurano la passione di Cristo? E la Via Crucis, una tradizione che trasforma ogni anno piccoli e grandi borghi in tante Gerusalemme, sarà bandita dalle nostre città e confinata dentro le parrocchie? E non sono un'offesa alla laicità dello Stato, che ne so, le scuole intitolate a don Sturzo, o i licei che prendono il nome da Tito Livio, noto adoratore di dei pagani? Potrei continuare all'infinito, ma è meglio fermarsi qui. E ripetere che il crocifisso deve restare nelle aule scolastiche non come oggetto di culto, ma perché rappresenta quei valori civili che delineano la laicità nell'attuale ordinamento dello Stato.





Il crocifisso non esclude nessuno dal suo abbraccio

di Bruno Volpe,
da Pontifex Roma (11/11/2009)


"Sono dispiaciuto e addolorato, ma in tutta sincerità i prodromi di quella decisione ci stavano ed erano nell'aria": lo afferma l'Arcivescovo Emerito di Udine, Monsignor Alfredo Battisti, tornando sulla ormai celebre sentenza della Corte di Strasburgo che ha accolto un ricorso di una cittadina di origine finlandese. Il prelato afferma: "Quella pronuncia, indipendentemente da ogni valutazione di natura giuridica o tecnica, che non mi compete, costituisce una ferita grave alle origini cristiane del continente. Del resto, un avviso in tal senso, abbastanza importante e forse trascurato, fu il rifiuto di menzionare nella Carta Costituzionale le origini cristiane dell'Europa. E chi mal comincia è a metà dell'opera".

Ma a suo giudizio, il crocefisso può davvero essere considerato un disturbo alla libertà di religione?
Penso che sia un giudizio assolutamente fuori di luogo e sbagliato. Cristo in Croce non lascia nessuno con il suo abbraccio, anzi è il segno che aiuta e accoglie l'umanità universale, inclusi quelli che non credono il Lui. Nella scrittura si afferma, attirerò tutti a me, non dice che inviterò solo i credenti, ma tutti, inclusi coloro i quali si sentono lontani o increduli. Dio ama tutti, vuole la salavezza di ogni uomo di buona volontà e non è il Dio della discriminazione, ma quello dell'accoglienza e della solidarietà.

Detto questo, come mai è possibile pensare ad un Crocifisso che fa della diseguaglianze?
Il Crocifisso non discrimina niente e nessuno, anzi apre alla fratellanza. Detto questo del Crocifisso, vorrei anche sottolineare l'aspetto culturale della sentenza che non tiene in alcun conto di che cosa realmente rappresenti per l'Europa e l' Italia il crocifisso.

Che cosa rappresenta?
Sintetizza con giustizia e amore,le origini storiche e culturali della nostra terra. Dunque, oltre che segno identificativo della religione, è una sintesi delle nostre oringini ed io ritengo che sia una operazione insensata rinnegare la nostra provenienza storica e culturale. Non è pensabile minimamente pretendere di cancellare la comune origine con una sentenza, senza passato non esiste mai un futuro.

Conforta da questo punto di vista che le reazioni della classe politica italiana siano state concordi, salve eccezioni, nell'insorgere contro la pronuncia.
Mi ha fatto piacere, ma questo dimostra come il crocifisso sia un patrimonio condiviso e che accomuna almeno  storicamente, credenti e non credenti.

Poi il Vescovo afferma: "Magari si arrivasse a questa unità di intenti anche nella vita politica di ogni giorno tanto strillata. Una società coesa e non rissosa, potrebbe davvero contribuire con maggior serenità a risolvere il drammatico problema della disoccupazione specie giovanile anche se si parla di una timida ripresa".
mdeledda
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giovedì, 12 novembre 2009, ore 18:01

Gli angeli buoni e i demoni

di don Marcello Stanzione,
da Pontifex Roma (12/11/2009)


Dal punto di vista naturale, i demoni operano come gli buoni Angeli. La loro caduta non ha trascinato in essi la perdita delle facoltà e proprietà naturali; essi pensano come spiriti, agiscono come spiriti. Essi possono comunicare il loro pensiero senza l'aiuto di alcun segno sensibile; possono mettere in movimento la materia senza impiegarvi altra cosa che la loro volontà. Questo modo intellettuale di comunicazione, questo modo spirituale di operazione, resta loro in comune con gli Angeli fedeli.  Bisogna cercare la differenza tra queste  due categorie di Spiriti dal punto di partenza delle loro rispettive operazioni, come anche nello scopo ch'essi perseguono. I buoni Angeli si tengono uniti a Dio, che è il principio illuminante della loro intelligenza, ed il principio direttivo delle loro operazioni e nello stesso tempo  il fine dove viene a sfociare tutta la loro attività. I secondi non ricevono da Dio alcuna illuminazione; e  prendendo in Lui la loro attività come ogni creatura, essi vanno contro il piano divino ch'essi cercano di sconvolgere senza poter riuscirci.

Risultano da questa antitesi alcune importanti conseguenze. I buoni Angeli sono luci; i demoni sono tenebre. I primi conoscono le vie di Dio nell'ordine soprannaturale: benchè Dio si sia riservato taluni segreti che restano impenetrabili agli Angeli stessi, egli li inizia in una misura più o meno grande ai misteri che concernono lo stabilirsi del suo regno sulla terra, la propagazione della Chiesa, la salvezza delle anime. I buoni Angeli, dimorando fedelmente nell'ordine del piano divino, ne sono i dispensatori e gli esecutori.

I demoni sono a causa del loro peccato assolutamente ed irrevocabilmente esclusi dall'ordine della grazia. Di conseguenza i misteri della vita e delle operazioni soprannaturali sono per essi un libro completamente sigillato. Le realtà della grazia, essendo di ordine divino, sono al di sopra dell'intendimento di ogni spirito creato; un Angelo anche buono, ridotto alle sue facoltà naturali, non potrebbe penetrarle. Ma presso i demoni, spiriti ribelli e decaduti, vi è più ancora che impotenza nel comprendere i misteri dell'ordine soprannaturale; vi è specialmente opposizione nel coglierli. La disposizione essenziale, che prepara la creatura intelligente a riceverne comunicazione, è l'umiltà, ossia la conoscenza del suo niente. Ora lo spirito caduto, il diavolo, è uno spirito di orgoglio; vi è in lui una contraddizione violenta a tutto quello che promana dalla grazia divina.  Questa cattiveria diabolica ottenebra questa intelligenza così sottile fino a renderla sinistra e maldestra.

Illuminati da Dio e dimorando nella sua giustizia, i buoni Angeli hanno  una superiorità sui cattivi. Come pure che la qualità dell’essere spirituale dona a chi la possiede una superiorità inammissibile sull'essere puramente materiale; come pure che la qualità del giusto conferisce a quello che ne è rivestito un diritto di dominio su quello che è ingiusto. È un assioma favorito da Sant'Agostino che l'intelligenza svela, "lo spirito disertore e peccatore", come egli dice, cade necessariamente nella dipendenza dell'intelligenza rimasta retta e dello spirito rimasto fedele. I buoni Angeli, ben più dei grandi santi terreni, esercitano un dominio sui demoni. Da parte dei buoni Angeli, questo dominio consiste nel fatto che essi limitano la perversione degli spiriti delle tenebre, reprimono la loro audacia e li costringono a racchiudersi nei limiti che  Dio ha loro tracciato; in quello che, anche in questi limiti dove la loro maligna influenza può dispiegarsi, essi riportano tutto nell'ordine della giustizia di Dio. Non lo dimentichiamo mai: non tutto è permesso al diavolo; e là dove Dio gli permette di mostrare il suo potere, egli lavora, contro la sua intenzione, per la glorificazione finale di Gesù Cristo e della sua Chiesa. Vigilare a che lo spirito maligno non esca dall’ambito dove la sua azione è limitata, procurare l’affermazione della Provvidenza di Dio con le crisi stesse che il demonio provoca, è ufficio dei buoni Angeli.  Ci basti richiamare San Michele che impedisce al diavolo di rivelare agli Ebrei il luogo dove il corpo di Mosé è deposto per evitare lìidolatria del popolo, e di San Raffaele che lega Asmodeo il demone impuro! Questi due fatti scritturali stabiliscono la supremazia dei buoni Angeli sui cattivi. I santi dominano ugualmente il diavolo ed i suoi seguaci. Tuttavia bisogna osservare che i Santi, in quanto uomini, sono inferiori ai demoni in quanto spiriti angelici; e che avendo una natura umana fragile, sono da questo lato accessibili alla influenza dei demoni, ed in qualche modo disturbati dai demoni. Essi non possono dire assolutamente quello che Gesù affermava di se stesso: "Il Principe di questo mondo è venuto e non ha trovato niente in me che gli appartenga" (Gv 14, 30). È ciò che spiega la potenza che il diavolo può avere di tormentarli. Comunque sia, per la loro santità essi gli sono superiori, essi lo dominano, lo fanno tremare.

Legato dalla potenza degli Angeli buoni, padroneggiato dai santi, il diavolo si scaglia sul peccatore che da se stesso gli si è dato in pasto, secondo l'energica espressione di Sant'Agostino: "Datus est diabolo in cibum peccator". Qui i demoni hanno pieno dominio. Superiori agli uomini peccatori come natura, essi li possiedono per diritto di conquista e di abdicazione consentita. Uguali ai Santi Angeli per natura, conservando il loro modo di operazione tutto spirituale, i demoni restano irrevocabilmente sotto il dominio degli Spiriti beati, in virtù dell’Ordine cosmico o Provvidenza divina che vuole che lo Spirito ingiusto e ribelle sia padroneggiato e governato dallo Spirito giusto e fedele.
mdeledda
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giovedì, 12 novembre 2009, ore 18:01

L’essere umano non è mai riducibile al solo corpo

di Antonio Gaspari.
da Zenit (12/11/2009)

“Il corpo di un essere umano, fin dai suoi primi stadi di esistenza, non è mai riducibile all’insieme delle sue cellule”. È quanto ha ribadito ieri 11 novembre 2009, monsignor Zygmunt Zimowski, Presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, all'Istituto Internazionale di Teologia Pastorale Sanitaria “Camillianum” nell’apertura del nuovo anno accademico.

Il Presidente del Pontificio Consiglio ha sottolineato che “ad ogni essere umano, dal concepimento alla morte naturale, va riconosciuta la dignità della persona” e questo principio della dignità è talmente fondamentale che deve richiamare a un grande “Si” alla vita umana.

Pertanto, il sì alla vita umana “deve essere posto al centro della riflessione etica sulla ricerca biomedica che riveste un’importanza sempre maggiore nel mondo di oggi”.

Monsignor Zimowski ha spiegato che le scienze mediche hanno sviluppato in modo considerevole le loro conoscenze sulla vita umana negli stadi iniziali della sua esistenza, fino a conoscere meglio le strutture biologiche dell’uomo e il processo della sua generazione.

“Questi sviluppi – ha affermato – sono certamente positivi e meritano di essere sostenuti, quando servono a superare o a correggere patologie e concorrono a ristabilire il normale svolgimento dei processi generativi”.

“Ma - ha rilevato - ed è quanto va detto con ogni chiarezza, essi sono invece negativi, e pertanto non si possono condividere quando implicano la soppressione di esseri umani o usano mezzi che ledono la dignità della persona oppure sono adottati per finalità contrarie al bene integrale dell’uomo”.

Il Presidente del Pontificio Consiglio ha spiegato che “la grande sfida della vita umana riguarda anzitutto e soprattutto il suo inizio” e che c’è un tentativo di spostare l’inizio della vita dal concepimento all’impianto e ciò significherebbe un “pieno nulla osta etico per l’aborto, poiché si impiegano circa 15 giorni dal momento della fecondazione dell’ovulo fino al momento all’impianto nell’utero materno”.

Riprendendo le parole di Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte, monsignor Zimowski ha precisato che la Chiesa deve svolgere un compito di radicalità evangelica senza timore delle critiche perchè la difesa della vita è “nell’agenda ecclesiale della carità” e risponde al “dovere di impegnarsi per il rispetto di ciascun essere umano dal concepimento fino al suo naturale tramonto”.

“Allo stesso modo - ha commentato poi - il servizio all’uomo ci impone di gridare, opportunamente e importunamente, che quanti s’avvalgono delle nuove potenzialità della scienza, specie sul terreno della biotecnologia, non possono mai disattendere le esigenze fondamentali dell’etica, appellandosi magari ad una discutibile solidarietà che finisce per discriminare tra vita e vita, in spregio della dignità propria di ogni essere umano”.

In questo contesto l’illustre prelato ha affermato che la vita dell’uomo sta al cuore del messaggio di Cristo, perchè “è l’Uomo, grande e meravigliosa figura vivente, più prezioso agli occhi di Dio che tutta la creazione: è l’Uomo, è per lui che esistono il cielo e la terra e il mare e la totalità della creazione, ed è alla sua salvezza che Dio ha dato tanta importanza da non risparmiare, per lui, neppure il suo Figlio Unigenito”.

“Nel piano di Dio-Creatore - ha aggiunto - tutto è stato creato per l’uomo, ma l’uomo è stato creato per servire Dio e per offrirgli tutta la creazione” e per questo la difesa della vita intesa come carità “è necessariamente al servizio della cultura, della politica, dell’economia, della famiglia, perché dappertutto vengano rispettati i principi fondamentali dai quali dipende il destino dell’essere umano ed il futuro della civiltà”.
mdeledda
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giovedì, 12 novembre 2009, ore 17:55

mdeledda
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mercoledì, 11 novembre 2009, ore 22:32

L'EUROPA NON RINNEGHI LA PROPRIA STORIA

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 11 novembre 2009


 
La riforma cluniacense

Cari fratelli e sorelle,

questa mattina vorrei parlarvi di un movimento monastico che ebbe grande importanza nei secoli del Medioevo, e di cui ho già fatto cenno in precedenti catechesi. Si tratta dell’Ordine di Cluny, che, all’inizio del XII secolo, momento della sua massima espansione, contava quasi 1200 monasteri: una cifra veramente impressionante! A Cluny, proprio 1100 anni fa, nel 910, fu fondato un monastero posto sotto la guida dell’abate Bernone, in seguito alla donazione di Guglielmo il Pio, Duca di Aquitania. In quel momento il monachesimo occidentale, fiorito qualche secolo prima con san Benedetto, era molto decaduto per diverse cause: le instabili condizioni politiche e sociali dovute alle continue invasioni e devastazioni di popoli non integrati nel tessuto europeo, la povertà diffusa e soprattutto la dipendenza delle abbazie dai signori locali, che controllavano tutto ciò che apparteneva ai territori di loro competenza. In tale contesto, Cluny rappresentò l’anima di un profondo rinnovamento della vita monastica, per ricondurla alla sua ispirazione originaria.

A Cluny venne ripristinata l’osservanza della Regola di san Benedetto con alcuni adattamenti già introdotti da altri riformatori. Soprattutto si volle garantire il ruolo centrale che deve occupare la Liturgia nella vita cristiana. I monaci cluniacensi si dedicavano con amore e grande cura alla celebrazione delle Ore liturgiche, al canto dei Salmi, a processioni tanto devote quanto solenni e, soprattutto, alla celebrazione della Santa Messa. Promossero la musica sacra; vollero che l’architettura e l’arte contribuissero alla bellezza e alla solennità dei riti; arricchirono il calendario liturgico di celebrazioni speciali come, ad esempio, all’inizio di novembre, la Commemorazione dei fedeli defunti, che anche noi abbiamo da poco celebrato; incrementarono il culto della Vergine Maria. Fu riservata tanta importanza alla liturgia, perché i monaci di Cluny erano convinti che essa fosse partecipazione alla liturgia del Cielo. Ed i monaci si sentivano responsabili di intercedere presso l’altare di Dio per i vivi e per i defunti, dato che moltissimi fedeli chiedevano loro con insistenza di essere ricordati nella preghiera. Del resto, proprio con questo scopo Guglielmo il Pio aveva voluto la nascita dell’Abbazia di Cluny. Nell’antico documento, che ne attesta la fondazione, leggiamo: “Stabilisco con questo dono che a Cluny sia costruito un monastero di regolari in onore dei santi apostoli Pietro e Paolo, e che ivi si raccolgano monaci che vivono secondo la Regola di san Benedetto (…) che lì un venerabile asilo di preghiera con voti e suppliche sia frequentato, e si ricerchi e si brami con ogni desiderio e intimo ardore la vita celeste, e assiduamente orazioni, invocazioni e suppliche siano dirette al Signore”. Per custodire ed alimentare questo clima di preghiera, la regola cluniancense accentuò l’importanza del silenzio, alla cui disciplina i monaci si sottoponevano volentieri, convinti che la purezza delle virtù, a cui aspiravano, richiedeva un intimo e costante raccoglimento. Non meraviglia che ben presto una fama di santità avvolse il monastero di Cluny, e che molte altre comunità monastiche decisero di seguire le sue consuetudini. Molti principi e Papi chiesero agli abati di Cluny di diffondere la loro riforma, sicché in poco tempo si estese una fitta rete di monasteri legati a Cluny o con veri e propri vincoli giuridici o con una sorta di affiliazione carismatica. Si andava così delineando un’Europa dello spirito nelle varie regioni della Francia, in Italia, in Spagna, in Germania, in Ungheria.

Il successo di Cluny fu assicurato anzitutto dalla spiritualità elevata che vi si coltivava, ma anche da alcune altre condizioni che ne favorirono lo sviluppo. A differenza di quanto era avvenuto fino ad allora, il monastero di Cluny e le comunità da esso dipendenti furono riconosciuti esenti dalla giurisdizione dei Vescovi locali e sottoposti direttamente a quella del Romano Pontefice. Ciò comportava un legame speciale con la sede di Pietro e, grazie proprio alla protezione e all’incoraggiamento dei Pontefici, gli ideali di purezza e di fedeltà, che la riforma cluniacense intendeva perseguire, poterono diffondersi rapidamente. Inoltre, gli abati venivano eletti senza alcuna ingerenza da parte delle autorità civili, diversamente da quello che avveniva in altri luoghi. Persone veramente degne si succedettero alla guida di Cluny e delle numerose comunità monastiche dipendenti: l’abate Oddone di Cluny, di cui ho parlato in una Catechesi di due mesi fa, e altre grandi personalità, come Emardo, Maiolo, Odilone e soprattutto Ugo il Grande, i quali svolsero il loro servizio per lunghi periodi, assicurando stabilità alla riforma intrapresa e alla sua diffusione. Oltre a Oddone, sono venerati come santi Maiolo, Odilone e Ugo.

La riforma cluniacense ebbe effetti positivi non solo nella purificazione e nel risveglio della vita monastica, bensì anche nella vita della Chiesa universale. Infatti, l’aspirazione alla perfezione evangelica rappresentò uno stimolo a combattere due gravi mali che affliggevano la Chiesa di quel periodo: la simonia, cioè l’acquisizione di cariche pastorali dietro compenso, e l’immoralità del clero secolare. Gli abati di Cluny con la loro autorevolezza spirituale, i monaci cluniacensi che divennero Vescovi, alcuni di loro persino Papi, furono protagonisti di tale imponente azione di rinnovamento spirituale. E i frutti non mancarono: il celibato dei sacerdoti tornò a essere stimato e vissuto, e nell’assunzione degli uffici ecclesiastici vennero introdotte procedure più trasparenti.

Significativi pure i benefici apportati alla società dai monasteri ispirati alla riforma cluniacense. In un’epoca in cui solo le istituzioni ecclesiastiche provvedevano agli indigenti fu praticata con impegno la carità. In tutte le case, l’elemosiniere era tenuto a ospitare i viandanti e i pellegrini bisognosi, i preti e i religiosi in viaggio, e soprattutto i poveri che venivano a chiedere cibo e tetto per qualche giorno. Non meno importanti furono altre due istituzioni, tipiche della civiltà medioevale, promosse da Cluny: le cosiddette “tregue di Dio” e la “pace di Dio”. In un’epoca fortemente segnata dalla violenza e dallo spirito di vendetta, con le “tregue di Dio” venivano assicurati lunghi periodi di non belligeranza, in occasione di determinate feste religiose e di alcuni giorni della settimana. Con “la pace di Dio” si chiedeva, sotto la pena di una censura canonica, di rispettare le persone inermi e i luoghi sacri.

Nella coscienza dei popoli dell’Europa si incrementava così quel processo di lunga gestazione, che avrebbe portato a riconoscere, in modo sempre più chiaro, due elementi fondamentali per la costruzione della società, e cioè il valore della persona umana e il bene primario della pace. Inoltre, come accadeva per le altre fondazioni monastiche, i monasteri cluniacensi disponevano di ampie proprietà che, messe diligentemente a frutto, contribuirono allo sviluppo dell’economia. Accanto al lavoro manuale, non mancarono neppure alcune tipiche attività culturali del monachesimo medioevale come le scuole per i bambini, l’allestimento delle biblioteche, gli scriptoria per la trascrizione dei libri.

In tal modo, mille anni fa, quando era in pieno svolgimento il processo di formazione dell’identità europea, l’esperienza cluniacense, diffusa in vaste regioni del continente europeo, ha apportato il suo contributo importante e prezioso. Ha richiamato il primato dei beni dello spirito; ha tenuto desta la tensione verso le cose di Dio; ha ispirato e favorito iniziative e istituzioni per la promozione dei valori umani; ha educato ad uno spirito di pace. Cari fratelli e sorelle, preghiamo perché tutti coloro che hanno a cuore un autentico umanesimo e il futuro dell’Europa sappiano riscoprire, apprezzare e difendere il ricco patrimonio culturale e religioso di questi secoli.


Saluti

Je suis heureux d’accueillir ce matin les pèlerins francophones. Que la recherche de la contemplation du mystère de Dieu qui anima les moines de Cluny soit aussi pour vous aujourd’hui un stimulant sur votre chemin vers Dieu et vers vos frères. Que Dieu vous bénisse !

I cordially welcome the English-speaking visitors in attendance at today’s Audience. I particularly greet pilgrims from the Diocese of Fort Worth, students and staff from the Franciscan University of Steubenville, Diocesan Directors of Communications from England and Wales, as well as priests from Japan. Upon all of you I invoke God’s blessings of joy and peace!

Gerne begrüße ich alle Pilger und Besucher deutscher Sprache. Das religiöse und kulturelle Erbe des mittelalterlichen Mönchtums ist Auftrag an uns heute. In Treue zum Evangelium und zum christlichen Menschenbild wollen wir die Zukunft Europas und der Welt mitgestalten. Dabei führe und leite uns der Heilige Geist. Euch allen wünsche ich eine gute Zeit in Rom!

Saludo a los peregrinos de lengua española, en particular a los venidos de España, El Salvador, Argentina y otros países latinoamericanos. Que sepamos apreciar y cultivar los bienes del espíritu y el verdadero humanismo de los monjes de Cluny.
Muchas gracias por vuestra atención.

Saúdo os fiéis da paróquia Imaculado Coração de Maria em Criciúma e demais grupos vindos do Brasil. Para vós e todos os peregrinos lusófonos presentes, vai a minha saudação cordial, com votos de boa viagem de regresso às vossas terras e famílias, que vos esperam transfigurados pela graça desta romaria penitencial aos túmulos dos Apóstolos São Pedro e São Paulo. Também eu vo-lo desejo, ao dar-vos, propiciadora de abundantes graças celestes, a Bênção Apostólica.

Saluto in lingua polacca: Drodzy pielgrzymi polscy! Pozwólcie, z.e w dniu S'wie;ta Niepodleg?os'ci waszej Ojczyzny przypomne; s?owa S?ugi Boz.ego Jana Paw?a II: „Poca?unek z?oz.ony na ziemi polskiej ma dla mnie sens szczególny. Jest to jakby poca?unek z?oz.ony na re;kach matki – albowiem Ojczyzna jest nasza; matka; ziemska;. Nie?atwe sa; jej dzieje… wiele przecierpia?a… ma prawo do mi?os'ci szczególnej” (Warszawa, 16.06.1983 r.). Niech takie rozumienie Ojczyzny be;dzie dla was powodem wdzie;cznos'ci za jej wolnos'c' i zache;ta; do troski o jej pomys'lny rozwój. Niech Bóg b?ogos?awi Polsce i kaz.demu z was.

Traduzione italiana: Cari pellegrini polacchi! Nel giorno della Festa nazionale della vostra patria, consentitemi di rievocare le parole del Servo di Dio Giovanni Paolo II: “Il bacio deposto sul suolo polacco ha però per me un significato particolare. È come un bacio dato nelle mani della madre, poiché la Patria è la nostra madre terrena. La sua storia non è facile… ha sofferto molto… ha anche diritto ad un amore speciale” (Varsavia, 16/06/1983). Questa descrizione della patria sia per voi motivo di gratitudine per la sua libertà e incoraggiamento ad operare con sollecitudine per il suo futuro. Il Signore benedica la Polonia e ciascuno di voi.

Saluto in lingua slovacca: Zo srdca pozdravujem Sestry Božského Vykupitel(a zo Slovenska, ktoré slávia dvadsiate piate výroc(ie svojej rehol(nej profesie. Milé sestry, pln(te stále viac Pánovu vôl(u, podl(a vzoru Márie. Božie slovo nech vás osvecuje na tejto ceste. S láskou žehnám vás, vaše komunity i vašich drahých. Pochválený bud( Ježiš Kristus!

Traduzione italiana: Saluto di cuore le Suore del Divin Redentore dalla Slovacchia, che celebrano il venticinquesimo anniversario della loro professione religiosa. Care suore, aderite sempre di più alla volontà del Signore, secondo il modello di Maria. La Parola di Dio vi illumini su questo cammino. Con affetto benedico voi, le vostre comunità ed i vostri cari. Sia lodato Gesù Cristo!

Saluto in lingua ceca: Srdec(ne( vítám poutníky z Jihlavy a ze Zlína! Milovaní, zítra je tomu 20 let od svator(ec(ení Anežky C(eské, která je v podve(domí národa spojována s darem nového nabytí svobody. Využívejte tohoto daru pro své posve(cení. Rád vám všem žehnám! Chvála Kristu!

Traduzione italiana: Saluto cordialmente i pellegrini di Jihlava e di Zlín! Carissimi, domani celebrerete il XX anniversario della canonizzazione di Agnese di Boemia, la quale nell'immaginario collettivo della Nazione, viene connessa al dono della riacquistata libertà. Servitevi di questo dono per la vostra santificazione. Volentieri vi benedico tutti. Sia lodato Gesù Cristo!

Saluto in lingua croata: Radosno pozdravljam sve hrvatske hodoc(asnike! Dragi prijatelji, pohodec'i grobove svetih apostola, nasljedujte njihovo svjedoc(anstvo vjere u Isusa Krista, Sina Božjega, našega Spasitelja! Hvaljen Isus i Marija!

Traduzione italiana: Con gioia saluto i pellegrini croati! Cari amici, visitando le tombe dei Santi Apostoli, seguite la loro testimonianza della fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio, nostro Salvatore. Siano lodati Gesù e Maria!

Saluto in lingua ungherese: Nagy szeretettel köszöntöm a magyar híveket, különösen is az ökumenikus csoport tagjait. A mai napon emlékezünk meg Szent Mártonról, Pannonia e nagy szülöttjéro"l. Legyen ez a föld Pannonia Sacra, a szentek bölcso"je. Apostoli áldásommal. Dicsértessék a Jézus Krisztus!

Traduzione italiana: Con grande rispetto saluto i fedeli di lingua ungherese, specialmente i Membri del gruppo ecumenico. Oggi commemoriamo san Martino, che è nato in Pannonia. Sia questa vostra terra la Pannonia Sacra, terra dei santi. Con la mia Benedizione. Sia lodato Gesù Cristo!

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto i partecipanti al pellegrinaggio promosso dalla Famiglia dei Discepoli e delle Ancelle del Signore, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte del loro fondatore padre Giovanni Minozzi. Umile e tenace apostolo dell’amore di Dio tra i poveri delle regioni meridionali d’Italia, egli seppe rinnovare i cuori con la luce del Vangelo e la forza dell’Eucaristia, dalla quale attinse quell’ardore di carità che lo fece attento specialmente alle necessità dei giovani, divenendo per loro amico, fratello e padre. Cari amici, imitate l’esempio del Servo di Dio Giovanni Minozzi e siate anche voi, come lui, segni luminosi della presenza di Cristo tra i fratelli. Saluto con particolare affetto gli Ufficiali e gli allievi della Guardia di Finanza, provenienti dalla Caserma di Coppito (L’Aquila). Cari amici, la vostra sede è diventata il punto di riferimento della popolazione aquilana, così duramente provata. La medaglia più bella di cui il vostro reparto possa fregiarsi è quella della solidarietà, della quale in questi mesi la vostra struttura è stata protagonista e testimone. Ciò impegna anche voi a svolgere il vostro lavoro con autentico spirito di servizio.

Il mio saluto va, ora, ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Cari giovani, specialmente voi cari alunni della scuola “Santa Teresa del Bambino Gesù” di Santa Marinella, guardate l'esempio di san Martino, di cui oggi celebriamo la festa, per un impegno di generosa testimonianza evangelica. Voi, cari malati, come lui confidate nel Signore, che non ci abbandona nel momento della prova. E voi, cari sposi novelli, animati dalla fede che contraddistinse san Martino, sappiate rispettare e servire sempre la vita, che è dono di Dio.


APPELLO

Sono passati circa sei mesi dal termine del conflitto che ha insanguinato lo Sri Lanka. Si notano con soddisfazione gli sforzi di quelle Autorità che, in queste settimane, stanno facilitando il ritorno a casa degli sfollati di guerra. Incoraggio vivamente un'accelerazione di tale impegno e chiedo a tutti i cittadini di adoperarsi per una rapida pacificazione, nel pieno rispetto dei diritti umani, e per una giusta soluzione politica delle sfide che ancora attendono il Paese. Auspico, infine, che la Comunità internazionale si adoperi in favore delle necessità umanitarie ed economiche dello Sri Lanka, ed elevo la mia preghiera alla Vergine Santa di Madhu, affinché continui a vegliare su quella amata Terra.


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